Dal rosario al satellite: Roma, città che ti timbra il passaporto con l’Ave Maria


Antropologia culturale Modulo B Lezione 8 registrata il 25 novembre 2025

 Roma ha un talento antico, e un po’ irritante, per essere due cose opposte nello stesso momento. È ancora il centro del mondo e già una periferia qualsiasi, con le sue borgate che si guardano in cagnesco da un quartiere all’altro, come isole che hanno perso la mappa. La lezione B08 (25 novembre) chiude proprio su questo: la religione come macchina a doppia trazione, capace di darti un indirizzo e, nello stesso gesto, una parabola satellitare.

Cittadinanza simbolica. Al Divino Amore non si va solo a chiedere una grazia, si va a farsi riconoscere. Il pellegrinaggio, che col tempo scivola verso la forma della processione, diventa una specie di timbro sul documento: chi partecipa, in quel momento, è “romano”. Funziona soprattutto per chi romano non lo è per genealogia o per anagrafe, ieri gli immigrati dal Sud, oggi gli immigrati da altrove, quelli che abitano “ai margini” e che i margini li vedono davvero, dal balcone.

Multilinguismo devoto. La cosa divertente, e insieme serissima, è che il globale sta già dentro il locale. In un rito che dovrebbe essere il massimo della romanità notturna, ti ritrovi il rosario recitato in una costellazione di lingue. Non è folklore, è grammatica sociale: la comunità locale si costruisce esattamente nel momento in cui accetta di non essere più linguisticamente omogenea.

Roma in missione. Qui c’è il paradosso, che Roma merita sempre. La città che per secoli ha esportato missionari ora li importa. Religiosi stranieri lavorano nella metropoli per i poveri, per gli emarginati, per i nuovi arrivati. Il centro simbolico del cattolicesimo si comporta, in pratica, come un territorio da evangelizzare (o, più sobriamente, da assistere). Una capitale che si scopre periferia, ma senza perdere l’aplomb.

Fatalismo spaziale. Roma cresce come cresce Roma, cioè male e in modo geniale, che è una combinazione tipica del genio italiano quando non c’è la planimetria. Il risultato è una città frantumata in micro mondi, Tor Bella Monaca, Giardinetti e mille altri, ognuno con il suo lessico, la sua paura, la sua autosufficienza a metà. In questa frammentazione nasce una sensazione specifica, che in lezione chiamiamo così: fatalismo spaziale. Non “abito” la città, la subisco. Non la possiedo, la attraversa qualcun altro.

Ghetto paradossale. E poi c’è l’altra stoccata, più cattiva perché è vera: la romanità più arcaica e più riconoscibile viene custodita proprio dalla comunità che per secoli è stata segregata. Dialetto giudaico romanesco, cucina, memorie, forme di socialità. La segregazione, che era un dispositivo di controllo, finisce per funzionare anche come capsula di conservazione. Non è un elogio del Ghetto, è la constatazione cinica che lo spazio, quando ti schiaccia, a volte ti definisce.

Economia dei servizi. Roma, inoltre, è una città post-industriale che non è mai stata industriale, e già questo basterebbe per farci un romanzo. La sua economia si organizza da secoli attorno ai “city users” religiosi, pellegrini, forestieri, flussi che vanno nutriti, alloggiati, trasportati. È una città che vive di accoglienza e di rendita, molto più di innovazione produttiva. Venezia (che in confronto è una creatura inquieta e sperimentale) sembra “calda”, Roma appare “stagnante”, legata al retroterra agricolo che deve sfamare chi arriva per il sacro.

Emergenza perenne. Qui il salto è quasi ovvio: il modello medievale, Comune ai cittadini e Chiesa ai forestieri, rinasce nella gestione contemporanea dell’immigrazione. Lo Stato non programma, dichiara emergenza, poi la emergenza diventa cronica, e a gestire concretamente sono spesso le istituzioni religiose (Caritas e dintorni). È un modo antico di organizzare il fuori, che ritorna perché è già pronto, come una vecchia uniforme trovata nell’armadio.

Evento mediatico. E adesso la torsione globale: il nuovo santuario del Divino Amore, deterritorializzato, quasi una sala conferenze, sembra progettato per la telecamera più che per il pellegrino. Qui entra Giovanni Paolo II. Con Wojtyła (1978) il cattolicesimo universalista scopre che il rito può diventare evento, e l’evento può diventare rito. La prospettiva non è più quella dell’altare, è quella dell’obiettivo.

Intimità pubblica. La genialità, e l’ambiguità, stanno qui: i media permettono una vicinanza emotiva che prima era impensabile. Preghiera solitaria, ospedale, fragilità, perfino l’incontro con Ali Agca diventano scene condivise. Il sacro si avvicina, ma non perché scenda in piazza, bensì perché entra nel salotto. Nasce un’intimità pubblica: tu ti senti vicino al Papa come a un parente, ma è un parente trasmesso, montato, illuminato.

Doppia natura. Alla fine il punto è semplice e spietato: le religioni universaliste funzionano come ancore locali e come piattaforme globali insieme. Ti danno un luogo dove essere “di qui” e una rete per essere “di ovunque”. Roma, che è maestra di contraddizioni, lo mostra benissimo: ti fa romano con una processione notturna e, due minuti dopo, ti parla al mondo con una regia televisiva.