2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

domenica 4 dicembre 2016

Uomini in movimento

Tranquilli, non sono gli sconfitti del refendum, gli uomini in movimento di cui parliamo lunedì 5 e martedì 6, ma noi uomini in generale, alla ricerca di capire quel che siamo, come stiamo organizzando (riorganizzando) la nostra condizione di genere, la nostra sessualità, il nostro "essere uomini". Se non affrontiamo in profondità questo tema sarà difficile uscire dalla crisi, che è ben più che economica, e vede nelle tensioni di genere uno degli snodi imprescindibili.
Siamo a Roma, nella sede stupenda della Società Geografica Italiana, a Villa Celimontana.
Io parlo martedì 5 nel primo pomeriggio, ma sarò presente (quasi) per l'intero convegno. Ci sarà un servizio di traduzione simultanea per i relatori in lingua inglese.
I miei studenti e le mie studentesse del modulo B di antropologia culturale (dedicato quest'anno al concetto di Persona) sono invitati a partecipare. L'invito è esteso a tutte e tutti. Io martedì parlo della costruzione della maschilità tra gli uomini bangladesi, tra Roma e madrepatria.

venerdì 2 dicembre 2016

Perché voterò No al Referendum costituzionale

Ho cercato di scrivere un post spiegando le mie ragioni (da antropologo) per votare No, ma ne è venuto fuori un pippone lungo e in parte indigesto, che potete (se siete masochisti) leggere qui. Provo invece in questa sede a sintetizzare per chi, giustamente, avesse poco tempo.

1. La Costituzione è una carta in buona sostanza simbolica. Non è vero che ha il potere di cambiare la politica o l’economia di un paese, per quella ci vogliono leggi ordinarie. La Costituzione è come un campo di gioco, stabilisce le dimensioni, il tipo di materiale e, quando serve, il tipo di attrezzatura. Ma non dice che sport ci giocherai (pensate ai palazzetti), al massimo te ne vieta alcuni (impossibile giocare a polo in un palazzetto, ad esempio, o hockey sul ghiaccio sulla terra rossa) e soprattutto non ti garantisce mai che la tua squadra vincerà il campionato.

2. Quindi, la Costituzione è lo spazio delle regole condivise PRIMA che inizi l’Agon politico, la battaglia tra chi poi perderà e vincerà di volta in volta. Mettere in piedi una riforma costituzionale con spirito agonistico (se non vinco me ne vado) è folle, perché contraddice (qualunque sia il suo “andiamo nel merito”) nel metodo il fine stesso della Carta, che è integrativo e non divisivo. Fare una riforma intitolandosela è un sintomo grave di insipienza politica. Pretendere di vincere un referendum costituzionale implica l’incapacità di comprendere la funzione di una Costituzione. Per me chi si muove su questo piano è un cannibale politico, gli interessa solo il Potere personale, non il bene del Paese. Se gli interessasse il bene del Paese avrebbe chiesto al Parlamento di fare una riforma, al massimo. Uscendo dall’aula durante il dibattito e il voto.

3. Questo discorso vale tanto per chi vuole “vincere” quanto per chi vuole “far perdere”, e i fondi velenosi di Travaglio e le promesse di denuncia di Grillo sono prodotti nella stessa logica divisiva che nega il valore della Costituzione. Fare le barricate per il No invocando fascismi, stupri della sacralità della carta e il rigurgito centralista e statalista è una strategia divisiva, che ancora una volta punta a far vincere la propria parte e che di fatto si muove nella stessa logica agonistica del gioco a somma zero (se qualcuno ci guadagna, allora qualcuno ci rimette per forza).

4. Quindi non posso votare Sì perché l’intento di questa riforma è, da parte del promotore, la sanzione popolare del suo Potere giammai legittimato dal voto: ha fatto una scommessa quando le quote lo davano imbattibile, e ora si trova a dover drogare di doping il cavallo sbagliato. Non è esattamente quel che si dice uno spirito costituzionale ad aver messo in moto tutto il baraccone, e non me la sento di legittimare una mossa di prevaricazione politica. Ma questo non è un argomento per votare No, dato che bastava cominciare con loro (dai, Berlusconi; suvvia, Salvini: ma fatemi il piacere) per avere gli stessi argomenti per NON stare dalla loro parte (e quindi per evitare convintamente di votare No).

