2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

sabato 26 aprile 2008

Albania moderna


Sto leggendo un bel libro, Sarah F. Green, Notes from the Balkans: Locating Marginality and Ambiguity on the Greek-Albanian Border, Princeton, N.J, Princeton University Press, 2005 che racconta il confine epirota tra Grecia e Albania. È un libro densissimo, che da un canto offre un quadro etnografico finalmente aggiornato alla fine degli anni Novanta di una regione poco battuta dagli scienziati sociali da troppo tempo, e dall’altro mette un po’ in crisi una certa retorica ricorrente sulle bellezze del margine, su come vivere ai margini costituisca uno spazio di “resistenza” e controidentità. Ma qui mi limito a citare un pezzo in cui la concezione di modernità degli abitanti sul versante greco è contrapposta a quella degli abitanti del versante albanese (molti dei quali, ricordo, sono membri della minoranza greca). È un bel pezzo che mi serve per criticare la convinzione (diffusa soprattutto dai giornali, vedi qui un mio saggio che affronta marginalmente questo tema) dell’Albania come un paese sostanzialmente rurale e, soprattutto congelato dalla dittatura comunista:
Man mano che le persone iniziavano a divenire più familiari le une alle altre, quelle sul versante greco divennero consapevoli del fatto che un’evidente “modernizzazione” aveva avuto luogo anche in Albania. Hoxha, essendo un convinto sostenitore del socialismo scientifico e industriale, intendeva trasformare l’Albania “dall’essere un arretrato paese rurale a un’economia agricola e industriale” (Stefanaq Pollo e Arben Puto, The History of Albania from Its Origins to the Present Days, London, Routledge & Kegan Paul, 1981, p. 26). Biberaj nota che la politica di industralizzazione di Hoxha aveva “condotto alla creazione di un’industria ramificata relativamente moderna, che nel 1985 era in grado di produrre più del 40 per cento del reddito nazionale complessivo” (Elez Biberaj, Albania: A Socialist Maverick, Bouderl, Co, Westview Press, 1990, p. 68). Le riforme agricole, a parte il programma scaglionato di collettivizzazione e l’acquisizione da parte statale di tutta la terra agricola, erano state di comparabile dimensione: “Programmi grandiosi di recupero delle terre, miglioramento dei terreni e irrigazione; introduzione di nuove tecniche di coltivazione e meccanizzazione; e uso in crescita dei fertilizzanti” (Biberaj 1990, p. 69). Anche l’istruzione venne riformata: dal 1946, l’istruzione doveva essere laica, libera, e fornita dallo stato, con sette anni di educazione elementare obbligatori per tutti; si approntarono scuole professionali e commerciali e si stabilì un programma per sconfiggere l’analfabetismo […]
In breve, anche se non vi era dubbio che l’Albania era più povera della Grecia in termini economici quando il confine venne riaperto, divenne sempre più evidente che quel che era accaduto sui due lati del confine erano forme differenti dello stesso processo: non era successo che un lato si fosse modernizzato mentre l’altro era rimasto com’era quando il confine era stato chiudo chiuso

Mi resta da aggiungere che con questo non intendo certo schierarmi dalla parte di quegli insipienti che ancora ai primi anni Ottanta partivano dall’Italia per andare a scoprire le meraviglie del socialismo realizzato albanese, o che nelle università dove lavoravano mettevano nei desiderata delle biblioteche l’opera omnia di quel divino pensatore che fu Enver Hoxha. Ho visto l’Albania troppo da vicino per credere al periodo della dittatura comunista come a null’altro che a un vero incubo collettivo. Ma mi piace ricordare ai primordialisti che si affannano a cercare nella millenaria eredità “balcanica” le ragioni, ad esempio, del tasso di criminalità tra gli immigrati albanesi in Italia, che eventuali devianze sociali, invece che retaggi atavici, sono molto più probabilmente la conseguenza di un processo di modernizzazione forzata, che ha prodotto fratture sociali e un senso profondo di anomia.

martedì 22 aprile 2008

Mi voglio rovinare


Alla fine vi ci metto sopra anche la bici mountain bike con cambio shimano. Però prima abbiate un'altra prova del mio tempismo da ufficio stampa aggressivo.
Qui potete trovare un mio pezzo (questa volta serio, non come il precedente) sull'immagine degli albanesi visti dall'Italia. Si intitola Pinocchi, balordi e ballerini. il mutamento dell’immagine degli albanesi nei mezzi di comunicazione italiani (1997-2006) e l'ha pubblicato una bella rivista di antropologia, Achab, che potete scaricare per intero in pdf.

