2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

giovedì 2 luglio 2015

ZITO TO MEGALO "OHI" (viva il grande "no")

Come si dice, non posso più esimermi.
Ho vissuto in Grecia più di due anni. Era molti anni fa, ma ho imparato il greco moderno, ho fatto tanto “lavoro di campo”, ho conosciuto tanti greci, e a questo punto mi devo prendere l’impegno di dire anche pubblicamente la mia sulla crisi greca. Per onestà intellettuale e per applicare quel principio di “restituzione” secondo cui, gli antropologi, quando imparano qualcosa sul campo non la tengono solo per sé e per la cricca dei colleghi, ma provano a condividerla anche con coloro da cui hanno appreso, con i loro “informatori”, insomma.
Posso dire che trovo raccapricciante come il nostro paese, l’Italia, sta in generale raccontando tutta la storia. A parte le pochissime lodevoli eccezioni, che tutto sommato uno si aspetta, leggere sciocchezze tipo “il referendum è tra euro e dracma” mi fa proprio cascare le braccia. Vuol dire non aver capito nulla delle motivazioni economiche, politiche e culturali che hanno spinto Tsipras a indire il referendum. Un Presidente del Consiglio italiano che dice una simile bestialità mentre è segretario del principale partito di sinistra (si può ancora dire, sì?) dimostra una ignoranza tale della sua storia, della storia del suo partito, del suo paese, della Grecia e dell’economia che susciterebbe ilarità se la faccenda non fosse a tal punto drammatica.

1. Prima di tutto, Tsipras ha indetto il referendum perché così aveva dichiarato nel programma con il quale è stato eletto (sì, in altri paesi per governare bisogna aver vinto le elezioni; siamo un unicum, in questo senso, con gli ultimi tre presidenti del consiglio nominati senza alcun mandato elettorale). Aveva dichiarato che qualunque scelta di tipo economico che implicasse una permanenza delle condizioni di austerità sarebbe dovuta passare per una consultazione popolare. Noi vogliamo governare per chiudere la fase dei tagli, c’era scritto nel programma, e qualunque variazione rispetto a questo obiettivo dovrà essere condivisa. Ora, capisco che parlare di “programmi elettorali” possa suonare ridicolo, di questi tempi, ma di nuovo, siamo noi quelli strani, quelli che vincono il premio di maggioranza con un programma e con una coalizione, e poi montano governi opposti, per programma e coalizione. Prima di definire “errore” quel che è solo il rispetto della parola data, qualcuno dovrebbe leggersi qualcosa (anche semplice, non è che pretendiamo troppo, ci rendiamo conto dei limiti dell’uomo) sulla corrispondenza tra quel che si dice e quel che si fa (tipo, E. Lecaldano, Prima lezione di filosofia morale, Einaudi, 2010).

2. Se politicamente Tsipras non aveva scelta, molto più radicale è la motivazione economico-filosofica che lo ha spinto. L’alternativa referendaria è tra un’Europa fondata su un sistema di valori sociali, e un’Europa basata sugli obiettivi della finanza. Questo è il vero dilemma, un tempo si sarebbe detta la contraddizione, che il referendum vuole far esplodere. La Grecia, scusate, è la madrepatria di qualunque europeo, non si può non partire da questo. Senza la Grecia e la sua storia, semplicemente, non staremmo a parlare di Europa, non esisterebbe neanche lontanamente l’UE, forse ci sarebbe un blocco nordico germano-scandinavo, un blocco slavo, un blocco latino. Gli stati europei come li conosciamo semplicemente non esisterebbero, e qualunque fosse la forma geografica delle entità politiche, non avrebbe la conformazione attuale. La Grecia di Syriza (una Grecia europea di sinistra, si può ancora dire, sì?) sta chiedendo a tutti noi che cos’è l’Europa e cosa dentro questo contenitore politico intendiamo per democrazia. La moneta non c’entra nulla. Gustavo Piga ha raccontato in una bella intervista un caso storico interessante:

