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venerdì 13 marzo 2020

La profezia (e nostalgia) delle Sardine


Sul New York Times di oggi, David Brooks racconta come le pandemie, diversamente dalle guerre, che spingono i popoli a unirsi al loro interno mentre i loro eserciti si combattono, portino a un indebolimento della compassione, a una rarefazione quindi che è morale oltre che sociale. Si sta alla larga per non infettarsi ma questo stare alla larga assume un valore metaforico, è un prendere le distanze, è un fregarsene relativamente.
Ancora più impressionante sembra essere la conseguenza culturale di questo atteggiamento sul ricordo collettivo, sulla capacità cioè di elaborare insieme quel che è successo. Racconta Brooks, per esempio, che a seguito dell’influenza Spagnola morirono negli Stati Uniti circa 675 mila persone, dodici volte di più dei 53 mila soldati morti durante la Grande Guerra. Eppure, mentre della prima guerra mondiale si parlò a lungo, raccontando vicende personali e collettive, la Spagnola non ha lasciato praticamente traccia nella memoria collettiva americana. Io credo che questo dipenda anche dalla forma del nemico, che nella guerra è sempre più narrabile in quanto antropomorfo, e quindi più facilmente inscrivibile in forme narrative, ma Brooks insiste sulla motivazione morale di questo silenzio del ricordo: non ci piace ricordare i periodi in cui siamo stati “più cattivi”, vale a dire più egoisti, meno sociali, più “rarefatti” come si dice ora. E sicuramente una pandemia come quella che stiamo vivendo induce a questo atteggiamento di distacco che è morale in quanto assume una forma fisica precisa, quella della “distanza”.

Il dramma che sicuramente stiamo vivendo è quindi insieme simbolico e medico, e insisterei che sia chiaro che il simbolico è la forma che per noi umani assume la questione medica, non è un di più spalmato sopra la dura determinazione del reale, ma è proprio il modo comprensibile che il reale prende per noi in questo periodo. Come esseri umani, stiamo vivendo la trasformazione tecnologica dell’ultimo secolo come una progressiva (e angosciante) perdita del “senso del luogo” che ci ha trasportato in una virtualità sicuramente fascinosa (che ci spinge a credere alla possibilità di avere un “io” senza corpo, ad esempio, vale a dire “un’anima”) ma non di meno destabilizzante, dato che come animali abbiamo costanti feedback organici che ci riporterebbero lì, alle informazioni che raccogliamo con i nostri sensi più ferini (la vista, certo, ma il tatto? E l’olfatto? Qualcuno ha sentito parlare dell’olfatto nella comunicazione mediatica dopo il simpatico ma fallimentare tentativo di Odorama di Polyester?).

È come se, per paradosso, il coronavirus fosse un alleato di instagram che ci spinge a rifugiarci ancor più nel virtuale lontano dai corpi, lontano dal contatto fisico, dagli odori che sono umori, dagli umori che sono insieme stati d’animo e afflati letterali, fumenti vaporosi del corpo dell’altro. Il mio amico Lorenzo D’Orsi, tra gli altri, ha fatto notare come il Presidente del Consiglio abbia citato nella sua perorazione alla nazione il sociologo Norbert Elias, cioè la sua impressionante ricerca sul processo di civilizzazione, che ci racconta che la modernità è stata in buona parte una progressiva delimitazione dall’esterno dell’individuo, un contenere, appunto, i suoi umori, gli sgocciolamenti, le perdite, le commistioni. Tutto quello da cui oggi ci dobbiamo tenere lontano per il bene di tutti.
La mia amica Ornella Barbieri, commentando il mio post precedente, mi faceva giustamente notare che dentro la famiglia non c’è solo la sicurezza atavica del legame biologico, ma c’è anche la possibilità di recuperare il sedimento prezioso di un sapere pratico e etico che la rarefazione del virtuale rischia di sbriciolare per sempre. Le facevo notare che probabilmente quel sapere tradizionale trasmesso nella storia delle famiglie deve oggi (e con oggi intendo da quando abbiamo cominciato a pensarci come moderni) per forza essere integrato con un sapere inedito che dobbiamo costruirci a fatica, ma raccolgo con favore il punto di discussione, che cioè dentro i legami sociali fatti di umanità fisica ravvicinata non c’è solo la forza politica della manipolazione del mondo, ma anche la forza morale della sua comprensione, almeno parziale.

Insomma, dentro la rarefazione ci costituiamo facilmente come soggetti, individui isolati, e questo da un lato ci rafforza perché ci illude di essere autonomi, dall’altro ci indebolisce perché la parte biologica del nostro io continua a ricordarci che siamo autonomi per nulla, che abbiamo bisogno come animali di cura, contatto, protezione, relazione fatta di mani, sguardi, e anche incivili(zzate) goccioline di saliva.

Allora penso a novembre scorso, alle piazze improvvisamente piene di Sardine che non sapevano bene che ci stavano a fare e se glielo andavi a chiedere ti guardavano spesso un po’ stupite. Forse la folla aveva anticipato la situazione, ci mettevamo stretti stretti ad annusarci, ci guardavamo negli occhi invece che negli schermi, ci contagiavamo di un umore che era ancora solo uno stato d’animo, il bisogno di stare assieme. Era un “insieme” che allora reagiva al “da soli” della politica urlata e vergognosa che sembrava così facilmente vincente.
Avevamo capito che il sovranismo avrebbe preso di lì a poco strade nuove, inaspettate, e non ci piaceva, provavamo di nuovo a mettere in gioco i corpi, attualizzando quella che pomposamente si dice la sovranità popolare.

Abbiamo bisogno di tornare presto a quel contatto, senza il quale il nostro essere individui si inaridisce in una solitudine di cui un poco ci vergogneremo e che cercheremo di dimenticare appena possibile. Ma rimaniamo attenti, ché anche questa volta l’emergenza sta instaurando abitudini nuove, ci sta cambiando, e tanto. Teniamo viva quella nostalgia, quel bisogno degli altri, perché se ci facciamo piacere questo nuovo modo rarefatto di relazionarci costruiremo, su scala planetaria, un modo molto pericoloso di concepirci umani.