Venghino siori venghino


Come PR (di me stesso o di chiunque altro) sono un fiasco totale. Per questo, con soli dodici anni di ritardo rendo pubblico un pezzo che ho scritto in una notte tessalononicese di sofferenza. Si intitola

DANZARE IN GRECIA FA MALE ALLA SALUTE
OVVERO: DI ALCUNE PERIPEZIE ACCADUTE ALL’AUTORE MENTRE CERCAVA DI SVAGARSI DAL SUO LAVORO DI ANTROPOLOGO E DI COME QUESTI EVENTI LO ABBIANO PRONTAMENTE RICONDOTTO A FARE IL SUO MESTIERE.
IN CUI INOLTRE SI DIMOSTRA SENZA TEMA DI CONFUTAZIONE CHE LE DONNE GRECHE SONO MEDIAMENTE ASSAI PIÙ INTELLIGENTI DELLA MAGGIORANZA DEI LORO COMPATRIOTI MASCHI, DATO DI FATTO CHE PER ALTRO L’AUTORE COMINCIA A SOSPETTARE SIA GENERALIZZABILE ALL’UNIVERSO MONDO

e lo trovate qui
Danzare in Grecia
Danzare in Grecia....
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Aggiungo solo che ero proprio nero, e non è che la penso proprio così, dei miei amici greci (signomi s'ollous)

mercoledì 16 aprile 2008

Albania News


Si è aperto da poco un sito interessante, dedicato a notizie albanesi ma scritto in italiano. Mi sembra una bella proposta, coraggiosa. Se volete sprovincializzare un poco lo sguardo, andate a leggervi cosa ne pensano dei risultati delle ultime elezioni. Gli immigrati sono una parte importante di questo paese, mi chiedo quando potranno partecipare attivamente alla nostra vita politica, oltre che a quella economica.

domenica 13 aprile 2008

Descrizione etnografica

Spesso, al termine di un primo ciclo di lezioni, chiedo agli studenti di portarmi un breve esercizio di descrizione dal vivo che chiamiamo pomposamente "esercizio di etnografia". Poi ne prendo qualcuno e lo analizzo in classe. La cosa mi serve per rendere gli studenti un po' più consapevoli delle strategie retoriche dell'oggettività e di solito funziona. Quest'anno, Domenica Carosi, una mia studentesse dell'Università di Teramo, mi ha presentato un esercizio in cui l'oggetto descritto ero io. Ho trovato particolarmente interessante la mia oggettivazione, anche perchè non vi posso riversare alcun compiacimento narcisistico: l'oggetto "lezione universitaria" è completamente spogliato del suo contenuto semantico per essere rivoltato come un calzino-significante, tutt'altro che insignificante, mi pare.
Lo condivido anche sperando che faccia il paio con l'immagine da supersfigato che un'altra rappresentazione di me ha dato qualche tempo fa.


