Poverty Point a Castel di Leva: istruzioni rapide per diventare romani


Antropologia culturale Modulo B Lezione 7 registrata il 24 novembre 2025

C’è una favola per adulti, molto amata da chi si occupa di città e di origini: prima arriva l’agricoltura, poi il surplus, poi finalmente la civiltà che si mette la giacca e inventa le tasse. È una storia comoda, perché fa sembrare l’urbanizzazione una conseguenza quasi contabile: hai grano in più, ti serve qualcuno che lo custodisca, e voilà, ecco la gerarchia e la Polis.

Solo che l’archeologia, che è quella disciplina antipatica che ogni tanto entra in stanza e spegne le luci dell’allegoria, ci dice una cosa meno elegante: spesso gli esseri umani si mettono insieme prima del surplus, e lo fanno per motivi che non passano dall’ufficio ragioneria. Non si aggregano perché devono scambiare, ma perché devono significare. Prima del pane, viene la fame di senso e di forma.

Prendete Poverty Point, Louisiana, circa 1600 a.C.: cacciatori raccoglitori che, in tempi ridicolmente brevi, costruiscono complessi monumentali che non sono condomìni ante litteram, ma luoghi di rituale e di raduno. È come se la specie, ogni tanto, avesse bisogno di un grande “punto di incontro” per scambiarsi qualcosa che non è carne secca o selce, ma informazione sociale, prestigio, memoria condivisa, cioè ricchezza simbolica.

E quando entri in uno spazio dove non conosci tutti, nasce il vero problema politico. Nella banda, la vita regge su reciprocità e generosità: più o meno ci si guarda in faccia, e la reputazione è una cosa che ti insegue come il cane del vicino. In città, invece, compare lo straniero e con lui la domanda che fonda la politica: “Tu, con me, giochi o mordi?”. La politica è questo, una negoziazione permanente su cooperazione e competizione, cioè su fiducia e rischio.

Ora, se questa è la grammatica, il pellegrinaggio al Divino Amore diventa improvvisamente leggibile come un dispositivo di cittadinanza, non come un residuo folkloristico da trattare con tenerezza sociologica. Qui la devozione non è solo preghiera: è urbanistica fatta con i piedi, è appartenenza costruita camminando.

Per capirci: pellegrinaggio e processione non sono la stessa cosa, anche se a volte si travestono. Il pellegrinaggio parte dal domestico e va verso un luogo sacro attraversando un territorio ignoto. È il fedele, con la sua fatica e la sua fiducia, che si espone all’incertezza. La processione, invece, parte da un centro sacro già riconosciuto e gira come un compasso: delimita, ribadisce, dice “qui siamo noi”. Non cerca il sacro, lo fa sfilare nel territorio.

Il Divino Amore, in questa storia, è un piccolo laboratorio romano di alta precisione. Roma, per secoli, è stata oggetto di pellegrinaggio: i cristiani vanno a Roma, Roma non deve dimostrare nulla. Eppure, a un certo punto, arriva quel miracolo del 1740, minimalista e romanissimo: un pellegrino si perde a Castel di Leva, arrivano cani selvatici, lui invoca l’icona della Madonna e si salva. Fine. Nessuna scenografia barocca, solo un dettaglio perfetto: i cani come mediatori tra urbano e rurale, tra territorio domestico e fuori soglia.

Quel miracolo, proprio perché “piccolo”, risponde a un bisogno enorme: Roma non vuole solo essere meta, vuole essere anche soggetto, vuole avere una devozione “sua”, una modalità interna di produrre romanità. Nell’Ottocento, prima dell’Unità, il pellegrinaggio è persino convivialità: un modo per i giovani romani di ribadire la propria appartenenza. Poi però il pensiero secolare cresce, e la devozione viene spinta ai margini, confinata alle classi inferiori e alle periferie del prestigio.

E poi arriva il 1870, cioè l’evento che per Roma è stato una specie di adolescenza forzata: la “capitale controvoglia” che cresce male, in fretta, e spesso a casaccio. Abusivismo, espansione sregolata, leggi contro l’urbanesimo, un senso diffuso di disordine e di disenfranchisement, parola brutta ma utile, perché dice perdita di appartenenza come perdita di diritti, e quindi come fame di riconoscimento.

In quel caos, il Divino Amore diventa una macchina culturale per produrre cittadinanza a chi non ce l’ha ancora nel sangue o nella storia familiare. Don Umberto Terenzi, figlio di immigrati, lo capisce e lo fa con un gesto geniale: prende un santuario semiabbandonato e istituisce il pellegrinaggio notturno, dal primo sabato dopo Pasqua all’ultimo di ottobre. La notte è importante: è il tempo in cui la città “regolare” dorme e la città reale cammina. È un rito di acquisizione, un’iniziazione urbana: ti prendi Roma attraversandola, passo dopo passo.

E infatti succede la cosa più interessante: il pellegrinaggio, nato come ricerca di appartenenza individuale, scivola progressivamente verso una forma processionale. Non perché diventi “meno spirituale”, ma perché diventa più urbano. Quando il territorio intorno si riempie di case, strade, borgate, il gesto non è più solo andare a cercare il sacro. Diventa anche dichiarare “noi siamo qui”, e quindi trasformare un cammino in una forma di cittadinanza praticata.

I segni materiali sono la prova più concreta. Ex voto, scritte sui muri del vecchio santuario, cuori lasciati come se fossero pezzi di corpo depositati in pegno. È un linguaggio elementare e potentissimo: “prendetevi cura di me, chiunque siate”. Lasciare un segno è piantare un frammento di sé nel territorio. È radicamento fatto oggetto, è l’atto con cui dici che non stai solo passando, stai chiedendo posto.

E quando quella Madonna comincia a moltiplicarsi nelle borgate, con repliche e piccole presenze locali, non è semplice devozione domestica: è una tecnologia di appartenenza microlocale. Quarticciolo, Torre Angela, e via così: la città frammentata si ricuce con una grammatica religiosa che funziona come una rete di ancoraggi e di riconoscimenti.

La prossima puntata, inevitabile, sarà l’opposto: la globalizzazione del messaggio cattolico attraverso il Nuovo Santuario e il ruolo di Giovanni Paolo II. Ma intanto il punto, oggi, è più sobrio e più romano: la città non è solo cemento e infrastrutture. È un patto simbolico. E quando quel patto si sbriciola, la gente non smette di cercarlo. Cambia solo il vocabolario con cui lo ricostruisce. Qui, a Castel di Leva, lo fa con i piedi, con la notte, e con una Madonna che, a ben vedere, è anche un ufficio anagrafe dell’anima.