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lunedì 22 dicembre 2008

Pensieri mentre Facebook mi fa cagare

I fan di Tiziano Scarpa avranno colto il riferimento a un suo storico racconto (mi pare su Amore marchio registrato, ma su qualche rivista era uscita una prima versione dal titolo addomesticato: "Pensieri per Mariagrazia") e il legame con un racconto che intreccia speculazioni anche filosofiche a una pratica sessuale così entusiasmante come la fellatio non è del tutto casuale.
Sto cercando di ragionare sulle motivazioni per cui le reazioni a 
Facebook sembrano fortemente emotive non solo da parte della stampa sensanzionalistica ma anche da parte degli utenti. Se infatti per cosiddetti fenomeni come Second Life  i media tradizionali avevano riempito pagine vergognose di nuovi luoghi comuni (Luca Sofri è da sempre uno storico cacciatore di bufale spacciate sulla stampa italiota sui vari pedofili e mostri che abitano la Rete), la reazione degli utenti al cosiddetto web 2.0 o social networking è stata molto più pragmatica e smaliziata: si va, ci si fa un giro, si vede a cosa serve, se serve, e si decide se usare il servizio.

A me è capitato così con 
MySpaceTwitter (il blog non lo conto, per me non è social networking, è lavoro in solitaria, come sarà chiaro tra poco). Sul primo ho aperto un account (mi dice la mail di conferma) il 5 marzo 2007 ma dato che non faccio musica e le mie foto le metto su Picasa, non ci ho fatto granché. Oggi ci vado a cercarmi i pezzi di qualche gruppo o cantante poco noto, che mi hanno segnalato o che ho incrociato per altre vie.

Twitter invece mi ha visto entrare il 27 luglio del 2007, e ai primi di settembre avevo finito l'esperimento, trovandolo una pratica di
esibizionismo masturbatorio che non mi interessava, e sul quale ho già avuto modo di dire la mia.

Con Facebook (account aperto 27/07/07 ore 17.58), pare che le cose vadano in maniera diversa. Forse dipende dalle
dimensioni che ha assunto il fenomeno stesso (MySpace e Twitter sono comunque rimasti fenomeni limitati a fasce "alte" di utenza, mentre su Facebook, da quest'estate, pare proprio ci siano "tutti", e già questo è un aspetto interessante della questione) ma fatto sta che le entrate e le uscite dal Fb non sono eventi pacifici o anche solo incruenti, e si configurano spesso come prospettive simboliche, prefigurazioni di scelte di vita o di campo.

Se qualcuno ancora non lo sa, su Fb si possono mandare brevi messaggi agli "amici" sul proprio
stato (come Twitter), si  possono inviare mail, come un client di posta, si possono caricare video (come YouTube), taggare le foto (come Flckr), e anche importare nelle note il proprio blog: in pratica, la sua natura open lo sta rendendo di fatto un ambiente operativo più che un software online, una macchina per aggregare gadget e strumenti software, da "manda un regalo a un amico" a "iscriviti alla causa". 

Bene, detto così sembrerebbe il massimo della pacchia, un servizio a ventaglio al quale gli utenti possono accedere con
diversi livelli di complessità o di partecipazione: c'è quello a cui basta aggiornare lo status una volta ogni tre giorni, e quello che invece posta video, foto taggate, commenti, note, regali, cause, inviti ad eventi e mille altre cose ancora.

Un servizio apparentemente democratico nel senso che il termine sta aquisendo in Rete, vale a dire partecipativo ma anche poco intruppato.

Eppure, se guardo nella sezione della posta del mio account di Fb, le ultime due mail che ho ricevuto sono di questo  tenore (per ovvie ragioni cancello i riferimenti reali alle persone che hanno scritto i messaggi):

1. subject: un saluto
Ciao a tutti gli amici, i conoscenti e gli sconosciuti che in questi tre mesi su facebook sono comparsi nella mia lista.Per molte ragioni ho deciso di disiscrivermi da facebook, e me lo faccio come regalo di Natale, a conclusione del bilancio annuale e di promesse per il nuovo anno. Ritengo però che, per quanto questo non luogo mi abbia "sconvolto", dietro ogni scheda ci sia una persona e, in rispetto a questo, mi fa piacere andarmene salutando. [...]
2. subject: Importante: me ne vado
Ciao. Per tutta una serie di motivi (i principali li puoi andare a leggere, se ti interessa, nei link che ho postato sul mio profilo, nell’”evento” di pari oggetto, per i motivi che trovi in calce al mio messaggio) ho deciso di disiscrivermi da Facebook: il mio bilancio nei confronti di questo (anti)social network è decisamente negativo.
Perciò se ti cancello dagli “amici” non è per un rifiuto della tua “amicizia”, ma per un rifiuto di Facebook. [...]