Descrizione etnografica del Prof. Vereni durante una lezione di antropologia culturale
12 Marzo 2008, Ore 15:44; aula 16. L’aula, con capienza massima di 280 persone, ha banchi uniti a dieci a dieci, divisi da un corridoio, e quattordici file per ogni ala. Le finestre sono coperte a tratti da tende blu. In fondo all’aula c’è una lavagna appesa al muro, ancora sporca di gesso, al di sotto della quale è posizionata una pedana con sopra una cattedra e una sedia girevole. Guardando la pedana dal corridoio che porta ai banchi si nota alla sua destra un piccolo tavolo con sopra un proiettore e alla sua sinistra una sedia e un mobile con due aperture. Al di sopra della lavagna c’è un telo che penzola da una custodia, di cui ignoro il nome, utilizzato per proiettare. Il professore, al nostro ingresso, è già seduto dietro la scrivania e legge un libro, forse è qualcosa che gli occorre per la lezione che si appresta a iniziare. Le sue cose sono disposte ordinatamente sulla scrivania: alla sua sinistra uno zainetto nero semi aperto, alla sua destra un cellulare e dei libri, di fronte a lui forse un agenda con sopra cavetto grigio e un libro che sfoglia velocemente. Noi alunni ci disponiamo sulle prime tre file di destra e di sinistra, come da richiesta del professore, i posti sono occupati in ordine sparso. A lezione si contano 19 persone, tra cui 3 ragazzi e 16 ragazze. Il professore è di media altezza, capelli corti neri brizzolati, barba rasa, corporatura esile, carnagione chiara, orecchino nella parte superiore dell’orecchio sinistro. Al polso ha un orologio con cinturino nero e il quadrante, che non riesco a vedere bene dalla mia posizione, forse rotondo. Al collo ha un laccio con un lettore MP3 blu legato e le cuffie di questo che si posano sul petto. Squilla il suo cellulare, parla per qualche minuto in modo confidenziale. Riaggancia, sfoglia velocemente un libro o forse un’agenda. Si alza, in questo modo posso osservare il suo abbigliamento che prima vedevo parzialmente a causa della cattedra. Indossa un completo giacca e pantaloni nero con sotto una camicia grigio scuro, una cravatta di colore scuro e delle scarpe nere forse in pelle. Si toglie la giacca, all’interno foderata di rosso. Si dirige alla finestra e apprezza ad alta voce il panorama. Torna di nuovo sulla pedana, inforca gli occhiali, prende tra le mani l’MP3 che gli penzola dal collo, lo attiva e comincia la lezione. Spiega velocemente qual è il programma che seguirà durante questa lezione, gesticola guardando il corridoio al di fuori della classe. Ora s’appoggia alla cattedra mentre la classe è intenta ad ascoltare le sue parole. Dalla porta, ancora aperta, si sentono le voci delle persone che sono al bar, qualcuno batte più volte una matita sul tavolo. Il professore scende dalla pedana, passeggia mentre parla, gesticolando con una mano e mettendo l’altra nella tasca dei pantaloni. Le voci provenienti dall’esterno dell’aula si fanno più insistenti, infastidiscono me e forse anche il professore che si dirige verso la porta e la chiude, mentre continua il suo discorso alzando il suo tono di voce per permetterci di ascoltarlo anche a distanza. Dopo aver chiuso la porta torna indietro, senza interrompere il discorso, toglie la mano destra dalla tasca e gesticola di nuovo, ma questa volta con entrambe le mani. Torna sulla pedana si piega sulla cattedra e sfoglia un libro; si tocca il viso. Il suo linguaggio è semplice a tratti complicato, quando usa termini specifici della materia, il tono è alto e la cadenza lenta ma decisa. Il movimento delle mani è deciso e spesso, mentre gesticola, lascia trasparire un timido sorriso che sembra esprimere di compiacimento di averci reso partecipi della sua conoscenza. Torna ad appoggiarsi alla cattedra per poi di nuovo abbandonarla e rimettere la mano destra in tasca. Questa volta con la mano sinistra tocca la fibbia di metallo della sua cinta nera. Mentre spiega le parti del libro che sta leggendo calca, con un’intonazione più marcata e lenta, le parole chiave. Indica una pagina e di nuovo nella classe si ode il voltare delle pagine, si ferma per sorseggiare dell’acqua e torna al suo discorso. Passeggia e torna a mettere la mano destra in tasca muovendo la sinistra; sarà forse mancino? Un annuncio dagli altoparlanti interrompe la lezione per chiamare il proprietario di un’auto parcheggiata male, il professore si ferma, beve dell’acqua. Chiede se la macchina è di qualcuno, ha in risposta un no. Continua la lezione. Qualcuno mastica in modo rumoroso una gomma, una ragazza scrive facendo rumore con il suo bracciale che graffia il banco, intanto il professore prende il libro tra le mani mette gli occhiali e si ferma per un attimo a far notare alla classe che è poco attenta. Richiama l’attenzione perché deve spiegare una frase “tosta”, che forse sta per poco comprensibile a una classe del primo anno di studi che non ha le conoscenze adatte in materia. Pone una domanda alla classe, dirigendosi verso la cattedra beve ancora un sorso d’acqua e tocca un’altra volta la fibbia della cinta. Scende dalla pedana avvicinandosi ai banchi e quasi trascinando i piedi. Fa qualche domanda come per fare un sondaggio, qualcuno alza timidamente la mano, scruta i visi di chi lo ascolta per cercare di capire se ciò di cui parla è chiaro. Il mio sguardo è distratto da alcune persone che passeggiano sul corridoio. Torno a occuparmi della lezione, la classe è silenziosa. Il suo modo di fare lezione è poco convenzionale, a cominciare dal modo di passeggiare tra gli alunni, per finire a modi di parlare tipicamente giovanili che forse usa per fissare meglio i concetti che espone. Pone una domanda, attende una risposta che arriva timidamente. Ho l’impressione che durante i suoi discorsi non ami essere interrotto, se non per suo volere con domande dirette. Torna a camminare e a muovere la mano destra, perché questa volta la sinistra è in tasca. Tira su le spalle sincronizzandone il movimento con quello della mano. Di nuovo una domanda, pronunciata ad alta voce. Si disseta poi fa un sospiro di soddisfazione e torna di nuovo a camminare davanti la pedana. Ora ha la mano sinistra in tasca, forse non è mancino! Tutti lo seguono con lo sguardo, si ferma e voltandosi verso la classe nota una certa stanchezza. Quindi decide di fare una pausa. Spegne l’mp3, toglie gli occhiali e passeggia in silenzio osservando la stanza.

