2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

domenica 24 luglio 2016

Il Kunda di Monaco (e Nizza, e Bruxelles, e Parigi, e Orlando, e Kabul e Baghdad e via andare)

Roy Richard Grinker ha scritto un libro sulla “simbiosi sociale” tra due popolazioni dell’Africa Centrale, i Lese, agricoltori che vivono in villaggi, e gli Efe, cacciatori raccoglitori della foresta. Ne parla con ampio dettaglio Francesco Remotti nel suo libro Prima lezione di antropologia. Racconta Grinker (che leggo nella sintesi che ne dà Remotti) che tra Lese e Efe sussiste una “strana” relazione sociale. I Lese si considerano superiori, più evoluti, più raffinati dei “primitivi” Efe, e sono nevroticamente ossessionati da questa loro superiorità, che di fatto non riescono a gestire da soli. Per quanto li disprezzino, di fatto i Lese hanno bisogno degli Efe per la loro vita quotidiana e per la solidità simbolica della loro quotidianità. Non solo gli Efe procurano ai Lese carne, miele e erbe medicinali dalla foresta, ma hanno costituito una relazione di servitù hegelianamente inestricabile. Le donne Efe aiutano nel parto le donne Lese, possono anzi esse stesse partorire figli Lese agli uomini del villaggio, e nei racconti del mito sono stati anzi gli Efe a insegnare ai Lese come ci si accoppia. Ma è nella gestione della magia che più appare evidente la necessità Efe per l’esistenza Lese. Ci sono in effetti due tipi di magia, nel complesso culturale Lese-Efe, e questi due tipi si chiamano aru e kunda.
Aru è la magia che viene da fuori, viene “proiettata” intenzionalmente sui propri avversari, spesso è legata a questioni di corna e rivalità amorose, e tipicamente un uomo getta aru sul marito della propria amante di un altro villaggio. Non è particolarmente pericoloso, aru, ci si può con-vivere in effetti, e costituisce la normale scocciatura di gestire le relazioni umane con il “fuori”. Il vero problema, però, è il kunda. Si tratta della stregoneria più nera, una forza oscura che viene da dentro e che i Lese non sanno proprio gestire. Se aru è magia intenzionale, malevola e meschina, kunda è subconscia, feroce e distruttrice. Nasce da dentro l’animo umano, da quella parte nascosta anche al soggetto, esce fuori senza che neppure te ne accorgi, e si riversa sui tuoi cari, su tuo fratello, su tuo figlio, sui parenti più stretti. Nessun Lese riesce a controllarla, o a diagnosticarla per tempo. Solo dopo che ha colpito si deve provare a contenerla, individuandone la sorgente umana, che è sempre un vicino, che magari sarà più sorpreso di tutti nello scoprire di essere uno stregone del kunda. Sono gli Efe, in verità, a compiere questo lavoro diagnostico, e sono gli Efe gli unici in grado di trattare i corpi morti infetti dal kunda.
Non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma vale la pena di sottolineare che il kunda è un concetto totalmente culturale, non c’è alcuna base “materiale” che imponga il kunda come un oggetto della realtà, eppure i Lese ne parlano come di un dato di fatto, un’ovvietà che solo un folle potrebbe negare. È una delle caratteristiche più tipiche delle credenze magiche, questo suo apparire, per chi le vive, del tutto scontata, reale come le pietre di una montagna, come l’acqua che scorre in un fiume. Certo, il male esiste, la morte e il dolore sono dentro l’orizzonte della vita, ma perché i Lese incapsulano tutto il male mortifero dentro un unico concetto, e lo pongono al centro incontrollabile della loro cultura? Se il male esiste, perché viene “da dentro” quando è ingestibile ed invece viene attribuito all’esterno se è oggettivamente meno pericoloso? Cosa stanno “dicendo” i Lese di se stessi e del Male? Si noti che non è una strategia antitetica all’originario “capro espiatorio” ebraico. Il male della comunità, il male prodotto dalla comunità, veniva riversato sul capro e quello gettato all’esterno, allontanato. I primitivi Efe compiono questa funzione per i “complessi” Lese, i “confusi” Lese, i “moderni” Lese. Cacciatori della foresta, ladri di miele e di piante, gli Efe sono più vicini alla condizione “di Natura” dei civili Lese. Per questo sono in grado di gestire il kunda per conto dei loro sprezzanti padroni. Perché il kunda è il ritorno del rimosso, è la Natura che i Lese provano in tutti i modi a tenere a distanza, dalla quale vogliono a tutti i costi distaccarsi. Essendo più vicini alla Natura, allo spazio proteiforme da cui tutti veniamo, gli Efe sono in grado di gestire quel nero che tracima, sanno come si possa almeno incanalarlo, gestirlo, tenerlo a bada.