Forse è utile ricordare che anche gli Usa hanno vissuto svariati casi simili a quello greco, ad esempio quello del Tennessee nel 1870. Allora il presidente degli Usa si rifiutò di intervenire e disse allo Stato di risolvere da sé la questione con i suoi creditori (i mercati di New York). Il Tennessee scelse democraticamente il default, ma nessuno mai si sognò di chiedere la sua uscita dagli Stati Uniti, perché era ben chiaro a tutti quale fosse il progetto di lungo periodo e l’importanza che alcuni segnali, come la perdita di un pezzo di Unione, potevano avere sulla coesione dei restanti pezzi.
Il referendum sta cercando di riportare gli europei dentro la loro storia di umanità. I greci non vogliono uscire dall’euro, e di certo non possono uscire dall’Europa (nessuno può uscire intenzionalmente da quel che è), ma ci stanno chiedendo se questa Europa è fondata su qualcosa di diverso dai pareggi di bilancio, dai rapporti deficit/Pil e da altre misurazioni crematistiche. Quando la UE ha deciso di salvare le banche (private) creditrici di una Grecia insolvente, lo ha fatto trasformando quel debito privato in debito pubblico, stravolgendo il suo mandato. Dice ancora Piga:

nel 2010 c’è stato il clamoroso errore di non costringere la Grecia a risolvere faccia a faccia, all’interno, il problema con i suoi creditori privati. E nel 2012 si è preferito invece estendere la questione scaricandola sul pubblico, ma imponendo ad Atene condizioni che mai avrebbe potuto sostenere. 
Il referendum, insomma, ci chiede una cosa ben diversa da quel che dicono i nostri insipienti esperti. Ci chiede infatti: l’economia è un sistema autonomo che viaggia per conto suo (allora rispondete sì) oppure deve sempre essere vista come una forma della politica, un sistema organizzato che punta al benessere e alla crescita materiale, ma anche sociale dei cittadini (e allora rispondete no)?


3. Il punto a me più caro però, è quello culturale. Prima di stracciarsi le vesti perché Tsipras ha chiesto di votare no, uno dovrebbe magari sapere due cose di storia, tanto più quando ci riguardano come italiani. Il 28 ottobre del 1940 l’Italietta di Mussolini lanciò alla Grecia un terribile ultimatum di resa, convinta di potersi fare una passeggiata balcanica partendo dalle recenti conquiste albanesi. Quel giorno il primo ministro greco (che poi era un dittatore fascista, Iannis Metaxàs) rispose con un NO! (si pronuncia così, in maiuscolo e con il punto esclamativo, “Ohi!”) che fece di quel giorno e di quella memoria la più importante celebrazione laica nella Grecia moderna. Non importa poi il dettaglio storico (probabilmente il “no” non fu mai pronunciato da Metaxàs di fronte all’ambasciatore italiano) ma il suo valore culturale: sta a indicare il fatto che i greci non si sottomettono di fronte a quel che sentono come un vero sopruso. E ogni anno, il 28 ottobre, se lo dicono a gran voce: noi siamo quelli che di fronte a un vero sopruso sappiamo dire di no, costi quel che costi. Forse varrebbe la pena di considerare anche questa dimensione culturale prima di inventarsi homines oeconomici greci che stanno facendosi i conti della loro massimizzazione. Non lo fecero nel 1940, non è detto che lo faranno domenica prossima.
Tanto più che va tenuta presente un’altra specifica qualità del “carattere nazionale” greco, e cioè la specifica concezione della storia. Lo racconta molto bene un giovane antropologo inglese, Daniel Knight, che in un recente libro (History, Time, and Economic Crisis in Central Greece, Palgrave Macmillan, 2015) dedicato proprio al modo in cui è vissuta “la crisi” nella vita quotidiana della provincia greca, spiega una cosa semplice, ma per noi un po’ difficile da cogliere. La Storia, per come si è formata l’identità nazionale greca, non è solo una successione di eventi, e neppure la sedimentazione stratigrafica di modi di pensiero e forme di vita. Per capire i greci, dobbiamo piuttosto pensare al Passato come fiume che scorre davanti a noi, e alla Storia come una diga, un filtro che immergiamo in quel flusso: alcune cose passeranno via, ma altre rimarranno intrappolate nel retino, non se ne andranno mai più. Questo, veramente, lo sa chiunque abbia lavorato in Grecia nell’ambito delle scienze sociali: per i greci alcuni eventi sono ancora parte del presente anche se sono accaduti decenni e a volte secoli fa. Quando i greci pensano a come votare domenica prossima, hanno ancora nelle orecchie il rimbombo poderoso del “grande no” pronunciato 75 anni fa. Forse faremmo bene a tenerne conto in attesa dei risultati.

