2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

giovedì 5 settembre 2019

Ecco cos’è


Vista la lista dei ministri, alti e bassi come stato d’animo. Mi sorprende che gli esponenti del M5S abbiano accettato Luciana Lamorgese (la prefetta anti-lega) al posto di Matteo Salvini, con cui avevano “governato tanto bene”, a sentire loro. Ma è stata una sorpresa di breve respiro, subito accoppiata da un’illuminazione. Ecco cos’è che mi ha fatto sospettare dall’inizio del Conte 2, la mancanza di fiducia.

Non ho mai provato simpatia per il MoVimento, probabilmente per ragioni insieme di stile (la rabbia come espressione pubblica mi ripugna) e di distinzione sociale (mi considero, ebbene sì, decisamente più colto e informato del “grillino medio”, oltre che inserito in un tessuto sociale che non mi fa vivere con frustrazione il mio ambiente lavorativo e la mia rete familiare e amicale, insomma, probabilmente sto troppo bene con me stesso nel mio ambiente per potermi identificare con un travaso di bile costante); ma è anche vero che ho spesso manifestato una certa indulgenza proprio per il tipo umano grillino, tutto ingrifato nei suoi risentimenti, nei suoi vaffa, nel suo vantarsi di essere un anti-PD ignorante fino a suscitare tenerezza. In questi anni romani (dove sono onnipresenti nelle amministrazioni municipali, con monocolori ovunque nelle periferie) ho anzi avuto modo di conoscerne diversi nelle posizioni di decisori pubblici, e ne ho spesso apprezzato l’onestà adamantina e il vero spirito di servizio con cui hanno assunto l’ingrato compito di vedersi bombardati dai whattsapp dei meetup incarogniti perché non gli hanno ancora spostato i cassonetti e perché la grondaia della scuola ancora perde. Insomma, ho considerato gli attivisti 5 stelle degli idealisti sprovveduti, spesso totalmente incompetenti su tutto ma bonaccioni e volenterosi, pronti a sbattersi per la buca sulla via e insomma dei potenziali ottimi portieri di condominio, goffi, certo, ma disposti a mettere le mani in pasta nella cosa pubblica (per la prima volta in vita loro, fulminati sulla via dei vari Grillo tour).
Per questo, ero estremamente favorevole al dialogo col PD dopo le elezioni del 2018 e ho accolto con stizza il narcisismo plebeo di Renzi e la sua odiosa “politica dei popcorn”.

Ma ora che il destrorso Luigi di Maio ha prodotto una metamorfosi così profonda del movimento (iniziata però già nella scorsa legislatura, quando i 5S si rifiutarono di votare lo ius soli temperato per le seconde generazioni) e ha dimostrato (con gentaglia come Toninelli) che si può essere carogne fino in fondo pur essendo della prima leva del MoVimento; che insomma dietro la rabbia dei vaffa day non c’era solo l’indignazione goliardica della cittadinanza ferita, ma anche (e molto solido, in effetti, al punto da diventarne il Portavoce politico) il ghigno del gangster senza scrupoli pur di gestire la banda, ecco a quel punto a me è venuta meno la naturale fiducia che provo per il genere umano, tanto più se molto diverso da me.

Lo so che è del tutto improduttivo come atteggiamento, ma sono troppo vecchio per cambiare uno stile che mi porto dietro da sempre, vale a dire la convinzione che chi di sta di fronte è una persona tutto sommato per bene, che non tira necessariamente a fregarmi e che sta cercando di dirmi con sincerità come la pensa. Questo approccio ottimista mi ha ovviamente procurato qualche rogna, ma in generale mi ha facilitato tantissimo il mio lavoro di antropologo, soprattutto sul campo, perché instaura fin da subito un patto di fiducia con l’interlocutore. Bene, questo patto, con i 5 stelle del primo Governo Conti, è completamente saltato. Io di ’sta gente proprio non mi fido, mi sembrano infidi oltre qualunque accettabilità e proprio la nuova Ministra degli Interni mi sembra un sintomo gravissimo che la mia sensazione è fondata: se gli sta bene Lamorgese dopo Salvini, vuol dire che proprio gli sta bene tutto, pur di comandare. Gli avessero proposto Martin Luther King o Joseph Goebbels, andava bene uguale.

Spero che il PD resti sempre in allerta, pronto a staccare la spina appena si scoprissero ulteriori voltafaccia in arrivo. Il contatto tra PD e M5S andava fatto prima di tutto sui territori, nelle amministrazioni locali, provando a stanare i 5 stelle dalla loro bulimica apatia ideologica, che gli fa ingoiare tutto e il contrario di tutto. Il PD si sarebbe dovuto assumere la responsabilità del fratello maggiore che deve prendersi cura del fratello un po’ tonto ma con tanto potenziale. Ho veramente paura che questa alchimia delle stanze arcane non porterà nulla di buono alla base del PD (tutto a vantaggio della faciloneria e superficialità ideologica della base dei 5S) e spero tra l’altro di uscire presto da questo stato d’ansia cui da qualche settimana somatizzo i miei timori politici.

mercoledì 4 settembre 2019

E allora il PD!


