2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

martedì 22 dicembre 2015

Una preghiera (dopo tutto è natale)

Care cari studenti/esse del primo modulo di Antropologia culturale,
vi scrivo per farvi gli auguri di buone feste e per alcuni chiarimenti generali.
1. La cosiddetta "tesina" di fine modulo (aka "relazione finale") è OBBLIGATORIA PER TUTTI. L'ho scritto in grassetto nel programma, che tutti avete: ogni 6cfu ci sta una valutazione PIU' UNA TESINA. NON VERBALIZZO SE NON HO LETTO LA VOSTRA TESINA.
2. Su come vada fatta, credo di aver dato informazioni dettagliate a lezione, e qualcosa è scritto anche nel programma. Maggiori dettagli sono forniti in un file apposito che sta nella cartella online, e che per sicurezza allego a questa mail.
3. PREMESSO CHE CHIUNQUE HA PRESO MENO DI 18 DEVE RIFARE LO SCRITTO NELLE DATE PREVISTE, E PREMESSO CHE ABBIAMO CHIAMATO "ESONERO" QUELLO DEL 16 NOVEMBRE SOLO PERCHE' SI E' COMPIUTO FUORI DALLE DATE UFFICIALI DI APPELLO, MA DI FATTO "ESAME SCRITTO" E "ESONERO" SONO LA STESSA IDENTICA COSA, chi avesse passato lo scritto ha queste alternative: 
3a. HA 6CFU e accetta il voto. Allora deve mandarmi la tesina qualche giorno prima della data di appello. Via mail, file allegato. Si iscrive all'appello sul totem. Riceverà qualche giorno prima una mail con la mia proposta di voto finale. Se accetta, deve solo venire a verbalizzare nella data cui si è iscritto.
3b. HA 6CFU ma è curioso di come è andato lo scritto in concreto. Viene a vedere lo scritto e ne parliamo. Se accetta, vedi 3a. Se non accetta il voto, ne parliamo. Tipicamente, potrà fare un'integrazione orale sui testi di tutte le domande dell'esonero per cui non ha preso il massimo punteggio possibile. L'integrazione si fa durante qualunque ricevimento, previa prenotazione via mail.
3c. HA 12CFU e accetta il voto. Quando vuole mi manda la tesina del modulo A. Quando ho tempo la correggo e propongo via mail un voto finale del modulo A. Voto che NON verrà verbalizzato e che farà media con il voto finale di giugno (dopo aver passato la stessa identica trafila per il modulo B). NON deve iscriversi sul totem, non deve fare nulla di burocratico, solo mandarmi la tesina e aspettare il voto di questo modulo A (che sarà comunque un voto "virtuale", non verrà MAI verbalizzato dato che chi ha 12cfu verbalizza UN UNICO VOTO.
3d. HA 12CFU ma è curioso di come è andato lo scritto in concreto. Viene a vedere lo scritto e ne parliamo. Se accetta, vedi 3c. Se non accetta il voto, ne parliamo. Tipicamente, potrà fare un'integrazione orale sui testi di tutte le domande dell'esonero per cui non ha preso il massimo punteggio possibile. L'integrazione si fa durante qualunque ricevimento, previa prenotazione via mail.
4. Per cortesia, evitate di scrivere email per richiedere informazioni che sono già state ampiamente comunicate. Siete 150 iscritti quest'anno, se devo ripetere cose già dette in mille modi per rispondere a richieste individuali, il mio tempo di lavoro si moltiplica inutilmente.

Buone feste a tutte e tutti,
pv


piero vereni
roma tor vergata
Dipartimento di Storia, Patrimonio culturale, Formazione e Società
Department of History, Humanities and Society
ex facoltà di lettere - stanza 16 primo piano
via Columbia, 1 - 00133 Roma

ufficio 06 7259 5041
cell 333 98 12 520
pierovereni.blogspot.com

domenica 20 dicembre 2015

Alleluja (esoneri corretti)

Ho appena mandato una mail con i risultati dell'esonero scritto di Antropologia culturale del 16 novembre 2015. Tempismo, eh?
Per ragioni di praivasi non posso mettere i risultati online. Fate circolare e parlatevi tra voi. Alcuni non mi hanno dato la mail, altri me l'hanno data sbagliata.
Gli scritti si possono consultare durante il mio ricevimento, senza bisogno di prenotazione. Any time. Notate bene che questo martedì 22 ci sono fino alle 11 (poi c'è un'iniziativa del Rettore e saremo tutti in auditorium, se serve mi porto gli scritti, semmai mandatemi un sms. Affiggo i voti nella mia bacheca fino al 10 gennaio 2016, ok? Passate parola.

giovedì 17 dicembre 2015

Ultime news sul pranzo sociale a Tor Vergata.