I due "amici" di Fb ci hanno poi tenuto a lasciarmi il loro "vero" indirizzo di email (li ho infatti entrambi conosciuti su Fb e non avevo altri loro recapiti se non i loro accunt su Fb) se volessi tenermi in contatto con loro.

Qualche giorno prima, si era accesa (non ricordo più in qualche applicazione di Fb) una lunghissima discussione se si dovesse o meno
uscire da Fb, discussione che ha coinvolto animatamente decine di utenti. 

Il 9 novembre scorso, sull'inserto domenicale del
Sole 24 Ore è uscito un pezzo di Andrea Bajani titolato "Prigioniero di Facebook" che inizia con queste parole:

Da settimane incontro soltanto persone che mi dicono disperate che vogliono uscire da Facebook ma non riescono a farlo. Lo dicono con gli occhi sbarrati e l'espressione di chi chiede aiuto da dietro le inferriate di una galera.


Certo, un'iperbole, ma dice molto sullo stato emotivo degli utenti di Fb.
Fb poi tende a dare vita a
leggende urbane, come quella che una volta iscritti non ci si può più cancellare (falso) o che i propri dati rimangano per molto tempo dopo che ci si è cancellati (altrettanto falso). 

Sono circolati in rete testi bellissimi per intensità e profondità di analisi, come quelli di 
Mariasole Ariot su Nazione Indiana, di Sergio Baratto su Ilprimoamore, e di Andrea Tarabbia, sempre su Ilprimoamore. Si tratta però sempre di testi carichi emotivamente, che sembrano "avercela" con Facebook. Mariasole Ariot dice:
Facebook in effetti, non dice niente.
Più che buco della serratura da cui spiare l’altro, un dito nel buco del mondo che del mondo vuole vedere solo il culo.


Per quanto
icastica, questa non è una descrizione accurata di quel che succede in Fb. 

Lo
sciopero in Egitto del 6 aprile 2008, che ha scosso almeno in superficie il granitico controllo politico di Mubarak, è stato organizzato anche e soprattutto attraverso Facebook, e sono gli stessi protagonisti ad ammetterlo. 

Esraa Abdul Fattah
, una delle fondatrici del gruppo "6 aprile, il giorno della sciopero" è stata arrestata e trattenuta in carcere per diciotto giorni proprio con l'accusa di aver sobillato la folla, dato che il gruppo al momento dello sciopero aveva più di 70.000 iscritti. La storia del ruolo di Facebook in Egitto (e del timore che il regime ha manifestato per questo sito) è stata raccontata con dovizia di dettagli. Qui c'è un video che racconta in dettaglio l'uso politico di Facebook in Egitto. E' forse il caso più famoso, ma certo non è l'unico e ricordo che in Birmania nell'agosto 2007 la "rivoluzione zafferano" si è appoggiata su un gruppo di Facebook che ha aggregato 440.000 utenti, L'uso politico di Facebook è diventato comune, e se da noi si fanno campagne casarecce sulla Gelmini consenza palle, appena si esce un poco dal guscio domestico (internet dovrebbe essere lì anche per quello, no?) si vede le l'attivismo è cosa seria, e Facebook sta diventando un suo strumento, soprattutto in paesi dove il controllo dei media da parte del potere istituzionale è forte.
Quindi non si può dire che Fb non dice niente, semplicemente perché non è vero, e quel che dice Fb dipende da cosa gli facciamo dire noi, come per qualunque altra applicazione.
Facebook ha la capacità di
aggregare rapidamente un numero altissimo di persone, e questa, secondo me, è la ragione principale del risentimento che solleva. Facebook è cafone.

Sergio Baratto
, nel suo post su Ilprimoamore, ha detto tutto nel primo paragrafo:

All'improvviso ho capito perché c'è molto meno movimento intorno ai blog: si stanno buttando tutti su Facebook. Sono quasi tutti emigrati lì, verso forme meno raffinate e impegnative di cazzeggio. Vorrai mica paragonare lo sforzo di inventarsi un post di X righe a quello di scrivere una frasetta di quattro o cinque parole alla terza persona singolare?


Baratto pone
un'opposizione tra blogger e utente di Facebook: mentre il primo deve articolare la sua posizione in un "post di X righe" (vedete: non può neppure specificare quante, dato che, tanto per citare uno dei blog Italiani più seguiti, Wittgenstein di Luca Sofri spesso carica dei post di una riga), l'utente di Fb scrive "una frasetta di quattro o cinque parole", dimenticando così che su Fb si possono postare "note" della lunghezza che si vuole (e anche importare interi blog, come già detto).

