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martedì 5 dicembre 2023

0:23 / 1:00:07 Il 7 ottobre, l'attivismo e l'antropologia culturale

 Con questo video rispondo criticamente, in forma di "lettera a un collega", al modo in cui l'antropologia culturale (non solo italiana, purtroppo) ha reagito al disastro morale del 7 ottobre in Israele e alla susseguente reazione dell'IDF. Dimostro che l'occidente culto e secolarizzato ha completamente travisato quel che è davvero successo il 7 ottobre, tradendo così, almeno per le scienze sociali, il suo compito di comprendere e rappresentare il punto di vista degli attori sociali coinvolti. Gli antropologi in particolare si sono dimostrati incapaci di tenere in debito conto quanto Hamas abbia imposto la dimensione teologica e generalmente religiosa al conflitto politico. Considerando il massacro del 7 ottobre un atto - esasperato ma comprensibile - di resistenza politica, che avrebbe l'intento di resistere al colonialismo israelo-occidentale e di rivendicare la sovranità politica dell'intera Palestina per gli arabi, le scienze sociali hanno rinunciato al loro compito interpretativo, sostituito con pigrizia dall'imposizione di un meccanico modello di lotta politica canonica ritagliata sul modello delle "resistenze" occidentali a varie forme di oppressione politico-economica.

Quel che è successo con il massacro del 7 ottobre è stata invece una pianificata azione di "violenza trasgressiva", che ha l'obiettivo dichiarato di confondere moralmente le vittime, fiaccandole nella loro capacità di rapportarsi al contesto politico con gli strumenti della razionalità. D'altro canto, la reazione difensiva di Israele è stata dalla maggior parte degli antropologi (italiani, europei e americani) subito giudicata un atto genocida e di vendetta, senza tenere in minima considerazione lo sgomento radicale entro cui quella reazione ha dovuto attuarsi. Questa mia "lettera" ha quindi da un lato il compito di ripristinare la verità (Hamas ha compiuto il 7 ottobre azioni che non possono essere misurate in termini di "resistenza"; Israele bombarda Gaza per difendere il suo territorio e l'incolumità dei suoi cittadini) e dall'altro di recuperare una nuova dimensione alla "compassione". E' chiaro che i civili di Gaza sono vittime di una terribile repressione, ed è giusto che a loro vada tutta la nostra compassione per il male che stanno subendo. La causa, però, del male di cui soffrono i palestinesi di Gaza (e in generale gli arabi palestinesi, compresi coloro che hanno la cittadinanza israeliana) è la pressione ideologica e politica cui sono sottoposti da oltre un secolo a causa dei leader arabi che di volta in volta li hanno manipolati e sfruttati per il loro tornaconto. Hamas ha ulteriormente incrementato la forza di questa pressione ideologica, ora tutta appiattita sul linguaggio e le pratiche del peggior fondamentalismo islamico.

Invito gli antropologi a riprendere con umiltà il loro lavoro ermeneutico, a capire le motivazioni degli oppressi e degli oppressori, delle vittime e dei carnefici, quale che sia la loro parte. Non tutti i carnefici sono israeliani e non tutte le vittime sono palestinesi, come dimostrano gli orrori del 7 ottobre. L'antropologia deve uscire dalla sua postura cinica che le impedisce di comprendere la vita vera delle persone, a Gaza come in Israele, nella striscia, e Gaza City, nei kibbutzim e nelle città israeliane. Il mondo, per tanti esseri umani esterni ai circoli progressisti e radicali euro-americani colti, è uno spazio pieno di significato ulteriore, sia la passione per il martirio in nome di un Aldilà sentito come "più vero"; sia la convinzione di una Terra Promessa che dovrebbe emergere dal rapporto con i propri correligionari; sia, anche, il sogno borghese di una vita confortevole fatta di aperitivi sul lungomare e figli da portare alla scuola di danza. Tutte queste visioni hanno il diritto di convivere e soprattutto, devono essere comprese, interpretate, raccontate. Non soffocate dall'urlo sguaiato di chi non ha capito nulla, ma pretende di aver capito tutto perché è vicino "agli oppressi" e ne porta la voce. L'antropologia deve smettere di inseguire "la giustizia" e tornare a ricercare "la verità". Non la verità oggettiva, certo, ma proprio la verità culturale, vale a dire il vissuto delle persone che raccontiamo, ci piaccia o meno quel che dobbiamo raccontare. Silenziare l'Altro in nome della Nostra Visione Politica è una cosa davvero orrenda, per l'antropologia, e dovremmo smettere una buona volta di stuprare in questo modo la bellezza della nostra tradizione di studi.