Pietralata contro il PIL: dove la cura torna a fare la signora


 Antropologia culturale Modulo B Lezione 9 registrata il 26 novembre 2025

C'è una domanda che piace molto ai convegni e pochissimo alle sagrestie: "Che posto hanno le donne nella Chiesa?" È la domanda che produce, come tutte le domande ben riuscite, un piccolo indotto: blog, petizioni, dichiarazioni, e perfino qualche "sacerdotessa" in giro, parola che suona un po' come mettere un trombone in un quartetto d'archi. Ma poi, quando scendi dal piano teologico al piano della vita quotidiana, scopri che l'antropologo ha una tentazione più prosaica, e quindi più vera: guardare come funziona la parrocchia, non come dovrebbe funzionare nelle teste dei filosofi.

A San Michele Arcangelo di Pietralata, quando provi a sondare la faccenda del genere, succede una cosa istruttiva. Le donne, spesso, non partono con il grande comizio sulla svalutazione. Tacciono, tagliano corto, o spostano il discorso su altro (che può essere disinteresse, ritrosia o semplice saggezza: non regalare al ricercatore la frase che sta cercando). Gli uomini, invece, oscillano tra la minimizzazione ("ma no, qui siamo tutti uguali") e la spiegazione alta, con quel tono da manuale scolastico che invoca il "patriarcato occidentale" come se fosse una perturbazione atmosferica che passa sopra le borgate.

Il dato che emerge, però, è che le frizioni più vive non sono tanto tra uomini e donne, quanto tra laici e clero. L'idea post conciliare della partecipazione, nella pratica, produce anche aspettative. E le aspettative, come sappiamo, sono il modo educato di generare risentimento. Alcuni laici percepiscono che il pastore "guida in maniera precisa", soprattutto sulle questioni dottrinali, dove il clero rivendica, non del tutto a torto, un ruolo da professionisti del sacro. Qui la questione non è chi appare sul presbiterio, ma chi decide cosa è "giusto" dire, pensare, insegnare.

Poi c'è la stratificazione sociale, che a Pietralata è un vecchio romanzo di formazione. Borgata anni Trenta, bassa scolarizzazione, cultura di sinistra, antifascismo e comunismo come alfabeti morali. Con una divisione implicita dei luoghi: molti uomini al partito, molte donne in parrocchia. Poi, dagli anni Sessanta, l'arrivo della piccola e media borghesia (insegnanti, impiegati, medici) e il cambio di baricentro: la parrocchia diventa anche un posto dove consolidare valori, reti, rispettabilità. Non è un giudizio, è un fatto antropologico: i luoghi religiosi sono anche luoghi di organizzazione sociale, e cambiano pubblico, quindi cambiano funzione.

Il cuore della lezione, però, è un altro: la parrocchia come terzo spazio tra lavoro e famiglia. Qui entra Hannah Arendt con la sua distinzione, che è una lama ben affilata: labor e work. Il labor è manutenzione della vita, ripetitivo, corporeo, necessario. Il work è produzione, opera, mondo, ciò che resta. Il capitalismo avanzato, con la sua teologia della fabbrica e oggi dell'ufficio, tende a dire che il work vale moralmente di più, e il labor è un rumore di fondo che non fa curriculum, non entra nel PIL, non produce autostima certificata.

A Pietralata, dentro la parrocchia, questa gerarchia morale si attenua. Ci sono differenze pratiche, certo: catechiste spesso donne, lavori più pesanti spesso uomini. Ma la cosa interessante è che non si avverte, o si avverte meno, l'idea che una mansione sia "inferiore". La Caritas non è un ripiego, è dignità visibile. E questo, per una società che sacralizza l'efficienza e profana la cura, è quasi un atto sovversivo senza slogan.

Qui il discorso incrocia una tensione interna al femminismo contemporaneo, che Mary Harrington, con gusto polemico, mette in luce: il femminismo egualitario, volendo portare tutti e tutte dentro il lavoro produttivo, rischia di svilire proprio il lavoro di cura, trattandolo come un residuo da esternalizzare o comprare. Arlie Hochschild lo ha raccontato da tempo: nel capitalismo dei servizi la casa, un tempo luogo "sacro" delle relazioni, viene profanata perché la cura si compra, mentre il lavoro viene sacralizzato come autorealizzazione, come tempio del "soggetto aziendale". Si finisce per amare l'ufficio e tollerare la famiglia, che è un capolavoro di confusione antropologica.

La parrocchia, invece, fa una cosa molto semplice e quindi molto difficile: ricolloca ruoli e attività in un orizzonte di senso che non è la competizione. Il medico può fare volontariato senza sentirsi degradato, la casalinga può assumere una responsabilità senza chiedere permesso al mercato. Non perché la parrocchia sia un paradiso, ma perché ha una grammatica diversa: la postura di base non è "io vinco, tu perdi", ma reciprocità e collaborazione, sotto lo sguardo di un senso ulteriore che, piaccia o no, relativizza il culto moderno della prestazione.