5. Se dunque una riflessione sulla forma mi impedisce di scegliere (sono sbagliate entrambe le motivazioni) posso guardare al contenuto, e questo mi rassicura. Questa riforma costituzionale è terribilmente vecchia, e porta in Italia uno stile di rappresentanza politica che è nato in USA nel secondo dopoguerra, e si è espanso in Europa a partire dalla ventata “di destra” degli anni Ottanta. E’ uno stile che pretende di ridurre “la politica” a una cosa sporca che meno ce n’è e meglio è per i cittadini. Uno stile che pretende di cancellare i corpi intermedi della rappresentanza per creare legami diretti tra un indistinto popolo (sempre più esentato da dichiarazioni di appartenenza di classe e sempre più invece spinto a dichiararsi etnicamente) e una leadership plebiscitaria e ristretta. Io voglio la ritualità del potere, i suoi salamelecchi, i lacci e lacciuoli, proprio perché un potere franco, che “ci mette la faccia”, che pensa a “fare, fare, fare” senza pensare a “dialogare, ragionare, mediare” è quello di cui NON abbiamo bisogno oggi. Io voglio una terza camera, una quarta, che rallenti il ritmo delle leggi (ne facciamo troppe, infatti, e troppo velocemente) che impedisca al ministro di turno di avere carta bianca senza un’ampia e laboriosissima discussione. Io voglio la Palude, unica garanzia di Democrazia compiuta.

6. Certo, sto esagerando, sto provocando. Ma l’idea di fondo spero sia chiara. Io voto No perché questa proposta di Riforma spinge in una direzione che il mondo occidentale ha visto percorsa da tutte le democrazie “mature” da troppo tempo. Voto No perché è una riforma vecchia, fatta da giovani vecchi, che non capiscono nulla dei bisogni del paese, che riciclano le ricette ammuffite del Nord Europa. Abolire il CNEL? Io lo voglio rifinanziato. Abolire il Senato? Sarà forse la camera unica in grado di affrontare la questione ecologica, la crisi capitale-ambiente, il disastro generazionale, la sperequazione di genere? O non sarebbe invece un paese più colto, più istruito, con più investimenti in ricerca e sviluppo?


7. Per questo voto No, senza bisogno di fare il tifo, senza che chi vota No mi consideri dalla parte sua (Salvini vaffanculo), e senza che chi vota Sì si senta tradito, mi tolga il saluto o altre oscenità che sono in contraddizione con lo spirito stesso del voto referendario quando è in gioco la Costituzione. Non voglio vincere, non voglio perdere, non è una gara. Chi vota Sì o No con spirito Costituzionale (e non per vincere) ha tutta la mia stima e la mia considerazione. Cambiamo partita, per cortesia, anzi, smettiamo di credere sia una partita, usciamo dalla metafora fintamente rassicurante della partita. Non ci sono avversari, se non quelli che ci inventiamo, in un voto referendario.

lunedì 28 novembre 2016

Coming soon (Anthropology at home, oppure a Tor Vergata...)


Novembre è un mese fitto per antropologia culturale e per il sottoscritto, per cui in tutto ritardo vi illustro i prossimi eventi in corso.

1. Lunedì 28 e martedì 29 novembre il registra-antropologo Elia Romanelli sarà a Roma “Tor Vergata” per due lezioni, dalle 16:00 alle 18:00 in aula T29 di Lettere (via Columbia 1). Vedremo alcuni pezzi dei suoi documentari e leggeremo brani dalla sua tesi magistrale per capire come lavorare sulle storie di vita e sul concetto di persona (temi del modulo B di quest’anno). Sono lezioni, ma sono conferenze, ma sono lezioni.

2. Con Elia, sempre martedì 29 ma dalle ore 19:00, vi aspettiamo al ristorante Ancora Betto e Mary, in viale della Primavera, 105, a Roma per offrirvi (e sottolineo "offrirvi") un aperitivo mentre parliamo di Slices of Life, il libro di biografie, ritratti fotografici e ricette che abbiamo fatto, Elia, la meravigliosa e meravigliante fotografa Ottavia Castellina e io. Ha accettato di parlarcene la vulcanica collega Elisabetta Marino, professoressa di letteratura inglese, e sarà delizioso assaggiare gli stuzzichini preparati da Luciano (figlio di Tommy, a sua volta figlio di Betto e Mary, quelli originali) mentre potrete sfogliare il libro e comprarlo ad un prezzo eccezionale (ottima strenna natalizia, tra l’altro).