Quel che succede in questi mesi in Europa altro non è che un’esplosione di kunda. La distruzione nichilista che usa armi bianche, fucili, bombe e camion per massacrare e massacrarsi non è un attacco esterno. Certo, Daesh ha tutto il vantaggio a reclamare per sé la responsabilità di tutto quel che succede da Charlie Ebdo in poi, ma è solo un altro villaggio che confonde il suo miserevole aru con la forza brutale del kunda, è un farsi vanto della forza altrui. L’Europa comincia a sperimentare quel che negli Stati Uniti è una sequela di lutti insensati che ha una storia trentennale, in cui l’Islam non c’entra proprio nulla. È una malattia autoimmune che si chiama “mancanza di senso” e che dovremmo cominciare seriamente a pensare come kunda, il ritorno del rimosso.
Abbiamo costruito un sistema complesso quanti altri mai, e la sua stessa complessità è fonte di angoscia se non trova un sostegno morale su cui fondarsi. Il “radicalizzato” di turno (che in America, dove la religione ha tutt’altro spessore pubblico, è ancora un radicalizzato “cristiano”, quello che imbraccia le armi e fa la strage nel campus o nel cinema) spara su di noi e su di sé l’insensatezza, la distanza terribile tra e il Senso. Come per i Lese, fa parte della nostra forma di vita il distanziarsi dal Vuoto Originario, ma questa distanza diventa incapacità di gestione. Sono uomini Lese che percepiscono per sé un passato da Efe (non a caso uomini, maschi, ma è un altro aspetto, questo), quelli che imbracciano il Nulla e lo spargono in giro per le città dell’Europa. Europei-col-trattino, franco-magrebini, tedesco-iraniani, anglo-pakistani, non perché il loro essere Altri porti con sé chissà quale belluina ferocia (gli Efe non hanno kunda, che è una prerogativa dei Lese!) ma perché il loro essere diventati Lese da poco ho prodotto un surplus di consapevolezza della distanza tra Cultura e Natura, con la vertigine che ne deriva. Il Nulla della cultura occidentale dentro cui sono cresciuti rimbomba nella carcassa mitologica della cultura da cui provengono, ed è lo scarto tra il Vuoto presente e forse il mito di un Passato ancestrale ancora gravido di senso che non riescono a gestire. Diagnosticano il Nulla del kunda che tutti abbiamo nel petto, ma per loro questa diagnosi è insopportabile e diventa macello nello scarto con qualche forma di Altrove o Passato ancora dotato di Senso.
Come fossimo Lese senza più memoria, incapaci di pensare alternative o di concepire un passato moralmente diverso dal vuoto totale dentro cui ci siamo ficcati, sprofondiamo nella nostra depressione o proiettiamo nei nostri mobile devices quel poco di desiderio che ancora riusciamo a spremere dai nostri nervi consunti. Chi invece riesce ad agganciarsi a qualche fittizia fonte di Senso (si chiami Islam, si chiami Famiglia, si chiami Amore, si chiami Onore) -- e un passato familiare di emigrazione può esserne una sorgente insperata  -- può provare a misurare quella distanza. Se pensa che lo iato sia colmabile, farà di quella radice uno strumento di salvezza, un perno di solida struttura di sé. Ma chi vede lo scarto e lo trova incolmabile, da quella voragine farà esplodere il Nulla.

venerdì 15 luglio 2016

Quando abbiamo scritto Slices of Life con il genio creativo di Elia Romanelli e la forza artistica di Ottavia Castellina, uno dei problemi era come presentarlo in Italia (visto che è scritto in inglese). Questa occasione è praticamente perfetta!

