La scienza morale contemporanea ha compiuto un progresso che Lavoisier, poveretto, non poteva immaginare: ha scoperto che le molecole possiedono una nazionalità. L’anidride carbonica emessa a Gaza è israeliana. Il fango che travolge il confine tra Nepal e Tibet, invece, è apolide, geologico, complesso, bisognoso di ulteriori ricerche. Il carbonio porta con sé il passaporto dell’aggressore; le valanghe himalayane esibiscono pudicamente un certificato di residenza rilasciato da Madre Natura.
La devastazione ambientale di Gaza
è enorme. Il collasso degli impianti idrici e fognari, le montagne di macerie,
la contaminazione del terreno, i danni alle coltivazioni e la dispersione di
materiali tossici costituiscono fatti seri, documentati anche dall’UNEP.
Proprio la serietà del danno meriterebbe una contabilità altrettanto seria. Nel
marzo 2026 la rivista One Earth ha pubblicato uno studio secondo cui
il conflitto avrebbe prodotto 33,2 milioni di tonnellate di CO₂
equivalente. Il numero possiede la qualità più
preziosa della propaganda colta: è
stato realmente calcolato.
Dentro quei 33,2 milioni troviamo però
diverse epoche, diversi soggetti e perfino diversi modi
verbali. Le emissioni prodotte dalle operazioni belliche fino al
gennaio 2025 ammontano a circa 1,3 milioni di tonnellate. Il totale sale a 33,2
milioni incorporando le fortificazioni costruite prima della guerra e
soprattutto i 31,4 milioni di tonnellate che verranno emessi dalla
futura ricostruzione. Nel conto entrano il muro israeliano, cinquecento
chilometri di tunnel di Hamas, i razzi palestinesi, gli scambi di missili con
Hezbollah e gli Houthi, i voli che trasportano armi, i camion degli aiuti
umanitari, i generatori diesel di Gaza, la rimozione delle macerie e la
ricostruzione di case, strade ed edifici anche nel Libano meridionale.
Il dato descrive dunque l’impronta
climatica estesa di un sistema di guerra. L’Ufficio centrale palestinese
di statistica e le agenzie solidali gli hanno amministrato il sacramento della
conversione morale: i 33,2 milioni sono diventati «le emissioni causate dall’aggressione
dell’occupazione israeliana», equivalenti a 7,6 milioni di automobili. Il
passaggio inferenziale è di una semplicità ammirevole: il conflitto ha prodotto
X; Israele combatte nel conflitto; dunque Israele ha prodotto X.
Hamas, Hezbollah, gli Houthi, il 7 ottobre, gli aiuti internazionali e il
cemento che verrà impastato tra dieci anni scompaiono nel cilindro.
Rimane il coniglio israeliano.
La cifra della ricostruzione possiede cioè
una proprietà teologica: contabilizza oggi il carbonio che verrà emesso
domani e lo iscrive retroattivamente nel casellario giudiziario di Israele.
Qualunque edificio ricostruito produrrà emissioni; questa evidenza industriale
diventa un supplemento di colpa politica. Seguendo lo stesso metodo, le
ambulanze consumano carburante, i campi profughi richiedono generatori, gli
ospedali usano cemento e acciaio: ogni intervento destinato ad alleviare
le conseguenze della guerra può essere registrato come ulteriore crimine
climatico dello Stato già prescelto come colpevole.
La proporzione acquista un certo fascino
quando compare la Cina. Secondo i dati EDGAR
della Commissione europea, nel 2024 la Cina ha emesso 13.124,7 milioni di
tonnellate di CO₂
fossile, circa 36 milioni al giorno. L’intera impronta attribuita al conflitto
di Gaza (compresi i tunnel costruiti prima, gli aiuti, i combattimenti
regionali e la ricostruzione futura) equivale a circa ventidue ore di
emissioni cinesi. Le emissioni delle operazioni belliche effettivamente
avvenute, 1,3 milioni di tonnellate, corrispondono a circa cinquantadue
minuti di attività della Cina. Israele merita dunque la scomunica
climatica per una quantità che Pechino produce tra il caffè del mattino e
il pranzo, ammesso che il Comitato centrale conceda una pausa pranzo.
Il 26 agosto un collasso di ghiaccio e
roccia nel massiccio del Langtang ha scatenato una gigantesca
colata di acqua, fango e detriti lungo il confine tra Nepal e Tibet.
Villaggi, strade, ponti, centrali idroelettriche e il valico di Gyirong sono
stati travolti. La stessa zona era già stata colpita nel luglio 2025 dallo
svuotamento improvviso di un lago glaciale situato nel Tibet controllato dalla
Cina.
La causa fisica dell’ultima catastrofe
appartiene alla glaciologia. La responsabilità cinese appartiene alla politica:
preparazione insufficiente, condivisione limitata dei dati, urbanizzazione
di una gola geologicamente fragile, concentrazione delle infrastrutture
in un corridoio strategico e controllo autoritario delle informazioni.
