Soli per rito, ovvero come ci siamo fatti sparire la comunità

 Ne ho parlato all’FBK di Trento lo scorso 2 marzo.

 

A forza di parlare di solitudine come di uno stato d’animo, rischiamo di non vedere più che cos’è davvero: una forma storica dell’esistenza associata. Non una malinconia privata, non un deficit di autostima, non una faccenda da psicologo con plaid e tisana. La solitudine contemporanea è un prodotto sociale raffinato, e come tutti i prodotti sociali raffinati si presenta con l’aria innocente delle cose inevitabili.

Ci diciamo che siamo soli perché il mondo corre, perché i legami sono fragili, perché il digitale ci ha allontanati, perché i giovani non parlano più, perché gli anziani sono abbandonati, perché le famiglie si sono ristrette, perché l’individualismo. Tutto vero, certo, ma detto così somiglia a quelle diagnosi mediche che spiegano il malessere dicendo che "c’è un’infiammazione". Grazie. Adesso magari capiamo anche di che organo si tratta.

Una pista più precisa, e secondo me più utile, passa dal rituale. Detta così sembra che io voglia portarvi tra stregoni, tamburi e pitture sul viso. In realtà sto parlando di qualcosa di molto più vicino: i modi in cui una società rende condivisibili i passaggi, le perdite, le regole, le appartenenze, le soglie. Vale a dire: i modi in cui impedisce agli esseri umani di vivere da monadi con l’ansia.

Qui entra in scena Harvey Whitehouse, autore de L’animale rituale, libro molto bello che ho tradotto e introdotto negli scorsi mesi (Castelvecchi 2025). Whitehouse distingue, in estrema sintesi, tra rituali rari e intensi, quelli che lasciano addosso una memoria bruciante, quasi episodica, e rituali frequenti e ripetitivi, quelli che non ti sconvolgono ma ti formano. I primi producono spesso legami densi, piccoli gruppi, memorie condivise che ti restano nella carne. I secondi costruiscono invece appartenenze ampie, più fredde, più scalabili, fatte di formule, ruoli, abitudini, ortodossie, script.

Detta in modo brutale: ci sono rituali che ti fanno dire "noi abbiamo passato questo" e rituali che ti fanno dire "noi facciamo così".

La tarda modernità non ha affatto eliminato i primi. Non è vero che siamo diventati tutti tiepidi, razionali, amministrativi, senza scosse. Anzi. Le nostre biografie sono piene di episodi ad alta intensità affettiva, spesso dolorosi, a volte traumatici. Solo che sempre più spesso quei passaggi non generano comunità. Generano autobiografia. Generano profilo. Generano narrazione identitaria privata, spesso da esibire e difendere con zelo notarile. L’intensità è rimasta. Il gruppo è sparito.

Qui, secondo me, si annida una parte importante della patologia contemporanea. Un tempo il rito trasformava la scossa in legame. Oggi molto spesso trasforma la scossa in rivendicazione del sé. Invece di produrre comunione, produce implosione. Invece di allargare la persona verso un "noi", la costringe a fissarsi in una categoria, in una definizione, in una richiesta continua di riconoscimento.

Per dirla con una formula che mi diverte e mi inquieta allo stesso tempo, siamo passati dalla fusione di gruppo alla "fusione nucleare": il collasso tra ciò che uno sente di essere e il modo in cui pretende di essere nominato. Quando manca un terzo sociale stabile, quando manca una cornice condivisa abbastanza robusta da reggere l’urto dell’esperienza, ogni attrito nel riconoscimento diventa un’offesa ontologica. Non sei più soltanto contraddetto, e ti senti negato.

Si capiscono meglio, in questa luce, molti tic della nostra epoca. L’irrigidimento categoriale. Il bisogno di presentarsi mediante etichette sempre più minute. La pluralizzazione dei personaggi sociali. L’ansia da prestazione morale. Il risentimento di chi pretende che solo gli X possano parlare degli X, come se l’esperienza desse automaticamente competenza teorica e diritto esclusivo di parola. Una società di individui così fatti non è più un tessuto, è un deposito di micce.