Scripta Manent • IFIXDude Mag e MONK Roma presentano
SCANNER • Microfestival dei primati 
Tre giorni di presentazioni, workshop, interviste, esposizioni e bookshop. 
Ingresso libero.

COS’È SCANNER • I migliori progetti cartacei italiani. Le storie dei disegnatori e degli autoproduttori. Caratteri mobili, fotocopiatrici, distribuzioni laterali. I pionieri dell’autoproduzione. Come si evolve un primate. Realizzare una serigrafia. Esposizione di fanzine d’epoca.

PARTECIPA CON LA TUA AUTOPRODUZIONE (adesione gratuita) • Se vuoi salire sul palco del MONK Roma per raccontare il tuo progetto o semplicemente mettere in vendita la tua autoproduzione nel bookshop diSCANNER • automatici • autoprodotti • autoalimentati, scrivi a scanner@scannerfest.it

CHI TROVERETE NEL BOOKSHOP (aggiorneremo questa sezione continuamente) • B comicsBambi KramerBetterpress lab, Bill, BOLO PaperBrigata RGB, Bubka, Sofia Bucci, Canicola, Ciebbì ChickenBroccoliCliquotClockwork Pictures, Costola, Crisma, Delebile, Duo + Marina Biagini, Elisa Talentino, FlaneríFortepressa, Fox Craft, G.I.U.D.A., Il Reportage, Incubo alla balena, Inuit, Isola, K28, Kei Kei, La trama, Librifinticlandestini, Lök ZineLucha LibreGli Scarabocchi di Maicol&Mirco, Modo, Muscle, Nervi, Night Italia + Marco Fioramanti, Nina Masina, No=Fi Recordings, Nodes Magazine, Nu®ant, Quaderni di Carattere, Resina, Alessandro Ripane, Alessio Spataro, Roberto Grossi, Semiserie Lab, Sirene, Slice of life, Squame, Stranedizioni, Studio Pilar, Teiera, Terracava, The Park, This Is Not A Love SongWATT magazine, Wino Studio, Zooo, Ikonemi, Federico Arcangeli + Where's My Mind, Angelo Zabaglio, ExitWellIllustratore ItalianoFlag Press e Just Indie Comics - The Shop, Anatomia dei Sentimenti,

WORKSHOP •

“Come si illustra un libro” con Rita Petruccioli
Info — https://goo.gl/GPH5JE

“Serigrafia su carta” con Fabio Meschini
Info — https://goo.gl/M3d6fj

“Questione di caratteri – Stampa con caratteri mobili” con Betterpress lab
Info — https://goo.gl/EAj1RJ

“Come si progetta un giornale” con Andrea Mattone
Info — https://goo.gl/ILbv5V

SUL PALCO • Programma in aggiornamento
Nota: gli incontri possono subire dei lievi spostamenti di orario.

Aggiornamenti Talk:

— Venerdì 15 luglio
19:30 - Flanerí
20:00 - Il Reportage
20:30 - Night Italia + Marco Fioramanti
21:00 - Fortepressa + Crack fumetti dirompenti + Valerio Bindi
21:30 - Dottor Pira
22:00 - Nodes Magazine
22:30 - Flag Press + Just Indie Comics - The Shop
23:00 - Studio Pilar
23:30 - RTB - Recipes to Become + Lostudio Dorme + The Collyers

— Sabato 16 luglio
19:00 - Arf Festival Del Fumetto + Stefano Piccoli
19:30 - Impronta Umana
20:00 - Betterpress lab
20:30 - Ciebbì ChickenBroccoli
21:00 - Piero Vereni
21:30 - L'Ultimo Uomo + Crampi Sportivi
21:45 - Cliquot
22:10 - Crisma + Lab A4
22:30 - Costola
23:00 - Ikonemi
23:30 - PPG - Pazzi Per Gesù