domenica 21 giugno 2015

Uno spazio POSSIBILE

   Ho un pessimo senso dell’orientamento, e per questo mi piacciono le mappe, le rese grafiche di quel che non riesco mai veramente a pensare per conto mio. Se sono in un posto che non conosco (praticamente ovunque) e mi posso orientare con una piantina mi sento un po’ meno a disagio (dire che mi sento a mio agio sarebbe veramente troppo).
   Per questo, quando ho avuto l’informazione che Possibile si stava costituendo in una forma di aggregazione impegnativa, ho presto pensato di farne una mappa. Per provare a orientarmi, per cercare di capire che spazio configuri.
   Chi siamo noi, che siamo qui? Questo è un altro modo di definire la mappa (ricordo che de-finire vuol dire “stabilire i confini”).

   1. Siamo A SINISTRA DEL TRASFORMISMO, questo direi che è il primo segnaposto della mappa. Per noi non è vero che destra e sinistra sono la stessa cosa, che tanto è tutto uguale e che quindi bisogna puntare al c entro. Siamo quelli che vengono dal mondo del lavoro, salariato, autonomo, garantito o precario, ma è il mondo del lavoro che ci definisce. Paghiamo le nostre tasse, e ogni mattina dobbiamo alzarci presto per portare a casa la giornata. Abbiamo un’etica del lavoro senza averne il culto; ci assumiamo i nostri doveri per dovere e la rendita, semplicemente, non sappiamo cosa sia. Siamo a sinistra di ogni compromesso siglato perché "così poi vinciamo", e tra potere e dignità scegliamo sempre la seconda. Qualcuno di noi, addirittura, parla ancora di parola d’onore, di impegni presi che vanno rispettati. A noi non interessa “metterci la faccia” perché ci mettiamo tutti noi stessi, e la faccia la lasciamo a chi ha la pretesa di essere telegenico. Vogliamo giustizia sociale e inclusione politica, questi sono i binari della nostra azione, che è sempre politica: quando paghiamo le nostre tasse, quando scegliamo la scuola dei nostri figli, quando facciamo la spesa più etica che possiamo, quando insegniamo, quando impariamo. Pensiamo che la politica non sia una cosa brutta, ma una cosa che si fa o si subisce. Siamo a sinistra, non c’è nulla di sbagliato in questo.
   2. Ma a questo punto c’è un secondo segnaposto da indicare. Siamo a sinistra, ma siamo CONTRARI AD OGNI SETTARISMO IDENTITARIO, al culto freudiano delle piccole differenze, per cui quel che conta è sentirsi per forza appartenenti a un gruppuscolo di illuminati che, lui sì, sa veramente dove la storia sta andando. Siamo pieni di dubbi, cristo santo, e non ci interessa la fittizia illusione della certezza. Molti di noi hanno una qualche formazione canonica “a sinistra”, ma moltissimi di noi non hanno nessun interesse a preservare le “linee guida del marxismo-leninismo”. Per capire come risolvere il conflitto tra capitale e lavoro, capitale e natura, lavoro e natura, l’industrialismo fallocratico dell’ortodossia siderurgica è una causa per noi persa, e non ci interessa vincerla. Vogliamo spostare letteralmente il campo di gioco: oggi il conflitto si chiama immigrazione transnazionale, questione di genere, delocalizzazione della produzione, terziarizzazione dei lavori inutili. Non vogliamo essere bacchettati, da chi ancora mastica un gergo stantio, per le nostre ingenuità, per non aver capito come effettivamente stanno le cose e per non aver colto nell'ultimo Comitato Centrale un riferimento dotto alla gestione dei mezzi di produzione. Basta, c’è tutto un mondo lì fuori che ha bisogno di essere ripensato. Grazie compagni, grazie fratelli maggiori, per il vostro apporto, per quel che avete dato ai nostri padri in termini di coscienza di classe, di giustizia sindacale, di spazi e tempi liberati, ma per uscire dai conflitti attuali incorporati dal tardo capitalismo abbiamo bisogno di modelli nuovi, teorie più adeguate. Non possiamo continuare a leggere i testi sacri illudendoci che possano darci consigli su come capire un mondo che non era stato neppure immaginato quando i nostri barbuti antenati li scrivevano. Non vogliamo un’altra chiesa, vogliamo semmai abbattere i muri delle chiese della nostra parrocchia, far girare aria fresca, sentire che si dice, con tutta l’ingenuità del neofita. Perché ci piace imparare ma ci piace anche curiosare, e in un mondo che sta diventando informativamente orizzontale abbiamo bisogno di strumenti per orientarci e muoverci come guerriglieri agili, non possiamo più prestare attenzione alle beghine che vorrebbero portarci con loro ad accendere l’ennesimo lumino davanti all’immaginetta sacra del loro santo protettore.
