2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

domenica 14 ottobre 2018

Il Punto di svolta (quello di Salvini è fascismo)


Caro Federico,
ti ho letto con attenzione e interesse in questi mesi, le tue riflessioni sulla situazione politica italiana sono state per me illuminanti, soprattutto nel farmi comprendere quanto la chiusura del nostro paese verso l’immigrazione e la diversità in generale sia stata accompagnata da tutti i governi dell’ultimo trentennio, destra e sinistra. Le tue testimonianze dirette sulla giunta Veltroni hanno dimostrato la profondità dell’antiziganismo come sentimento popolare coccolato dalle giunte romane, in quegli anni di sinistra dell’amministrazione capitolina.
Non c’è alcun rigurgito di fascismo, ci hai insegnato, e io ho ascoltato volentieri, con un senso di amarezza perché la “mia parte” non si rivelava certo migliore, come mi ero illuso, ma anche con un senso di sollievo, perché l’autoritarismo di certi capetti sfrontati e rissosi non doveva essere letto come un’anticipazione di ulteriori restrizioni della libertà di tutti, compresi noi italiani maschi borghesi intellettuali (la porzione di classe cui apparteniamo entrambi).
Ti chiedo se dopo la decisione del Ministro degli Interni di deportare tutti gli stranieri coinvolti nel “modello Riace” tu mantenga ancora con serenità quella posizione. Io credo che siamo a una svolta che si può configurare tecnicamente come svolta fascista, e sarei felice di sapere che ne pensi, in proposito, tenuto conto che nel mio immaginario configuri il mondo dei “non ostili ai 5S da sinistra”. Quelli che, provenendoci, hanno tanto in odio il PD da assumere volentieri alcuni dei tic linguistici del MoVimento (e allora il PD?).
L’arresto di Mimmo Lucano non mi ha stupito ed è, nella logica del legalismo ormai imperante in Italia, un atto dovuto. Abbiamo consegnato una ventina d’anni fa il campo della politica ai giudici e ai magistrati, che hanno altre unità di misura e le hanno imposte nello spazio della polis. Amen, è andata così e quindi è del tutto ovvio che il concetto stesso di disobbedienza civile (che è una nozione eminentemente politica) non possa trovare spazio nella gestione della cosa pubblica: se La Legge dice x, e tu fai una cosa in meno o in più di x, il legalismo dice che commetti un illecito o un reato, non c’è molto da aggiungere. Se provi ad articolare un discorso sul valore di x, sulla sua storia, sulle ragioni che hanno fatto sì che si giungesse a x, stai facendo un discorso politico sulla legge, e questo non è semplicemente più tollerabile per la maggior parte di chi ci governa e di chi è governato. Quindi, come si dice, “ci sta” che Lucano venisse arrestato, nel senso che a me la cosa fa orrore e la considero un’aberrazione folle del sistema politico italiano, ma è del tutto conseguente al clima generale.
In questa chiave, è paradossalmente comprensibile anche la “chiusura dei porti”, e il respingimento dei richiedenti asilo: se lo stato nazionale è quell’istituzione che demarca il potere che esercita con la nettezza dei suoi limiti confinari (fin qui comando io, oltre la linea comanda chi può) è comprensibile (certo non condivisibile per me, che conosco la storia di formazione di quegli strani oggetti simbolici detti confini) un atto di sovranismo: chi vuole dimostrare al suo elettorato di “essere al potere” avrà buone ragioni per marcare identitariamente i limiti del suo territorio, come un cane che fa territorial pissing con lo stesso intento di dire: uè ragazzi, fin qui comando io eh!
Ma Salvini imponendo la deportazione di tutti gli stranieri di Riace, cioè un caso riuscito di integrazione, ha fatto un’altra mossa, non rivolta a stabilire il dentro e il fuori, ma tutta interna, orientata a dire, a noi italiani, o con me, o contro di me, ed è questa la svolta fascista che credo di aver individuato.
Il Ministro degli Interni ha deciso di delegittimare il “modello Riace” in quanto tale, e l’ha smantellato interamente deportando tutti i cittadini stranieri (in gran parte riconosciuti come rifugiati) che vi avevano finora preso parte. Questo non è più legalismo, non è più sovranismo, ma è un’azione politica di vecchio stampo, un atto puramente politico fascista che definisce il senso della polis.
