Ci riuniamo attorno all’“ulivo di Massimo”, per un gesto semplice: potare un albero e ricordare un amico. Sembra poco, ma in realtà dice moltissimo, perché la memoria non è solo un sentimento. È anche un lavoro, una forma di cura, una responsabilità che si prende nel tempo.
Mi è venuto naturale collegare questo momento a una
ricorrenza della tradizione ebraica che inizia la sera di domenica 1
febbraio: Tu Bishvat, il “capodanno degli alberi”. Massimo
conosceva e ammirava la cultura e la religione ebraica, e mi è sembrato un modo
rispettoso per far risuonare qui, accanto a lui, le riflessioni di una cultura
che gli era cara.
In un podcast che
ho ascoltato in questi giorni, Haviv Rettig Gur
dice una cosa che mi ha colpito: Tu Bishvat è spesso ridotto a una festa
“carina” sugli alberi, quasi una specie di giornata ecologica. Ma in
realtà può diventare un’occasione per pensare a una domanda più seria: che cosa
dobbiamo gli uni agli altri, soprattutto quando non c’è più nulla da
scambiare, quando non c’è più reciprocità?
Gur usa un’espressione ebraica molto forte: “chesed
shel emet”, “la gentilezza vera”. È vera perché è un bene fatto a chi
non potrà restituire nulla. E proprio per questo misura la qualità umana di chi
lo compie. Noi oggi non celebriamo un rito ebraico, ovviamente. Però quel nucleo
etico lo capiamo benissimo anche noi: continuare a prenderci cura di
qualcuno anche dopo la sua morte significa dire che un legame non si chiude
di colpo, e che la gratitudine non è una frase, è un comportamento.
C’è poi un’altra immagine di Tu Bishvat che, qui,
accanto a un ulivo, è quasi inevitabile. Tu Bishvat cade nel cuore dell’inverno,
quando fuori sembra non succedere nulla. Eppure, dice la tradizione, è proprio
allora che dentro l’albero qualcosa ricomincia: la linfa torna a
muoversi anche se non si vede. Questa immagine, per me, parla bene della memoria:
l’assenza è un inverno, perché raffredda il mondo e lo rende opaco. Ma la vita
continua a lavorare sotto la superficie. E una commemorazione come
questa, piccola e concreta, è anche un modo per lasciare che quella “linfa”
riparta, senza retorica.
Infine c’è un racconto talmudico letto spesso a Tu
Bishvat: un uomo pianta un carrubo che darà frutto dopo settant’anni.
Qualcuno gli chiede: “Ma pensi di vivere abbastanza per mangiarne i frutti?” E
lui risponde: “Ho trovato un mondo pieno di carrubi, piantati dai miei antenati.
Io pianto per chi verrà dopo”. A me sembra una definizione lucidissima
di comunità e di lavoro umano. E, se si vuole, è anche un modo sobrio di
parlare del lavoro intellettuale: una parte di ciò che seminiamo non
serve a noi, serve ad altri.
E allora oggi, mentre potiamo l’ulivo di Massimo,
facciamo un gesto che è insieme memoria e futuro. Non stiamo “distruggendo”
nulla, stiamo tagliando per far vivere. E questo, per me, è un modo di
ricordare Massimo con il cuore e con la mente: prendendoci cura di qualcosa che
resta, in un luogo che continua a essere attraversato da studenti, colleghi,
amicizie, progetti.
Chi vuole può lasciare ai piedi dell’ulivo una parola,
un ricordo, un pensiero. Non per fermare il tempo, ma per dire, con semplicità,
che ciò che Massimo ha significato per noi non è finito, e che la cura, quando
è vera, continua anche quando non può più essere ricambiata.