   Siamo quindi a sinistra, ma senza alcun dogmatismo; siamo convinti che il modo attuale di fare politica e di fare economia vada rivoluzionato, ma non abbiamo ricette precotte e vogliamo credere che tutto il nostro impegno creativo sia ancora necessario.
   3. Per questo, spostandoci ora dall'asse destra/sinistra a quello al di qua/al di là, dobbiamo aggiungere un ulteriore segnaposto, necessario per capire dove siamo. La nostra creatività, la nostra voglia di fare supera tutte le esigenze gregarie, e tutte le fascinazioni leaderistiche. Noi, noi tutti, noi uno per uno, noi ciascuno di noi, siamo ben AL DI LA' DEL DISINCANTO che sembra attanagliare la vita politica e anche, purtroppo, la vita quotidiana di questo paese. Siamo pieni di illusioni, pieni di speranze. Non abbiamo una briciola di velleitario ottimismo, forse, ma abbiamo un sacco di spirito di iniziativa. In un mondo dominato dal giovanilismo modaiolo noi crediamo nel nostro ruolo, reale e metaforico, di padri e madri, di responsabili, di fronte alla Storia e alla Vita, di quelli che verranno dopo di noi. Abbiamo un ideale, cazzo, abbiamo un sacco di ideali e non ci frega nulla se quelli con il sopracciglio ben arcuato ridacchiano del nostro idealismo, ma invece soffriamo per quella disillusione che è diventata sordità civica. E’ lì il nostro campo di battaglia, dentro le anime inaridite delle donne e degli uomini di questo paese che non votano più, che non credono più, che non hanno più una prospettiva se non quella di sfangarla finché si può. Per tutti quelli che si sono condannati a sopravvivere da soli, noi urliamo che vivere insieme è possibile, che il cinismo dei fighi e dei delusi non prevarrà, che noi siamo più forti perché quando Aristotele diceva che l’uomo è uno zoon politikon non voleva dire che l’uomo è un animale politico, ma voleva dire che è un animale “che vive in città”, cioè che vive assieme ai suoi simili condividendo, partecipando. Tra essere gregge, come vorrebbe il sistema politico attuale, ed essere cani sciolti (come ci induce ad essere l’amarezza della disillusione) c’è uno spazio enorme per essere soggetto collettivo della nostra cittadinanza.
   4. L’orgoglio dell’essere assieme condito della modestia dei singoli è quindi un elemento centrale del nostro spazio possibile, ma per capirne l’intima natura abbiamo bisogno del quarto segnaposto, l’ultimo. Siamo oltre lo scoramento, certo, ma la nostra voglia di fare si ferma ben AL DI QUA  DEL LIVORE. Non crediamo alla logica fondativa del nemico interno, né a quella bellica del nemico esterno. Ci confrontiamo, sappiamo farlo anche duramente con i nostri avversari, ma l’insulto, l’assalto, la bava alla bocca e il coltello tra i denti non fanno proprio parte del nostro stile. Per agire politicamente in modo efficace sappiamo bene che i nostri argomenti devono essere in grado di scendere dal cervello al cuore, ma ci fermiamo sempre prima della pancia. Lasciamo ad altri la libertà di essere sguaiati, di pensare che la politica sia una sceneggiata da talk show, uno sberleffo. Vogliamo costruire un paese migliore, e non crediamo che questo obiettivo si ottenga limitando il proprio programma alla sistematica distruzione morale del nemico, e basta. Non raggranelliamo le nostre identità confuse attorno al totem della rabbia finalmente liberata, perché a noi interessa stare assieme perché condividiamo un progetto di futuro, più che un rigetto del presente.
 