Lasciamo stare che “chi sbaglia paga” lo dica uno che sta pagando in comode rate, e lasciamo il fatto che “non si possono tollerare irregolarità nell’uso dei fondi pubblici” lo dica uno che ci ha fatto tollerare 49 milioni di irregolarità che lo riguardavano. Guardiamo la cosa in sé, e cioè che Salvini sta, con questo gesto, portando a compimento un atto fondamentale e tipico del “fascismo eterno” descritto da Umberto Eco, vale a dire l’individuazione di un nemico che costringe l’intero popolo a schierarsi, pro o contro. Di fronte a una decisione come quella di trasferire tutti gli stranieri da Riace, non ci sono vie di mezzo, non ci sono posizioni terziste, non esiste il “sì però” e neppure il “ma anche”. L’intento è tutto politico, e ricorda la strategia islamo-fascista della al-Qaeda di bin-Laden, il cui piano terrorista era soprattutto quello di costringere “i moderati” a decidere se stare dalla parte delle potenziali vittime del terrorismo o di quelle dei carnefici attivi.
Il piano, poi, è quello storico dei nazionalismi (di cui il fascismo è una degenerazione storica quasi inevitabile), la separazione aut-aut tra Patrioti e Traditori, per consentire al capo di turno di avere una presa immediata e totale sul Noi Patrioti grazie alla delimitazione chirurgica del Loro Traditori. Questo è fascismo nel senso più puro: la creazione di un discrimine che taglia in due la nazione tra chi è a favore e chi è contro, dissodando tutti i terzismi. Nessuno può restare veramente indifferente rispetto alla deportazione di Riace, perché esserlo si configura già come una postura favorevole alla deportazione (chemmefrega dei sti negri), mentre essere contrario a spostare uomini e donne stranieri integrati nel tessuto locale di una nazione diventa di fatto un’opposizione radicale e totale a questo Governo e ai suoi decisori, un atto di tradimento.
Io non avrei mai voluto definirmi anti-salviniano, è proprio una posizione idiota quella dell’anti-, proprio perché, per ragioni professionali come puoi ben capire, detesto essere definito interamente dal mio avversario. Mi piace pensare che io sono quel che mi piace, sono amante della libertà, della giustizia sociale, dell’eguaglianza delle opportunità per tutte e tutti, e il mio anti-fascismo è sempre stato una dimensione latente, poco attiva nel sentirmi cittadino. Ho sempre riconosciuto l’importanza storica dell’anti-fascismo, però, vale a dire di quegli uomini e di quelle donne che hanno veramente combattuto il fascismo quando era al potere, mentre un poco, ti dirò, mi irritava il rituale post-bellico dell’anti-fascismo quando diventava il cardine dell’identità politica di chi se ne faceva portatore.
Bene, di fronte a Riace io non posso non definirmi anti-Salviniano, radicalmente, totalmente, senza sconti. Come cittadino veneto, negli anni ottanta ho resistito con il mio anti-leghismo a tutti i tentativi di tirarmi dentro il gorgo melmoso dell’identitarismo localista, figuriamoci se cado ora, proprio io, esperto di nazionalismi e identità etniche, dalla padella del leghismo alla brace schifosa del “prima gli italiani”. Ho un corso di antropologia culturale con centinaia di studenti anche quest’anno, mi sa che la butto in politica.
E se Salvini ci costringe a prendere parte, sappia che io gli sto contro, e farò il mio dovere di cittadino e di intellettuale (tranquilli, i miei amici che hanno problemi con la parola intellettuale: non mi do un tono, è solo che dopo aver fatto il pasticcere, l’operaio in fabbrica, il barista e il portiere d’albergo, da diversi anni mi guadagno da vivere con il mio cervello e con il mio pensiero, tutto qui, rilassatevi, non me la tiro). Il mio dovere sarà quello di sollecitare chiunque, e chiedergli se è d’accordo o meno con la deportazione degli stranieri residenti a Riace, e quali sono le sue ragioni per la sua scelta.
È iniziata una battaglia, spero non siano i prodromi di una vera guerra civile, ma se sarà il caso io so già da che parte stare, e da quale parte proverò ad trascinare le persone che mi circondano.