Mi ha scritto ieri sera una studentessa impanicata che credeva di aver capito dalla foto di un post precedente di aver preso un voto basso nell'esonero di novembre! Dio che stress sto lavoro, abbiamo un sacco di responsabilità  verso la serenità dei nostri studenti. Per questo prendo sul serio il pranzo sociale di oggi, venite, sfogatevi,  parlate male di me e dei colleghi, lasciatevi andare, carnascialatevi.
Tanto vi boccio lo stesso.

mercoledì 16 dicembre 2015

Pranzo sociale a Tor Vergata

OK, lo ammetto, non ce la faccio a finire le correzioni. Sto andando ora al Torpignattara Muslim Center a fare lezione di italiano e me ne mancano ancora un tot (una trentina, il realtà). MA propongo un affare per chi viene DOMANI 17 DICEMBRE ALLE ORE 12:30 A LETTERE TOR VERGATA portando roba commestibile o bevibile: se il compito è stato corretto, ti dico il voto e te lo faccio anche vedere. Se non è stato corretto, HAI IL DIRITTO DI AVERLO CORRETTO SUL POSTO; SEDUTA STANTE, TRA UN TRAMEZZINO E UN BOCCONE DI MOZZARELLA.
Voglio vedere se non venite, maledetti...
Spargete la voce con quei pochi che non hanno Fb e non mi leggo no qui sul blog!

Pranzo sociale tor vergata

Ho quasi finito di correggere gli esoneri del 16 novembre, giuro!! Chi viene al pranzo sociale partecipando attivamente avrà  un trattamento di favore  (scherzo).

lunedì 14 dicembre 2015

Pranzo autogestito a Tor Vergata (invito)

Giovedì 17 dicembre 2015, nella macroarea di Lettere a Tor Vergata si terrà un importante incontro per ricordare Khaled Al-Asaad, l'archeologo siriano ucciso lo scorso agosto per non essersi voluto piegare alle barbare richieste delle bestie dell'ISIS.
L'appuntamento è in aula T12B, in via Columbia, 1, alle ore 10:00.
Purtroppo non ci potrò essere per un impegno lungamente programmato al Trinity College (i miei studenti di Urban & Global Rome hanno l'esame finale), ma arriverò a Tor Vergata subito dopo.
Visto che ancora una volta si tornerà a parlare di Islam, con alcuni studenti del mio corso di Antropologia culturale e con il supporto attivo degli studenti del Collettivo, abbiamo pensato di collegarci idealmente al bell'incontro realizzato lo scorso 20 novembre, proponendo un momento conviviale a partire dalle 12:30, nello spazio di fronte alla Segreteria. TUTTI, studenti, docenti e personale non docente, siete invitati a contribuire e partecipare, con qualcosa da mangiare o da bere, possibilmente autoprodotto e certamente autofinanziato.
Per chi farà 12 cfu di Antropologia culturale sarà anche un'occasione per testare qualche teoria dell'antropologia economica che incontreremo nel secondo semestre, in particolare il meccanismo dello scambio tramite redistribuzione centralizzata egualitaria. Vabbe', non vi fate spaventare, il concetto lo sanno tutti quelli che hanno mai partecipato a un "comitato" di paese: se tutti fanno un pezzetto, e tutti contribuiscono per come possono, la festa diventa ricca fino ad essere sontuosa, e di solito c'è da mangiare e bere anche per i (pochi) scrocconi imbucati.
Insomma, sarà un modo divertente per stare assieme nello spazio dell'università. Visto che le occasioni finalizzate a socializzare tra noi (e non a competere) sono poche, meglio una in più che una in meno.
QUI trovate il link per dichiarare pubblicamente la vostra partecipazione.
Vi aspettiamo numerosissime e numerosissimi. Se portate da magna', vi aspettiamo anche affamatissime e affamatissimi!

venerdì 27 novembre 2015

Ancora su Islam Giustizia Violenza

I ragazzi di Soggiorno Stampa (so che "ragazzi" suona paternalistico e poco professionalizzante, ma veramente "sorragazzi", anche se "sobbravi") hanno stesso un pezzo sull'incontro che si è tenuto a Tor Vergata il 20 novembre scorso con Jasser Auda. Lo riporto qui di seguito, con il link alla sintesi audio.
La legge islamica condanna gli attentati di Parigi  Camminando per le strade si sentono voci e culture che spesso si scontrano tra loro, ma che comunque mantengono la peculiarità della dimensione multiforme della società. “Quelli di Parigi erano attentatori islamici provenienti dalla Siria: cacciamoli dall'Italia” oppure “ho paura ad andare in giro: sai quanti musulmani ci sono a Roma?”. Il terrore e l'odio dell'altro è quello che gli attentatori vogliono far passare nelle teste dei popoli 'occidentali'. Ma davvero la legge islamica, la famosa Shari'a, obbliga i musulmani a sterminare i cristiani?  Il ricercatore di Antropologia culturale presso l'Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, Piero Vereni, ha organizzato l’incontro “Islam Giustizia Violenza” proprio per discutere della legge islamica e della comunità musulmana che rappresenta una realtà importante della società italiana del Ventunesimo secolo.  Sabrina Lei, direttrice di “Tawasul Europe”, ha spiegato che “secondo la Shari'a, ogni credente islamico è responsabile singolarmente davanti a Dio e non si può parlare di collettività in caso di errore personale”. Questo vuol dire che anche chi ha provocato la morte di altre persone, come a Parigi, non deve essere preso come unione di più persone ma come individuo singolo. “Islam”, continua Lei, “è un invito che fa Dio nei confronti dell'uomo e la comunità islamica è fondata sull'equilibrio: chiunque si avvicini all'estremismo non segue la vita islamica”.  Jasser Auda, direttore esecutivo del “Maqasid Institute” di Londra, ha spiegato che “la parola Shari'a non vuol dire legge islamica ma etica islamica. È un modo di vivere che proviene dal divino, ispirato dal Profeta”. C'è un'altra parola, Kanun, che invece indica la 'legge del posto', basata sulla Costituzione di uno Stato. Quest'ultima è molto diversa dalla Shari'a.  “La parte stabile delle legge islamica”, continua Auda, “è legata alle azioni di culto e si lega all'etica delle persone. C'è anche una parte variabile che riguarda le attività quotidiane dei musulmani. Bene, la Giustizia islamica è equilibrio”.
 AUDIO Jasser Auda 