         In un mondo che ci spinge sempre più ad essere cinici, settari, disperati e rancorosi, che fa di ognuno di noi il solitario guardiano del proprio risentimento, c’è tutto uno spazio possibile di condivisione e di reciprocità, che si allarga di fronte a quelle forze del più deleterio individualismo. Siamo tantissimi, ma non ce ne accorgiamo perché ognuno di noi è troppo preso dal suo lavoro, dai suoi impegni, dai suoi problemi, dalle sue fasulle connessioni sociali, per poter vedere quanti hanno lo stesso sguardo, la stessa voglia di fare, la stessa passione per la vita sociale, la stessa convinzione che o si mette in piedi un progetto di futuro più giusto assieme, oppure non vi sarà alcun futuro per nessuno. POSSIBILE è lo spazio POSSIBILE di quella consapevolezza, almeno io vorrei che quello fosse, un luogo aperto di socialità, condivisione e cittadinanza attiva. Un luogo tutto da costruire, certo, ma se ci accorgiamo che c’è, se entriamo in quello spazio e cominciamo a darci da fare, guardandoci negli occhi potremo vedere che, finalmente, è POSSIBILE .

lunedì 11 maggio 2015

Concerto Dream Folk e Rap a Tor Vergata

La laurea triennale (BA) di Global Governance a Roma Tor Vergata è piuttosto bislacca. Oltre ad essere insegnata tutta in inglese, ci insegnano docenti di tutte le (ex) sei facoltà dell'Ateneo (oltre a molti visiting da diverse parti del mondo). Per come posso, ci insegno anche io, un corso di Global Anthropology. Come al solito, cerco di convincere i miei studenti che l'antropologia è una disciplina veramente ma veramente figa, e per farlo ogni tanto provo a montare qualche lezione/evento. Il 15 maggio abbiamo un concerto/intervista niente male, con due gruppi emergenti dell'area romana, The Shalalalas e gli Occhi Viola.
Iniziamo alle 19 in punto, abbiamo due ore per ascoltare buona musica e cercare di capire come si sono sviluppate quelle sonorità, che percorsi hanno fatto e come si sono radicate nel cuore della Città Eterna.
Siete tutti invitati, sarà un modo piacevole, ne sono sicuro, per imparare qualcosa tutti assieme.

martedì 21 aprile 2015

Shariah? No grazie! Anzi, si', parliamone

E' senza dubbio il momento peggiore di sempre per "parlare bene" dell'Islam, e tanto piu' in una citta' come Roma, che e' diventata, per la sua millenaria tradizione di centro religioso, un esplicito target di minacce un po' folli, un po' terrificanti da parte di sedicenti custodi della tradizione islamica piu' ortodossa.
Proprio per questo e' indispensabile dare spazio a chi non si vuole conformare a questa visione oscurantista della fede musulmana, a chi crede che l'Islam non sia in contraddizione ma in piena armonia con i principi di una vita sociale pacifica, giusta e solidale.
Jasser Auda e' uno studioso di filosofia islamica che sta lavorando proprio in questa direzione, addirittura cercando un fondamento nell'Islam al quadro giuridico dei "diritti umani". La traduzione italiana del suo libro Philosophy of Islamic Law verra' presentata giovedi' 23 aprile alle ore 17.30 alla Libreria Orientalia di via Cairoli 63, a Roma, a due passi dalla fermata Vittorio della metro A.
Come potete vedere da questo interessante video (dal minuto 33 inizia la presentazione del dottor Auda) un Islam NON letteralista sta cercando di trovare spazi di ascolto in un sistema della comunicazione globale che tende invece sempre più a restringerli (basta leggere alcuni dei commenti al video, per capire cosa intendo per "restringere gli spazi di ascolto").
La filosofia islamica nella forma praticata da Jasser Auda resta uno sforzo genuinamente razionale, che ricorda, per chi e' cresciuto dentro l'orizzonte culturale cristiano, l'impegno intellettuale della filosofia medievale. L'obiettivo e' produrre una forma di pensiero non antitetica alla ragione, ma a lei consona. Il sapore che se ne ricava e' (per gli ignoranti come me) un misto di stupore e di compiaciuta soddisfazione, nel vedere che la differenza religiosa non costituisce necessariamente un muro invalicabile, ma puo' essere articolata proprio per trovare punti di contatto tra visioni del mondo diverse tra loro. Spero possiate partecipare numerosi, il professor Auda e' una persona affabile e molto disponibile a un confronto serio e sincero.