(Sistemo e aggiorno qui alcune cose che ho scritto a frammenti su Facebook in queste settimane di crisi di governo).
Ora che le acque, almeno per un po’, si calmeranno, vale la pena di fare una rapida riflessione sui pro e contro di questo nuovo governo. Come al solito, non mi interessano i rapporti materiali, ma quelli simbolici, e che forma stiano prendendo o abbiano preso in questo mese agostano.
Io vedo due direzioni contraddittorie, una di sviluppo negativo, l’altra invece più ottimista e quindi con quella concluderò questa mia nota.

1. Non siamo tutti uguali
L’aspetto più deleterio di questo governo è che fa, inevitabilmente un mischione. Governare con gli stessi che solo un mese fa governavano con la destra più becera mai vista nell’Italia repubblicana è un danno di immagine grave per il PD, una macchia identitaria che solo una buona prassi (sui cui dubito molto, con questi alleati) potrà rimuovere. Al di là degli aspetti morali (governare con questa feccia? Mai!) che trovo stucchevoli, mi preoccupa la confusione cognitiva, che si sta espandendo anche dentro il partito. Secondo questa confusione, il PD è solo un altro partito come gli altri, senza alcuna specificità (non parlo di superiorità morale, eh), una cinica macchina di governo e potere senza alcuna motivazione di ordine ideale. Questa postura ha già prodotto l’effetto interno del renzismo, e quello esterno dell’antirenzismo tradotto in antipiddismo viscerale. Intendo che Minniti senza Renzi non avrebbe praticato le sue imbarazzanti politiche di contenimento all’immigrazione e non avrebbe in un certo senso sdoganato il razzismo sottotraccia della sinistra italiana. La conseguenza di questo sdoganamento è soprattutto la convinzione, anche da parte di membri del Partito Democratico, che vi sia una qualche continuità tra le politiche del PD renziano (e alcuni tornano indietro fino a come Veltroni trattò (vergognosamente) la questione rom a Roma) e quelle dei Decreti sicurezza, e che quindi non ci può ora essere scandalo se il PD governa con quelli che quei decreti li hanno comunque votati e se ne sono anzi assunti la responsabilità. Sul fronte opposto, antirenziano, l’argomento della continuità è utilizzato per sancire la totale commistione del Partito con la destra e la sua ideologia, deridendo chiunque ancora veda nel PD un partito di Centrosinistra. Io credo che questo argomento continuista (sottutugualidanavita) sia non solo nocivo alla sopravvivenza del PD, ma profondamente errato.
L'argomento "e allora il PD?" è noto e stantio. Che i governi precedenti abbiano lavorato poco e male per i diritti dei migranti è cosa nota e risaputa almeno dalla Bossi-Fini (e si può ragionevolmente argomentare dalla legge Martelli e dal sistematico uso della nozione di emergenza che ha condotto a casi costanti di eccezionalità, girati dal positivo al negativo negli anni). Ricordo però, dieci anni fa, un bastardissimo Maroni gongolare il suo "finalmente cattivi!" dopo l'ennesima porcheria e quel ricordo è per me promemoria indelebile che NON dobbiamo dimenticare che ogni legge ha un contenuto tecnico e una dimensione valoriale, definendo cioè non solo cosa fare ma anche cosa il mondo è simbolicamente per le persone sottoposte a quella legge. L'intento valoriale dei decreti sicurezza (come nel caso della legge sulla legittima difesa) è preponderante su quello tecnico fattivo. Dicono che le ONG sono associazioni a delinquere e che ci sono esseri umani di seconda categoria rispetto agli italiani. Nessuna legge (dopo le leggi razziali del 1938), aveva più osato formulare un tale sistema di valori. Ridurre tutto ai tecnicismi del contenuto legale significa cedere alla logica salviniana incorporata dai 5S.
Dobbiamo semplicemente distinguere i legislatori come Turco-Napolitano e financo Minniti da fomentatori dell'odio pubblico come CasaPound e Salvini. Se è tutto uguale poi si finisce nella palude morale in cui è finito il M5S, che per non essere né di destra né di sinistra ha avallato le peggio sconcezze definitorie e se ne vanta pure. In questa fase, se non siamo in grado di distinguere i nemici dai compagni (per quanto compagni "che sbagliano") rischiamo di fare più danni col fuoco amico. Magari pure benintenzionato. Siamo nel pieno di una guerra culturale: dobbiamo dire da che parte stiamo e rimproverare i nostri sodali se sbagliano, ma non confonderli mai, mai, coi nostri avversari.