La tesi di Baratto è assunta in pieno da
Andrea Tarabbia:

Facebook è il network che vince perché è il vuoto fatto grafica. Non tutti possono avere un blog, perché non tutti hanno una sintassi di cui non si vergognano e, soprattutto, non tutti hanno qualcosa da dire con una vaga regolarità. Non tutti posso avere una libreria on line perché esiste anche il diritto di non leggere. Non tutti hanno MySpace perché non tutti hanno voglia di passare le giornate a caricare foto e video. È però evidente che tutti – chi più chi meno – hanno niente da dire con cadenza più o meno regolare o negli intervalli delle cose che si dicono, per cui Facebook è in grado di soddisfare le esigenze di chiunque. 


Ho l'impressione che questo
insistere sulla dimensione simil-Twitter di Facebook, che non è necessariamente la sua principale, serva all'argomentazione distintiva: noi che abbiamo qualcosa da dire (e sappiamo anche come dirla) ci troviamo in imbarazzo in un ambiente a cui possono accedere anche quanti non solo non hanno nulla da dire, ma per di più non maneggiano neppure con scioltezza le strutture per dirlo.

Andarsene da Facebook, allora, diventa un modo per dichiarare la propria
distanza dalla folla, che invece non ha nulla da dire e prova a dirlo comunque, per di più male.

La folla cafona è arrivata su Internet: questo il grido di dolore che fa da bordone ai lamenti su Facebook (per evitare malintesi: sto parlando anche e prima di tutto dei MIEI lamenti, del mio terrore di essere confuso con la folla).

Noi, che abbiamo sudato sui sistemi operativi del
DOS, che ci siamo iscritti alle BBS prima che arrivasse Internet, che abbiamo provato a trafficare con le copie piratate di Dreamweaver perché volevamo farci il sito nostro  (o perché, come me, lavoravamo per case editrici che volevano ci occupassimo di aggiornare i contenuti del sito). Oppure noi che quando è arrivato splinder ci si è aperto un mondo e abbiamo capito che finalmente non avevamo bisogno di elemosinare una colonna nel giornale di provincia, che non dovevamo più fare la fila dall'editore, e che potevamo coltivare il sano, estetico, profondo bisogno di comunicare i nostri profondi pensieri al mondo intero con IL NOSTRO BLOG. E questo blog era la migliore garanzia della nostra assoluta unicità, del nostro essere, in fondo, dei figaccioni incredibili, e potevamo anche fare finta di non esserlo e potevamo giocare a fare i modesti, gli impegnati (tanto c'era il blog a garantire la nostra assoluta figaggionitudine). Eccoci qua, noi, distinti, separati, finalmente e chiaramente riconosciuti anche grazie al generoso incrocio tra competenza tecnologica e volontà di esprimerci, nell'arco di sei mesi ci troviamo sommersi, annichiliti in una folla di buzzurri, geometri del Cepu, sciampiste di Scaltenigo, panettieri lucani, svogliati studenti di Scienze della comunicazione, che porca puttana scrivono sul loro loculo su Facebook che sono diventati fan di Gigi D'Alessio (o membri del gruppo "Aboliamo Gigi D'Alessio") e hanno un numero di lettori che è dieci o venti volte superiore al numero di contatti medio del nostro blog!

In questa folla pacchiana che ci stiamo a fare? Ci siamo entrati come si entrava in un circolo comunque ristretto, e ci siamo ritrovati con la massa, ma
massa vera. Non si può fare, così non va.

Io credo che dovremmo fare lo sforzo di spostare la prospettiva di analisi, e mettere un poco da parte il nostro orgoglio ferito.
Facebook, così com'è, sta alla comunicazione come il punk stava alla musica negli anni Settanta. Il punk non aveva bisogno di essere carino nei contenuti e, soprattutto, non aveva bisogno di alcuna vera competenza musicale. Bastavano quattro accordi e potevi urlare quel che avevi da dire (o anche urlare che non avevi nulla da dire). Non ti servivano sussiegosi percorsi di apprendistato, nessuno a cui rendere conto, al massimo qualche altro strippato come te che ti seguiva a ruota quando partivi con l'assolo. Pensateci, è esattamente quel che sta succedendo con Facebook. E noi, noi che abbiamo studiato nei conservatori della cultura, noi che abbiamo le lauree e facciamo i giornalisti free lance o gli scrittori (o addirittura facciamo laboratori di scrittura creativa) stiamo sformando perché ci stanno sottraendo anche quel microscopico spazio di comunicazione che sentivamo finalmente di avere il diritto di tenere sotto il nostro controllo.

Le masse di liceali fankazzisti, impiegati fannulloni, commesse a progetto che diventano fan di Braccobaldo o di
Max Gazzè possono farci anche orrore, ma non è che smettono di esistere se noi usciamo da Facebook: continuano ad esserci, a vivere la loro vita ogni giorno (e probabilmente a votare in modo che a noi dà fastidio). Solo che dentro Facebook si rendono visibili anche al nostro sguardo, e vanno a occupare uno spazio di visibilità per il quale pretendiamo di avere la precedenza, e cioè la visibilità degli happy few che accedono alla Rete.