mercoledì 17 dicembre 2014

IL VERO VOLTO DELL’IMMIGRAZIONE

Giovedì 18 dicembre sarò a Roma nel quartiere di Tor Bellamonaca, nella sede del VI Municipio ("delle torri"), in via Duilio Cambellotti 11, per ascoltare quel che molte persone interessanti e informate avranno da dirci sull'immigrazione a Roma, e per fornire il mio modestissimo contributo alla discussione.
Ecco il dettaglio degli interventi (ma non trascurerei "l'assaggio culinario multietnico" previsto alla fine, se fossi in voi e dovessi decidere come organizzare il mio pomeriggio del 18...)

PS Ma ve l'ho mica detto che Ambra Consolino, Presidente del Consiglio Municipale, si è laureata con me a Tor Vergata?! Se non lo sapevate, sapevatelo...






INTRODUZIONE
Ore 15:15 Ambra Consolino - Presidente del Consiglio

 SALUTI ISTITUZIONALI
Ore 15:30 Marco Scipioni - Presidente del Municipio

INTERVENTI
Ore 15:45 On. Khalid Chaouki - Presidente Comm. Cultura Ass. Parlamentare-Unione per il Mediterraneo
Ore 16:00 Atika Et Tafs - Referente Comunità Marocchina
Ore 16:10 Alexandru Neacşu - Referente Comunità Romena
Ore 16:20 Chinwe Lynda Okany - Referente Comunità Nigeriana 

Ore 16:30 MOMENTO MUSICALE

Ore 16:45 Prof. Piero Vereni - Docente di Antropologia Culturale Università “Tor Vergata”
Ore 17:00 Naseer Ahmad - Comm. Speciale Accoglienza Relazioni Internazionali – Rapporti Istituzionali
Ore 17:10 Maria José De Lima - Referente Comunità Capoverdiana
Ore 17:20 Dott.ssa Gisèle Kabunda - Medico del Policlinico “Tor Vergata“

Ore 17:35 DIBATTITO
Ore 18:20 Assaggio culinario multietnico conclusivo 

giovedì 30 ottobre 2014

Antrocast (lezioni a Tor Vergata)

In vista dell'esonero del 12 novembre, chi vuole può ascoltare o riascoltare le lezioni del Modulo A di Antropologia culturale 2014-15 scaricandole in formato mp3 da questa pagina.
Come indicato a lezione, chi fa l'esonero del 12 avrà un piccolo "sconto" sulla dispensa, valido SOLO per quell'esonero. Da dicembre in poi la dispensa si porta TUTTA.

venerdì 20 giugno 2014

Purezza e pericolo (nevrosi a Tor Vergata)










Nel 1966 l'antropologa britannica Mary Douglas pubblicò un libro che è rimasto nella storia della disciplina e che è diventato uno dei libri di antropologia più noti e citati, Purezza e pericolo. In quel libro si sosteneva, con dovizia di esempi storici ed etnografici, che gli esseri umani hanno necessità di organizzare il mondo in cui vivono secondo criteri di ordine, e che il disordine è sempre percepito come sinonimo di sporcizia e di pericolo, foriero di ambiguità morale e anticipatore di veri collassi culturali. Ancora più interessante, il libro rivela la natura culturalmente condizionata del concetto di sporco, che invece noi tendiamo a considerare un dato di fatto oggettivo, dunque "naturale". Non sono insomma le cose ad essere più o meno sporche, ma il posto dove le troviamo, considerato più o meno adatto. Ad esempio, se vedete della terra sul pavimento di casa dite che il pavimento è sporco, ma se uscite in giardino non dite che il giardino è sporco perché è pieno di terra! Similmente, se entrate in classe e vedete un sacco di cartacce per terra, dite che l'aula è sporca, ma se quelle cartacce le trovate nel cestino non dite che il cestino è sporco.
Insomma, la cultura è una forma di controllo collettivo delle nostre nevrosi...
Se non ci credete, fatevi un giro negli spazi della ex facoltà di Lettere dell'università di Roma Tor Vergata.