2. La politica è dire alle persone che cosa sono
Questo argomento negativo nella valutazione del governo in fieri può essere però anche impiegato per trovare uno spiraglio di luce. Dire che la Legge istituisce di fatto quel reale che si limiterebbe a regolare è un argomento che si può estendere alla Politica in generale. La politica, infatti, non è solo l’arte del possibile, la capacità di realizzare i propri obiettivi o una forma regolata di conflitto. La politica è anche un discorso sulla realtà sociale, una “definizione” di quella realtà parimenti istitutiva.
Per sconfiggere il salvinismo “sul campo” (battaglia che deve ancora cominciare) si sarebbe dovuto chiedere alla gente comune, ai colleghi, ai vicini, ai parenti, agli amici, di smettere di credere di somigliare all'immagine che di loro hanno dato i politici del primo governo Conti. Non siamo un popolo di individualisti frustrati, di tremebonde beghine, di criminali corrotti e odiatori di professione. Quelli sono gli sfigati del mondo, che sempre ci sono stati e sempre ci saranno, nelle loro patetiche frustrazioni individuali, nelle loro sconfitte personali, nelle loro meschine e anche commiserevoli solitudini. Gli italiani sono un popolo impegnato nell'associazionismo, nel volontariato, nei progetti di realizzazione del bene comune. Gli italiani sono un popolo da lunghissimo tempo abituato alla differenza e senz'altro non spaventato storicamente dalla differenza. Gli italiani non hanno una fede incrollabile, hanno pratiche tolleranti, e anche se spesso fa loro comodo che qualcuno tiri la carretta al loro posto, non gli va mai che poi quel qualcuno cominci a pisciare fuori dal vaso, a supporsi predestinato, a dare ordini non richiesti. Gli italiani sono, nella loro grandissima maggioranza, poco interessati a questioni di razza e primazia, tutti bastardi come sono, figli dei nord e del sud, dell'est e dell'ovest, sempre in cerca di radici ma sempre capaci di portarsele a spasso.
Gli italiani sono pigri, questo è vero, ma la pigrizia è un segno di intelligenza, la capacità di fare le cose con il minimo dispendio di energie. Non sono corrotti, però, non sono fascisti, però, non sono escludenti per brama di potere, però. Se il governo che si prepara, nella sua componente 5S, pretende che ci rispecchieremo ancora a lungo in questa immagine distorta del paese, sia informato che non attacca. Torneremo alle nostre case, ai nostri affetti allargati, al lavoro nei quartieri, al nostro volontariato, al nostro associazionismo, a quei corpi intermedi che tengono in piedi questo paese e che il Conti1 ha cercato di spazzare via in nome di quel che Salvini ha chiamato "pieni poteri": un rapporto unico e diretto tra una massa di individui amorfi e il Caro Leader che li blandisce fin quando non li bastona. Siamo ancora nelle sezioni, nei comitati di quartiere, nelle parrocchie, nelle associazioni territoriali, nelle ONG, nelle feste dei comitati e nelle cene tra amici delle superiori. Molti di noi si sono stufati di vedersi rappresentati in questo modo schifoso e hanno smesso di votare, ma io spero che questo nuovo governo trovi il coraggio di darci voce, di non soffocarci, di non confonderci con la massa rancorosa.
Non perché la massa rancorosa non ci sia, certo. Per anni Grillo prima e poi Salvini in corsa sulla brace della frustrazione hanno soffiato convinti forse anche solo di esserne i portavoce, mentre ne erano i macchinisti alla caldaia. Ma io so bene che la gente non “è”, la gente “diventa” secondo la spirale del silenzio: ai tanti che hanno elaborato una loro prospettiva e una visione del mondo si contrappongono i tantissimi che fiutano l’aria, e scoreggiano se sentono puzza, mentre invece si danno un tono se in giro sembra prevalere la buona educazione.
Se questo governo dirà agli italiani che hanno tanto da fare, che non sono individui scalcinati in lotta con il mondo, ma sono parte di un tessuto sociale sano che deve ancora rafforzarsi, allora, forse, sarà valsa la pena di ingoiare questo rospo da entrambe le parti.

lunedì 12 agosto 2019

Per capire che aria tira (cittadinanza e inclusione)


Lontano dalle incombenze didattiche, sto finalmente studiando un po’ a ruota libera, una bella lista di libri e pdf soprattutto in vista di un articolo commissionato da consegnare a metà novembre e un libro che nei miei sogni dovrebbe essere finito a metà settembre. Entrambi affrontano tematiche religiose per cui mi capita di leggere cose interessanti come queste (che prendo da Cinzia Sciuto, Non c’è fede che tenga, Feltrinelli 2018, un libro che per altro mi convince poco, sottotitolato un po’ furbescamente “manifesto laico contro il multiculturalismo”, frase che mette insieme quattro parole che apprezzo pochissimo, tanto più in questa combinazione) che trovo a pagina 58:

…il sociologo Farhad Khosrokhavar [che è uno che ha etnografato terroristi islamici in carcere, per dire, mica uno che parla per sentito dire] distingue un “islam dell’integrazione”, un “islam dell’esclusione” e un “islamismo radicale” [la fonte è un saggio in una vecchia raccolta curata da Annamaria Rivera nel 2002].
Nel primo tipo – il più diffuso ma anche il meno visibile perché meno militante – l’islam è vissuto non come appartenenza a un gruppo ma come “costruzione di una identità singolare in seno alla società francese”. L’islam dell’esclusione è invece, sempre nelle parole di Khosrokhavar, “una forma di costruzione neo-comunitaria di un senso che fa riferimento al sacro, in cui il soggetto […] cerca di conferire un significato alla propria esistenza tenendosi in disparte rispetto a una società nella quale non crede più di avere la possibilità di fare parte degli ‘inclusi’. Mentre l’islam dell’integrazione cerca un riconoscimento in seno alla nazione, l’islam dell’esclusione è caratterizzato dall’assenza di fiducia in una società che ha rifiutato a questi giovani l’integrazione”.
Questa è la forma di islam più problematica per un sistema democratico e liberale, non solo perché, essendo “per sua natura ambiguo”, può rappresentare un piano inclinato che porta verso la terza tipologia di islam, ossia quella della radicalizzazione fondamentalista, ma anche perché, anche quando rimane del tutto non violenta, contribuisce a creare divisioni, ad alimentare un senso di esclusione e non dà il suo contributo a una società coesa.


Sono in vacanza in Sicilia, con internet razionato, ma le vicende politiche degli ultimi giorni e la crisi in atto mi si intrecciano costantemente con quel che leggo (un’altra serie di suggestioni in questo senso, una specie di attualizzazione dell’antropologia politica, mi viene dalla lettura conclusiva delle bozze di Il potere dei re, di David Graeber e Marshall Sahlins, che ho tradotto assieme a Chiara Cacciotti e Simone Cerulli e che uscirà con una mia introduzione a ottobre per Raffaello Cortina editore) per cui mi è partita involontaria la connessione tra questa tripartizione del mondo islamico nel contesto francese e una più generale tripartizione su come gestiamo la cittadinanza negli stati in cui viviamo, in particolare in Italia. Molti di noi si sentono partecipi di una “cittadinanza dell’integrazione”: credono di avere certi diritti e doveri, e pensano che questo modello di cittadinanza cui partecipano sia un progetto in gran parte individuale che costituisce una porzione rilevante della propria posizione in seno alla comunità nazionale. Io, per dire, mi sento chiaramente parte di questo tipo di cittadinanza: ho un lavoro nel settore pubblico che mi piace molto ed è remunerato in modo decente, lavoro che mi permette di pagare una quota considerevole di tasse dirette e indirette, grazie a cui accedo a una serie di servizi per me e i miei cari, dalla sanità, all’istruzione, alla mobilità pubblica. Il patto sociale, per così dire, per me funziona e anche se avrei certo richieste di miglioramento non posso certo lamentarmi, guardandomi intorno. Perché se mi guardo attorno vedo un altro tipo di cittadinanza, la “cittadinanza dell’esclusione”, dei molti (in numero crescente) che per un motivo o per un altro non si sentono più parte degli “inclusi” come me. Si tratta di molte persone che non hanno un lavoro adeguato a quelle che considerano le loro qualità, o che non hanno un lavoro stabile, o non è abbastanza pagato, o non c’è del tutto. Persone che vivono lontane dai posti che loro considerano importanti per la loro vita e faticano a raggiungerli; che hanno abitazioni non adeguate, o del tutto insufficienti; o che comunque, quale che sia la loro situazione lavorativa, si sentono defraudati, manca loro qualche cosa, fosse anche solo il riconoscimento delle loro vere capacità, e non prendono più parte attiva alla vita sociale del loro paese perché non possono o perché hanno sviluppato un senso di rifiuto, una specie di mancanza di significato del loro agire. Queste persone tendono a ritirarsi vagheggiando un tempo o uno spazio in cui, invece, quella dimensione includente c’era: si colloca in un tempo mitologico che spesso dipende dalle proprie predilezioni morali e politiche, ma è un passato comunque migliore dello “schifo” attuale. E questi cittadini “dell’esclusione” più di tutto sviluppano un cupo risentimento perché sanno che la vita va così, ora, ma non è un destino ineluttabile, e se non fosse per questo o per quel motivo, per questa o quella causa, la loro vita sarebbe (o almeno sarebbe stata) ben altra cosa.
Il lavoro della politica, nel nostro paese ma non solo, era stato finora quello di attrarre (producendo ovviamente le necessarie condizioni politiche ed economiche) i cittadini “dell’esclusione” verso gli spazi “dell’inclusione” ma da qualche anno (diciamo un decennio, circa, a cavallo della crisi economica del 2008) si è aperta una nuova opzione di attrazione per i cittadini che si sentivano esclusi, vale a dire uno scivolamento verso una terza opzione, in crescita vertiginosa direi in tutto il mondo occidentale, vale a dire una cittadinanza “radicale”, fatta di manicheismo identitario (se non sei mio amico sei mio nemico) e una vena di megalomania etnica (“noi”, definiti vagamente come gruppo etno-razziale, siamo comunque migliori e abbiamo la precedenza su chiunque altro). Certo, gruppuscoli fascisti ci sono sempre stati in tutti gli stati moderni, ma dal secondo dopoguerra fino a tempi recentissimi erano, appunto, gruppuscoli, che potevano attrarre solo la marginalità estrema. Oggi, e basta veramente guardarsi intorno in Europa, in Asia e in America, questa concezione “estremista” della cittadinanza sta provando a diventare maggioritaria, e in certi spazi lo è già.
Se questo quadro fosse corretto, si potrebbero leggere le tendenze di voto di questi ultimi due anni in Italia come un travaso dalla cittadinanza “dell’esclusione” a quella “radicale”, con la cittadinanza “dell’inclusione” incapace di mettere bocca in questo gioco al massacro. La lotta politica che ci si apre davanti, quindi, non è quella parlamentare per capire se si debba fare o meno un governo o andare a votare, ma quella culturale, per capire che cosa intendono fare i cittadini “dell’esclusione”, visto che è evidente che da soli non hanno i numeri per auto-affrancarsi con un’azione politica diretta e tutta autonoma (come ha cercato di fare prima di questo governo il M5S), non fosse altro che molti “dell’esclusione” non partecipano (per definizione) in alcun modo alla vita politica, e non votando non possono certo contribuire a un processo di emancipazione degli esclusi. Possiamo quindi valutare questi esclusi (se prendiamo la somma M5S+non voto come un proxy attendibile di questa condizione, stiamo parlando del primo partito d’Italia, altro che Lega) che hanno diverse opzioni di qui ai prossimi mesi:
1. travasare nei cittadini “radicali” (ma forse questa opzione è già stata portata termine praticamente per intero; gli esclusi che vedevano un’opzione nel rafforzamento etnico della loro identità hanno già fatto il salto in questi mesi, come sembrano indicare i flussi elettorali dal M5S alla Lega)
2. restare esclusi inattivi o iniziare ad esserlo (quindi continuare a non partecipare al voto o smettere di votare se lo si era fatto di recente, coltivando il proprio risentimento come forma dell’identità; questa è al momento l’opzione più probabile)
3. attivarsi al margine, quindi riversare nel MoVimento (o continuare a farlo) la speranza che si possa coagulare il benedetto 90 percento di grillina memoria e produrre la palingenesi sociale.
4. aprire una trattativa con la cittadinanza “dell’inclusione” e vedere che margini ci sono per una collaborazione (ma a che questa, alla luce del sole, sembra più un’apertura tattica da politicanti, che non una vera mutazione culturale)