3. Il 30 novembre mattina torniamo a Lettere di Tor Vergata, in aula Moscati (la nostra elegantosa aula delle tesi e dei consigli) per una mattina molto più seria. Si parla di Islam e cittadinanza, con Jasser Auda che presenta il suo libro sul “civic state”, tradotto dall’arabo da Sabrina Lei e Abdel Latheef Chalikandi, e ne discuteremo con studiose del calibro di Maria GiovannaStasolla, Renata Pepicelli e Valeria Fabretti. Alle 12:30 ci troviamo per un pranzo sociale gestito dalle studentesse e dagli studenti del collettivo e dei miei corsi di antropologia culturale. Se volete venire, siete i benvenuti, ma portare qualcosa da mangiare, poco pochissimo, ma un segno ci vuole.

Vi aspetto numerosi, affamati di scienza e di cibo halal.

venerdì 25 novembre 2016

Famiglia e violenza di genere

Ci incontriamo venerdì 25 novembre ore 15:00  a Tor Vergata a Lettere per parlare di Famiglia come fonte potenziale della violenza di genere, vista la giornata per contrastare la violenza di genere, e in preparazione della giornata di mobilitazione di sabato 26 novembre.
Si tratta di capire che non è naturale che le donne siano "le regine della casa", che la separazione tra spazio privato e spazio pubblico non ricalca necessariamente quella tra femmine e maschi, e che il lavoro da fare per contrastare la violenza sulle donne passa anche attraverso la consapevolezza collettiva che le donne non sono più naturali degli uomini. Ci vorrà tempo. Ce la faremo, uniti e unite.

mercoledì 26 ottobre 2016

Misericordia, pena di morte, ergastolo

Parlare del carcere non è mai facile. Parlare delle pene estreme del carcere, vale a dire della pena di morte e dell'ergastolo, richiede uno sforzo ulteriore di comprensione di un istituto culturale che ha poche giustificazioni di ordine razionale.
Sono stato invitato a parlarne con persone che ne sanno molto più di me, farò la mia parte nel tentare di raccontare cosa significa "l'ergastolo ostativo" dal punto di vista della persona che lo vive, come caduta nella peggiore delle povertà, vale a dire la povertà di chi non ha più lo spazio per provare a immaginare il suo futuro come un punto nel tempo cui aspirare. Senza la possibilità di aspirare a un futuro, la vita si inaridisce, e l'ergastolo sembra concepito proprio come una macchina istituzionale per inaridire il futuro. Giovedì 27 ottobre, ore 16, PressPoint Roma per il Giubileo, via dei Penitenzieri 14, Roma.
www.romaperilgiubileo.gov.it
Ne parleremo con Salvatore Bonfiglio, giurista; Mario Caravale, storico del diritto; Patrizio Gonnella, presidente di Antigone; Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà. Coordina i lavoro Marco Ruotolo, costituzionalista.

mercoledì 12 ottobre 2016

Pietro Bartolo a Tor Vergata

Pietro Bartolo è il medico del poliambulatorio di Lampedusa, uno dei protagonisti di Fuocoammare, il film di Gianfranco Rosi vincitore a Berlino e candidato all'Oscar.
Assieme a Lidia Tilotta ha scritto Lacrime di sale. La mia storia quotidiana di medico di Lampedusa tra dolore e speranza, e ne parliamo venerdì 14 ottobre, dalle ore 11, nell'Auditorium di Tor Vergata, nella Macroarea di Lettere e Filosofia (via Columbia 1, 00133, Roma).
Per me è stata un lettura illuminante, perché prima di essere il diario di un medico sul campo, è un'autobiografia, vale a dire uno strumento di lavoro dell'antropologia culturale.
Cercherò di leggere il testo come un manuale di istruzioni per diventare Pietro Bartolo. Quali origini familiari e quali scelte (o destini) esistenziali bisogna aver percorso per trovarsi lì, sulla frontiera dell'umanità e cercare di strappare i corpi dalla furia del mare e dall'indifferenza dei molti?
Spero possiate venire tutti, il dottor Pietro Bartolo ha molto da dirci, e noi molto da imparare.

