2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

lunedì 3 dicembre 2018

Città Identità Mobilità Cultura

L’antropologia è una disciplina che studia i sintomi. Non è una scienza che possa prevenire (come non lo è la sintomatologia medica) quindi non dice che cosà accadrà in un qualunque futuro, ma può aiutare moltissimo a capire che sta succedendo adesso e, se necessario, prendere qualche contromisura (un’aspirina non è granché, lo riconosco, ma a volte sapere cosa non fare in una data situazione è altrettanto importante che sapere cosa fare).
L’attenzione ai sintomi culturali di quel che succede è una deformazione professionale che credo di aver incorporato profondamente. La mia psicologa dice che tendo a sovra-interpretare tutto, forse ha ragione, ma non posso più farne a meno.
Così, quando ho deciso di prendere parte al progetto del #Dizionario del Macro Asilo e contribuire alla #StanzaDelleParole, avevo ben chiaro che l’organizzazione di appuntamenti mensili per prendermi cura della parola #UMANO sarebbe stata una vera battaglia simbolica di definizione della città di Roma. Il Macro Asilo sta infatti a via Nizza, appena dentro Porta Pia ma comunque dentro le Mura Aureliane, che fino al 1870 contenevano tutto quel che ragionevolmente si poteva chiamare città (e anche un bel po’ di campagna, come sanno tutti). Tor Vergata, la mia università, invece sta fuori dal Raccordo, che fu completato nel trentennio 1950-1980, vale a dire il periodo del sacco urbanistico della città. Nella gestione simbolica dello spazio romano l’opposizione dentro/fuori è potentissima e gestisce ancora gran parte delle relazioni spaziali (e sociali, e lavorative) che si possono (o non si possono) attivare nell’intero ambito urbano.
Normalmente, ho il problema di portare il Dentro (la Città) verso il Fuori (Tor Vergata) e chiunque organizzi convegni, presentazioni o qualunque altro tipo di iniziativa a Tor Vergata sa benissimo di cosa parlo: non ci viene nessuno, se non gli strettissimi interessati, i beneficiari diretti (studenti cooptati, docenti coinvolti) e qualunque ospite (romano e non romano, non c’è differenza) mette a punto il suo migliore sguardo spaesato mentre lo vai a prendere a Anagnina o gli fai vedere le torri di Torbellamonaca sul lato nord di via Casilina. Stiamo lavorando attivamente su questo tema (la Scuola di Politica e in generale tutte le attività del LaPE del Fienile sono orientate anche a spostare Fuori il Dentro) ma quello, dicevo, è un altro problema rispetto alla relazione con il Macro Asilo, perché in questo caso il mio compito è l’opposto, vale a dire portare Dentro (nella #StanzaDelleParole del Macro Asilo, a via Nizza) un pezzo di cittadinanza che si concepisce e si oggettiva totalmente Fuori (gli studenti e le studentesse di Tor Vergata).
Avendo avuto qualche esperienza pregressa, posso dire con una certa cognizione di causa che gli studenti (maschi e femmine, scusate, uso questa semplificazione maschilista che la grammatica ci consente) di Tor Vergata vivono la mobilità come una sorta di incrocio tra Caos e Destino. Molti vengono dal quadrante Est della città, molti da fuori Roma, dai Castelli e oltre. Per loro l’avvicinamento all’Università è sempre di soppiatto, sfidando autostrade, consolari, vie dei Laghi, treni, pullman, metro troppo lontane e autobus spesso colmi. Già esserci arrivati è una conquista, un bel pezzo della giornata portato a casa, visto che poi ci sarà l’ordalia del ritorno, dell’ingorgo, della voragine, dello sciopero, della pioggia, del blocco, della Mano di Dio (spesso nella forma di Ordinanza del Sindaco).
So di cosa parlo perché ci sono anch’io, che vengo dal quadrante Est e me ne vado a Tor Vergata con la macchina per due motivi: primo perché devo portare i bambini a scuola (che ovviamente, data la competizione scolastica, vanno a scuola in un quartiere diverso da quello in cui abitiamo) e non potrei farlo coi mezzi (ci vorrebbero 50 minuti per fare meno di 4 km, dato che i mezzi pubblici non sono pensati a Roma per collegare i quartieri trasversalmente, ma solo da e verso il centro); secondo perché con la macchina, da casa o da scuola dei bimbi, ci metto circa 30 minuti (ora Google maps mi salva dagli ingorghi, quindi il tempo di percorso si è stabilizzato tra i 25 e i 35 minuti) mentre con i mezzi ci impiego 80 minuti a tratta. Se usassi i mezzi, dovrei svegliare i bimbi alle 6.45 per uscire di casa alle 7.30, lasciarli a scuola alle 8.25 e arrivare in studio alle 9.45, e iniziare la mia giornata lavorativa 4 ore dopo la sveglia. Aggiungete il rientro, i bimbi che escono da scuola alle 16.20, e mi vedreste risalire sui mezzi alle 15, con una giornata lavorativa effettiva (concedetemi 30 minuti per il pranzo) di quattro ore e 45 minuti.
Queste cose, fatte le debite proporzioni generazionali, sono note ai miei studenti, che hanno incorporato (come ogni romano che debba spostarsi per lavoro o studio, vale a dire tutti o quasi) un istintivo sospetto per qualunque movimento, sospetto che vira verso il panico quando si tratta di andare Dentro, in quell’Altrove per molti radicale che è la città entro le Mura. Lo dico chiaramente, da abitante del semi-fuori: anche per me la prospettiva di avvicinarmi al centro è ansiogena a prescindere. L’ultima volta che ho avuto la malaugurata idea di andare con mia moglie e i bambini a vedere la Lupa Capitolina abbiamo aspettato 50 minuti l’autobus per tornare casa, con i bambini stanchi e affamati, e io che smadonnavo i miei Maipiù, PiuttostoMorto, in una litania di abdicazione dalla mia idea di essere un Cittadino di Roma.