martedì 2 ottobre 2018

Quatti quatti

Oggi, 2 ottobre, ho iniziato il corso di antropologia culturale 2018/19 (modulo A fino al 10 novembre, poi parte di fila il modulo B fino a Natale) a Tor Vergata. L'impatto dell'aula T12B (250 posti mi dicono) piena piena è stato piacevole, segno che ancora qualcosa da dire noi antropologi ce l'abbiamo. Ma vediamo chi regge il ritmo di questo corso, insegnato martedì, venerdì e sabato!
Nella colonna di destra di questo blog trovate i primi link, per gli appunti iniziali e soprattutto per il modulo di iscrizione. Quanti intendono fare l'esame in questo anno accademico 2018/19 sono vivamente pregati di compilare il modulo quanto prima (anche se non frequentano). Vi prende un minuto e mi risparmia un sacco di tempo  quando dovrò pensare alla valutazione.

venerdì 28 settembre 2018

L’intervista Biografica - Vite migranti al Fienile

Il LAPE (LAbortorio di Pratiche Etnografiche) partecipa nell'ambito di Frascati Scienza alla Notte dei Ricercatori, venerdì 28 settembre e sabato 29.

La Notte dei Ricercatori è un evento ormai consolidato in cui gli scienziati italiani e europei aprono i loro laboratori e osservatori e consentono alla "gente comune" di partecipare alle attività di ricerca.

Uno pensa subito a camici bianchi, provette, bilance, reagenti, ma la ricerca non si fa solo nel mondo naturale, e siamo in tanti a studiare il mondo sociale. Se abbiamo un'idea abbastanza chiara (per quanto probabilmente stereotipata) di come sia fatto un laboratorio di un chimico, com'è fatto il laboratorio di un antropologo?

Per vedere quindi l'antropologia al lavoro partecipiamo al progetto della Notte dei Ricercatori mettendo a disposizione un laboratorio etnografico nel suo farsi. Che significa che il LAPE (guidato in questo caso da Elena Bachiddu, e con il sostegno di Caterina Re) metterà in atto alcune interviste biografiche al polo culturale ex Fienile (sede del Laboratorio) a largo Mengaroni 29, a Torbellamonaca (Roma), venerdì 28 alle ore 20.30 e sabato 29 alle ore 10.30. Due donne verranno intervistate venerdì 28, e due uomini sabato 29. Si raccoglieranno le loro storie, i percorsi migratori, le scelte di vita, i momenti drammatici e quelli felici.

Ogni vita condensa temi sociali, questioni politiche, progetti economici, sistemi morali e raccoglierne la complessità specifica e individuale riconoscendone le determinanti sociali è una sfida intellettuale sempre aperta.

Con questo laboratorio, aperto a tutta la cittadinanza e al quale siete invitati a partecipare numerosi, vogliamo far scoprire la bellezza dell'incontro etnografico, la difficoltà di un'apertura comunicativa,  l'impegno che tutti gli interlocutori devono mettere nella costruzione di un dialogo.