domenica 24 luglio 2016

Il Kunda di Monaco (e Nizza, e Bruxelles, e Parigi, e Orlando, e Kabul e Baghdad e via andare)

Roy Richard Grinker ha scritto un libro sulla “simbiosi sociale” tra due popolazioni dell’Africa Centrale, i Lese, agricoltori che vivono in villaggi, e gli Efe, cacciatori raccoglitori della foresta. Ne parla con ampio dettaglio Francesco Remotti nel suo libro Prima lezione di antropologia. Racconta Grinker (che leggo nella sintesi che ne dà Remotti) che tra Lese e Efe sussiste una “strana” relazione sociale. I Lese si considerano superiori, più evoluti, più raffinati dei “primitivi” Efe, e sono nevroticamente ossessionati da questa loro superiorità, che di fatto non riescono a gestire da soli. Per quanto li disprezzino, di fatto i Lese hanno bisogno degli Efe per la loro vita quotidiana e per la solidità simbolica della loro quotidianità. Non solo gli Efe procurano ai Lese carne, miele e erbe medicinali dalla foresta, ma hanno costituito una relazione di servitù hegelianamente inestricabile. Le donne Efe aiutano nel parto le donne Lese, possono anzi esse stesse partorire figli Lese agli uomini del villaggio, e nei racconti del mito sono stati anzi gli Efe a insegnare ai Lese come ci si accoppia. Ma è nella gestione della magia che più appare evidente la necessità Efe per l’esistenza Lese. Ci sono in effetti due tipi di magia, nel complesso culturale Lese-Efe, e questi due tipi si chiamano aru e kunda.
Aru è la magia che viene da fuori, viene “proiettata” intenzionalmente sui propri avversari, spesso è legata a questioni di corna e rivalità amorose, e tipicamente un uomo getta aru sul marito della propria amante di un altro villaggio. Non è particolarmente pericoloso, aru, ci si può con-vivere in effetti, e costituisce la normale scocciatura di gestire le relazioni umane con il “fuori”. Il vero problema, però, è il kunda. Si tratta della stregoneria più nera, una forza oscura che viene da dentro e che i Lese non sanno proprio gestire. Se aru è magia intenzionale, malevola e meschina, kunda è subconscia, feroce e distruttrice. Nasce da dentro l’animo umano, da quella parte nascosta anche al soggetto, esce fuori senza che neppure te ne accorgi, e si riversa sui tuoi cari, su tuo fratello, su tuo figlio, sui parenti più stretti. Nessun Lese riesce a controllarla, o a diagnosticarla per tempo. Solo dopo che ha colpito si deve provare a contenerla, individuandone la sorgente umana, che è sempre un vicino, che magari sarà più sorpreso di tutti nello scoprire di essere uno stregone del kunda. Sono gli Efe, in verità, a compiere questo lavoro diagnostico, e sono gli Efe gli unici in grado di trattare i corpi morti infetti dal kunda.
Non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma vale la pena di sottolineare che il kunda è un concetto totalmente culturale, non c’è alcuna base “materiale” che imponga il kunda come un oggetto della realtà, eppure i Lese ne parlano come di un dato di fatto, un’ovvietà che solo un folle potrebbe negare. È una delle caratteristiche più tipiche delle credenze magiche, questo suo apparire, per chi le vive, del tutto scontata, reale come le pietre di una montagna, come l’acqua che scorre in un fiume. Certo, il male esiste, la morte e il dolore sono dentro l’orizzonte della vita, ma perché i Lese incapsulano tutto il male mortifero dentro un unico concetto, e lo pongono al centro incontrollabile della loro cultura? Se il male esiste, perché viene “da dentro” quando è ingestibile ed invece viene attribuito all’esterno se è oggettivamente meno pericoloso? Cosa stanno “dicendo” i Lese di se stessi e del Male? Si noti che non è una strategia antitetica all’originario “capro espiatorio” ebraico. Il male della comunità, il male prodotto dalla comunità, veniva riversato sul capro e quello gettato all’esterno, allontanato. I