Credo che questa reazione, che ognuno di noi vive nella solitudine imposta dalla stessa frammentazione urbana (si viaggia tutti per conto proprio, coi propri tempi e con le proprie imprecazioni per i ritardi, le lungaggini, le totali perdite di tempo) sia parte della disciplina acquisita, in quel processo di naturalizzazione che chiamiamo cultura. Poco alla volta, ma in effetti rapidamente, tanto la città è implacabile in questo, impariamo noi romani che la città è di Qualcun Altro, che ci si sa muovere, che abita lì vicino, che ha contezza dei posti e dei modi per arrivarci. Noi siamo sempre a elemosinare un po’ di spazio e un po’ di tempo, sempre intrusi, ospiti sgraditi, esploratori impacciati e spaventati dell’Altrove Perenne. Qualcuno, i più fortunati, si inventa accasamenti fittizi, come i ragazzetti che riescono a gravitare Dentro e hanno battezzato Sanca (la piazza di San Callisto) come luogo d’elezione (e non a caso l’hanno fatto nella parte popolare più radicalmente gentrificata della città, ormai assai più vissuta dai city users che non dai pochi residenti superstiti). Ma i più gravitano attorno ai satelliti del centri commerciali, delle zone residenziali, dei quartieri senza quartiere, della città anonima.
Non c’è alcun senso di superiorità nel dire questo, nessun professorume schizzinoso contro la gioventù, nessun “ai miei tempi!” visto che sono vittima quanto e forse più dei miei studenti di questo modo subalterno di vivere la città, avendo incorporato prestissimo questa rassegnazione rabbiosa per uno spazio che non riesco a sentire mio, relegato in una marginalità spaziale che mi piacerebbe pure (in fin dei conti siamo di fatto in campagna, a Tor Vergata) se non fosse moralmente connotato dal suo dovere stare alla larga, fuori dalle palle, fuori dalle cose che succedono (che ovviamente succedono Dentro).
Quindi per me #UMANO era anche un modo per spezzare la disciplina urbana, invogliare gli studenti (e me stesso!) ad andare Dentro, a vivere la straordinaria bellezza di una città che, somigliasse un po’ più a sé stessa, sarebbe la più bella del mondo (e capite che detta da un Veneziano questa è propria grossa).
La mia educazione cattolica, con il concetto pascaliano di gratia come frutto dell’habitus, unita al tardo interesse per la nozione marxiana di prassi, mi inducono a credere che le identità sono prima di tutto forme dell’agire sociale, non del sentire individuale. Si è per quel che si fa, o si pensa di fare. Se si vive la città come un nemico ostile che sta altrove non si è cittadini, ma sudditi, e ancora più subalterni perché non si conosce chi regge il bastone del comando, e si ubbidisce senza neppure accorgersene, così, perché “tanto che ci vuoi fare”. Portare gli studenti e le studentesse al Macro Asilo significa violare la regola della sottomissione urbana, provare a indurre un poco di coscienza di sé come cittadini che hanno il diritto, non solo il dovere di prendere un titolo di studio, di apprendere, di elaborare pensiero negli spazi pubblici dove quel pensiero si produce e articola. Non è giusto, per chi non ce l’ha a portata di mano, che il Macro sia percepito così lontano, così altrove, ma questo è quel che mi trovo di fronte e quello che cerco di gestire, e conosco troppo bene l’orgoglio periferico-borgataro (ricordo ancora una delle prime scritte a pennarello che lessi sulla metro B, appena arrivato a Roma: “100# regna”, e non era il Centocelle difficile da decrittare, ma il motivo per cui regnasse, che mi risultava incomprensibile) per non riconoscere la natura radicalmente coatta di quell’orgoglio, di quelle posture romanesche di chi il Dentro proprio non lo conosce, non l’ha mai conosciuto, lo relega in un antagonismo di classe fittizio (dato che il centro era popolato dal popolo romano, e quando il popolo ne è stato scacciato si è semplicemente spopolato, occupato da studi di avvocati e commercialisti, mentre la borghesia già stava a Città Giardino, e poi a Casal Palocco e poi ancora a Villaggio Azzurro o Marco Simone, o ai Castelli, appunto).
Per spingere gli studenti a venire più numerosi di quello che li avrebbe indotti l’inerzia della mobilità (mi è capitato di fare eventi fuori da Tor Vergata a cui hanno partecipato 3 (tre) studenti dei 250 allora iscritti al mio corso) ho messo in palio pezzetti di voto finale, sciatterie didattiche con intento pedagogico, mi viene da dire.
C’è sempre qualcuno che sbuffa, che hanno l’altro corso in contemporanea, che si alzano alle 4.30, che uffa insomma sta cosa mica è giusta che uno viene lì e prende un punto e mezzo e io che invece non posso/non voglio/non so sono costretto dalla mia condizione di sottomesso alla Regola dell’Alterità Urbana (e c’ho il lavoro, e c’ho i figli, e c’ho il rientro) a bruciarmi sta occasione. Ci mancherebbe che con oltre 400 studenti (poi a gennaio arrivano i nuovi del Percorso 24cfu e riparte la giostra) non ci sia chi sbuffa, o non coglie (o non coglie mentre sbuffa), ma io tengo duro e per ora la cosa sta funzionando alla grande. Non tanto per l’affluenza (che è stata molto numerosa nei primi due incontri) ma proprio per la postura generale che sembra indurre. Nella pagina Facebook del corso se ne parla, se ne discute in vario modo, ma sento l’effervescenza di qualcosa che sta succedendo, un piccolo passo verso il Diritto alla Città, mi verrebbe da dire. Un diritto strappato con la forza, spingendo nella metro o nel bus per farsi strada, per non fare tardi, perché vale la pena. Vale la pena di acchiappare per le palle questa città che, se non fai così, se non la tieni a bada come si deve, ti sfugge e ti sbeffeggia mentre si allontana.