Il cambiamento non avverrà se il popolo islamico non vorrà. Finché le persone non sentiranno il bisogno di cambiare e trovare una base comune, ci saranno sempre dei conflitti. Il convegno ha rivelato come organizzazioni come l'Isis siano il frutto di violenze e tirannie pregresse: queste creano delle bestie che non rappresentano la parte religiosa, ma quella cattiva. Auda descrive l'Isis e gli attentatori come persone non intelligenti. Queste 'bestie' non rappresentano e non rappresenteranno mai l'Islam. Non confondiamo.

domenica 22 novembre 2015

Sapessi che giornata, passare una mattina a Tor Vergata

  Non è facile raccontare uno stato d’animo quando questo si mischia con una molteplice responsabilità, ma vorrei provare comunque a riferire la mia gioia per un evento di cui sono stato promotore, grazie alla sollecitazione amichevole e allo sforzo indispensabile degli amici di Tawasul Europe, Sabrina Lei e Abdel Latif Chalikandi.

L’incontro con Jasser Auda di venerdì 20 novembre è andato bene, per dirla senza giri di parole. Speravo in una buona partecipazione e aver dovuto richiedere l’aula Moscati perché l’aula Massimo Rosati non bastava è stato il segno più evidente della grande attenzione che l’incontro ha attratto. Dico solo che non era scontato, che era venerdì, giorno pestifero per gli atenei, ma la presenza di così tanti studenti per me è stata un’ulteriore prova che il nostro compito (non ruolo, per cortesia, compito) di insegnanti non è un’offerta che cala nel vuoto, ma sorge da una richiesta vera. Le giovani e i giovani vengono all’università non solo per conquistarsi un titolo di studio, per poter migliorare le loro chance di successo in un sistema del lavoro sempre più fragile e spietato, ma anche perché hanno bisogno di formarsi, di costruirsi come persone, come adulti maturi ma non incancreniti nella rigidezza di una forma di vita costretta dalla necessità e dall’inerzia. Vengono all’università per imparare un sacco di cose a prima vista “inutili” - nella patetica (e orribile) metafora quantitativa dei debiti e crediti - ma sentite invece come fondamentali nella qualità e nel senso delle loro vite.

Hanno ascoltato una lezione importante, oltre che sorprendente, e qui mi riferisco ai contenuti di quel che ha detto Jasser Auda. Il senso per noi è stato chiaro, direi: non possiamo ridurre l’alterità all’immagine che la sua parte più appariscente e brutale pretende di imporci e che coincide poi con quella che il nostro sistema di alterizzazione ha anche contribuito a produrre. Nel mondo islamico c’è una varietà tale che si avvicina (per il nostro occhio assuefatto alla strutturazione gerarchica del pensiero e di quelle sue espressioni sedimentate che chiamiamo istituzioni) al caos. Ma dentro quel caos, come ci ha insegnato Jasser Auda, si sono depositate conformazioni cristalline di una bellezza perturbante. Mettersi in ascolto, dare credito alla complessità, accettare banalmente di “cambiare parere” è per noi una conquista, un lento obiettivo che si consolida nell’abitudine, nello studio, nella pazienza di non sbraitare con “i fatti, vogliamo i fatti”, ma di riprendere ad appoggiarci alla stupenda utilità dell’otium studiorum. Dentro l’Islam c’è tanto da imparare, insomma, ma tocca impararlo. Fosse stato questo il raggiungimento della nostra giornata, avrei comunque toccato il mio obiettivo di “maestro” (è un termine che non disdegno, e non relego nel disprezzo per “quello elementare” o nell’inarrivabilità del santone, e che tengo caro come etimo, colui che sa di essere in posizione superiore ai discenti, ma considera questa posizione una responsabilità nella trasmissione del sapere, non una fonte di privilegio).

   Ma l’ultima ora del nostro incontro ha dato un tono ulteriore a tutta la giornata, e di questo sono fermamente convinto. Trenta persone hanno portato da mangiare e da bere, si sono impegnate a rendere confortevole il rifocillarsi dei nostri ospiti in un clima tutto imbevuto dell’economia della reciprocità e del dono. Posso confermare che Jasser è rimasto molto impressionato dalle domande che gli sono state rivolte sia durante la presentazione, sia durante il pranzo, e ha molto apprezzato la capacità delle studentesse e degli studenti di vivere gli spazi di Tor Vergata come “i loro spazi”, memori che per essere ospitali, per far sentire l’ospite “a casa”, bisogna preliminarmente sentirsi a casa.