primitivi Efe compiono questa funzione per i “complessi” Lese, i “confusi” Lese, i “moderni” Lese. Cacciatori della foresta, ladri di miele e di piante, gli Efe sono più vicini alla condizione “di Natura” dei civili Lese. Per questo sono in grado di gestire il kunda per conto dei loro sprezzanti padroni. Perché il kunda è il ritorno del rimosso, è la Natura che i Lese provano in tutti i modi a tenere a distanza, dalla quale vogliono a tutti i costi distaccarsi. Essendo più vicini alla Natura, allo spazio proteiforme da cui tutti veniamo, gli Efe sono in grado di gestire quel nero che tracima, sanno come si possa almeno incanalarlo, gestirlo, tenerlo a bada.
Quel che succede in questi mesi in Europa altro non è che un’esplosione di kunda. La distruzione nichilista che usa armi bianche, fucili, bombe e camion per massacrare e massacrarsi non è un attacco esterno. Certo, Daesh ha tutto il vantaggio a reclamare per sé la responsabilità di tutto quel che succede da Charlie Ebdo in poi, ma è solo un altro villaggio che confonde il suo miserevole aru con la forza brutale del kunda, è un farsi vanto della forza altrui. L’Europa comincia a sperimentare quel che negli Stati Uniti è una sequela di lutti insensati che ha una storia trentennale, in cui l’Islam non c’entra proprio nulla. È una malattia autoimmune che si chiama “mancanza di senso” e che dovremmo cominciare seriamente a pensare come kunda, il ritorno del rimosso.
Abbiamo costruito un sistema complesso quanti altri mai, e la sua stessa complessità è fonte di angoscia se non trova un sostegno morale su cui fondarsi. Il “radicalizzato” di turno (che in America, dove la religione ha tutt’altro spessore pubblico, è ancora un radicalizzato “cristiano”, quello che imbraccia le armi e fa la strage nel campus o nel cinema) spara su di noi e su di sé l’insensatezza, la distanza terribile tra e il Senso. Come per i Lese, fa parte della nostra forma di vita il distanziarsi dal Vuoto Originario, ma questa distanza diventa incapacità di gestione. Sono uomini Lese che percepiscono per sé un passato da Efe (non a caso uomini, maschi, ma è un altro aspetto, questo), quelli che imbracciano il Nulla e lo spargono in giro per le città dell’Europa. Europei-col-trattino, franco-magrebini, tedesco-iraniani, anglo-pakistani, non perché il loro essere Altri porti con sé chissà quale belluina ferocia (gli Efe non hanno kunda, che è una prerogativa dei Lese!) ma perché il loro essere diventati Lese da poco ho prodotto un surplus di consapevolezza della distanza tra Cultura e Natura, con la vertigine che ne deriva. Il Nulla della cultura occidentale dentro cui sono cresciuti rimbomba nella carcassa mitologica della cultura da cui provengono, ed è lo scarto tra il Vuoto presente e forse il mito di un Passato ancestrale ancora gravido di senso che non riescono a gestire. Diagnosticano il Nulla del kunda che tutti abbiamo nel petto, ma per loro questa diagnosi è insopportabile e diventa macello nello scarto con qualche forma di Altrove o Passato ancora dotato di Senso.
Come fossimo Lese senza più memoria, incapaci di pensare alternative o di concepire un passato moralmente diverso dal vuoto totale dentro cui ci siamo ficcati, sprofondiamo nella nostra depressione o proiettiamo nei nostri mobile devices quel poco di desiderio che ancora riusciamo a spremere dai nostri nervi consunti. Chi invece riesce ad agganciarsi a qualche fittizia fonte di Senso (si chiami Islam, si chiami Famiglia, si chiami Amore, si chiami Onore) -- e un passato familiare di emigrazione può esserne una sorgente insperata  -- può provare a misurare quella distanza. Se pensa che lo iato sia colmabile, farà di quella radice uno strumento di salvezza, un perno di solida struttura di sé. Ma chi vede lo scarto e lo trova incolmabile, da quella voragine farà esplodere il Nulla.