martedì 13 novembre 2018

Sullo sgombero del Baobab experience


Bisogna rimanere lucidi, e lo dico a tutti, anche a quelli come me che di fronte a tweet di questo tipo sentono il sangue che ribolle.
Proviamo a restare sulla notizia. Non so quanti fossero gli uomini (in gran parte del Corno d’Africa) che vivevano nell’accampamento del Baobab experience. Ma so che erano di fatto invisibili, auto-segregati nella periferia di Pietralata, accampati in condizioni assurde ma almeno sottratti allo stato di totale senza tetto.
Ora Salvini gioisce (e guadagna consenso, immagino?) perché quelle centinaia di uomini sono sotto sgombero da parte dalla forza pubblica. Da qualche settimana lo spiazzo abbandonato (proprietà delle Ferrovie, mi dicono) dove si erano accampati era stato circondato da una recinzione di cemento e rete, di fatto recludendo (e rendendo ancora più invisibili) gli occupanti.
Che promessa ha fatto, Salvini? Una volta messi per strada, questi uomini si volatizzeranno? Si suicideranno in massa? Chiederanno di essere rimpatriati? Oppure andranno semplicemente a occupare nuovi interstizi cittadini, a piccoli gruppi, uno alla volta, pochi alla volta, più deboli, più miseri, più emarginati, più incattiviti, più disperati? Saranno un problema risolto o un problema in più per la città di Roma, per il quartiere dove vivo? Ci sarà più integrazione per loro o più malumore per me e miei vicini, nel vedere questi vagabondi disperati, affamati, luridi, infreddoliti? Chi starà meglio (a parte i sondaggi di Salvini)? Il gruppo di volontari che lavorava attorno al Baobab experience cercherà una locazione alternativa? Un poco più in periferia, forse, tanto per confermare l’idea che Roma è fatta di un centro sacro e intoccabile circondato da un cesso dove si può riversare di tutto?
Se li hai tolti dall’accampamento che cosa hai fatto? Che promessa hai mantenuto? Veramente non riesco a cogliere il senso né pratico né simbolico di azioni come queste, che sono esattamente come gli sgomberi dei campi rom (come ricorda Federico Bonadonna), mosse propagandistiche che paradossalmente complicano il problema di cui si pongono come soluzione radicale.
Di che parole “parla”, Salvini, e quali sono i “fatti”? È una petizione di principio “zone franche senza Stato e legalità non sono tollerate”? Ha qualche valore se viene pronunciata dal capo di un partito che per anni si è mosso senza alcuna concezione dello Stato nazionale e nell’illegalità più grossolana?

Scuola di politica 13 novembre 2018


Stanno sgomberando il baobab experience, o quel che ne restava dopo il lavoro di recinzione di questi giorni, dietro la Stazione Tiburtina. Sgomberati da via Cupa non so più quante volte, gli stranieri, i richiedenti asilo e i rifugiati si erano accampati dall’altra parte della ferrovia, sul versante di Pietralata e avevano faticosamente cercato di organizzare qualcosa che somigliasse a uno spazio abitato da esseri umani.
L’immigrazione è un problema perché è stata sempre gestita in Italia come una condizione emergenziale, da affrontare con misure in parte assistenziali e in parte vessatorie, senza nessuna volontà di produrre consapevolezza tra i cittadini italiani e cittadinanza tra gli stranieri immigrati.
Resta un tema centrale della discussione politica, di cui si sa troppo poco, sul serio, e troppo si sentenzia.
Nella Scuola di politica del polo ex Fienile ci è sembrato necessario, indispensabile, parlarne subito, ora, oggi. Dopo aver aperto il mese scorso con Cristian Raimo e Luigi Manconi, oggi verranno al Fienile (largo Mengaroni 29, a Torbellamonaca, a meno di dieci minuti a piedi dalla fermata Torre Gaia della Metro C) Riccardo Magi, parlamentare, membro della Commissione Affari Costituzionali della Camera, e Marco Dotti, giornalista esperto del Terzo settore, che da tempo si occupa proprio di come il Terzo settore questione immigrati.
Cerchiamo di mettere assieme i pezzi di questa società impazzita e malata e frammentata, che non riesce più a pensarsi, che agisce come un pupazzo a molla, pura reazione a sollecitazioni intestinali e non riesce più a collegare il cuore con il cervello, la capacità di ordinare i pensieri per capire il mondo con i sentimenti che guidino alla sua modifica per il bene collettivo.
Facciamo politica, venite a fare politica a diventare cittadini, a crescere, a trovare una ragione non belluina per dire “noi”.