Il sapere degli uomini prende strane forme per condensarsi. A volte c'è bisogno di staccarsi dall'oggetto di studio, per vederlo oggettivamente, a distanza, attraverso i filtri dello sguardo scientifico. Altre volte, invece, lo studio prevale sulla scienza, e in quel caso c'è bisogno di contatto, di interazione, di condivisione.

Non si può pretendere di capire come vivono gli uomini se non ci si impegna a conoscerli. E per conoscergli tocca proprio starci assieme, e parlarci.

Venite, venerdì 28 e sabato 29 settembre, a vedere come si fa, al polo ex Fienile di Torbellamonaca.

domenica 23 settembre 2018

Le recchie appizzate

Tra poco iniziano i miei corsi di Antropologia culturale a Tor Vergata (al Trinity College siamo invece già alla terza settimana di lezione) e si riapre il rovello di condensare in trenta ore il senso di una disciplina bulimica e contraddittoria. Gli antropologi possono veramente dire tutto e il suo contrario, quanto a contenuti, ma se devo pensare a una radice metodologica che ci accomuna potrei sintetizzarla nel titolo di questo post, vale a dire nello stare all'erta, nello scrutare sintomi che possono essere letti come indizi di qualcosa più grande, di qualcosa che ancora ci ostiniamo a chiamare cultura.
La foto qui a fianco, ad esempio, condensa (almeno per chi pretende di saperlo leggere) un intero ethos culturale (non scrivo Weltanschauung solo perché ho sempre dei dubbi sull'ortografia delle parole tedesche).
Si tratta di un piccolo gadget da macchina, una finta gruccia che si appende a ventosa sul lunotto posteriore, per avvisare gli altri automobilisti che c'è un "bimbo a bordo" e quindi si pretende la pazienza e la correttezza necessarie a sopportare una guida magari non particolarmente scattante. 

1. I genitori sentono l'urgenza di comunicare agli altri di essere genitori: se non mi senti più sgommare, se evito  le derapate e i testacoda, sappi che la cosa dipende dal mio stato di maturazione sociale. Mi sono riprodotto, non ho più bisogno di esporre le mie gonadi in atti bellicosi di aggressività stradale, capisciammé: sono un Adulto, ho dei Doveri, il Principio di Realtà si è imposto in forma di seggiolini e pannolini, non ho più tempo da perdere a fare a chi ce l'ha più lungo (ce l'ho più lungo io, ovvio).

2. Questa esternazione pubblica del compimento dei Rito di passaggio alla genitorialità è del tutto recente, mentre non lo è l'atto di essere padre o madre e di scorrazzare la prole in macchina. I miei mi facevano viaggiare sul sedile anteriore, appena dietro la leva del cambio, perché eravamo una marea di figli e non ci si stava tutti sui sedili posteriori. E ai miei non è neppure passato per la mente di rendere pubblico questo loro ruolo sociale di autotrasportatori del proprio DNA. Non si era ancora affacciata l'idea che un genitore sia una chioccia iperprotettiva che deve, lancia in resta, proteggere il suo cucciolo dalle brutture del mondo. All'epoca in cui ero figlio, i figli, oltre che piezz'e core erano pezzi del mondo, li si poteva controllare fino a un certo punto.

3. Ma poi, forse già alla fine degli anni Settanta, sono iniziati a circolare gli adesivi "bimbo a bordo", a invocare la pietà delle altre macchine. La novità, allora (ti annuncio che tengo famiglia) era ancora di tipo generico, mentre ormai da anni l'anagrafe dei lunotti è dettagliata: Attenzione, Carletto, Sabrina, Micol, Manfredi a bordo. Questo salto del livello di personalizzazione è significativo dello stesso percorso di privatizzazione della genitorialità: ma cosa pensi, che io sono UN genitore? Che magari ho UN figlio o UNA figlia a caso, come fossero tutti uguali e intercambiabili? No, tu mi porti rispetto perché io ho Davide (Carlotta, Filippo, Giovanna) a bordo, vale a dire una persona talmente unica che la posso nominare pubblicamente senza timore di fraintendimenti.

