Il referendum metafisico

 


Doveva essere una cosa da specialisti, una faccenda da addetti ai lavori, un oggettino costituzionale da maneggiare con le pinzette, come si fa con certi insetti stecchiti nei licei di una volta. E invece no. Anche questo referendum, che sulla carta riguarda l’architettura della magistratura, è diventato quello che in antropologia si chiamerebbe, con una certa pompa ma non senza ragione, un fatto sociale totale.

Accade sempre così, in Italia. Si parte da un comma e si arriva al Giudizio Universale. Si comincia con il Consiglio superiore della magistratura e si finisce a discutere del Bene, del Male, della colpa, dell’innocenza, del popolo, delle élite, dello Stato, della libertà, della mamma e, in casi estremi, perfino della civiltà occidentale. Mancano solo una filosofa, un tronista e un ex centravanti, poi il quadro è completo.

La cosa interessante è che la linea di frattura non passa davvero tra destra e sinistra, o almeno non solo. Passa più in profondità, in quella cantina morale dove ogni comunità tiene i propri riflessi più antichi. Da una parte c’è chi pensa che la vita associata abbia senso solo se tende ostinatamente alla Giustizia, intesa come pareggio dei conti, come volontà di non lasciarne passare uno, come bisogno quasi fisico che qualcuno paghi. È una sensibilità che ama la rettitudine, ma spesso si accompagna a un certo moralismo contabile: meglio una rete a strascico che un colpevole ben pettinato che se la ride. Dall’altra c’è chi, magari con egoismo nobile o con nobile egoismo, continua a pensare che la Libertà venga prima, che il potere pubblico sia sempre una medicina da prendere a dosi minime, e che tra un colpevole libero e un innocente schiacciato dalla macchina sia preferibile sopportare il primo.

Naturalmente nessuno lo dice in questi termini, perché noi moderni amiamo le parole tecniche proprio quando stiamo recitando antichi drammi morali. Perciò si parla di efficienza, di garanzie, di equilibrio dei poteri, di terzietà del giudice, di autogoverno delle toghe. Tutto vero. Ma sotto il lessico da convegno si muovono due impulsi molto meno seminariali. C’è chi, in fondo in fondo, pensa che la società decente sia quella in cui nessuno la fa franca. E c’è chi, altrettanto in fondo, pensa che il primo compito di una società decente sia impedire alle istituzioni di diventare troppo invadenti. Non sono due partiti. Sono due antropologie.

Qui conviene però fare un gesto quasi rivoluzionario nel dibattito pubblico italiano: leggere il testo. E il testo, poveretto, è molto più sobrio dei suoi tifosi. Non promette di salvare le italiane dagli "stupratori stranieri", come blaterano alcuni propagandisti del Sì con quella fantasia penale da bar sport che scambia la Costituzione per un manganello. E non consegna neppure i magistrati ai "politici" perché li usino come soprammobili del Nuovo Fascismo, come ululano certi sacerdoti del No, sempre pronti a vedere una marcia su Roma dietro ogni articolo ben numerato.

La riforma fa cose tutto sommato precise e limitate: separa in Costituzione le carriere di giudici e pubblici ministeri, sdoppia il Csm, sposta la disciplina a un’Alta Corte apposita, ritocca alcune competenze, cambia alcuni meccanismi di selezione. È materia seria, certo. Ma non è l’Apocalisse. Non c’è una riga sull’immigrazione, non c’è una riga sulla sicurezza urbana, non c’è una riga sulle pene esemplari per i cattivi di giornata. E non c’è neppure, scritto nero su bianco, l’asservimento della magistratura al governo: c’è semmai una diversa redistribuzione dell’autogoverno, che si può giudicare bene o male, ma senza bisogno di indossare l’elmetto del 1922.

Per questo il referendum è interessante non tanto per ciò che cambierà materialmente, quanto per ciò che rivelerà simbolicamente. Il Paese, il lunedì dopo, continuerà più o meno a fare quel che fa sempre: lamentarsi, incolonnarsi, pagare troppo il caffè in autogrill, preoccuparsi dei figli, dimenticare i compleanni, aprire il frigorifero senza sapere bene perché. Le istituzioni non crolleranno. La democrazia non verrà salvata da un timbro sulla scheda, né verrà affondata da una matita copiativa. Ma avremo imparato qualcosa su noi stessi.

Capiremo, almeno un poco, quale riflesso morale prevale oggi nella maggioranza degli italiani: se la tentazione della Giustizia, anche quando costa qualche libertà, oppure la preferenza per la Libertà, anche quando lascia in giro qualche ingiustizia. Non è poco. Ma non è neppure tutto.

Perché, con buona pace dei professionisti del pathos costituzionale, le cose davvero importanti della vita restano altre. Tenere fede a una parola data. Non umiliare chi dipende da noi. Invecchiare senza diventare meschini. Imparare a distinguere tra forza e crudeltà. Chiamare qualcuno prima che sia troppo tardi. E magari, già che ci siamo, leggere i testi prima di trasformarli in leggende.

PS Per la cronaca, io voterò un Sì convinto. Convinto perché ho letto il primo comma del nuovo art. 104, e mi basta come garanzia contro ogni “deriva antidemocratica”. Voi fate come vi pare. Non vi faccio la predica, evitate di farla a me, grazie.