Come cittadino e come partecipe del mondo dell’istruzione io mi impegno a lavorare con i gruppi 2 e 3, per evitare che cedano alle sirene di 1 e provando ad aprire degli spazi di interlocuzione verso 4. I cittadini che “si sentono” esclusi non sono ipso facto esclusi e almeno alcuni, a mio modesto parere, ci marciano attivando la nota tendenza nazionale al piagnisteo deresponsabilizzante, ma resta verissimo che questo paese ha ancora molto lavoro da fare per realizzare l’articolo 3 della Costituzione nella sua interezza. Al di là delle questioni elettorali, si apre una grande battaglia culturale nel nostro paese, per decidere se la cittadinanza che pratichiamo o subiamo debba essere prima di tutto inclusiva, esclusiva o escludente. Tutti abbiamo il dovere di partecipare a questa battaglia, discutendo, difendendo le nostre idee e restando disponibili a cambiarle quando qualcuno ne avanzasse di migliori.



venerdì 7 giugno 2019

Lavorare a Fienile


Sono più di due anni che, come Tor Vergata, ci sbattiamo per il polo ex Fienile, cercando di farlo diventare uno spazio comune per il territorio, senza ridurlo a spazio esclusivo di un pugno di abitanti delle strade lì attorno, e senza farlo diventare una specie di avamposto dei Servizi sociali per il disagio delle periferie.

Da una parte ci rendiamo conto che “il territorio” ha diritto di esprimere le sue esigenze, di trovare spazi di espressione (artistica e ludica), ma crediamo anche che il Fienile abbia le potenzialità per diventare un posto più inclusivo, un hub per attività anche piccolo-borghesi (come la Scuola di politica) e decisamente culte (come certe presentazioni di libri), oppure aperto agli abitanti romani non di Tor Bella Monaca, di altri quartieri, di altri spazi.

Il dramma di Torbella, se possiamo dire così, è il suo assurdo orgoglio identitario. Non c’è nessuna ragione, veramente, nessuna, per essere “orgogliosi” di appartenere a Tor Bella Monaca. Attenzione, non fraintendete il senso: non è che pensiamo che, invece, venire da Talenti o Monti potrebbe legittimare altri orgogli identitari, figuriamoci. Siamo sempre più convinti che la vera sciagura della città di Roma è il suo coltivare micro-identità tutte tronfie: siano quelle della borghesia papalina arroccata nel Centro storico; del generone convertito alla pubblica amministrazione della periferia storica; del proletariato sottoproletariato angustiato dalla crisi e dalla cronica carenza di servizi nella periferia stremata a cavallo del GRA.