Pensateci un momento: siamo ormai dentro una società in cui l'esistenza stessa dei soggetti è garantita non dal
fare, e neppure più dal sentire, ma dalla possibilità di essere riconosciuti dagli altri. Da questo punto di vista, la partecipazione all'Isola dei Famosi (o a qualunque altro reality televisivo) è l'unico evento REALE (e infatti come tale è vissuto da chi vi partecipa) perché è l'unica forma di evento che esiste come atto costitutivo di messa in vista (è insomma un "evento mediatico" in senso tecnico). Ma se l'Isola dei Famosi è la versione plebea della messa in vista, noi happy few avevamo finora goduto del sex appeal selettivo della Rete: i nostri blog, i nostri MySpace, erano la versione certo più elitaria di una comparsata al Grande Fratello, ma con lo stesso obiettivo: esistere in quanto riconosciuti dagli altri.

Ora, con Facebook, vediamo le folle dei fan di
Simona Ventura e Maria De Filippi entrare a occupare spazi che pensavamo nostri, e la cosa semplicemente ci "fa vomitare".

Ecco, ci fa vomitare che Internet sia diventata profondamente, paradossalmente, vergognosamente democratica. Che sia diventata di tutti, anche di quelli che, secondo noi (che siamo colti e raffinati) non se la meritano.

18 commenti:

Lee Holloway ha detto...

Giuro che non avevo mai visto il problema dal punto di vista élite/massa. Anch'io penso da un po' di non usare più Facebook (e a periodi alterni lo faccio, e quello giace inerte a prender polvere). Per me il punto è un altro. Io sono del tipo che se al mare vedo qualcuno che si sta spogliando - e ha il costume sotto! - distolgo lo sguardo. Ma mica perché sono particolarmente pudica: lo faccio perché sono piuttosto discreta e perché penso che potrei mettere in imbarazzo qualcuno (guardandolo). Il mio personalissimo motivo, quindi, è che non mi piace guardare gli altri quando si spogliano (a parte un "altro" che però ha appena fatto colazione con me, qui nella nostra casa). Fb spoglia senza pietà - a livelli di profondità diversi, d'accordo - ma spoglia. E si vede la cellulite, la ciccia, gli errori di grammatica, i pensieri non condivisibili. E il punto non è che mi fa schifo vedere la cellulite e gli errori di grammatica. Il punto è che provo imbarazzo nell'averli visti spiattellati lì, senza che fossero donati a me personalmente. Mi sento come se avessi letto di nascosto il diario di qualcuno. Il che ha dell'assurdo, visto che è tutto pubblico...

La seconda questione è di natura tecnica, perché sono viziata dal mio mestiere e indiscutibilmente Fb non ha un'interfaccia chiara - magari ci scrivo un post, su questo.

Scusa il commento lunghissimo e scritto maluccio.
Un bacione

blau ha detto...

Oh Piero, adesso mi iscrivo al tuo feed. Bell'articolo, a parte la scivolata toponomastica su *Abbiategrasso*.

Nel merito, Facebook non mi interessa proprio. Ho abbastanza strumenti per comunicare con gli altri e non voglio assolutamente regalare ad un'azienda una mappa dettagliata delle mie relazioni sociali. Ci sono già i dati delle mie email, del telefonino, del mio ISP.

Metteresti l'archivio del tuo partito clandestino su Facebook, sapendo che la CIA potrebbe metterci facilmente le mani sopra?

Piero Vereni ha detto...

Cara Valentina, aspetto con ansia le tue note "tecniche" sul disastro di Fb dal punto di vista dell'interfaccia (e poi magari mi spieghi come fa ad avere così tanti utenti se viola tutte le "vostre" regole...)
A Blau dico solo che ho eliminato Abbiategrasso (ehm...) e l'ho sostituito con un posto che conosco (e che so come si scrive)

Annarita ha detto...

Ciao, Piero. Passo per augurarti Buon Natale e Serene Festività.

Un abbraccio
annarita

Dario D'Angelo ha detto...

Come molto spesso capita ho trovato molto interessante e condivisibile il tuo post (avrei forse escluso, pur giudicandolo "giocoso" nell'economia del pezzo, il parallelo con il punk) e mi sono permesso di riportarne alcune parti sul mio blog (rimango pronto a rimuovere tutto se così desideri)

Ciao, Dario.

Dario D'Angelo ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Andrea Tarabbia ha detto...