4. E in effetti, la nominazione dei figli ha seguito questo percorso ultra-specifico, per cui una qualità essenziale del nome è la sua potenziale unicità. Chiamalo Attila, o Artù, Teodolinda o Selvaggia, basta che siano gli unici della loro specie, almeno in quartiere, almeno a scuola. La statistica ci spiega che è un gioco a perdere, perché se tutti evitiamo i nomi delle nonne finiremo per chiamare le figlie Rebecca (come ho fatto io il nel 2001) senza renderci conto che i vicini di casa facevano esattamente lo stesso gioco, vanificando l'obiettivo iniziale e dando la stura alla proliferazione degli Ethan e delle Elettre (al punto che conviene oggi chiamare la neonata Maria e il neonato Giuseppe, se si vuole essere certi che il loro nome sia unico nel circondario).

5. Nei nomi dei figli troviamo quindi oggi non più la sedimentazione di una linea genealogica (mio cugino Salvatore, che mi ha passato la foto, è figlio di Paolo, figlio di Salvatore, figlio di Paolo, e penso che si possano ipotizzare con facilità i nomi degli antenati precedenti) ma piuttosto la condensazione di immaginari che perseguono gli stessi tortuosi percorsi collettivi di privatizzazione individuale: peschiamo dall'immaginario collettivo e, ognuno come cavolo ci pare, tiriamo giù dall'archivio la connessione che più ci attizza, il simbolo che più ci si confà, la narrazione più vicina ai nostri stati d'animo (con il problema già indicato, che ci sentiamo unici nel fare questo, ma il materiale da cui peschiamo è per forza disponibile anche ad altri, con il rischio che la scelta finale sia la stessa).

6. Kevin Pio è una mossa geniale perché incrociando due  campi semantici in gran parte distinti (Hollywood e il Cattolicesimo tradizionale italiano) riduce moltissimo la possibilità di omonimi. Ma a chi altri, nel mondo, veramente, sarà mai venuto in mente di chiamare il figlio con il nome di un belloccio americano che ballava  coi lupi e di un santo italiano con le mani bucate dalle stigmate? Un nome del genere ci dice intanto quali sono due sorgenti essenziali di questo immaginario sedimentato nei figli: la macchina dell'immaginario mediatico, e la più antica istituzione europea nella sua versione ultrapop. Kevin Costner balla coi lupi, si sa: ci dice che possiamo ancora avere un rapporto armonioso con la Natura, che in quella Natura troveremo almeno Alzata Con Pugno, una di noi ma anche parte di quella Natura. Padre Pio invece ci dice che oltre le gonne (del prete) c'è di più, che il rito stantio del Cattolicesimo ha ancora una forza sciamanica, che il mondo, nonostante Weber, è ancora passibile di incantamento, che non siamo condannati al cieco cinismo del secolarismo laicista. Che a  noi personalmente può anche fregare poco (basta che c'è la Maggica e il mondo è già incantato a sufficienza) ma per il nostro virgulto ci aspettiamo un Mondo Sensato. E poi, non sia mai che si butta via la Protezione di un tipo tanto potente da fare veramente i miracoli. 

7. E così, nel lunotto di un'auto parcheggiata l'antropologia ci trova condensate un sacco di "cose culturali": cosa vuol dire essere un vero adulto e un buon genitore; cosa intendiamo oggi per individuo; quale idea abbiamo del nostro rapporto con la Natura; addirittura cosa Crediamo nel senso più impegnativo del verbo. Certo, non sono concetti culturali esposti con la compiutezza di un saggio o di una riflessione pubblica consapevole, sono solo fugaci accenni, poco più che scarabocchi che potrebbero non significare nulla ma dentro i quali noi antropologi cerchiamo di trovare un senso. E a chi dice che queste cose non contano nulla, che le determinanti del vivere associato sono ben altre, io posso solo rispondere usando i miei strumenti: pensate che effetto vi farebbe se il piccolo Kevin Pio si fosse chiamato Mao Marchionne oppure  Francesco Paperone. Tutti vi vedreste un sovraccarico di senso e comincereste a indagarlo. Questo fa l'antropologia, sempre: crede che quel sovraccarico culturale ci sia in ogni azione e sedimento culturale, e prova a inseguirne le tracce anche se si tratta solo di un piccolo gadget nel lunotto posteriore di un'auto parcheggiata.