Se non fosse che c’è un sito bruttissimo che ne ha fatto un’orrida bandiera del “decoro”, vorremmo dire a gran voce che “Roma fa schifo”, tutta ripiegata in sé stessa, nei suoi quartieri (curati o anonimi, di destra e di sinistra, proletari e borghesi), miope, incapace di vedere quel che semplicemente le sta a fianco, sospettosa di chiunque venga appena un poco da fuori (da fuori del cerchio di vie che è “il mio territorio”), rancorosa verso i cafoni quando piccolo-borghese, e roca di sospetto populista quando sottoproletaria e stracciona. Quella “mamma Roma” da cui veramente scappava incazzato Remo Remotti (attenti, ragazzi, lui era pieno di rabbia, non confondete la sua invettiva con la patetica malinconia del remake di Cranio Randagio, vittima inconsapevole della stessa mentalità che aveva fatto andare ai matti Remotti), fatta soprattutto di «sto nel mio piccolo, e per quanto merdoso è “mio”, quindi non mi cagate il cazzo, ed è “piccolo”, quindi non mi angoscia quanto invece mi angoscia questo schifo di spappolamento urbano, di dispersione, di confusione».
Ecco, Tor Vergata al Fienile, con le attività del LaPE in particolare, ha cercato di combattere l’emarginazione che diventa auto-ghettizzazione, il gusto da Sinn Féin Amháin ("ourselves only / ourselves alone / solely us") che detestiamo da quando siamo tornati dall’Irlanda, vent’anni fa.

Litigando quando necessario, e rompendo anche qualche ponte che si era rivelato un muro refrattario, Tor Vergata va avanti col suo lavoro di raccordo, per fare del Fienile un posto di espressione locale e di intersezione cittadina, un posto pubblico nel senso compiuto della parola.
Continueremo a lavorare in sintonia con l’Associazione 21 Luglio e con l’Associazione Culturale Psicoanalisi Contro (con cui gestiamo il polo ex Fienile secondo il progetto del Comune che ce lo ha assegnato), ma anche con chiunque, privati cittadini, imprenditori e associazioni locali e territoriali, associazioni cittadine e nazionali, vogliono fare del polo ex Fienile uno spazio di condivisione, non identitario. Uno spazio in cui le diversità si confrontano, non competono ma collaborano, con un fine generale condiviso: produrre cittadinanza, consapevolezza, conoscenza, partecipazione trasversale interclassista, interlocale, interetnica. Perché crediamo che la politica è la capacità di articolare un discorso pubblico collettivo, finalizzato alla consapevolezza del vivere associato. Tutto il resto è guerra tra bande.

Sabato 8 giugno ci incontriamo per raccontarci quel che abbiamo fatto quest’anno e per aprire nuove piste di lavoro per l’estate e l’anno entrante. Si parla, come al solito ci sarà arte, musica e scienze sociali, ma offriamo anche un aperitivo. Vorrei che veniste se siete di Torbella, se non siete di Torbella, se siete cittadini romani e se non lo siete, se siete italiani e se non lo siete, se siete giovani e se siete anziani. Se vi interessa che questa città acquisti una forma, ecco, quello è il vero criterio sulla base di cui vi invito: venire a vedere, a partecipare a condividere un progetto di costruzione dello spazio pubblico nella città di Roma. Non ce ne sono tanti, di spazi come questo (un altro in costituzione, con altre risorse, potrebbe essere questo). È uno spazio ancora neonato, con un sacco di gelosie e ritrosie, ma se tutti, locali e non locali, ne prendiamo idealmente possesso, potrà diventare veramente un luogo speciale, un nucleo per pensare alla città di Roma in modo diverso e per farla funzionare diversamente. 




lunedì 27 maggio 2019

Il doppio record del Municipio delle Torri


Guardando a queste europee dalla periferia romana, colpisce il doppio dato del VI municipio, detto delle Torri, quello dove si trova l’università per cui lavoro, Tor Vergata, e il polo culturale ex Fienile con cui lavoro sul territorio.

Il dato è il doppio record, di voti alla Lega (il massimo in città, 36,8%, mentre nel comune è al 26%) e di affluenza alle urne (in questo caso il minimo a Roma, 42,4, nettamente inferiore al 56,5 dell’intero comune). Allora, dalle mie parti si vota pochissimo, e si vota a destra alquanto arrabbiati, pare.
Non ho idea di come la prenderanno i locali amici 5S, convinti che la valanga che aveva eletto Virginia Raggi avesse un’impronta sanamente popolare, e non biecamente populista come altri temevano.

A me resta il senso di sgomento per le prospettive di questa città. Per prendere il 26 (e quasi il 37 in periferia) la Lega ha potuto pescare candidati ovunque nel paese, date le dimensioni ultraregionali dei collegi elettorali. Ma se spera di bissare il successo alle prossime comunali (come sembra aver puntato da mesi, da quando Salvini ha iniziato a stuzzicare la sindaca ad ogni occasione) la Lega dovrà trovare candidati nella città metropolitana, e su questo c’è veramente da temere.