Ciao,

premetto che io, da fb, non mi sono mica disiscritto e non ho nemmeno tentato di farlo. La tua analisi è interessante (e ne condivido dei larghi passi), ma secondo me - se posso - ha un paio di pecche: la prima è che per come imposti il discorso sembra che cose tipo MySpace o Splinder siano orpelli da intellettuali, delle specie di codici miniati postmoderni: a me pare invece che siano in tutto e per tutto, come fb, prodotti della società di massa e, come tali, la loro differenza per così dire sociale rispetto a fb è molto vicina allo zero. Mi pare che la democratizzazione ecc. sia arrivata ben prima di fb, se è vero che, per fare un esempio, fb non è che un prodotto di quella "possibilità democratica" che è il web 2.0; tutta la parte del mio pezzo sul celolunghismo mirava a questo, e mirava a questo anche il fatto che in sostanza io parlassi esclusivamente di me come esempio di un'attitudine generale.
la seconda è che io francamente non ci vedo nulla di punk in fb, a meno che tu non intenda la deriva parapubblcitaria che ha travolto il punk dagli anni ottanta in poi. io ci vedo un (neanche troppo) sottile sistema aziendale di masturbazione collettiva e vendita "porta a porta".
Credo di poter rispondere anche a nome di Sergio quando dico che nessuno di noi ha vissuto fb come una "invasione di campo", o come una sorta di orda mongola che toglie spazio alle benemerite intellettualità dello stivale. anzi, tutti noi che ne abbiamo parlato lo abbiamo fatto dopo esserci iscritti e - come scrivo nel pezzo - ci siamo iscritti non per fare sociologia, ma "perché sì". tutto ciò, va da sé, non mi toglie la capacità di vedere il "male" e allo stesso tempo il "niente" che c'è nei social network, e di parlarne. Io non voglio essere un forzato del perbenismo: se mi pare di vedere della merda, dico che c'è la merda.
Faccio sempre fatica a rispondere nei commenti, mi sembra di non riuscire a spiegarmi.
intanto ti saluto, e ti faccio gli auguri.

Diego ha detto...

io mi sono disiscritto da fb un po' di mesi fa, proprio a seguito del boom estivo di diffusione in italia.

oltre al problema menzionato da blau, quello di fb come "schedatura volontaria di massa", c'è una cosa che mi mette a disagio, che ha a che fare con l'imbarazzo della nudità di cui parla lee...

si tratta del fatto che fb mette in crisi la formula pirandelliana del sè come "uno, nessuno e centomila".

il fatto che, come dite voi, l'identità è contestuale e contrastiva. che costruisco la mia identità contrattando la mia percezione di me con le percezioni che gli altri hanno di me. e che, quindi, finisco per essere diverso in ogni circostanza, ad essere centomila (seppure sempre uno).

ma, su fb, gli altri, altre persone che sono altri contesti di interazione, con cui nella vita sociale adotto registri linguistici e codici comportamentali diversi, mi guardano tutti - virtualmente - allo stesso momento.

questo forza ad essere "uguali a se stessi", condizione a cui gli umani sono estrenei! a scegliere una versione del sè "polite" e politicamente corretta, che sia riconoscibile da tutti ma sincera con nessuno - l'unica che posso adattare parlando col mio vecchio compagno di bisca sapendo che la mia vecchia zia ultracattolica mi leggerà.

uno dei paradossi di questa situazione è che all'apertura di spazi di socializzazione infiniti fa da contrappeso una riproduzione in chiave virtuale della censura sociale della dimensione del piccolo paese, quello dove "la gente mormora", dove tutti i tuoi conoscenti sanno quello che fai, con chi esci e come ti comporti...

Lara Gregori ha detto...