   Lo studio come otium, lavoro impegnativo e remunerativo solo se si ha un piano di lungo periodo; l’alterità come complessità, vale a dire come l’opposto di come spesso siamo istruiti a vederla; la condivisione come reciprocità, cioè l’impegno ad incontrare l’altro oltre le piccolezze della convenienza immediata. Abbiamo imparato tre cose, e non abbiamo guadagnato neanche un credito. È stata una giornata magnifica.

giovedì 19 novembre 2015

Islam Giustizia Violenza

Per chi non ha voglia di sentirsi in guerra ma di sentire

Per chi non vuole passare all'azione ma piuttosto passare alla riflessione

Per chi non crede che adesso basta ma adesso invece ancora, ancora dobbiamo capire tante cose, gli uni degli altri

E' un invito aperto, fate circolare per cortesia.
Ricopio qui la lettera, che ho scritto ai miei studenti invitandoli pressantemente:

Car* student* di antropologia culturale,
con molto piacere e con tutta la forza di persuasione che possiedo in qualità di "vostro docente" vi invito a partecipare all'incontro che sto organizzando per il prossimo venerdì prossimo, 20 novembre, di cui ho già accennato a lezione. Trovate la locandina in allegato.
Vi invio inoltre il link per chiedere la vostra partecipazione attiva al "pranzo sociale" che si terrà alle 12, dopo la discussione. Un piccolo gesto di condivisione (ne parleremo a lungo nel secondo semestre, per chi vorrà a dovrà esserci) e un piccolo segnale che anche nell'asettico mondo dell'università è possibile provare a tessere legami umani, relazioni tra persone oltre che gerarchie di potere.
Cliccate il link, indicate il vostro nome e impegnatevi anche solo simbolicamente (un pacco di patatine, una bottiglia di chinotto, un pacchetto di tovaglioli...) e vediamo di capire se siamo diventati una classe, non solo un'accozzaglia di gente in fila per fare l'esame:


Un caro saluto, per me sarà una bella occasione si sentire anche le vostre voci, dopo che per troppo tempo voi avete sempre e solo sentito la mia,
pv

venerdì 6 novembre 2015

Global Conversation with Prof. Michael Herzfeld

"Ciphers to this Great Accompt: From Ethnography to Global Comparison, or, Why the Big Picture Needs the Little Details"

Michael Herzfeld è uno degli antropologi viventi più noti e più attivi nel dibattito internazionale. Ha lavorato a lungo in Grecia, in Italia e Tailandia, ha un curriculum lungo come un treno merci e sentirlo parlare è sempre un vero piacere, per la lucidità e la profondità delle sue idee. Viene a Tor Vergata lunedì 9 novembre, alle ore 10:00 sarà nella saletta della biblioteca di Economia (via Columbia 2) e spiegherà agli studenti di Global Governance perché la cura del dettaglio tipica dell'antropologia culturale è fondamentale se vogliamo capire qualcosa dei grandi flussi del sistema globale.
Il suo inglese britannico non dovrebbe spaventare nessuno (e potrà rispondere alle domande anche nel suo italiano perfetto, tiene la conferenza in lingua inglese solo perché questa è la lingua del corso di Global Governance)

sabato 24 ottobre 2015

Torpignattara Muslim Center

Ci sono motivi strani che ti fanno fare le cose. L'umana simpatia è un motivo che spesso sottovalutiamo, eppure gioca un ruolo importante.
Gli uomini che gestiscono il Torpignattara Muslim Center mi stanno simpatici. Sono persone che cercano di tenere un filo collegato al loro paese di origine (il Bangladesh) ma non dimenticano che per loro e per le famiglie presenti in Italia la vita è qui, lungo la Casilina.
Lunedì 26 alle 17.30 ci incontriamo, in via Carlo della Rocca, 25 (dietro il Cannone, per chi conosce Torpigna) negli spazi del Torpignattara Muslim Center. Vorremmo gli "gli italiani" e più in generale gli abitanti del quartiere (che tante volte non sono italiani) avessero un'occasione per incontrarsi, per provare a conoscersi. Un incontro rapidissimo, un dirci ciao come stai cosa fai. Poi c'è sempre modo per vedersi nelle strade del quartiere, o al centro, o nella periferia ancora più a est.
Alle 18.00 infatti cominciamo una nuova avventura, una scuola di italiano per stranieri, tutta su basi volontarie, tutta da inventare. Dai, se potete passare alle 17.30 sarebbe bello!

martedì 6 ottobre 2015

Università, dove sei?

L'incontro, cui sono tenuti a partecipare tutti gli studenti del corso di Antropologia culturale modulo A iniziato il 6 ottobre, si tiene in AUDITORIUM vista l'alta affluenza. Speriamo di trasformare il tutto in un momento di crescita per gli studenti di oggi e di domani.

giovedì 2 luglio 2015

ZITO TO MEGALO "OHI" (viva il grande "no")

