C’è un genere letterario che mi affascina, e che a scuola non si insegna mai: la prosa del finto distacco. Quella in cui uno entra in scena con il camice bianco della razionalità, si aggiusta gli occhiali, pronuncia due parole greche, e pretende che l’uditorio senta odore di laboratorio. Poi, se ti avvicini, scopri che non è laboratorio: è profumeria. Una profumeria aggressiva, di quelle che spruzzano nell’aria un aerosol chiamato logica per coprire un tanfo più antico, più viscerale, meno presentabile.
La miccia parte da una definizione di Erri
De Luca: "sionismo" come diritto di Israele a esistere,
e conseguenze a cascata. Puoi essere d’accordo o no sul lessico, ma la mossa è
chiara: sta dicendo "se chiamiamo questa cosa così, allora alcune
posizioni diventano incompatibili con la soluzione a due Stati". Fine. È
una proposta di ordinamento concettuale, discutibile quanto vuoi, ma almeno si
capisce dove vuole andare. Lo shit storm contro il post di De Luca è
stato immediato e abbondantissimo. Amen, spero almeno se l'aspettasse, di questi tempi.
Poi arriva il nostro profumiere, Franco Berardi (Bifo).
"Formalmente è un sillogismo", dice, e già qui si sente il
click del tappo: la bomboletta è in mano. Ma subito dopo il testo prende una
piega comica, nel senso stretto di commedia degli equivoci: prima ti
promette una lezione di logica, poi ti consegna un racconto morale, cioè
una sequenza di affermazioni storiche e valutazioni in cui la parola paralogismo
non è uno strumento, è un rosario. E soprattutto, è usata come questi
deodoranti da bagno che si chiamano "brezza alpina" e invece servono
a non farti pensare a quello che è successo davvero cinque minuti prima.
La faccenda è elementare, e infatti è la prima cosa
che si insegna in qualunque corso serio di discussione: non confondere mai validità
logica e verità empirica. La validità riguarda la forma, cioè
se la conclusione segue dalle premesse. La verità empirica riguarda le
premesse, cioè se sono fondate. Se uno dice: "tutti i cigni sono verdi,
quello è un cigno, quindi è verde", la forma può anche essere impeccabile,
ma l’ornitologia ti ride in faccia.
Bifo a questo punto ha pronto il suo capolavoro: finge
di stare demolendo la forma (il sillogismo, il paralogismo, il sofisma),
ma in realtà sostituisce semplicemente le premesse con una narrazione in
cui ogni passaggio è già orientato alla conclusione desiderata. Non si
limita a dire: "la definizione di sionismo non regge", oppure
"la deduzione non è corretta". No. Ti porta in gita scolastica
nella Storia, ma una storia raccontata come fosse una parabola edificante, con
personaggi buoni e cattivi già segnati in fronte. E siccome la morale è
già scritta, i fatti diventano materiale scenografico. Non vincoli, non
resistenze, non complessità, ma scenografia.
A quel punto la bomboletta funziona. Tu senti la
parola sillogismo e ti rilassi, come quando vedi la scritta
"clinicamente testato". Ti senti al sicuro: qui si ragiona, non si
sbraita. Peccato che dietro l’etichetta il contenuto sia un’altra cosa: è un giudizio
assoluto, esibito come se fosse il risultato di un’analisi. Il giudizio
assoluto è: Israele sarebbe uno Stato "intrinsecamente" questo e
quello, dunque non avrebbe diritto di esistere. È un salto enorme, e non è
un salto logico. È un salto metafisico, un colpo di bacchetta
morale. La logica, qui, non dimostra: profuma.
In effetti, se vai a guardare la struttura, il
meccanismo è sempre lo stesso: prendi una parola massima, tipo genocidio
o colonialismo, la metti in mezzo come un mattone, e poi costruisci
attorno una parete che impedisca qualunque domanda. Perché se chiedi
"quali fatti sostengono questa premessa, quali alternative interpretative
scarti, quali differenze interne riconosci", ti rispondono con un’altra spruzzata.
La brezza alpina, appunto. Il risultato è un testo che imita la postura
dell’argomentazione, ma vive di una sola energia: un’ostilità pregiudiziale, un
odore di antigiudaismo che non si può chiamare in altro modo quando la
disinvoltura con cui si maneggiano storia e categorie serve sempre e solo a delegittimare
l’esistenza dell’altro, non a capire.
Ora, tu potresti anche dire: va bene, discutiamo. Ma
qui arriva la seconda scena, ancora più istruttiva, perché è la scena che svela
il costume.
Dopo che io faccio notare, sempre su Fb, nel modo più
banale possibile, che la "decostruzione" non sta in piedi perché
confonde piani e pretende di fare logica con materiali empirici fragili,
entra in scena un (ex) "amico" su Facebook. Non contesta un
punto. Non corregge un fatto. Non propone una premessa
alternativa. Non prova neppure a difendere il finto sillogismo profumato. Fa la
cosa più tipica del dibattito in trincea: mi diagnostica. Sono
"fazioso". Si "sbellica". Mi spiega che non ho spostato
nulla. Diciamo che da un paio d’anni questo ruolo di impaziente paziente del giudizio
altri mi insegue.
Mi chiedo come mai.
La lezione, ad ogni modo, è perfetta, perché è la
stessa che vedo ripetersi in mille microepisodi: quando tocchi il deodorante e
dici "scusa, ma qui c’è puzza", la risposta non è "dimmi dove
sbaglio". La risposta è ad hominem. È l’arte di sostituire
l’argomento con la persona, nella speranza che la persona prenda fuoco e
l’argomento resti al riparo.
Il bello è che chi usa l’ad hominem si immagina
sempre di essere un realista disincantato. Invece sta solo confessando
una cosa: non ha strumenti per stare nel merito. Se li avesse, non
sprecherebbe tempo a farmi la radiografia morale. Mi confuterebbe. E la
confutazione, a differenza della radiografia, è pubblica, verificabile,
persino elegante. Richiede solo una virtù difficile: la responsabilità.
Per questo la mia risposta, alla fine, è inevitabile e
perfino ovvia. Se davvero pensi che io stia "difendendo
l’indifendibile", dovresti essere felice di smontarmi in un confronto
pubblico. Se invece ti limiti alla smorfia e al disprezzo, allora non stai
proteggendo la verità. Stai proteggendo la tua impunità argomentativa.
Quindi la sfida la rilancio qui, senza nomi, senza
psicologia, senza melodrammi: dibattito pubblico, quando volete. Con
regole semplici, quelle che fanno paura solo a chi vive di aerosol.
Si distinguano con disciplina validità e verità
empirica. Si dichiarino le definizioni. Si portino fonti quando si fa
storia. Si bandisca l’ad hominem come si bandisce il fumo nei corridoi:
non per moralismo, ma perché rende l’aria irrespirabile. E poi si
discuta sul serio, anche duramente, ma da adulti. Chi non accetta queste
regole non sta "difendendo la giustizia". Sta difendendo la propria
possibilità di insultare senza pagare il prezzo di un’argomentazione.
E se proprio vogliamo chiudere con una nota di costume:
l’antisionismo militante di trincea non fallisce perché "sbaglia
opinione". Fallisce perché si presenta come ragione, e quando la
ragione gli chiede conto delle premesse, risponde con il deodorante e con la
smorfia. Che è un modo molto elegante di dire: non sono qui per capire, sono
qui per odiarti con lessico pulito.