Ciao,
sono Lara, il mittente del primo messaggio in FB di cui tu hai riportato il contenuto.
Ho letto con notevole interesse la tua riflessione perché arricchisce i miei pensieri sparsi sulla questione, in generale, dei social network e non solo.
Come premessa mi preme spiegare, in sintesi, il mio approdo a FB: mi sono iscritta a settembre, incuriosita dal clamore dilagante sullo stesso; mi aspettavo una sorta di chat “da piazza e/o da pvt”, e, al contempo, immaginavo di “scoprire novità” di cui, ovviamente, non avevo conoscenza. Devo dire che le mie aspettative sono state entrambe soddisfatte. Per la prima volta da quando utilizzo internet ho seguito la procedura d’iscrizione come da protocollo, inserendo anche una mia fotografia. Dico questo perché, di solito, il mio atteggiamento d’incontro e conoscenza in chat, nel passato, è sempre stato orientato allo scambio di pensieri scevro dagli orpelli della “corporeità”, perché ho sempre ritenuto che la corporeità, nella sua interezza, appartenesse alla dimensione del reale e non del virtuale. Per intenderci, non mi sono mai piaciuti gli approcci che partivano dalla selezione fotografica a mo’ di catalogo postalmarket delle relazioni umane. Questo mi ha consentito di conoscere e incontrare persone che, poi, sono diventate parte del mio mondo personale.
In FB la prima cosa con cui vengo in contatto è che, per conoscere persone nuove, parto da un catalogo fotografico: vuoi diventare amica/o di tizia/o? Per accedere al suo profilo devi chiederglielo. Senza sapere se avete un punto di partenza in comune.
Generalmente, quando conosco qualcuno nella vita reale, accedo sommariamente per tre strade: sono “amici di amici”, una persona che mi colpisce esteticamente e quindi “ci provo”, una conversazione che mi interessa e in cui mi inserisco. Considerato che il secondo “canale”, nel virtuale, non fa parte del mio modo d’esserci, in FB mi resta soltanto la prima strada, perché la terza è di stretta derivazione della seconda e, soprattutto, non è così probabile. Quindi, come primo passo contatto gli amici, i quali, a loro volta, mi presentano ai rispettivi amici, che nella maggioranza dei casi sono dei perfetti sconosciuti (anche qualora siano personaggi pubblici) scelti in funzione della strada numero due. Tralascio le considerazioni relative al re-incontro con i vecchi compagni di scuola, delle cui variabili han già scritto, tra altro, Baratto, Tarabbia e altri ancora.
Muovendo questi primi passi, mi sorge spontanea una domanda: perché devo parlare con i miei amici su FB? Non è più umano e caldo farlo al telefono oppure con un aperitivo al bar, oppure scambiandoci delle email che, per loro natura, possono consentire uno spazio di condivisione e di confidenza meno compresso, convulso e stereotipato? E non è l’accezione del tempo che fa la differenza perché per collegarti a FB, per contattarli, per scrivere e aspettare la risposta scritta, ecc. ci vuole tempo. Lo stesso tempo che può essere utilizzato in modo diverso.
Di conseguenza, credo che parte delle motivazioni riguardanti la partecipazione ai social network sia incontrare e conoscere persone nuove e comunicare. E qui arriva la nota dolente: se questo modo e mondo di relazioni è comunicare, allora il livello di involuzione dell’atto stesso del comunicare (e, pertanto della relazione umana tout court) è quantomeno allarmante. La spersonalizzazione dei profili, la quantità di messaggi postati sulle bacheche in terza persona singolare, i commenti lapidari che si leggono nei post o nelle note sia dei singoli membri di FB che nei vari gruppi, la contrazione e la deformazione del linguaggio “necessari” al codice dell’ambiente virtuale trasformano, sempre di più e sempre più velocemente, la comunicazione in una semplice trasmissione di segni e di informazioni unidirezionali, privandola così delle sue connessioni interattive e di cooperazione, e del suo significato. Ed è proprio la corruzione e la manipolazione dei significati che mi atterrisce. Perché sta avvenendo sotto i nostri occhi, senza che noi ce ne accorgiamo e, ancor più grave, con la nostra complicità.
Nel novembre 2007, sul tuo blog, scrivevi di capitalismo relazionale: io ritengo che la definizione più appropriata dell’effetto FB sia il consumismo relazionale. L’accumulo e lo scambio della merce profilo è esponenziale, incrementata dal suggeritore che ti propone, a ogni collegamento, l’ampliamento di questo mercato.
Dici bene quando affermi che “siamo ormai dentro una società in cui l'esistenza stessa dei soggetti è garantita non dal fare, e neppure più dal sentire, ma dalla possibilità di essere riconosciuti dagli altri”. Questa è l’altra parte di ragione dello stare su FB. Ma il bisogno di riconoscimento, così come il bisogno di comunicare, entrambi appartenenti all’equilibrio psicofisico di qualunque individuo e fondamento stesso del “essere sociale”, sono stati assorbiti e plasmati ad uso e consumo di un altro potere, e trasformati in prodotti a cui stiamo, nostro malgrado, aderendo.

Il pensiero di Debord sulla Società dello Spettacolo, a mio avviso, centra questi bersagli. Ne riporto alcuni passaggi significativi, che meglio spiegano una delle affermazioni iniziali su cosa sia lo spettacolo, cioè «Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini».
Dice:
Per questo motivo, esso non è qualcosa di esterno alla società, ma, al contrario, è la sua struttura profonda. Tuttavia lo spettacolo è, allo stesso tempo, solo un settore della società separato dagli altri, e lo strumento attraverso cui questa parte domina il tutto. Questa contraddizione fa sì che esso sia necessariamente falso ed ingannevole, giacché struttura le immagini secondo gli interessi di una parte della società.
«Lo spettacolo si presenta nello stesso tempo come la società stessa, come una parte della società, e come strumento di unificazione. […] Per il fatto stesso che questo settore è separato, è il luogo dell’inganno dello sguardo e il centro della falsa coscienza»
Questo settore che domina sul resto della società non è altro che l’economia.
«La prima fase del dominio dell’economia sulla vita sociale aveva determinato nella definizione di ogni realizzazione umana un’evidente degradazione dell’essere in avere. La fase presente dell’occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell’economia conduce a uno slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire, da cui ogni “avere” effettivo deve trarre il suo prestigio immediato e la sua funzione ultima»
Condizione per raggiungere tale risultato è la totale separazione di individui sempre più isolati nella folla atomizzata.
«Il sistema economico fondato sull’isolamento è una produzione circolare di isolamento»
«Quando l’immagine costruita e scelta da qualcun altro è diventata il rapporto principale dell’individuo col mondo, che egli prima guardava da sé da ogni luogo in cui poteva andare, evidentemente non si ignora che l’immagine reggerà tutto. […] Il flusso delle immagini travolge tutto, e analogamente è qualcun altro a dirigere a suo piacimento questa sintesi semplificata del mondo sensibile».
«Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio»