Come si dice, non posso più esimermi.
Ho vissuto in Grecia più di due anni. Era molti anni fa, ma ho imparato il greco moderno, ho fatto tanto “lavoro di campo”, ho conosciuto tanti greci, e a questo punto mi devo prendere l’impegno di dire anche pubblicamente la mia sulla crisi greca. Per onestà intellettuale e per applicare quel principio di “restituzione” secondo cui, gli antropologi, quando imparano qualcosa sul campo non la tengono solo per sé e per la cricca dei colleghi, ma provano a condividerla anche con coloro da cui hanno appreso, con i loro “informatori”, insomma.
Posso dire che trovo raccapricciante come il nostro paese, l’Italia, sta in generale raccontando tutta la storia. A parte le pochissime lodevoli eccezioni, che tutto sommato uno si aspetta, leggere sciocchezze tipo “il referendum è tra euro e dracma” mi fa proprio cascare le braccia. Vuol dire non aver capito nulla delle motivazioni economiche, politiche e culturali che hanno spinto Tsipras a indire il referendum. Un Presidente del Consiglio italiano che dice una simile bestialità mentre è segretario del principale partito di sinistra (si può ancora dire, sì?) dimostra una ignoranza tale della sua storia, della storia del suo partito, del suo paese, della Grecia e dell’economia che susciterebbe ilarità se la faccenda non fosse a tal punto drammatica.

1. Prima di tutto, Tsipras ha indetto il referendum perché così aveva dichiarato nel programma con il quale è stato eletto (sì, in altri paesi per governare bisogna aver vinto le elezioni; siamo un unicum, in questo senso, con gli ultimi tre presidenti del consiglio nominati senza alcun mandato elettorale). Aveva dichiarato che qualunque scelta di tipo economico che implicasse una permanenza delle condizioni di austerità sarebbe dovuta passare per una consultazione popolare. Noi vogliamo governare per chiudere la fase dei tagli, c’era scritto nel programma, e qualunque variazione rispetto a questo obiettivo dovrà essere condivisa. Ora, capisco che parlare di “programmi elettorali” possa suonare ridicolo, di questi tempi, ma di nuovo, siamo noi quelli strani, quelli che vincono il premio di maggioranza con un programma e con una coalizione, e poi montano governi opposti, per programma e coalizione. Prima di definire “errore” quel che è solo il rispetto della parola data, qualcuno dovrebbe leggersi qualcosa (anche semplice, non è che pretendiamo troppo, ci rendiamo conto dei limiti dell’uomo) sulla corrispondenza tra quel che si dice e quel che si fa (tipo, E. Lecaldano, Prima lezione di filosofia morale, Einaudi, 2010).

2. Se politicamente Tsipras non aveva scelta, molto più radicale è la motivazione economico-filosofica che lo ha spinto. L’alternativa referendaria è tra un’Europa fondata su un sistema di valori sociali, e un’Europa basata sugli obiettivi della finanza. Questo è il vero dilemma, un tempo si sarebbe detta la contraddizione, che il referendum vuole far esplodere. La Grecia, scusate, è la madrepatria di qualunque europeo, non si può non partire da questo. Senza la Grecia e la sua storia, semplicemente, non staremmo a parlare di Europa, non esisterebbe neanche lontanamente l’UE, forse ci sarebbe un blocco nordico germano-scandinavo, un blocco slavo, un blocco latino. Gli stati europei come li conosciamo semplicemente non esisterebbero, e qualunque fosse la forma geografica delle entità politiche, non avrebbe la conformazione attuale. La Grecia di Syriza (una Grecia europea di sinistra, si può ancora dire, sì?) sta chiedendo a tutti noi che cos’è l’Europa e cosa dentro questo contenitore politico intendiamo per democrazia. La moneta non c’entra nulla. Gustavo Piga ha raccontato in una bella intervista un caso storico interessante:

Forse è utile ricordare che anche gli Usa hanno vissuto svariati casi simili a quello greco, ad esempio quello del Tennessee nel 1870. Allora il presidente degli Usa si rifiutò di intervenire e disse allo Stato di risolvere da sé la questione con i suoi creditori (i mercati di New York). Il Tennessee scelse democraticamente il default, ma nessuno mai si sognò di chiedere la sua uscita dagli Stati Uniti, perché era ben chiaro a tutti quale fosse il progetto di lungo periodo e l’importanza che alcuni segnali, come la perdita di un pezzo di Unione, potevano avere sulla coesione dei restanti pezzi.
Il referendum sta cercando di riportare gli europei dentro la loro storia di umanità. I greci non vogliono uscire dall’euro, e di certo non possono uscire dall’Europa (nessuno può uscire intenzionalmente da quel che è), ma ci stanno chiedendo se questa Europa è fondata su qualcosa di diverso dai pareggi di bilancio, dai rapporti deficit/Pil e da altre misurazioni crematistiche. Quando la UE ha deciso di salvare le banche (private) creditrici di una Grecia insolvente, lo ha fatto trasformando quel debito privato in debito pubblico, stravolgendo il suo mandato. Dice ancora Piga:

nel 2010 c’è stato il clamoroso errore di non costringere la Grecia a risolvere faccia a faccia, all’interno, il problema con i suoi creditori privati. E nel 2012 si è preferito invece estendere la questione scaricandola sul pubblico, ma imponendo ad Atene condizioni che mai avrebbe potuto sostenere. 
Il referendum, insomma, ci chiede una cosa ben diversa da quel che dicono i nostri insipienti esperti. Ci chiede infatti: l’economia è un sistema autonomo che viaggia per conto suo (allora rispondete sì) oppure deve sempre essere vista come una forma della politica, un sistema organizzato che punta al benessere e alla crescita materiale, ma anche sociale dei cittadini (e allora rispondete no)?


