Quello che segue sono appunti rielaborati, presi ascoltando la predica del vescovo Robert Barron per la Messa dell’Epifania (video qui sotto). Lo dico subito per onestà: Barron gioca una partita retorica molto pulita, e proprio per questo un po’ inquietante, perché non vince urlando, ma spostando il tavolo di pochi centimetri, come fanno i bari gentiluomini nei romanzi ottocenteschi, quelli che sorridono mentre vi sfilano l’orologio.
La
prima mossa è una specie di preambolo ecumenico in senso quasi
antropologico: l’uomo, ovunque lo si prenda, è un animale dotato di desiderio
e, sfortunatamente, di un desiderio che non si lascia riempire con cose finite.
Ci si arrangia come si può, collezionando surrogati, firmando contratti
col mondo, facendo finta di essere soddisfatti, ma poi, come notava il buon
Agostino, il cuore resta inquieto, e se uno preferisce un lessico più
british può chiamarla “joy”, cioè quella gioia che punge perché non
coincide mai con l’oggetto che la provoca. Qui Barron è accorto: comincia dove
tutti possono assentire, credenti, scettici e persino certi atei devoti, quelli
che credono con fervore nella propria incredulità.
Dentro
questa cornice i Magi vengono sottratti al presepe di cartapesta e
restituiti alla loro funzione narrativa, che è più interessante: diventano il
tipo umano del cercatore. Non l’entusiasta da weekend spirituale, ma il
professionista del segno: colto, disciplinato, abituato a leggere indizi ambigui
senza svenire. È una figura che piace ai professori perché, almeno sulla carta,
lavora: osserva, calcola, interpreta, si mette in viaggio. Insomma, fa
quel che si dice di voler fare quando si parla di “ricerca”, e non solo
all’università.
A
questo punto entra la stella, e qui la predica fa un salto di eleganza.
La stella, infatti, non è la risposta, ma il limite. È il massimo che una
ricerca “dal basso” riesce a ottenere: un segno reale ma indiretto,
luminoso ma non conclusivo, democratico (lo vede chiunque alzi gli occhi) e
proprio per questo insufficientemente compromettente. La stella orienta,
sì, ma non compie; promette, ma non consegna; indica, ma non coincide. E
qui, senza dirlo con cattiveria, Barron fa passare un’idea che è una
stilettata: qualunque via puramente ascensionale, per quanto raffinata,
resta nel regime del rimando. Si può diventare abilissimi a leggere i segni, a
praticare la morale, a domare il corpo, a lucidare l’anima come argenteria di
famiglia, e tuttavia rimanere fuori dalla stanza, con la stella sopra la
testa e la porta ancora chiusa.
Poi
arriva la torsione, la vera inversione. Fin qui, in effetti, si poteva
restare in un territorio comune: l’umanità cerca, interpreta, si affatica, si
illude, si corregge. Ma a metà corsa Barron cambia registro, come quando un
conferenziere abbassa la voce e proprio per questo costringe la sala ad
ascoltare. La specificità cristiana non sarebbe un metodo migliore per salire,
bensì un evento in cui la freccia cambia verso: non siamo soltanto noi che
cerchiamo Dio, è Dio che cerca noi. Qui il punto non è “Dio
esiste” (tesi troppo generica per fare davvero scandalo), ma che l’inquietudine
umana è la traccia di un’iniziativa che precede, incalza e, a un certo punto,
si fa storia.