Se il M5S poteva far conto su una marea sbriciolata di semplicioni un po’ bislacchi ma anche bonari e fondamentalmente innocui (ormai è evidente: si sono candidati e sono stati eletti quasi tutti “individui”, veri cani sciolti con pochissimi precedenti legami intermedi con il corpo sociale e politico della città, e senza veri contatti con l’associazionismo, che è invece la spina dorsale che ancora impedisce a Roma di collassare su sé stessa), la strategia di reclutamento della Lega dovrà essere ben altra. Per fare l’amministratore grillino bastava avere un po’ di buon cuore, tanto amore per il popolo e una dose di risentimento adeguata, ma per candidarti nella Lega a Roma devi proprio essere cattivo, di quelli duri, che gli viene la bavetta all’angolo della bocca a forza di parlare nel megafono; che parla male di papa Francesco e dei suoi cardinali comunisti; che strizza l’occhio agli ultrà più violenti e che pensa che la crisi abitativa (cronica in questa città) vada risolta una volta per tutte con gli sgomberi; che crede veramente che i rom non si meritino le case popolari in nessun caso (ma non meritino neppure di vivere nei campi, e vai di ruspa); che credono veramente che “Mussolini ha fatto anche cose buone”; che non hanno alcun ritegno nell’incazzarsi e nel mostrare i bicipiti; che amano indossare divise, possibilmente di Forze dell’ordine.

Dove li andrà a reclutare, tutti questi celoduristi in una città come Roma, da sempre attenta ad essere tollerante, molliccia fino al fastidioso, pigra fino al punto di essere pacifica pur di risparmiare energie? Io ho il timore che dovrà proprio raschiare il fondo del barile sociale della città, prendersi il peggio del peggio e consegnargli la città: tiè, fanne strame.

Per questo dobbiamo continuare a lavorare, a fare il nostro lavoro di formazione, di inclusione, di preparazione. Portare i tanti disillusi a partecipare, a votare, a far sentire la loro voce anche se non è un urlo incazzato, anche se è solo una storia di periferia, di vita quotidiana, di battaglia coi bus e con i servizi che mancano.
Per questo non molliamo, noi del fienile, con la nostra Scuola di politica, e domani ospitiamo Renato Curcio. Un nome condannato dalla sua condanna (scontata tutta), un sociologo che ha molte cose da insegnare (più ora, direi, di quante non ne avesse quando è stato messo in galera) e una testa che non ha mai smesso di pensare connettendosi al pensiero di altri. Vi aspettiamo, alle 18, a largo Mengaroni, a Torbellamonaca.

martedì 21 maggio 2019

Tiziano Scarpa al Macro


Giovedì 23 maggio Tiziano Scarpa sarà al Macro Asilo per parlarci di “figura umana”, vale a dire di tutto. Di tutto quello di cui si è occupato e di cui ha scritto; per contribuire con la sua sapienza al percorso di messa a fuoco dell’UMANO, la parola che mi è stata affidata per la Stanza delle parole di quest’anno.
Credo che Tiziano Scarpa sia un importante autore della letteratura italiana dei nostri tempi. Molto importante. Non ho le competenze per porlo in qualche graduatoria, ma le cose che ho letto di lui sono sempre state importanti non solo per il mio grandissimo piacere di lettore (di nuovo, non ho un quadro comparativo amplio, ma come non notare il folle lavoro di cura che Tiziano Scarpa mette nella sua scrittura?) ma anche, non so come dirlo altrimenti, nel mio impegno di cittadino.
La sua politica dell’umano è nitida, ed è lo sforzo di essere verace, di parlare proprio di quell’umanità comune, spesso pochissimo eroica se non affettuosamente meschina, nella quale siamo tutti ingolfati noi che non pretendiamo di essere eletti alla prossima tornata, che non ci mettiamo di profilo perché ci devono premiare, che non accettiamo il sopruso, la prevaricazione e la violenza come nostre strategie dominanti. Una mansuetudine però del tutto irrequieta, non pacificata, mai sottomessa, insomma uno stile umano che io trovo molto vicino alla mia vita, e che mi pare raffiguri un ritratto sociale molto importante per capire dove stiamo e cosa facciamo.
Io dico che questo evento è imperdibile. Il LaPE sarà al Macro per documentare tutto, giovedì 23 maggio ore 17.

sabato 18 maggio 2019

Come siamo diventati novax

Roma Today, per noi poracci cittadini capitolini, non è male come giornale online. Una città così sbriciolata come Roma, incapace di produrre un'immagine complessiva e comprensibile di sé e sempre ancorata alle sue millanta microscopiche identità locali e rivali ha bisogno di uno spazio almeno nominale di raccordo (altro che anulare) e Roma Today con le sue sezioni per municipio costruisce le notizie fino a farle diventare qualcosa che somiglia più a un picasso ubriaco che a un compiuto ritratto borghese, ma del resto non si può cavare sangue dalle rape e ognuno ritrae quel che c'è, e se quel che c'è è frammentato è giusto che così venga rappresentanto.