3. Il punto a me più caro però, è quello culturale. Prima di stracciarsi le vesti perché Tsipras ha chiesto di votare no, uno dovrebbe magari sapere due cose di storia, tanto più quando ci riguardano come italiani. Il 28 ottobre del 1940 l’Italietta di Mussolini lanciò alla Grecia un terribile ultimatum di resa, convinta di potersi fare una passeggiata balcanica partendo dalle recenti conquiste albanesi. Quel giorno il primo ministro greco (che poi era un dittatore fascista, Iannis Metaxàs) rispose con un NO! (si pronuncia così, in maiuscolo e con il punto esclamativo, “Ohi!”) che fece di quel giorno e di quella memoria la più importante celebrazione laica nella Grecia moderna. Non importa poi il dettaglio storico (probabilmente il “no” non fu mai pronunciato da Metaxàs di fronte all’ambasciatore italiano) ma il suo valore culturale: sta a indicare il fatto che i greci non si sottomettono di fronte a quel che sentono come un vero sopruso. E ogni anno, il 28 ottobre, se lo dicono a gran voce: noi siamo quelli che di fronte a un vero sopruso sappiamo dire di no, costi quel che costi. Forse varrebbe la pena di considerare anche questa dimensione culturale prima di inventarsi homines oeconomici greci che stanno facendosi i conti della loro massimizzazione. Non lo fecero nel 1940, non è detto che lo faranno domenica prossima.
Tanto più che va tenuta presente un’altra specifica qualità del “carattere nazionale” greco, e cioè la specifica concezione della storia. Lo racconta molto bene un giovane antropologo inglese, Daniel Knight, che in un recente libro (History, Time, and Economic Crisis in Central Greece, Palgrave Macmillan, 2015) dedicato proprio al modo in cui è vissuta “la crisi” nella vita quotidiana della provincia greca, spiega una cosa semplice, ma per noi un po’ difficile da cogliere. La Storia, per come si è formata l’identità nazionale greca, non è solo una successione di eventi, e neppure la sedimentazione stratigrafica di modi di pensiero e forme di vita. Per capire i greci, dobbiamo piuttosto pensare al Passato come fiume che scorre davanti a noi, e alla Storia come una diga, un filtro che immergiamo in quel flusso: alcune cose passeranno via, ma altre rimarranno intrappolate nel retino, non se ne andranno mai più. Questo, veramente, lo sa chiunque abbia lavorato in Grecia nell’ambito delle scienze sociali: per i greci alcuni eventi sono ancora parte del presente anche se sono accaduti decenni e a volte secoli fa. Quando i greci pensano a come votare domenica prossima, hanno ancora nelle orecchie il rimbombo poderoso del “grande no” pronunciato 75 anni fa. Forse faremmo bene a tenerne conto in attesa dei risultati.

domenica 21 giugno 2015

Uno spazio POSSIBILE

   Ho un pessimo senso dell’orientamento, e per questo mi piacciono le mappe, le rese grafiche di quel che non riesco mai veramente a pensare per conto mio. Se sono in un posto che non conosco (praticamente ovunque) e mi posso orientare con una piantina mi sento un po’ meno a disagio (dire che mi sento a mio agio sarebbe veramente troppo).
   Per questo, quando ho avuto l’informazione che Possibile si stava costituendo in una forma di aggregazione impegnativa, ho presto pensato di farne una mappa. Per provare a orientarmi, per cercare di capire che spazio configuri.
   Chi siamo noi, che siamo qui? Questo è un altro modo di definire la mappa (ricordo che de-finire vuol dire “stabilire i confini”).