mercoledì 13 giugno 2018

L'Università, l'antimafia delle periferie

Giovedì 14 giugno dalle ore 10.30 ci si trova al Centro Anziani di via Via Giuseppe Gregoraci, 140, a Roma, per parlare (anche) del ruolo dell'Università del rafforzamento del tessuto sociale.
Questo è il testo del pezzo di Repubblica Roma che ha organizzato l'evento:

 
"L'Università, l'antimafia delle periferie".  E' il tema dell'incontro in programma il 14 giugno alle 10.30 presso il Centro anziani di via Gregoraci 140 della Romanina. E’ il nuovo appuntamento organizzato da QUELLI del Roxy Bar nell’ambito della serie di iniziative “Illuminiamo le periferie”. Il caffè della legalità va avanti.

Si inizia come al solito con la lettura dei giornali con i cittadini e con gli studenti delle scuole del quartiere. Laboratorio di scrittura curato dai giornalisti di varie testate. Partecipano: Pietro Vereni docente dell'Ateneo di Tor Vergata; Giuseppe De Marzo responsabile nazionale di Libera per le politiche sociali; Francesca Re David, segretaria generale Fiom; Valerio Carocci del Cinema America; Paolo di Vetta, Movimenti per il diritto all'abitare; Fabrizio  Di Meo,  presidente del Cdq Romanina, Angelo  SciottoPergiorgio Fadanelli di Link Altro Ateneo Tor Vergata.

Verranno premiati  i ragazzi del municipio VII e gli studenti dell'Istituto comprensivo Raffaello, diretto dalla dirigente scolastico Chiara Pinti, che accompagnati dagli instancabili docenti hanno partecipato e dato vita ai laboratori di scrittura. Collegamenti con Articolo 1, con il Giornale radio Sociale  e Ivano Maiorella. All’incontro è presente anche Orfeo Pagnani, ExOrma editore.

Il nuovo appuntamento nell'ambito di "Illuminiamo le periferie" è promosso da #QuellidelRoxyBar, un gruppo di associazioni del sociale e di giornalisti: da Libera, Rete dei Numeri Pari, Rete NoBavaglio, Articolo 21, Ordine dei Giornalisti, Ateneo Tor Vergata, Comitato di Quartiere Romanina, Cinecittà Bene Comune, Cgil Roma Sud, daSud, Link e Terzo Settore.  “E poi andremo a prendere il caffè al  Roxy Bar  come al solito – assicurano Quelli del Roxy Bar  - con le stesse parole d’ordine: #RipartiamodallaRomanina e #NonPerNoiMaPerTutti non solo slogan ma un progetto di lavoro che sta prendendo forma e che proseguirà nei prossimi mesi”.  