domenica 4 novembre 2018

Mortacci al Fienile, ovvero fare antropologia urbana


L’antropologia culturale è una disciplina lenta, senza particolari balzi fulminei, sedimenta le cose un poco alla volta. Niente, credo, che possa equivalere al guizzo notturno del fisico teorico che vede la soluzione di un lungo rovello in un flash. Lo dico molte volte, ai miei studenti e alle mie studentesse, che l’antropologia è un lavoro di consapevolezza infinito, non abbiamo il satori, l’illuminazione che porta il cammino a compimento. Il nostro modo di ricercare è più una fragile sequela di petardi che accennano uno scoppio umidiccio, non abbiamo pistole fumanti da esporre ma solo il setaccio del cercatore di pepite, che si contenta della pagliuzza, che può mettere in cima alle mille pagliuzze dorate già raccolte con la pazienza di chi non teme la fatica. Veramente, se devo pensare a una scienza sostanzialmente modesta nella sua vocazione teorizzante questa è l’antropologia. Tanto quanto siamo bulimici nella scelta dell’oggetto (possiamo fare antropologia veramente su tutto, anche sul non-umano, conferma della nostra vocazione al paradosso) così siamo parchi di teorie. Ogni tanto ci innamoriamo di qualche concetto (cultura, funzionestruttura, corpo) ma sono solo coperte di Linus che raccontano il nostro costante sgomento di fronte alle cose che, semplicemente, scopriamo senza avere mai la certezza di cosa significhino.
Il LAPE del Fienile, nelle mie intenzioni, è nato per dare spazio a questa dimensione di sgomento che non trova pace nel metodo, ma solo nell’impastarsi con quel che dice di voler studiare. L’abbiamo fatto a Torbellamonaca, il Laboratorio di Pratiche Etnografiche, perché quello è lo spazio del polo culturale ex Fienile, ma forse non sarebbe potuto nascere da nessun’altra parte di questa città (che scherzosamente e con la vecchia passione antropologica per gli ossimori ormai ho battezzato “meravigliosa città demmerda”) perché Torbellamonaca è insieme un luogo reale, uno spazio abitato da più di 30mila persone e un luogo dello spirito, quasi dell’immaginario nazionale, a questo punto. Come le Vele di Scampia, le Torri di Torbella sono incubi che tutti si possono permettere a buon mercato, un giro nell’immaginario dell’orrido, tenuto a distanza di sicurezza.
Per questo siamo a Torbella, perché studiare la città dove la città ammette pubblicamente di aver fallito è un progetto perfettamente antropologico, la rilevanza del marginale, cercare il tessuto sociale lì dove tutto ti dice che c’è solo cancrena. E se proprio non lo trovi, non trovi né trama né ordito, allora ti ci metti tu con i tuoi strumenti antropologici (meravigliosi e demmerda, ça va sans dire) a intrecciare qualcosa, a vedere che succede se parli con la signora del bar, se inviti Mariagrazia della Cgil, se chiedi ai ragazzi di volantinare davanti al Pewex e davanti ai palazzoni di largo Mengaroni, se ti inventi un nome assurdo (Mortacci Nostra, che fa pure arricciare il naso a più di un collega a Tor Vergata) per celebrare un Halloween alternativo, che impasti il ricordo con il bisogno, la storia e i frammenti di vita per vedere se ne esce qualcosa che somigli almeno un poco alla parola “comunità”.
Avevo pensato da subito che Mortacci Nostra si sarebbe dovuto fare con un falò, quando quest’estate ho cominciato ad abbozzare il progetto. Il fuoco ha di suo la forza della sua natura, non devo stare a spiegarlo. Ho rimandato all’ultimo l’organizzazione della cosa, ma il giorno prima ho sentito Franko Salkanovic, del campo di Salone, che fa il giardiniere e se ne intende, per sapere quanta legna sarebbe servita e per chiedergli di seguire il fuoco per la serata.
Il 31 mattina, dopo che abbiamo portato Pietro Lofaro ad aiutarci all’ultimo con l’allestimento (che posso dire di lui se non che è letteralmente un mito, con la sua creatività esplosiva che cerca tutto il tempo un canale dove riversarsi?) con Simone siamo andati a cercare la legna per il falò serale. Ci siamo affacciati al piccolo parco incolto di fronte al Fienile, diciamo che alberi a terra non sono una merce rara di questi tempi a Roma, e qualcosa siamo riusciti a raccattare. C’era un tronco intero divelto dalla pioggia che avrebbe forse fatto al caso nostro, ma era troppo grande e troppo ingombrante, tanto che ci siamo dovuti accontentare di qualche ramo trascinato a fatica fin dentro il giardino del Fienile e un po’ di fascine. Dopo una telefonata, siamo andati in un centro di hobbistica in zona e siamo tornati con sei cassette di faggio già tagliato. Ho pagato le cassette 6 euro l’una.