L’articolo di Tom Hodgkinson spiega l’altra parte della medaglia, le ragioni per cui FB riscuote tanto successo e tanto investimento, economico e politico. E in un’intervista pubblicata su Panorama a fine novembre Mark Zuckerberg, “l’inventore” o per meglio dire la faccia pubblica di FB, “non dice” tra le righe quali saranno i progetti futuri, affermando che FB è un progetto su cui sono previsti investimenti per i prossimi 15 anni.

Queste sono le reali motivazioni per cui ho deciso di disiscrivermi da FB: io voglio tentare di dire il mio “no”, ora, a tutto questo, a tutto ciò che di ambiguo si cela dietro questo strumento. Non è vero, come tu dici, che è possibile cancellarsi. E’ possibile disiscriversi, ma al contempo se io volessi “ritornare” mi basta riattivare l’account, e tutto ricompare così come era prima. Questo significa che io non sono stata cancellata. Che traccia della mia partecipazione rimane.
A differenza di quello che tu consideri nella tua riflessione, io non ritengo che FB mostri “democrazia” nella sua partecipazione. La democrazia è un percorso verso la coscienza che, sul sito, non viene promosso, cresciuto, mostrato. Anzi: contribuisce alla massificazione delle persone. Al nostro isolamento, alla nostra regressione.
Non è la paura di mescolarsi, tutt’altro. Ritengo che la coscienza appartenga all’uomo, quand’anche questa sia oscurata e manipolata. Ritengo che il germe della rinascita sociale sia insito nella convivenza, nella condivisione, nella solidarietà e nella conoscenza. E ritengo che questo sia patrimonio possibile di tutti e per tutti. O perlomeno della maggioranza. Spero ancora in questa utopia, perché mirare all’ideale significa raggiungere, comunque, risultati concreti, prima o poi. E ben venga la carica emotiva che accompagna ingressi o uscite o articoli postati al riguardo, perché dimostra che, al di là dell’attentato continuo alla nostra coscienza, ancora non ci annientano il cuore.
Attraverso FB io ho avuto modo di scambiare una corrispondenza interessante con una persona, che mi ha messo a conoscenza del tuo blog e del tuo articolo di novembre. A catena oggi leggo la tua riflessione e rispondo con la mia.
Ma il potere di usare internet come strumento di aggregazione reale è un potere da conquistare, e non per essere conquistati come invece sta avvenendo. Io credo che questa sia la vera sfida.
Concludo con un pensiero di W. Whitman sulla democrazia:
«Spesso abbiamo stampato la parola Democrazia. Eppure non mi stancherò di ripetere che è una parola il cui senso reale è ancora dormiente, non è ancora stato risvegliato, nonostante la risonanza delle molte furiose tempeste da cui sono provenute le sue sillabe, da penne o lingue. È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto».
Grazie di questo spazio,
Lara.

Piero Vereni ha detto...

Vedo che, per quanto lo stiamo criticando, FB riesce a farci parlare, e questo mi pare sia molto bello. Ho un sacco di cose da commentare in risposta a questi commenti, tutti intelligenti e cortesi, al mio post, ma il tempo latita peggio che mai quando si è in vacanza... Dovrei farcela a postare qualcosa a breve. grazie di nuovo a tutti, pv

Anonimo ha detto...

mi piace ciò che hai scritto dell' analisi sull' uso di face book!
a me piace il blog non mi piacciono le catene, mi piace essere libera di decidere dove leggere e chi leggere e cosa scrivere e dove!
grazie per avermi involontariamente fornito spiegazioni su cosa sia sto fb
www.agepompei.altervista.org

ROBERTO SOTTILE ha detto...

mi sono iscritto su Fb mentre ero a Roma per studiare per la tesi... non sapevo che fare ero stanco era mattina presto ( ero rientrato da poco)... altro motivo che mi ha spinto è stato che nel dipartimento di archeologia e storia dell'arte dell'unical i miei amici-colleghi hanno tutti fb! mancavo solo io.. mi sentivo escluso.... però sto meditando di cancellare il mio contatto.
Roberto Sottile

Anonimo ha detto...