— Domenica 17 luglio
19:00 - Angelo Zabaglio - Andrea Coffami Cerampelo
20:00 - Simone del Vecchio
20:30 - Filippo Dr.Panico
20:50 - Anatomia dei Sentimenti
21:10 - Clockwork Pictures
21:30 - Paolo Schneider
22:00 - Ynfidel + Brigata RGB
22:30 - InkEdit
23:00 - Serena Schinaia + Martin Lòpez
23:30 - B comics • Fucilate a strisce + WATT magazine

SCANNER • Microfestival dei primati.
15 • 16 • 17 Luglio
Via Giuseppe Mirri, 35
@MONK Roma

martedì 28 giugno 2016

Fine dell'economia (come disciplina, almeno della micro-, dai) ovvero considerazioni antropologiche sul Brexit

Con lo sforzo di lucidità che lo contraddistingue (più lui che il suo giornale, secondo me appiattito da un pezzo sulla prospettiva dei pasdaran di Renzi) Luca Sofri si sta sforzando di farci capire cosa stia succedendo "nei nostri tempi", e con la Brexit l'impegno di comprendere e comunicare la sua analisi si è forse intensificato, vista l'enormità dell'evento. Ha scritto quindi un lungo pezzo, in cui riprende una serie di suoi pallini, ma veramente ben pensati, e legge il voto britannico in un quadro interpretativo ben più ampio. Da antropologo, rimango sorpreso che un attento osservatore occidentale possa ancora (come dire, dopo Auschwitz?!) rimanere abbacinato dal mito del progresso ("Un po’ è un tic psicologico, un po’ la storia e il modo di raccontarla ci hanno abituato così, che il mondo progredisce") ma come insegnante di antropologia so benissimo quanto invece il millenario dibattito tra evoluzionisti e degenerazionisti (quelli che vedevano da qualche parte il sol dell'avvenire contro quelli che invece rimpiangevano l'età dell'oro) non abbia ancora presa nel senso comune della tarda modernità, a tutto vantaggio dei "progressisti", convinti (fino a giovedì 23 giugno?) di appartenere alla condizione naturale dell'umanità.
Insomma, proprio quel che a un compìto studioso (tiè, un professorone) potrebbe sembrare l'ennesimo fallimento analitico del solito giornalista, mi pare invece (a me che al massimo sono un professorino) un sintomo importante che nel senso comune, nella vita lì fuori (scrivo queste righe dall'università) si stia finalmente facendo strada l'idea che non tutto nel mondo sociale ha già una direzione prestabilita, che non tutto quel che cresce necessariamente converge, che non basta essere di casa a New York o Londra per sapere come saremo e staremo più o meno tutti tra un tot di anni.
Il naturalismo dell'inevitabilità dell'evoluzione sociale "verso il meglio", quindi, sta finalmente cedendo al principio di realtà: le società, le culture, le economie, le politiche, vanno piuttosto a zonzo, maturano concezioni tutte locali di modernità plurali, vanno un po' avanti e un po' indietro, ma soprattutto vanno di lato. Di lato alle nostre aspettative, alle nostre speranze, alle nostre opinioni informate.
Luca Sofri, per poter elaborare le sue stimolanti interpretazioni, legge un sacco di giornali e riviste, e nell'ultimo (finora) post del suo blog ha riportato uno stralcio di un articolo di Amanda Taub pubblicato sul New York Times, che credo vada incorniciato con cura come il momento in cui l'economia (intesa come disciplina) entrò nella fase adulta. Vale la pena di tradurre (alla buona) i passi citati da Sofri:
Brexit non è solo un colpo all'economia britannica, ma colpisce anche un presupposto centrale che soggiace al moderno ordine liberal: che gli elettori agiscano nel loro interesse personale.
Il progresso degli ultimi 50 anni, in particolare in Europa, ha reso facile accettare l'idea che le forze del nazionalismo, della xenofobia e del pregiudizio siano del tutto irrazionali, distorsioni del mercato che svaniranno naturalmente nel lungo periodo storico. Il voto della settimana scorsa ha messo in luce - non per la prima volta, ma con insolita chiarezza - la fallacia di questa teoria. Per molte persone, l'identità batte l'economia, e sono disposte a pagare un caro prezzo (letteralmente, questa volta) per proteggere un ordine sociale che le faccia sentire sicure e potenti.
Non si tratta di una dinamica limitata al Regno Unito o a questo referendum. Sta avendo un ruolo nelle democrazie di tutto il mondo, e il suo centro di attenzione è diventata l'immigrazione.
Molti cittadini, in particolare quelli che stanno subendo la pressione economica della globalizzazione, esprimono il loro disagio per questi mutamenti puntando gli occhi su un altro tipo di cambiamento: gli stranieri in mezzo a loro. Fermare l'immigrazione, anche se il vero effetto sarà un peggioramento della loro situazione economica, sembra un modo sensato di bloccare gli altri mutamenti indotti dalla globalizzazione.
Si potrebbe scrivere un saggio antropologico su un pezzo come questo, e mi limito ad alcune considerazioni in sequenza fintamente ordinata.