Quando è arrivato Franko, all’imbrunire, si è reso conto che la legna probabilmente non sarebbe bastata e mentre stavo salendo in macchina per tornare all’Università (avevo scordato nel mio studio Le nuvole e i soldi, il libro di Tiziano Scarpa da cui volevo leggere alcune poesie a tema, una più bella dell’altra, come mi ha confermato Daniele Casolino del Poetry Slam, che l’ha poi utilizzato per un responsorio molto bello dentro il teatro del Fienile) l’ho visto in sella al suo motorino. Gli ho chiesto dove stava andando e mi ha detto di essersi fatto un giro, e che poco distante, su via di Torbellamonaca (a tre minuti di macchina dal Fienile) era caduto un albero già morto e tutto secco, che avrebbe fatto perfettamente al caso nostro. Con la mia macchina siamo andati lì, c’ero passato davanti due volte quel giorno, ma non l’avevo visto, un tronco di più di sei metri, con rami lunghi che si spezzavano come grissini facendo leva senza grande fatica, una volta infilati nella biforcazione di un altro albero che invece era rimasto in piedi, lì a fianco. Stavamo pulendo un pezzo di strada e ci stavamo procurando senza spesa un falò meraviglioso, questo pensavo, ma un poco pensavo anche a una poesia di Billy Collins, in cui si parla di come l’illuminazione, sempre altrui, sempre differita, si manifesti a volte nelle persone più umili.
Franko ha quattro figli, una moglie giovane e una forza d’animo per me commovente. La vita al campo è proprio dura, è inutile infiorettare aggettivi quando il più secco è anche il più vero. Non so se avete presente gli zingari del campo di Salone, sgombrati dal Casilino 900 una decina d’anni fa e ora raggrumati coi nuovi arrivi in una struttura vergognosa e fatiscente.
Forse un’idea però ce l’avete, una vostra idea degli zingari, dico. Ma a quell’idea vorrei che aggiungeste due altre idee, queste non sugli zingari, ma degli zingari di Salone. La prima è che a loro, di venire a Torbellamonaca quando la 21 Luglio ha preso il Fienile, non è che proprio gli andava. Che ci veniamo a fare, a Torbellamonaca? Dicevano. È un quartiere pericoloso, pieno di gentaglia di cui non ci si può fidare. Che ne sappiamo noi che cosa mai ci possono fare, i gagi lì a Torbella? E l’altra idea invece me l’ha raccontata Nedziba, la moglie di Franko, mentre la riaccompagnavo a casa (scusate, dovevo dire al campo; un campo non è una casa, è un posto demmerda senza alcuna meraviglia). L’idea è un incubo, un incubo che molte mamme rom fanno di frequente, e che proiettano nei vicoli fangosi del campo, nel buio dove passano le pantegane e i carrelli rubati all’Eurospin. In quest’incubo uomini bianchi, gagi mascherati, forse albanesi, entrano di sera per portare via i bambini rom. Probabilmente li vogliono prendere per i trapianti o dio sa cosa, ma c’è un giro di telefonate che le mamme rom si fanno, quando il sole finisce, per controllare i bambini, per verificare che questo incubo non diventi realtà.
Io ci sono cresciuto, con la storia che dovevo stare attento agli zingari che rubavano i bambini, e mi ha sconvolto ritrovare questo racconto dell’orrore riaffacciarsi dal campo di Salone, dove gli zingari non vogliono venire a Torbellamonaca perché “che ne sappiamo noi di quel che voglio quelli lì?”.
Il reciproco sospetto, ecco il cancro di questo quartiere, di tutta Roma, di questo Paese, e la necessità di superarlo facendo cose, raccogliendo legna che marcirebbe sporcando ancora di più questa meravigliosa città demmerda; organizzando una festa che provava ad essere un rituale per ricucire un poco le slabbrature del tessuto urbano; un progetto di ricerca che non è ricerca ma non vuole essere neppure antropologia applicata, ma piuttosto ricerca-azione. Un progetto, quello del Lape, come seme attivo del Fienile, in cui la portata del conoscere si misura sul doppio asse del fare e del condividere. Per me, le parole di Mariagrazia che esce commossa dalla visione di Coco e che attorno al fuoco e dentro il teatro chiede la parola “perché non ce la faccio” e deve condividere il suo dolore, sono un piccolo sintomo che la strada è quella giusta, che il Fienile con il nostro lavoro può diventare il primo Spazio Pubblico (di tutti) di Torbellamonaca, tutta ancora soffocata nell’antitesi spaziale (insieme folle e capitalista) del “mio o di nessuno”.