Non mi convince la riduzione del nostro rapporto con fb attraverso l'opposizione elite-massa. E' un'analisi banale, non è da te.

sergio garufi

morbin ha detto...

condivido tutto quanto scrivi e pensi su questo tema, in pratica...

poi, brevemente nel merito: la visione (ovviamente un po' semplificatoria) per cui facebook è un fenomeno molto buono per la massa e i blog non lo sono, è vera fino a un certo punto. nel senso che la visione dei blog come "fighettata da elite" è quella che è stata propagandata dai media main stream e dalle cosiddette blogstar (tutte di solito maschi, molto ben istruiti, tecnologizzati e politicizzati). ma se ti guardi i dati sul blogger medio e sul suo lettore medio scopri presto che di solito i blog sono un diario scritto da e per interessati a temi non politici e non tecnologici e non strettamente di alto profilo culturale (o wanna be tale).
ancora, poi,
i dati dimostrano come facebook sia diventato un successo di massa in pochissimo tempo rispetto a quello che ci è voluto per i blog. su questo bisognerebbe fare dei distinguo sul tipo di impegno che viene richiesto da facebook a ogni singolo e su quello che viene richiesto al singolo lettore (la massa di utenti dei blog, che non sono gli autori di blog).

non mi azzarderei in una grossa distinzione tra facebook e altri social network, almeno nel senso di come tu l'hai fatta.
se ti leggi danah boyd vedrai, invece, come in america sia molto più fighetta l'utenza di fb di quella di myspace...
e i dati di mercato per l'italia probabilmente vanno in una simile direzione. credo.
ciao,
emm

morbin ha detto...

p.s.

scusate il francescismo,
ho letto ora i commenti qua sopra...

e mi fanno un po' "cadere i cosiddetti" i commenti che ritraggono facebook come il luogo in cui le relazioni sociali diventano, più o meno e se ho ben capito, un bene di consumo.

visto che, come ben spiega l'antropologia, dobbiamo contestualizzare ciò che accade. visto questo, penso alle relazioni sostenute da facebook: sono quelle tra persone che non stanno nella stessa città ma, pure, di solito non stanno nello stesso ufficio, nella stessa casa, nello stesso appartamento. sono relazioni di gente che si vede poco perchè non ha la possibilità di farlo. e non è che con facebook la gente esce meno di casa, che mi risulti.
per concludere, sempre semplificando e sempre in sintesi: meglio le relazioni che passano attraverso facebook che quelle che passano per canale 5.

Anonimo ha detto...

Non ho facebook perchè ho sempre pensato che ho un cellulare e quindi se volgiono chiamarmi possono farlo tranquillamente.
Dopo aver letto il tuo articolo mi sono proprio rincuorato e devo dirti che alla vita virtuale è preferibile quella reale. Pensaci...

Anonimo ha detto...

Insomma, alla fine della fiera?
E' tutto molto ben congegnato, molto ben scritto, e quindi?

Non mi sembra che il tuo discorso porti a delle conclusioni definitive che dovrebbero essere: esco da facebook perché non posso sopportare di esistere in mezzo ad una massa indistinta.
Ma forse non ti interessava proprio giungere ad una conclusione anche perché hai spostato tutto in un discorso quasi in terza persona, quindi ti sei lasciato la scappatoia finale dell'accettazione della "democrazia" e dell'abbandono delle recriminazioni dell'ego. Come dire: punto e a capo!

Però adesso io sono curiosa... ci sei o non ci sei su facebook?!

Se ti venisse voglia di curiosare fra le cose interessanti che le persone mettono in condivisione su facebook (al di là dell'analisi in sé del mezzo che è ben congegnato ma per scopi tutto sommato futili) prova a richiedere l'amicizia alle persone che ti segnalo in calce (le trovi tutte fra i miei contatti).

In fondo facebook dice di nascere per aiutarti a mantenere i contatti con gli amici, poi sta a te scegliere quali amici avere...

Buon viaggio!

Emanuela Vozza

http://www.facebook.com/inbox/?ref=mb#/emanuela.vozza?ref=profile

Sergio Pensato
Claudio Ronco
Luca Sossella
Nina Maroccolo
Francesca Veraldi
Adriano Sofri
Sonia Alfano
Spazio Insieme
Armando Corino
... e tanti altri che ora non mi vengono in mente!

P.S. mi sto ancora rotolando dalle risate per la sciampista di Scaltenigo.... io ci vado a far prove con un magnifico clavicembalista... non dalla sciampista... a SCALTENIGO!!!
:-D

Anonimo ha detto...
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