martedì 29 maggio 2018

Lo sciacallo, il bufalo e il formichiere


La strada che univa la savana al villaggio era battuta e tenuta pulita dal formichiere. Lo sciacallo (famoso per la sua ferocia più che astuzia) e il bufalo (noto per la sua ottusità piena di livore) decisero che era ora di andare al villaggio e di prenderne possesso, e si accordarono per fare la strada assieme. Qualcuno diceva che non c’era nulla in comune tra i due, se non la meta finale, ma altri sostenevano che in realtà sciacallo e bufalo avessero un antenato comune. Altri, addirittura, prevedevano un’unione tra i due che avrebbe portato alla nascita di una nuova specie.
Durante la notte, lo sciacallo avanzò sul percorso e scavò una trappola, esattamente al centro del sentiero, proprio lì dove il formichiere sarebbe passato nel suo lavoro di battitura e di pulizia. Prima dell’alba, lo sciacallo tornò indietro portando un po’ di colazione al bufalo, che ancora dormiva della grossa.
Mettendosi all’opera di buon mattino, il formichiere teneva pulito il sentiero da pietre, arbusti e insetti, di modo che i viandanti diretti al villaggio potessero farlo nella maniera più agevole. Preso dalla cura con cui era solito fare il suo lavoro, precipitò rovinosamente nella trappola, scoprendo quindi la buca che ora rendeva di fatto il sentiero impraticabile.
Avvicinandosi al villaggio, lo sciacallo e il bufalo si videro la strada interrotta dalla buca in cui, ammaccato, giaceva il formichiere.
– Ma come facciamo, ora? Iniziarono a lamentarsi.
– Avevamo progettato con grande cura questo viaggio, il villaggio ormai era a portata di mano, è folle che tu, formichiere, ti intrometta impedendo la legittima realizzazione del nostro percorso.
Il formichiere, ammaccato, rimuginava sul suo zelo: se solo fosse stato meno scrupoloso, se avesse cercato con meno attenzione del solito di tenere la strada pulita, forse avrebbe evitato la buca e non avrebbe così ostacolato involontariamente lo sciacallo e il bufalo. Paradossi del potere, pensò: certe volte ti danno un incarico e lo persegui con tanto zelo da ottenere l’effetto opposto.
– Dai, togliti di mezzo o ti togliamo noi! Strepitò il bufalo, imbufalito ancor più di quanto non lo spingesse la sua naturale inclinazione.
La favola africana, come molte, si interrompe a questo punto, con un ultimo, incomprensibile dettaglio (è tipico dei racconti esotici essere in gran parte incomprensibili per noi, esseri superiori guidati dalla razionalità dell’azione causale e consequenziale). Gli abitanti del villaggio, saputa la storia, si divisero in due fazioni: quelli che biasimarono il formichiere per essersi frapposto al cammino dello sciacallo e del bufalo (impedendo così al villaggio il cambiamento auspicato), e quelli che lo lodarono con pubblici peana per lo stesso identico motivo (salvando il villaggio dalla devastazione).
Tutti lì a discettare se il formichiere fosse o meno caduto necessariamente nella buca, se l’avesse fatto apposta, se fosse stato calcolato, se avesse pensato alle conseguenze di quel gesto, e che cosa sarebbe successo allora.
Ben pochi, però, si chiesero come mai ci fosse quella buca, chi l’avesse messa proprio lì, al centro del sentiero dove il formichiere non poteva non passare, e quale ne fosse la finalità. L’ultimo a farsi la domanda fu ovviamente il bufalo. Ma dal bufalo nessuno si era mai aspettato un po’ di pensiero. Ci si accontentava del suo sbuffare, come era naturale per lui.