Il Covid, da questo punto di vista, è stato un gigantesco laboratorio etnografico. Durante la pandemia non avevo ancora il lessico di Whitehouse perfettamente in mano, ma ci giravo attorno. Ci giravamo attorno in molti, direi, anche se non tutti hanno voluto ammetterlo. Avevamo davanti un’esperienza collettiva di incertezza radicale, con nessi tra mezzi e fini spesso opachi, e in quelle condizioni gli esseri umani fanno una cosa molto prevedibile: cercano copioni. Non spiegazioni sofisticate, non eleganti sfumature, non sospensioni epistemologiche: cercano procedure, dettagli, segni di correttezza.

Da qui il trionfo delle microliturgie pandemiche. Il runner come untore metafisico. La mascherina portata come sigillo morale prima ancora che sanitario. La micro-polizia diffusa del vicino di casa, del passante, del genitore sul gruppo WhatsApp, dell’eroe civico da balcone. In quelle settimane non abbiamo visto solo disciplina. Abbiamo visto la postura rituale allo stato quasi puro.

La scuola a distanza, poi, è stata un altro piccolo inferno illuminante. Una macchina dottrinale pensata per spazi separati, ruoli distinti, tempi riconoscibili, è stata compressa brutalmente dentro la casa. La cucina diventava aula, il genitore mezzo insegnante e mezzo sorvegliante, il salotto ufficio, il registro elettronico una tavola della legge consultata alle due di notte da padri e madri in preda a delirio escatologico. Non era soltanto "più stress". Era rumore normativo, era ortoprassi domestica persecutoria.

Nello stesso tempo, la componente immaginistica, quella intensa, disforica, trasformativa, non poteva quasi più agganciarsi a gruppi reali. Il lutto si privatizzava. I funerali si svuotavano. Le pratiche di consolazione evaporavano. La sofferenza non diventava memoria condivisa, ma trauma isolato. Non comunione, ma implosione. Non fusione locale, ma solitudine moralizzata.

Per anni una certa parte delle scienze sociali ha creduto di cavarsela denunciando il potere dappertutto, come se la funzione principale dello studioso fosse dire chi opprime chi. Compito utile, a tratti necessario, ma del tutto insufficiente. Perché una volta che hai mostrato i meccanismi della dominazione, resta da spiegare come si ricostruisce il legame. E lì, molto spesso, cala il sipario. Grande diagnosi, nessuna terapia, molta decostruzione, pochissima cura.

Io continuo a pensare che l’antropologia, se vuole meritarsi ancora un posto fuori dalla serra calda degli specialismi, debba tornare a sporcarsi le mani con questa domanda: quali dispositivi sociali minimi aiutano esseri umani vulnerabili a trasformare l’intensità in legame, senza precipitare nella chiusura aggressiva dei gruppi fusi? Detto meno elegantemente: come si aiuta una società a non sfarinarsi in individui istericamente autocentrati o in tribù moralmente incandescenti?

Servono liturgie civiche della cura, non soltanto policy. Servono confini simbolici abitabili, non solo decreti. Servono rituali condivisi abbastanza forti da produrre memoria comune, ma non così tossici da fabbricare nemici. Servono forme di "fusione estesa" capaci di allargare l’appartenenza senza chiederle il prezzo dell’odio.

E serve anche, aggiungerei, un po’ più di coraggio teorico. Perché se non riconosciamo che gli esseri umani hanno alcune predisposizioni naturali, tra cui la sovraimitazione, cioè la tendenza a copiare fedelmente perfino ciò che non capiamo bene, e la disponibilità a trattare come vincolanti copioni causalmente opachi, continueremo a raccontarci favole su un soggetto interamente costruito dal discorso. Favole molto eleganti, naturalmente, ma inutili nel momento in cui bisogna capire perché una società si attacca alle procedure come un naufrago alla tavola.

La vita associata non si regge da sola. Ha bisogno di forme. E le forme, quando funzionano, non sono gabbie. Sono stampelle condivise contro il crollo.

La solitudine che ci assedia non nasce solo dal fatto che ci vogliamo troppo bene o troppo male. Nasce anche dal fatto che abbiamo smesso di costruire riti abbastanza intelligenti da contenere il dolore, l’incertezza, la perdita, l’appartenenza. Abbiamo lasciato l’intensità all’individuo e la norma alla burocrazia. Poi ci stupiamo se proliferano anime sfinite e comunità fantasma.

Forse l’antropologia dovrebbe ricominciare da qui. Non dal compiacimento di aver smascherato l’ennesimo dispositivo di potere, ma dall’umiltà di chiedersi come si rimette insieme un mondo in cui gli esseri umani possano soffrire senza essere lasciati soli e appartenere senza dover odiare.