Animali rituali alla radio

 


C’è una vecchia tentazione, nelle scienze sociali, che consiste nel credere che gli esseri umani facciano cose sensate solo quando sanno spiegare perché le fanno. Lavorano per un salario, firmano un contratto, votano per un partito, comprano un biglietto, compilano un modulo, prendono un treno. Il resto, tutto ciò che sembra non avere un’utilità immediata, viene lasciato al folklore, alla religione, alla superstizione, alla decorazione simbolica della vita sociale. Come se il cuore dell’umano fosse nel calcolo e il rituale ne fosse soltanto l’orpello.

Harvey Whitehouse parte invece da un’intuizione opposta, più semplice e più impegnativa: forse ciò che ci rende umani non è soltanto la capacità di usare strumenti, ma anche la disponibilità a ripetere gesti causalmente opachi, gesti che non sappiamo spiegare fino in fondo e che tuttavia impariamo, trasmettiamo, custodiamo, imponiamo, amiamo. Siamo animali tecnici, certo. Ma siamo anche, e forse più radicalmente, animali rituali.

È una tesi che a molti antropologi italiani potrà suonare sospetta, perché riporta dentro la nostra disciplina parole che abbiamo imparato a maneggiare con diffidenza: evoluzione, cognizione, esperimento, comparazione, funzione, adattamento. Eppure proprio qui sta l’interesse del lavoro di Whitehouse. Non si tratta di sostituire l’interpretazione dei significati con una qualche scorciatoia biologica, né di liquidare la complessità culturale in nome di una psicologia universale. Si tratta piuttosto di accettare una domanda più ampia: perché, in contesti storici e culturali tanto diversi, gli esseri umani continuano a produrre rituali? Perché certi rituali ci legano, altri ci disciplinano, altri ancora ci spingono fino al sacrificio? Perché alcuni gesti ripetuti tengono insieme famiglie, squadre, eserciti, parrocchie, nazioni, movimenti politici, comunità immaginate?

La Radio Svizzera Italiana ha dedicato a L’animale rituale una puntata di Alphaville: i dossier. Nell’intervista, Whitehouse introduce alcuni dei temi centrali del libro: il rapporto tra rituale e coesione sociale, il modo in cui i riti strutturano l’agire collettivo, la loro persistenza anche in società che si pensano secolarizzate e razionali. L’audio si può ascoltare qui: Il libro di Harvey Whitehouse (1./5), RSI, Alphaville: i dossier.

Per me questa intervista è anche un’occasione per riprendere una questione più ampia, che riguarda il destino dell’antropologia. Se la disciplina si limita a interpretare simboli, decostruire discorsi e denunciare dispositivi di potere, rischia di rinunciare a una parte decisiva del proprio compito: comprendere perché certe forme sociali funzionano, perché alcune appartenenze si consolidano, perché certi legami resistono e altri si dissolvono. Il rituale, in questa prospettiva, non è un residuo arcaico. È una tecnologia elementare della convivenza. Non sempre buona, non sempre innocente, non sempre liberante. Ma inevitabile, potente, strutturante.

Ascoltare Whitehouse alla radio, in italiano, è dunque un piccolo evento editoriale e intellettuale. Non chiude la discussione, piuttosto la riapre nel punto esatto in cui l’antropologia contemporanea sembra più esitante: il rapporto tra cultura e natura, tra corpo e simbolo, tra scienza e interpretazione, tra appartenenza e libertà. Non si capisce l’umano senza i suoi rituali. E forse non si capisce l’antropologia se non si torna a prendere sul serio questa evidenza.