1. Il presupposto del "moderno ordine liberal" è un caso specifico di un approccio analitico più generale delle scienze sociali, detto "individualismo metodologico" e realizzato in modo particolare nella micro-economia. Questa approccio vuole che gli attori sociali siano attori "razionali", che cioè conoscano le variabili in gioco (non c'è ignoranza, non esistono in questo modello quelli del Galles che hanno votato Leave perché pensavano di dare all'UE più di quanto ricevevano) e che agiscano per il loro interesse individuale, personale (al massimo estendibile nel modello agli strettissimi cari).

2. Dire che i comportamenti "irrazionali" hanno un ruolo centrale nelle scelte degli esseri umani vuol dire buttare al cesso tutta l'economia neo-classica, e tutte le politiche neo-liberiste che ne conseguono. Ammettere che non c'è razionalità nel modo in cui i Britannici hanno votato a favore della Brexit significa ammettere che non ha senso costruire modelli del sociale che presuppongano l'homo economicus (l'individuo informato razionale). Bisognerà allora che qualcuno ci spieghi come mai tutte le politiche sociali dell'Occidente attivate dal thatcherismo in avanti (dalla distruzione del welfare alla privatizzazione dei beni pubblici, dalla mercificazione radicale della casa al mercato del lavoro ridotto, appunto, a mercato puro) si sono basate proprio sul principio della razionalità economica, e ci hanno preso pure i premi nobel per sovrammercato.
E come mai la sinistra storica ha deciso che valeva la pena di prendere per buona una bufala del genere, frantumando il discorso di classe e accettando di farsi alfiera del peggior razionalismo economico (che non contesto in quanto principio filosofico, chissene, ma in quanto strumento analitico empiricamente fallato).

3. Noto infine con sincero stupore il sincero stupore nell'accorgersi che, ohibò, gli esseri umani fanno scelte non sempre dettate da un conteggio razionale dei costi e benefici. Tutti ricordano quel che è successo  in Europa "negli ultimi 50 anni", come si premura di fare la giornalista Amanda Taub: da Jan Palach a Srebrenica, non sono mancate le occasioni per meditare sulla straordinaria e terribile capacità di fare cose cose senza pensare a un tornaconto immediato e quantificabile. Se tutti lo sapevamo, perché sorprendersi dell'irrazionalità britannica? Questo mi collega all'apertura di questo post, allo stupore di Sofri che il mondo non sia una marcia inarrestabile verso il progresso, al riconoscimento che abbiamo bisogno di meno economisti e di più psicologi sociali e antropologi per capire quel che succede.

4. Quel che deve farci impressione, ma sul serio, è che desti stupore rendersi conto che persino la perfida Albione possa essere irrazionale, che il nostro giochino evoluzionista (certo, quelli si danno fuoco, quelli massacrano, quelli si scannano, ma sono sempre "quelli lì", localizzabili in qualche altrove spazio-temporale) non funziona proprio più. Se anche nel paese in cui il capitalismo è diventato per la prima volta la grande macchina del mercato autoregolato, il principio dell'interesse razionale individuale non può più essere applicato come strumento interpretativo, allora siamo proprio di fronte a un cambiamento enorme.