È
un ribaltamento che, detto così, suona quasi ovvio, ma diventa esplosivo quando
Barron lo inchioda a un dettaglio narrativo: “la storia non è della stella, è
del bambino”. E qui, se si è un minimo onesti, bisogna ammettere che il
cristianesimo gioca sporco, perché risponde alle domande più alte con l’oggetto
più basso. I Magi cercano regalità e trascendenza, e trovano una
mangiatoia. Cercano il Re, e inciampano nella fragilità. Cercano il Divino, e
si ritrovano davanti una scena domestica, povera, vulnerabile, quasi
imbarazzante. Il punto, per Barron, è che questa sproporzione non è un difetto
del racconto, ma la sua firma: l’assoluto si rende riconoscibile sotto
il segno dell’impotenza, e se questo offende l’istinto religioso
spontaneo (che tende a immaginare il divino come potenza manifesta, come
evidenza abbagliante, come dominazione cosmeticamente sublime), tanto meglio: è
proprio lì che il cristianesimo pretende di essere se stesso.
Ora,
un professore sardonico, mentre ascolta, sente la tentazione di fare la solita
obiezione da seminario: “divinità che scendono”, nella storia comparata
delle religioni, non mancano. Vero. Ma qui la differenza non è soltanto che Dio
scende. È che scende senza prendersi i comodi della gloria e senza
proteggersi con l’alibi della distanza. Scende nella forma che, a un certo
punto, dovrà anche morire. E infatti la predica fa un’operazione ancora
più fine: prende i doni dei Magi e li tratta non come addobbo simbolico, ma
come un piccolo trattato in tre proposizioni.
Oro, cioè regalità. Non
la regalità da museo, quella che si contempla da lontano, ma una regalità che
Barron presenta quasi in forma disgiuntiva: o Cristo è re “sul serio”, oppure è
un personaggio secondario, un dettaglio edificante. Incenso, cioè divinità.
Qui l’alternativa si fa più tagliente: o si entra nella grammatica nicena (Dio
da Dio, luce da luce, e tutto il resto), oppure si resta nel corridoio delle
belle opinioni. E poi arriva la mirra, che è il dono meno
instagrammabile, quello che guasta la festa ai sentimentalismi e costringe la
teologia a pagare il conto. La mirra è lutto, dolore, morte.
È il promemoria che l’incarnazione non è un travestimento natalizio, ma un
percorso che porta già inscritto il Golgota.
Qui
Barron ottiene il suo effetto più forte: oro e incenso vengono, per così dire, sigillati
dalla mirra. Regalità e trascendenza, nel cristianesimo, non sono pensabili
senza la passione, e dunque senza una sovranità che non coincide con il
dominio. Ne esce una definizione implicita di sovranità che, a ben
vedere, è una mina sotto molti troni: non potere che schiaccia, ma autorità che
si manifesta come dono di sé, fino al sacrificio. Che, detto en
passant, è una nozione piuttosto scomoda anche per certi non credenti
professionali, i quali detestano la regalità a prescindere, perché costa
troppo in termini di libertà individuale, e detestano la trascendenza di
questo tipo, perché li conduce nella zona umida della sofferenza umana, che
loro invece vogliono trascendere solo nell’illusione delle loro fantasie utopiche.
E
i Magi, allora, diventano qualcosa di più di tre signori esotici con
doni costosi. Sono la figura di una ragione religiosa massimamente
ambiziosa che però accetta, con sorprendente modestia, di lasciarsi correggere
dall’oggetto trovato. Cercavano in alto, e si inginocchiano davanti al basso. È
un gesto intellettuale prima ancora che devozionale: riconoscere che le domande
metafisiche, quando trovano risposta, non sempre la trovano nella forma che la
metafisica si era immaginata. E forse è questo il punto più pungente
dell’Epifania, almeno nella lettura di Barron: non che bisogna “cercare di
più”, ma che bisogna imparare a riconoscere dove il senso decide di
farsi trovare, anche quando lo fa con una grazia scandalosamente minima.
Insomma,
la stella resta, ma come segnaletica. Il cristianesimo, se prende sul
serio sé stesso, non invita a fissare la stella, bensì a seguire il suo
tradimento: guardare dove non si guarderebbe, inchinarsi dove non ci si
inchinerebbe, accettare che l’Assoluto, invece di abbagliare, scelga talvolta
di sussurrare dalla paglia, con la mirra già pronta sullo sfondo.