lunedì 28 maggio 2018

Sulla volontà popolare


Provo a sintetizzare quel che va detto, da fuori, rispetto alla questione Mattarella-Savona.
Era già successo che il Presidente della Repubblica in carica si rifiutasse di nominare un Ministro proposto dal Presidente del Consiglio incaricato. Quali che fossero le sue ragioni (vedi oltre), Mattarella ha esercitato una sua prerogativa legittimata dalla Costituzione e consolidata dalla prassi.
Non era mai successo, invece, che un Presidente del Consiglio incaricato si rifiutasse di proporre alternative, una volta esposto al rifiuto del Presidente della Repubblica. Questa è l’azione inusitata successa ieri, che cioè Conte non ha accettato le indicazioni di Mattarella di mettere un politico eletto come Ministro dell’economia.
Come mai Conte è stato inflessibile al punto di veder fallire il suo mandato? Delle due, l’una.
1. Savona era considerato indispensabile in quella posizione. Perché? L’unica lettura ragionevole è che il governo voleva veramente informare l’UE che considerava plausibile e perseguibile un’uscita dall’euro. Questo punto non era stato discusso in questi termini durante la campagna elettorale, né da Lega, né da M5S, che anzi si erano premuniti di garantire gli investitori e le istituzioni che la loro posizione, per quanto critica, sarebbe proseguita nell’alveo dell’unione monetaria. Visto che insomma il punto “uscire dall’euro” non era nei programmi, bene ha fatto Mattarella a stoppare una sua introduzione surrettizia con Savona.
2. L’impuntatura leghista su Savona è stata un bluff win/win per la Lega: se Mattarella avesse ceduto si sarebbe creata una ferita insanabile nel corpo dello Stato, con l’esecutivo che ribalta i rapporti di potere e di garanzia tra Presidente delle Repubblica e Presidente del Consiglio. A quel punto, il Governo avrebbe avuto carta bianca su tutto, segnando un cambio costituzionale de facto (altro che gomblotto, sarebbe stato un piccolo colpo di stato tutto a vantaggio del Governo in carica). La resistenza di Mattarella garantiva invece alla Lega un ottimo argomento per rompere con il moribondo Centrodestra di Berlusconi, raccoglierne i miseri resti e puntare alle prossime elezioni direttamente in alleanza/competizione con il M5S (con i 5S in posizione di vassallaggio, questa volta).
Qualcuno, soprattutto a sinistra (in quella sinistra a sinistra del PD renziano in cui, se esistesse, mi riconoscerei) ha sollevato questioni sulla sovranità popolare, che sarebbe stata schiacciata da Mattarella a favore della Capitale e della Finanza che, per mano teutonica, avrebbe sancito ancora una volta l’inutilità del voto nelle democrazie mediterranee (accomunandoci coi greci e i catalani).
Bene, a questi amici ricordo che, chiunque abbia vinto le elezioni del 4 marzo, non ha vinto un referendum per uscire dall’euro o per cambiare la Costituzione con un colpo di mano. A me non risulta che ci sia stato chiesto se volevamo o meno uscire di soppiatto dalla moneta unica, non ricordo il professor Savona indicato in quella posizione da Salvini o Di Maio (mentre ricordo le posizioni del professore su come uscire dall’euro nei weekend).
Se restiamo ancorati a questo feticcio del popolo che avrebbe espresso la sua volontà, guardiamoci negli occhi e parliamo schietto: non ho visto nessun popolo che abbia deciso di avere un ministro dell’economia pronto alla Brexit italiana. Nessun proprietario di casa, pagatore di mutuo, riscossore di pensione o possessore di qualche risparmio, nessuno di coloro che l’hanno sfangata in questi dieci anni tenendo duro ha veramente voglia del “tanto peggio tanto meglio”. E non a caso i marginali (carcerati, stranieri di ogni sorta, occupanti abusivi, irregolari di ogni sorta) sono stati l’obiettivo primo degli attacchi del Contratto di Governo. Chi comunque ha galleggiato, per quanto a fatica, non è così pazzo da volere lo sfascio totale in nome del mal di pancia al potere.
I Poteri Forti, semmai, sono quelli che vorrebbero proprio questo: l’uscita unilaterale dell’Italia dai trattati, vale a dire l’Italexit. Ma non parlatemi di volontà popolare, per cortesia, perché Savona Ministro dell’economia NON è la volontà popolare, dai.
Alla prossima campagna elettorale farò una sola domanda a tutti quelli che mi chiederanno il voto: avete nostalgia della lira? Volete uscire dall’euro? Volete porre dei dictat all’UE che corrispondono a un’uscita unilaterale dall’Unione?
Se siete i rappresentati del Popolo, se il Popolo siete voi, state molto attenti a rispondere chiaramente alle domande che il Popolo vi farà.