Sì, enorme. Non perché "la cosa" dell'ignoranza stia prendendo piede (non ha mai smesso di farlo) ma perché finalmente ce ne siamo accorti. La folle uscita dell'UK dall'UE dimostra a noi stessi che non possiamo più pensare all'essere umano come animale economico razionale. Neanche l'essere umano che più ci assomiglia, quello che vediamo nello specchio.

martedì 21 giugno 2016

Sintesi politica (ma proprio sintesi, eh!)

Al voto come delega (sono io la soluzione, votatemi) e al voto come spettacolo (che fighi che siamo, votateci), questa volta la periferia romana (tutta Roma tranne i due municipi del centro, non a caso) ha risposto con il voto come richiesta di servizio. Non ho la minima idea di chi sia Virginia Raggi, ma l'ho votata perché credo che si voglia mettere di traverso a chi questa città l'ha (quasi) sempre controllata economicamente, vale a dire costruttori e palazzinari. L'attacco già partito contro Berdini mi pare una controprova. Fatto fuori il voto-spettacolo, il successo del M5s getta ora il panico in quel residuo di berlusconismo che pensava di aver trovato la chiave di volta del potere nello stile gradasso di chi la sa lunga, nell'arroganza becera dello specchietto per le allodole elettorali.
E' un voto che pretende una lettura di classe, almeno a Roma. Tutti quelli che non hanno servizi garantiti, lavoro sicuro, giustizia sociale, hanno votato M5S per dire che non ne possono più di delegare al ganzo di turno che lui sì risolve tutto, o di omaggiare il mammasantissima con l'impellicciata al seguito.
Mi sa che sul piano nazionale questo è pensiero che cominciano a farsi in molti. Non solo all'opposizione.

Sintesi politica

Al voto come delega (sono io la soluzione, votatemi) e al voto come spettacolo (che fighi che siamo, votateci), questa volta la periferia romana (tutta Roma tranne i due municipi del centro, non a caso) ha risposto con il voto come richiesta di servizio. Non ho la minima idea di chi sia Virginia Raggi, ma l'ho votata perché credo che si voglia mettere di traverso a chi questa città l'ha (quasi) sempre controllata economicamente, vale a dire costruttori e palazzinari. L'attacco già partito contro Berdini mi pare una controprova. Fatto fuori il voto-spettacolo, il successo del M5s getta ora il panico in quel residuo di berlusconismo che pensava di aver trovato la chiave di volta del potere nello stile gradasso di chi la sa lunga, nell'arroganza becera dello specchietto per le allodole elettorali.
E' un voto che pretende una lettura di classe, almeno a Roma. Tutti quelli che non hanno servizi garantiti, lavoro sicuro, giustizia sociale, hanno votato M5S per dire che non ne possono più di delegare al ganzo di turno che lui sì risolve tutto, o di omaggiare il mammasantissima con l'impellicciata al seguito.
Mi sa che sul piano nazionale questo è pensiero che cominciano a farsi in molti. Non solo all'opposizione.

martedì 14 giugno 2016

Occupazioni della memoria

Care e cari,
mercoledì 15 giugno, alle ore 17.30 sarò alla scuola Perlasca, che si trova a Pietralata, in via Ramiro Fabiani,45. QUI avete una mappa che vi segnala il posto e anche il percorso a piedi dalla stazione metro B di Pietralata (a 10 minuti a piedi).
Parlerò di occupazioni a scopo abitativo, e del loro senso politico e culturale.
Ma soprattutto, dopo il mio intervento, verso le 18.30 con alcune amiche e amici del quartiere (I Tipi Attivi, ci chiamiamo) presenteremo un progetto bellissimo a cui stiamo lavorando da circa un anno, "lo sportello delle memorie", un'iniziativa che utilizza la metodologia della ricerca antropologica per creare un archivio dei ricordi di vita degli abitanti del quartiere.
Dovrebbe essere presente anche il maestro Turi Sottile, importante pittore contemporaneo residente a Pietralata da molti anni, la cui storia di vita sarà tra quelle utilizzate per esemplificare il progetto.
Conto di vedervi numerose e numerosi, a fine presentazione ci sarà un piccolo rinfresco a sottoscrizione libera, per raccogliere i fondi necessari a comprare il nostro primo hard-disk per l'archivio.
Un caro saluto
pv