E, vi dico la verità, le rivalità “interne” al Fienile mi procurano un dolore fisico, perché sono articolate nella stessa logica in fin dei conti privatistica (“è mio”) che ha massacrato l’edilizia popolare e cancellato gli spazi pubblici dal vivibile. Dobbiamo recuperare lo spirito di servizio, aprire, tutti insieme, le porte a questa idea che cerca di prendere il meglio dell’Oratorio, del Centro sociale, della Casa del Popolo e della Public House. Noi siamo il seme di un modo diverso di vivere lo spazio in questa città e soprattutto in questo quartiere: o ci apriamo del tutto, come deve fare un seme, oppure ci seccheremo come quella caccola di topo che torneremo ad essere se non accettiamo che non ci sono divieti e non ci sono privilegi su chi può usare il fienile se intende contribuire alla produzione di cittadinanza. Non ci interessano gli alambicchi identitari, il “noi” che esiste solo se si contrappone. Il Fienile sarà lo spazio dove il noi si scioglie nella rete intensificata dei rapporti umani, oppure non sarà.

mercoledì 17 ottobre 2018

Umano (quanto vi pare)

Inizia giovedì 18 ottobre al Macro Asilo una nuova avventura intellettuale e umana. Una volta al mese, artisti, studiosi, scienziati e performers incontreranno al Macro Asilo quanti vorranno esserci per riflettere, nella "stanza delle parole", sulla parola che mi è stata assegnata e che cercherò di sviluppare in tutte le sue molteplici sfaccettature.

La parola è UMANO, e come non pensare al saluto di Vittorio Arrigoni, "restiamo umani!", ma io ho subito pensato al fatto che umano, nella nostra lingua, incorpora il doppio senso di human e humane, di ciò che ci caratterizza "oggettivamente" come animali (contrapposto a "bovino", per esempio) e che insieme umanizza perché ci rende in grado di provare compassione, sentimenti per l'Altro.
Questa comprensenza di umano animale e umano morale nell'aggettivo UMANO mi è sembrata molto feconda ed è attorno a quella che voglio costruire gli incontri dei mesi a venire.

Abbiamo diverse opzioni di artisti, scienziati, filosofi, genetisti, antropologi che ci racconteranno la loro concezione dell'umano nei mesi del 2019, ma intanto per questi ultimi mesi dell'anno, i primi di apertura del Macro Asilo, il calendario è questo:
ottobre (18, ore 16) Introduco il tema da una prospettiva antropologica
novembre (21, ore 11) Franco Farinelli, uno dei più importanti geografi italiani, ci racconterà in quali condizioni lo spazio diventa spazio umano
dicembre (data da definire) Fabio Dei, antropologo italiano tra i più noti della sua generazione, ci parlerà dei limiti dell'umano, dello sconfinamento nella "disumanità".

Si tratta di un progetto per me molto complesso, perché da antropologo sono esperto (se proprio così si può dire) solo di un lato dell'umanità (quello culturale) ma riconosco che ci sono tanti modi in cui si possa declinare l'aggettivo e riconoscere prospettive diverse dalla mia. Etica e estetica, nelle mie intenzioni, non sono alternative, e vorrei che il progetto UMANO (che a sua volta fa parte di un più ampio progetto #Dizionario) rispondesse agli obietti del nuovo Macro, di riportare l'arte dentro la vita associata: "il museo si fa città" è lo slogan del Macro Asilo e, come antropologo, non potrei trovarlo più allettante per quel che io penso debba essere l'arte, e la vita associata. Si tratta di recuperare anche il vecchio "l'arte come vita, la vita come arte" ma sradicando questa concezione romantica dalle secche dell'individualismo creativo, portando invece a considerare l'arte come "sistema culturale", e gli spazi della vita associata imbevuti di quel sistema e della sue strutture anzi, costituiti da quella strutturazione artistica.

domenica 14 ottobre 2018

Il Punto di svolta (quello di Salvini è fascismo)