   1. Siamo A SINISTRA DEL TRASFORMISMO, questo direi che è il primo segnaposto della mappa. Per noi non è vero che destra e sinistra sono la stessa cosa, che tanto è tutto uguale e che quindi bisogna puntare al c entro. Siamo quelli che vengono dal mondo del lavoro, salariato, autonomo, garantito o precario, ma è il mondo del lavoro che ci definisce. Paghiamo le nostre tasse, e ogni mattina dobbiamo alzarci presto per portare a casa la giornata. Abbiamo un’etica del lavoro senza averne il culto; ci assumiamo i nostri doveri per dovere e la rendita, semplicemente, non sappiamo cosa sia. Siamo a sinistra di ogni compromesso siglato perché "così poi vinciamo", e tra potere e dignità scegliamo sempre la seconda. Qualcuno di noi, addirittura, parla ancora di parola d’onore, di impegni presi che vanno rispettati. A noi non interessa “metterci la faccia” perché ci mettiamo tutti noi stessi, e la faccia la lasciamo a chi ha la pretesa di essere telegenico. Vogliamo giustizia sociale e inclusione politica, questi sono i binari della nostra azione, che è sempre politica: quando paghiamo le nostre tasse, quando scegliamo la scuola dei nostri figli, quando facciamo la spesa più etica che possiamo, quando insegniamo, quando impariamo. Pensiamo che la politica non sia una cosa brutta, ma una cosa che si fa o si subisce. Siamo a sinistra, non c’è nulla di sbagliato in questo.
   2. Ma a questo punto c’è un secondo segnaposto da indicare. Siamo a sinistra, ma siamo CONTRARI AD OGNI SETTARISMO IDENTITARIO, al culto freudiano delle piccole differenze, per cui quel che conta è sentirsi per forza appartenenti a un gruppuscolo di illuminati che, lui sì, sa veramente dove la storia sta andando. Siamo pieni di dubbi, cristo santo, e non ci interessa la fittizia illusione della certezza. Molti di noi hanno una qualche formazione canonica “a sinistra”, ma moltissimi di noi non hanno nessun interesse a preservare le “linee guida del marxismo-leninismo”. Per capire come risolvere il conflitto tra capitale e lavoro, capitale e natura, lavoro e natura, l’industrialismo fallocratico dell’ortodossia siderurgica è una causa per noi persa, e non ci interessa vincerla. Vogliamo spostare letteralmente il campo di gioco: oggi il conflitto si chiama immigrazione transnazionale, questione di genere, delocalizzazione della produzione, terziarizzazione dei lavori inutili. Non vogliamo essere bacchettati, da chi ancora mastica un gergo stantio, per le nostre ingenuità, per non aver capito come effettivamente stanno le cose e per non aver colto nell'ultimo Comitato Centrale un riferimento dotto alla gestione dei mezzi di produzione. Basta, c’è tutto un mondo lì fuori che ha bisogno di essere ripensato. Grazie compagni, grazie fratelli maggiori, per il vostro apporto, per quel che avete dato ai nostri padri in termini di coscienza di classe, di giustizia sindacale, di spazi e tempi liberati, ma per uscire dai conflitti attuali incorporati dal tardo capitalismo abbiamo bisogno di modelli nuovi, teorie più adeguate. Non possiamo continuare a leggere i testi sacri illudendoci che possano darci consigli su come capire un mondo che non era stato neppure immaginato quando i nostri barbuti antenati li scrivevano. Non vogliamo un’altra chiesa, vogliamo semmai abbattere i muri delle chiese della nostra parrocchia, far girare aria fresca, sentire che si dice, con tutta l’ingenuità del neofita. Perché ci piace imparare ma ci piace anche curiosare, e in un mondo che sta diventando informativamente orizzontale abbiamo bisogno di strumenti per orientarci e muoverci come guerriglieri agili, non possiamo più prestare attenzione alle beghine che vorrebbero portarci con loro ad accendere l’ennesimo lumino davanti all’immaginetta sacra del loro santo protettore.
   Siamo quindi a sinistra, ma senza alcun dogmatismo; siamo convinti che il modo attuale di fare politica e di fare economia vada rivoluzionato, ma non abbiamo ricette precotte e vogliamo credere che tutto il nostro impegno creativo sia ancora necessario.
   3. Per questo, spostandoci ora dall'asse destra/sinistra a quello al di qua/al di là, dobbiamo aggiungere un ulteriore segnaposto, necessario per capire dove siamo. La nostra creatività, la nostra voglia di fare supera tutte le esigenze gregarie, e tutte le fascinazioni leaderistiche. Noi, noi tutti, noi uno per uno, noi ciascuno di noi, siamo ben AL DI LA' DEL DISINCANTO che sembra attanagliare la vita politica e anche, purtroppo, la vita quotidiana di questo paese. Siamo pieni di illusioni, pieni di speranze. Non abbiamo una briciola di velleitario ottimismo, forse, ma abbiamo un sacco di spirito di iniziativa. In un mondo dominato dal giovanilismo modaiolo noi crediamo nel nostro ruolo, reale e metaforico, di padri e madri, di responsabili, di fronte alla Storia e alla Vita, di quelli che verranno dopo di noi. Abbiamo un ideale, cazzo, abbiamo un sacco di ideali e non ci frega nulla se quelli con il sopracciglio ben arcuato ridacchiano del nostro idealismo, ma invece soffriamo per quella disillusione che è diventata sordità civica. E’ lì il nostro campo di battaglia, dentro le anime inaridite delle donne e degli uomini di questo paese che non votano più, che non credono più, che non hanno più una prospettiva se non quella di sfangarla finché si può. Per tutti quelli che si sono condannati a sopravvivere da soli, noi urliamo che vivere insieme è possibile, che il cinismo dei fighi e dei delusi non prevarrà, che noi siamo più forti perché quando Aristotele diceva che l’uomo è uno zoon politikon non voleva dire che l’uomo è un animale politico, ma voleva dire che è un animale “che vive in città”, cioè che vive assieme ai suoi simili condividendo, partecipando. Tra essere gregge, come vorrebbe il sistema politico attuale, ed essere cani sciolti (come ci induce ad essere l’amarezza della disillusione) c’è uno spazio enorme per essere soggetto collettivo della nostra cittadinanza.
   4. L’orgoglio dell’essere assieme condito della modestia dei singoli è quindi un elemento centrale del nostro spazio possibile, ma per capirne l’intima natura abbiamo bisogno del quarto segnaposto, l’ultimo. Siamo oltre lo scoramento, certo, ma la nostra voglia di fare si ferma ben AL DI QUA  DEL LIVORE. Non crediamo alla logica fondativa del nemico interno, né a quella bellica del nemico esterno. Ci confrontiamo, sappiamo farlo anche duramente con i nostri avversari, ma l’insulto, l’assalto, la bava alla bocca e il coltello tra i denti non fanno proprio parte del nostro stile. Per agire politicamente in modo efficace sappiamo bene che i nostri argomenti devono essere in grado di scendere dal cervello al cuore, ma ci fermiamo sempre prima della pancia. Lasciamo ad altri la libertà di essere sguaiati, di pensare che la politica sia una sceneggiata da talk show, uno sberleffo. Vogliamo costruire un paese migliore, e non crediamo che questo obiettivo si ottenga limitando il proprio programma alla sistematica distruzione morale del nemico, e basta. Non raggranelliamo le nostre identità confuse attorno al totem della rabbia finalmente liberata, perché a noi interessa stare assieme perché condividiamo un progetto di futuro, più che un rigetto del presente.
 