mercoledì 8 giugno 2016

Tracce Urbane

La prossima settimana, da lunedì 13 a mercoledì 15 giugno, sono a Ferrara per una importante iniziativa. Si parla di città, di politiche sociali e abitative, con lo sguardo strabico di Tracce Urbane, che mette assieme urbanisti, sociologi, architetti, antropologi, geografi. E' una proposta post-disciplinare molto seria, che ormai prosegue da anni e che sta sondando diversi filoni di ricerca. Io parlerò in una sessione dedicata alla violenza urbana.
Ci saranno un sacco di amic* e prezios* collegh*, ma io vi consiglio di non perdervi Tom Slater, che è qui solo di passaggio e che rappresenta una punta di diamante della radical geography.
Ci sono tanti modi di parlare di città, quindi di politica. Quello di Tracce Urbane è di gran lunga quello che preferisco.

giovedì 19 maggio 2016

"Dentro e contro l'università"


Ci sarò. E' un momento importante di confronto tra "l'istituzione" e "l'antagonismo", per capire se ci possiamo parlare e capire. E magari se possiamo lavorare nella stessa direzione (che secondo me resta quella di produzione della cittadinanza). Ecco la locandina  con l'invito. Molto ben accett@ student@ di ogni genere

Venerdì 20 maggio h. 18
@ Metropoliz (via Prenestina 913, Roma)

"Dentro e contro l'università-fabbrica della città: per una nuova (con)ricerca sul diritto all'abitare."