Caro Federico,
ti ho letto con attenzione e interesse in questi mesi, le tue riflessioni sulla situazione politica italiana sono state per me illuminanti, soprattutto nel farmi comprendere quanto la chiusura del nostro paese verso l’immigrazione e la diversità in generale sia stata accompagnata da tutti i governi dell’ultimo trentennio, destra e sinistra. Le tue testimonianze dirette sulla giunta Veltroni hanno dimostrato la profondità dell’antiziganismo come sentimento popolare coccolato dalle giunte romane, in quegli anni di sinistra dell’amministrazione capitolina.
Non c’è alcun rigurgito di fascismo, ci hai insegnato, e io ho ascoltato volentieri, con un senso di amarezza perché la “mia parte” non si rivelava certo migliore, come mi ero illuso, ma anche con un senso di sollievo, perché l’autoritarismo di certi capetti sfrontati e rissosi non doveva essere letto come un’anticipazione di ulteriori restrizioni della libertà di tutti, compresi noi italiani maschi borghesi intellettuali (la porzione di classe cui apparteniamo entrambi).
Ti chiedo se dopo la decisione del Ministro degli Interni di deportare tutti gli stranieri coinvolti nel “modello Riace” tu mantenga ancora con serenità quella posizione. Io credo che siamo a una svolta che si può configurare tecnicamente come svolta fascista, e sarei felice di sapere che ne pensi, in proposito, tenuto conto che nel mio immaginario configuri il mondo dei “non ostili ai 5S da sinistra”. Quelli che, provenendoci, hanno tanto in odio il PD da assumere volentieri alcuni dei tic linguistici del MoVimento (e allora il PD?).
L’arresto di Mimmo Lucano non mi ha stupito ed è, nella logica del legalismo ormai imperante in Italia, un atto dovuto. Abbiamo consegnato una ventina d’anni fa il campo della politica ai giudici e ai magistrati, che hanno altre unità di misura e le hanno imposte nello spazio della polis. Amen, è andata così e quindi è del tutto ovvio che il concetto stesso di disobbedienza civile (che è una nozione eminentemente politica) non possa trovare spazio nella gestione della cosa pubblica: se La Legge dice x, e tu fai una cosa in meno o in più di x, il legalismo dice che commetti un illecito o un reato, non c’è molto da aggiungere. Se provi ad articolare un discorso sul valore di x, sulla sua storia, sulle ragioni che hanno fatto sì che si giungesse a x, stai facendo un discorso politico sulla legge, e questo non è semplicemente più tollerabile per la maggior parte di chi ci governa e di chi è governato. Quindi, come si dice, “ci sta” che Lucano venisse arrestato, nel senso che a me la cosa fa orrore e la considero un’aberrazione folle del sistema politico italiano, ma è del tutto conseguente al clima generale.
In questa chiave, è paradossalmente comprensibile anche la “chiusura dei porti”, e il respingimento dei richiedenti asilo: se lo stato nazionale è quell’istituzione che demarca il potere che esercita con la nettezza dei suoi limiti confinari (fin qui comando io, oltre la linea comanda chi può) è comprensibile (certo non condivisibile per me, che conosco la storia di formazione di quegli strani oggetti simbolici detti confini) un atto di sovranismo: chi vuole dimostrare al suo elettorato di “essere al potere” avrà buone ragioni per marcare identitariamente i limiti del suo territorio, come un cane che fa territorial pissing con lo stesso intento di dire: uè ragazzi, fin qui comando io eh!
Ma Salvini imponendo la deportazione di tutti gli stranieri di Riace, cioè un caso riuscito di integrazione, ha fatto un’altra mossa, non rivolta a stabilire il dentro e il fuori, ma tutta interna, orientata a dire, a noi italiani, o con me, o contro di me, ed è questa la svolta fascista che credo di aver individuato.
Il Ministro degli Interni ha deciso di delegittimare il “modello Riace” in quanto tale, e l’ha smantellato interamente deportando tutti i cittadini stranieri (in gran parte riconosciuti come rifugiati) che vi avevano finora preso parte. Questo non è più legalismo, non è più sovranismo, ma è un’azione politica di vecchio stampo, un atto puramente politico fascista che definisce il senso della polis.
Lasciamo stare che “chi sbaglia paga” lo dica uno che sta pagando in comode rate, e lasciamo il fatto che “non si possono tollerare irregolarità nell’uso dei fondi pubblici” lo dica uno che ci ha fatto tollerare 49 milioni di irregolarità che lo riguardavano. Guardiamo la cosa in sé, e cioè che Salvini sta, con questo gesto, portando a compimento un atto fondamentale e tipico del “fascismo eterno” descritto da Umberto Eco, vale a dire l’individuazione di un nemico che costringe l’intero popolo a schierarsi, pro o contro. Di fronte a una decisione come quella di trasferire tutti gli stranieri da Riace, non ci sono vie di mezzo, non ci sono posizioni terziste, non esiste il “sì però” e neppure il “ma anche”. L’intento è tutto politico, e ricorda la strategia islamo-fascista della al-Qaeda di bin-Laden, il cui piano terrorista era soprattutto quello di costringere “i moderati” a decidere se stare dalla parte delle potenziali vittime del terrorismo o di quelle dei carnefici attivi.
Il piano, poi, è quello storico dei nazionalismi (di cui il fascismo è una degenerazione storica quasi inevitabile), la separazione aut-aut tra Patrioti e Traditori, per consentire al capo di turno di avere una presa immediata e totale sul Noi Patrioti grazie alla delimitazione chirurgica del Loro Traditori. Questo è fascismo nel senso più puro: la creazione di un discrimine che taglia in due la nazione tra chi è a favore e chi è contro, dissodando tutti i terzismi. Nessuno può restare veramente indifferente rispetto alla deportazione di Riace, perché esserlo si configura già come una postura favorevole alla deportazione (chemmefrega dei sti negri), mentre essere contrario a spostare uomini e donne stranieri integrati nel tessuto locale di una nazione diventa di fatto un’opposizione radicale e totale a questo Governo e ai suoi decisori, un atto di tradimento.
Io non avrei mai voluto definirmi anti-salviniano, è proprio una posizione idiota quella dell’anti-, proprio perché, per ragioni professionali come puoi ben capire, detesto essere definito interamente dal mio avversario. Mi piace pensare che io sono quel che mi piace, sono amante della libertà, della giustizia sociale, dell’eguaglianza delle opportunità per tutte e tutti, e il mio anti-fascismo è sempre stato una dimensione latente, poco attiva nel sentirmi cittadino. Ho sempre riconosciuto l’importanza storica dell’anti-fascismo, però, vale a dire di quegli uomini e di quelle donne che hanno veramente combattuto il fascismo quando era al potere, mentre un poco, ti dirò, mi irritava il rituale post-bellico dell’anti-fascismo quando diventava il cardine dell’identità politica di chi se ne faceva portatore.
Bene, di fronte a Riace io non posso non definirmi anti-Salviniano, radicalmente, totalmente, senza sconti. Come cittadino veneto, negli anni ottanta ho resistito con il mio anti-leghismo a tutti i tentativi di tirarmi dentro il gorgo melmoso dell’identitarismo localista, figuriamoci se cado ora, proprio io, esperto di nazionalismi e identità etniche, dalla padella del leghismo alla brace schifosa del “prima gli italiani”. Ho un corso di antropologia culturale con centinaia di studenti anche quest’anno, mi sa che la butto in politica.
E se Salvini ci costringe a prendere parte, sappia che io gli sto contro, e farò il mio dovere di cittadino e di intellettuale (tranquilli, i miei amici che hanno problemi con la parola intellettuale: non mi do un tono, è solo che dopo aver fatto il pasticcere, l’operaio in fabbrica, il barista e il portiere d’albergo, da diversi anni mi guadagno da vivere con il mio cervello e con il mio pensiero, tutto qui, rilassatevi, non me la tiro). Il mio dovere sarà quello di sollecitare chiunque, e chiedergli se è d’accordo o meno con la deportazione degli stranieri residenti a Riace, e quali sono le sue ragioni per la sua scelta.
È iniziata una battaglia, spero non siano i prodromi di una vera guerra civile, ma se sarà il caso io so già da che parte stare, e da quale parte proverò ad trascinare le persone che mi circondano.