         In un mondo che ci spinge sempre più ad essere cinici, settari, disperati e rancorosi, che fa di ognuno di noi il solitario guardiano del proprio risentimento, c’è tutto uno spazio possibile di condivisione e di reciprocità, che si allarga di fronte a quelle forze del più deleterio individualismo. Siamo tantissimi, ma non ce ne accorgiamo perché ognuno di noi è troppo preso dal suo lavoro, dai suoi impegni, dai suoi problemi, dalle sue fasulle connessioni sociali, per poter vedere quanti hanno lo stesso sguardo, la stessa voglia di fare, la stessa passione per la vita sociale, la stessa convinzione che o si mette in piedi un progetto di futuro più giusto assieme, oppure non vi sarà alcun futuro per nessuno. POSSIBILE è lo spazio POSSIBILE di quella consapevolezza, almeno io vorrei che quello fosse, un luogo aperto di socialità, condivisione e cittadinanza attiva. Un luogo tutto da costruire, certo, ma se ci accorgiamo che c’è, se entriamo in quello spazio e cominciamo a darci da fare, guardandoci negli occhi potremo vedere che, finalmente, è POSSIBILE .

lunedì 11 maggio 2015

Concerto Dream Folk e Rap a Tor Vergata

La laurea triennale (BA) di Global Governance a Roma Tor Vergata è piuttosto bislacca. Oltre ad essere insegnata tutta in inglese, ci insegnano docenti di tutte le (ex) sei facoltà dell'Ateneo (oltre a molti visiting da diverse parti del mondo). Per come posso, ci insegno anche io, un corso di Global Anthropology. Come al solito, cerco di convincere i miei studenti che l'antropologia è una disciplina veramente ma veramente figa, e per farlo ogni tanto provo a montare qualche lezione/evento. Il 15 maggio abbiamo un concerto/intervista niente male, con due gruppi emergenti dell'area romana, The Shalalalas e gli Occhi Viola.
Iniziamo alle 19 in punto, abbiamo due ore per ascoltare buona musica e cercare di capire come si sono sviluppate quelle sonorità, che percorsi hanno fatto e come si sono radicate nel cuore della Città Eterna.
Siete tutti invitati, sarà un modo piacevole, ne sono sicuro, per imparare qualcosa tutti assieme.

martedì 21 aprile 2015

Shariah? No grazie! Anzi, si', parliamone

E' senza dubbio il momento peggiore di sempre per "parlare bene" dell'Islam, e tanto piu' in una citta' come Roma, che e' diventata, per la sua millenaria tradizione di centro religioso, un esplicito target di minacce un po' folli, un po' terrificanti da parte di sedicenti custodi della tradizione islamica piu' ortodossa.
Proprio per questo e' indispensabile dare spazio a chi non si vuole conformare a questa visione oscurantista della fede musulmana, a chi crede che l'Islam non sia in contraddizione ma in piena armonia con i principi di una vita sociale pacifica, giusta e solidale.
Jasser Auda e' uno studioso di filosofia islamica che sta lavorando proprio in questa direzione, addirittura cercando un fondamento nell'Islam al quadro giuridico dei "diritti umani". La traduzione italiana del suo libro Philosophy of Islamic Law verra' presentata giovedi' 23 aprile alle ore 17.30 alla Libreria Orientalia di via Cairoli 63, a Roma, a due passi dalla fermata Vittorio della metro A.
Come potete vedere da questo interessante video (dal minuto 33 inizia la presentazione del dottor Auda) un Islam NON letteralista sta cercando di trovare spazi di ascolto in un sistema della comunicazione globale che tende invece sempre più a restringerli (basta leggere alcuni dei commenti al video, per capire cosa intendo per "restringere gli spazi di ascolto").
La filosofia islamica nella forma praticata da Jasser Auda resta uno sforzo genuinamente razionale, che ricorda, per chi e' cresciuto dentro l'orizzonte culturale cristiano, l'impegno intellettuale della filosofia medievale. L'obiettivo e' produrre una forma di pensiero non antitetica alla ragione, ma a lei consona. Il sapore che se ne ricava e' (per gli ignoranti come me) un misto di stupore e di compiaciuta soddisfazione, nel vedere che la differenza religiosa non costituisce necessariamente un muro invalicabile, ma puo' essere articolata proprio per trovare punti di contatto tra visioni del mondo diverse tra loro. Spero possiate partecipare numerosi, il professor Auda e' una persona affabile e molto disponibile a un confronto serio e sincero.