Un numero sempre crescente di ricercatrici e ricercatori, negli ultimi anni, ha iniziato ad approcciare la realtà dell'emergenza abitativa, e delle sue forme di autorganizzazione, da una prospettiva nuova. Anziché “patologizzare” gli occupanti come vittime tout-court, soggetti marginali a prescindere, o peggio criminalizzarne direttamente le condotte in quanto “illegali”, “migranti” e “abusivi”, molt* hanno privilegiato una prospettiva che mettesse in luce le biografie, spesso complesse e anche contraddittorie, di chi ha deciso di unirsi a percorsi di lotta organizzati per rispondere alla necessità di avere un tetto sopra la testa. Tanti altr* hanno anche scelto di descrivere le forme di organizzazione e vita meticcia che ne scaturiscono, e infine le conseguenze dei dispositivi giuridici elaborati a livello sia locale che nazionale allo scopo di sanzionare gli occupanti e scoraggiarne di nuovi (come accaduto in primis l'articolo 5 del Piano Casa), anziché andare a colpire le cause strutturali dell'emergenza stessa.
Questi progetti di ricerca vengono portati avanti nonostante l'orientamento apertamente neoliberista e avverso alla rappresentazione del conflitto sociale che sta prendendo piede dentro le Università, e favorito dal susseguirsi di riforme che hanno mercificato i saperi, accresciuto a dismisura il potere dei cosiddetti “baroni”, e reso sempre più precarie le sorti di chi si avvicina al mondo accademico, sia in termini di reddito che di prospettive di vita. E anche per chi ce la fa a ritagliarsi una posizione (sebbene temporanea) dentro gli atenei, i tagli rendono estremamente complesso portare avanti ricerche che richiedano un impegno lungo e dedito sul campo.
Ciononostante, tanti e tante stanno comunque portando avanti progetti sull'emergenza abitativa e la realtà delle occupazioni abitative a Roma in tutta Italia da diverse prospettive disciplinari e approcci metodologici, provando faticosamente ad imprimere un mutamento di paradigma, senza schemi predefiniti o appiattiti sulle opinioni di moda tanto nei media quanto nei dipartimenti, dove gli imperativi di “legalità” e “rigenerazione urbana” denunciano non solo un colpevole scollamento dalla palese realtà del fallimento delle politiche di austerità nella città, e dalle malversazioni istituzionalizzate prodotte da privatizzazioni, esternalizzazione dei servizi pubblici, alienazione e uso privatistico dei beni comuni. Lo scollamento è soprattutto dalle necessità e dai bisogni di migliaia (se non milioni) di persone che sperimentano nuove forme di marginalità ed espulsione a partire da condizioni soggettive profondamente distanti, dal ceto medio imprenditoriale impoverito sottoposto a pignoramenti, a rifugiati e richiedenti asilo esclusi dal sistema dell'accoglienza al collasso, e che si trovano nella necessità di provvedere dal basso ai propri bisogni di vita, pena la povertà assoluta e la strada.
Peggio ancora, certi orientamenti accademici hanno avallato le opinioni, e legittimato le azioni di chi, per interessi di capitalizzazione economica o politica, ha allungato le mani sulla città di Roma a colpi di gestione delle emergenze e colate di cemento, tratteggiando con decisione il fantasma di “nemici della città” nei poveri e in chi lotta per il diritto alla città allo scopo di tacere l'impatto devastante di decenni di politiche neoliberiste in territori già stremati dal susseguirsi di crisi economiche senza soluzione di continuità.
Prendere atto di questo contesto così difficile non significa comunque rassegnarsi ad adottare il punto di vista predominante, né tanto meno ad accettare individualmente in silenzio l'esclusione o l'emarginazione dai contesti universitari, accontentandosi di portare avanti ragionamenti che rimangano comunque “di nicchia”, e lontani da opportunità più ampie di divulgazione. Di fronte ad uno scenario così complesso, si aprono praterie per progetti di (con-)ricerca che abbiamo l'ambizione di costruire una narrazione partigiana nel suo essere dal basso e senza finte pretese di “oggettività”; nel suo voler raccontare nei suoi aspetti quotidiani e più profondi processi di autorganizzazione, lotte per recupero di diritto alla città, forme di vita e di riproduzione sociale meticcia e solidale che si ingenerano negli spazi occupati. Quegli stessi luoghi che, sebbene minacciati continuamente da attacchi e sgomberi, sono riusciti anche a diventare spazi di socialità, solidarietà e organizzazione in quegli stessi territori narrati solitamente solo tramite le retoriche del “degrado”, e le opportunità di strappare inversioni di tendenza nella gestione delle città che questi percorsi rappresentano. Tutti questi progetti, partendo da prospettive eterogenee, contribuiscono dunque a narrare come si possa invertire la tendenza nella gestione della città a partire da percorsi autonomi e dal basso, e socializzano saperi utili a contrastare sia i dispositivi repressivi mossi contro gli/le attivisti, sia quelli di controllo e sfruttamento quotidianamente dispiegati sulla pelle degli occupanti, in larga misura migranti.
Metropoliz, come città meticcia e solidale che ha riportato la pratica dell'autogestione nel cuore di Tor Sapienza, negli ultimi 7 anni di vita ha idato vita al MAAM e ideato ed ospitato moltissimi eventi culturali, sportivi e accademici. Ci sembra dunque il luogo più adatto per iniziare a discutere collettivamente di come uscire dall'isolamento individuale in cui il sistema universitario sta cercando di confinarci, provare a conoscerci, col fine ultimo di provare a immaginare forme nuove per mettere in connessione ricerche con approcci intersezionali ed interdisciplinari diversi, ma che hanno la capacità e l'ambizione di decostruire retoriche securitarie, razziste e criminalizzanti, per provare ad immaginare un nuovo modello di città, costruita in modo solidale e dal basso.

Partecipano:
Margherita Grazioli (School of Management - University of Leicester, UK)/ Carlotta Caciagli (Dipartimento di Scienze Politiche - Scuola Normale Superiore di Pisa)/ Elena Maranghi (Dipartimento di Urbanistica - Università La Sapienza, Roma)/ Chiara Davoli (Dipartimento di Scienze Sociali - Università La Sapienza, Roma)/ Alberto Violante (Dipartimento di Scienze Sociali - Università La Sapienza, Roma)/ Piero Vereni (Dipartimento di Storia, Patrimonio Culturale, Formazione, Società - Università degli Studi di Tor Vergata, Roma)/ Gennaro Avallone (Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione - Università di Napoli)/ Andrea Aureli (antropologo)
Per info e contatti:
Facebook: Metropoliz Lab