Tre mesi prima del disastro, funzionari nepalesi e cinesi avevano discusso a
Kathmandu di monitoraggio dei ghiacciai, laghi glaciali e sistemi di
allerta. I nepalesi avevano chiesto dati più ampi sui movimenti dei ghiacciai e
sui livelli delle acque. La delegazione cinese aveva dichiarato di essere priva
del mandato necessario per firmare un accordo. Pechino aveva trasmesso un
generico avviso sulle piogge e sui possibili rischi secondari; mancava un
sistema operativo condiviso per valanghe, frane e variazioni improvvise delle
acque. Gli esperti citati
da Reuters riconoscono le difficoltà tecniche del monitoraggio e la
maggiore disponibilità cinese di risorse e capacità scientifiche. Ecco
dispiegato tutto il repertorio della cautela: complessità, limiti
dei dati, condizioni estreme, competenze istituzionali, incertezza causale.
Gyirong convoglia circa il trenta per
cento degli scambi tra Cina e Nepal. Dopo l’alluvione del 2025 il valico era
stato riaperto nel gennaio 2026. La Cina continua a progettare proprio attraverso
quella gola la ferrovia per Kathmandu della Belt and Road Initiative,
dentro una più vasta
politica di infrastrutturazione e popolamento strategico del confine
tibetano. Terremoti, disgelo del permafrost, laghi glaciali e frane sono
trattati come variabili ingegneristiche dentro una politica di proiezione del
potere. La formula giornalistica resta composta: «interrogativi sulla
sostenibilità», «necessità di maggiore cooperazione», «sfide della resilienza».
Nessun rettore convoca il senato accademico per interrompere gli accordi
con gli atenei cinesi. Nessun collettivo occupa un dipartimento
chiedendo di espellere la Cina dalla comunità morale.
Perfino il conteggio delle vittime
rimane sottoposto alla sovranità di Pechino. Human Rights Watch riferisce che i
giornalisti sono stati tenuti lontani dalla zona, che almeno dieci
persone sono state punite per aver diffuso presunte «voci» sul disastro
e che alcuni filmati sono stati censurati mentre i media ufficiali
utilizzavano ricostruzioni generate dall’intelligenza artificiale.
Organizzazioni tibetane sostengono che le dimensioni della catastrofe sul versante
cinese (cioè tibetano) siano molto superiori ai dati ammessi dalle
autorità. Qualche sopracciglio professionale si è effettivamente mosso:
Reuters, Guardian, Human Rights Watch. Il movimento è rimasto entro i
pochi millimetri consentiti dalla diplomazia facciale.
Avevo provato a descrivere questo
dispositivo nel mio articolo Il popolo in cattedra.
Nell’immaginario progressista, la Palestina appare come popolo integrale
e Israele come Stato integrale. Il popolo contiene sofferenza, innocenza
e resistenza; lo Stato contiene potere, intenzione e colpa. Gli israeliani
diventano invisibili come società, mentre Hamas evapora come istituzione
coercitiva. Nel caso cinese la macchina simbolica procede a temperatura
più bassa. Tibetani e uiguri rimangono popolazioni da affidare agli
specialisti; la Cina diventa un ambiente storico, una civiltà, una potenza, un
contesto. Israele agisce sempre intenzionalmente. La Cina costituisce una
condizione atmosferica.
L’origine di questa asimmetria sta
nella diversa collocazione simbolica dei due Stati. Israele è abbastanza
occidentale da poter essere accusato di aver tradito l’Occidente. È
democratico, parla il nostro linguaggio giuridico, collabora con le nostre
università, rivendica i nostri valori. Ogni sua azione diventa un’imputazione
contro l’intero sistema occidentale. La Cina occupa la posizione dell’Altro
assoluto: autoritaria, enorme, remota, impenetrabile. La sua brutalità
sembra appartenere alla sua natura, come i monsoni e l’altitudine. La condanna
di Israele produce capitale simbolico; la condanna della Cina produce
qualche difficoltà con finanziamenti, partnership, mercati e visti di
ricerca.
Anche l’ecologia è stata reclutata
dentro questa grammatica. Per Israele si adotta la massima estensione
possibile della responsabilità: cause remote, conseguenze future, emissioni
degli alleati, trasporti umanitari, cemento della ricostruzione. Per la Cina si
applicano distinzione causale, prudenza lessicale, contestualizzazione
storica e complessità sistemica. Entrambi i metodi possiedono una loro legittimità
scientifica. La loro distribuzione selettiva produce il trucco.
Applicando a Pechino
la contabilità morale usata per Gaza, ogni diga tibetana dovrebbe
incorporare il carbonio della propria costruzione, le popolazioni trasferite, i
rischi prodotti a valle, le strade militari, le emissioni delle industrie
alimentate dall’energia e i costi futuri delle catastrofi. Applicando a
Israele la cautela riservata alla Cina, ogni attribuzione dovrebbe
distinguere attori, intenzioni, cause prossime, responsabilità politiche e
conseguenze impreviste. L’attuale liturgia assegna a ciascun caso il metodo più
utile alla sentenza già pronunciata.
Il carbonio morale ha dunque il passaporto. A Gaza ogni molecola vota Likud; in Tibet ogni frana si registra come indipendente. Quando la colpa cerca un colpevole, trova Israele. Quando incontra la Cina, chiede un finanziamento per svolgere ulteriori ricerche.