martedì 2 ottobre 2018

Quatti quatti

Oggi, 2 ottobre, ho iniziato il corso di antropologia culturale 2018/19 (modulo A fino al 10 novembre, poi parte di fila il modulo B fino a Natale) a Tor Vergata. L'impatto dell'aula T12B (250 posti mi dicono) piena piena è stato piacevole, segno che ancora qualcosa da dire noi antropologi ce l'abbiamo. Ma vediamo chi regge il ritmo di questo corso, insegnato martedì, venerdì e sabato!
Nella colonna di destra di questo blog trovate i primi link, per gli appunti iniziali e soprattutto per il modulo di iscrizione. Quanti intendono fare l'esame in questo anno accademico 2018/19 sono vivamente pregati di compilare il modulo quanto prima (anche se non frequentano). Vi prende un minuto e mi risparmia un sacco di tempo  quando dovrò pensare alla valutazione.

venerdì 28 settembre 2018

L’intervista Biografica - Vite migranti al Fienile

Il LAPE (LAbortorio di Pratiche Etnografiche) partecipa nell'ambito di Frascati Scienza alla Notte dei Ricercatori, venerdì 28 settembre e sabato 29.

La Notte dei Ricercatori è un evento ormai consolidato in cui gli scienziati italiani e europei aprono i loro laboratori e osservatori e consentono alla "gente comune" di partecipare alle attività di ricerca.

Uno pensa subito a camici bianchi, provette, bilance, reagenti, ma la ricerca non si fa solo nel mondo naturale, e siamo in tanti a studiare il mondo sociale. Se abbiamo un'idea abbastanza chiara (per quanto probabilmente stereotipata) di come sia fatto un laboratorio di un chimico, com'è fatto il laboratorio di un antropologo?

Per vedere quindi l'antropologia al lavoro partecipiamo al progetto della Notte dei Ricercatori mettendo a disposizione un laboratorio etnografico nel suo farsi. Che significa che il LAPE (guidato in questo caso da Elena Bachiddu, e con il sostegno di Caterina Re) metterà in atto alcune interviste biografiche al polo culturale ex Fienile (sede del Laboratorio) a largo Mengaroni 29, a Torbellamonaca (Roma), venerdì 28 alle ore 20.30 e sabato 29 alle ore 10.30. Due donne verranno intervistate venerdì 28, e due uomini sabato 29. Si raccoglieranno le loro storie, i percorsi migratori, le scelte di vita, i momenti drammatici e quelli felici.

Ogni vita condensa temi sociali, questioni politiche, progetti economici, sistemi morali e raccoglierne la complessità specifica e individuale riconoscendone le determinanti sociali è una sfida intellettuale sempre aperta.

Con questo laboratorio, aperto a tutta la cittadinanza e al quale siete invitati a partecipare numerosi, vogliamo far scoprire la bellezza dell'incontro etnografico, la difficoltà di un'apertura comunicativa,  l'impegno che tutti gli interlocutori devono mettere nella costruzione di un dialogo.

Il sapere degli uomini prende strane forme per condensarsi. A volte c'è bisogno di staccarsi dall'oggetto di studio, per vederlo oggettivamente, a distanza, attraverso i filtri dello sguardo scientifico. Altre volte, invece, lo studio prevale sulla scienza, e in quel caso c'è bisogno di contatto, di interazione, di condivisione.

Non si può pretendere di capire come vivono gli uomini se non ci si impegna a conoscerli. E per conoscergli tocca proprio starci assieme, e parlarci.

Venite, venerdì 28 e sabato 29 settembre, a vedere come si fa, al polo ex Fienile di Torbellamonaca.