Insomma, non ce l'ho con Roma Today, ma vorrei ricostruire un dettaglio sottile della comunicazione, del tutto irriflesso immagino, e prenderlo come sintomo di qualcosa di più grande, forse di quel che sta succedendo e che fatichiamo ancora a delineare.
Guardate l'immagine qui a sinistra, una schermata del mio cellulare. Il "caso xylella" ha già i suoi esegeti (Luciano Capone ha fatto un lavoro certosino) che ne hanno evidenziato la natura esemplare nel tenere assieme: cattiva magistratura (i magistrati che si mettono a fare ipotesi "scientifiche" è un fatto ributtante in un paese civilizzato), cattiva informazione (ci arrivo subito), cattiva politica (il modo il cui il M5S ha cavalcato fobie irragionevoli più che irrazionali è imbarazzante) e cattiva cittadinanza (una battaglia completamente sbagliata è stata assunta come senso comune del popolo).

Morale? La xyella si è diffusa e continua ad essere una peste ingestibile perché "la gente" aveva paura che si diffondesse; "la giustizia" ha interrotto il lavoro della "scienza" provando a sostituirla, e "l'informazione", con pochissime eccezioni, ha lucrato sulla paura per vendere copie e click.
Tornate ora a guardare l'immagine in alto a sinistra e guardate il soggetto e il verbo: l'Unione Europea AMMETTE. Nel significato qui impiegato, ammettere, ci dice il vocabolario Treccani, significa

"b. Riconoscere, consentire: ail proprio erroreadi aver tortoain giudizio le proprie responsabilitàala buona fede dell’avversarioammetto che sia così

Ammettere, in sintesi, è ritrarsi da un errore commesso. Quindi l'Unione Europea, a pochi giorni dalla richiesta di archiviazione che lo stesso tribunale di Lecce è stato costretto a fare per le accuse agli scienziati sul caso xylella, sembrerebbe riconoscere qualche suo errore o torto. Se questo non bastasse, il sommario dell'articolo sembra inoltre confermare che una sedicente cura è efficace:

Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"
Secondo l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, "una diminuzione statisticamente significativa della gravità della malattia è stata osservata negli alberi trattati" con il metodo del ricercatore italiano Marco Scortichini.


Quindi il titolo e il sommario sembrano indicare che la battaglia popolare (giudici veramente a servizio del popolo, politici non corrotti  e cittadini consapevoli e non sottomessi) era una battaglia giusta, visto che l'UE ha ammesso un suo errore, e la cura sembra efficace.

Eppure, se leggiamo il contenuto dell'articolo leggiamo una storia completamente, diversa, addirittura opposta:

Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"
Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"

Il documento era balzato agli onori della cronaca nei giorni scorsi perché, di fatto, ha sancito che finora non esiste una cura scientificamente provata che elimini il batterio della Xylella. Motivo per cui, ha ribadito l'autorità, le uniche misure da attuare per fermare il contagio sempre più devastante, come denunciato dalla stessa Efsa, sono quelle che prevedono l'abbattimento degli ulivi malati. Che stando a dati della Coldiretti, avrebbero raggiunto i 21 milioni

Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"

Il danno al settore olivicolo pugliese e italiano è enorme. E la paura è che il contagio possa colpire il resto dell'Europa. Eppure, c'è chi ancora si oppone agli abbattimenti. E lo fa anche portando l'esempio delle ricerche effettuate negli ultimi tre anni dal batteriologo Marco Scortichini e dal suo team


Luca Sofri riflette da tempo sul sistema della titolazione attribuendone le storture anche alle ristrettezze dello spazio disponbile, ma è chiaro che qui stiamo assistendo a qualcosa di più complicato. Un giornale fa dell'informazione corretta (dice che la cura è inefficace e che non ci sono alternative all'eradicazione delle piante per fermare il contagio) ma nasconde questa notizia corretta sotto una titolazione che invece sembra messa lì apposta per attrarre i complottisti (ecco, l'UE ammette!) e i cultori delle cure para-scientifiche (te l'avevo detto che c'era una cura, basta affidarsi agli scienziati "veri", mica a quel magna magna di professoroni e Big Pharma).

Nella corsa folle a capire il senso di un mondo semplicemente troppo complicato per poter essere lasciato a stesso, che ci interpella quindi e pretende che gli diamo un senso, scorriamo le news tra un whattsapp e l'attesa della metro, mentre la figlia si organizza per la scuola e il collega vuole sapere se abbiamo presentato quel rapporto al direttore.

Di tutta la storia della xylella (giudici sempre più convinti di essere il baluardo della civiltà; panico tra la folla; politici che raccattano consenso sullo sdegno ignorante) ci resteranno in tasca e in qualche meandro subconscio del cervello solo "l'UE ammette" e "la diminuzione statisticamente significativa della malattia" e riprenderemo la nostra marcia angosciata nel mondo convinti di aver avuto un'altra conferma che è tutto un magna magna e che noi, cittadini accorti e informati, la sappiamo lunga, sappiamo veramente come stanno le cose.