In Albania (gennaio 2008)

Sono stato in Albania nel gennaio scorso, con Il motore di ricerca, un gruppo di artisti e architetti che ha base in Puglia ma che sa muoversi bene anche altrove. Non li ho mai ringraziati per il tempo passato assieme, per tutto quel che mi hanno dato durante il viaggio. Ne approfitto per farlo ora. tra poco uscirà il primo numero di Albania 1 e 1000, una rivista da loro progettata che si rivolge alla comunità albanese in Italia. Dopo il rientro in Italia non ho più avuto tempo di seguire il loro lavoro, e ho vergognosamente declinato ogni loro invito a partecipare alle iniziative attivate nel frattempo.
Ora mi hanno chiesto un pezzo per il primo numero di Albania 1 e 1000. Sono riuscito a tagliare via queste due cartelle, che certo non bastano a raccontare quel che abbiamo fatto in quella settimana di gennaio, ma che sono un piccolo segno di riconoscenza verso quel meraviglioso paese e verso il Motore di Ricerca.

La prima immagine dell’Albania è “mediatica”. Siamo seduti in un bar lungo la rotta tra Gjirokastër e Korcë, fuori è già buio e dobbiamo sbrigarci, non sappiamo come sarà la strada e siamo un po’ preoccupati. Ma abbiamo anche voglia di staccare un momento, di confrontarci dopo due giorni intensi di immagini e parole.
Entrare in Albania dalla Grecia ci ha permesso di fare i terzisti, di porci un poco di lato rispetto all’opposizione canonica tra italiani e albanesi di cui comunque tutti sappiamo qualcosa. Abbiamo incontrato albanesi della minoranza greca, e altri arumeni. Questa mattina, uscendo dall’albergo di Saranda, abbiamo conosciuto una coppia greca, di Cefalonia, in Albania per vacanza. Non so se ai miei compagni di viaggio ha fatto lo stesso effetto, ma io sono rimasto particolarmente colpito di sentire anche solo parlare di Albania come luogo di vacanza, per di più per cittadini greci. Ho ancora freschi ricordi del disprezzo che gli albanesi suscitano molto spesso nei giudizi in Grecia, e trovo piacevole questo cambiamento.
Gjirokastër, poi, mi è caduta addosso con le sue mura di pietra disposte in saliscendi, e un paesaggio montano dolorosamente intenso. Il crocevia del centro, con le sue insegne scolorate e le vetrine dei negozi di legno, sembra il set di uno spaghetti western, con maschere felliniane a fare da comparse, ma c’è anche un ufficio turistico dove due giovani impiegate mi hanno dato i normali depliant di una città turistica, le mappe, le indicazioni, i posti.
L’Albania ci sta venendo incontro sempre più veloce, in questo viaggio disorganizzato perfettamente dal Motore di Ricerca. Le nostre macchine traballano spesso lungo la carreggiata, ma traballiamo più spesso noi, di dentro. Se quindici anni fa, quando venivo qui le prime volte, l’Albania era un viaggio nel tempo, dove potevo trovare senza sforzo i gilet di mio nonno, gli sguardi dei vecchi del paesino di mio padre che ricordo nelle osterie quand’ero bambino, ora faccio fatica a orientarmi, il “prima” che mi ricordo si incrocia costantemente con un “ora”, a volte con un “dopo”, come quando (tra un paio di giorni, a Tirana) chiacchiererò con uno studente italiano in un locale notturno.
Ma dicevo dell’immagine mediatica che l’Albania mi ha lasciato. Siamo in quel bar, allora. Beviamo tè e chiacchieriamo, cercando di guardarci negli occhi per vedere cosa gli altri hanno visto. Siamo attorno a un tavolino, ci siamo tutti: io, Matteo, Roberto, Michele, Nico e Valentina. Le nostre macchine da presa, le nostre fotocamere, hanno già inghiottito chilometri di strada, facce, monumenti, muri, capitelli stradali, bunker, posti di frontiera. Ogni macchina poggiata ora sul tavolino del bar sembra un polifemo addormentato, pronto a risvegliarsi per ricominciare a inghiottire la realtà con il suo occhio, un’immagine alla volta. Anche questo è un modo di controllare non solo quel che ci sta attorno, ma anche i rapporti di potere: se siamo noi a guardare, ancora non viene messa in dubbio la nostra “soggettività” (e, di converso, la loro “oggettivabilità”).
Più o meno mentre penso a questo, guardo il televisore appoggiato a un mobile alto, che trasmette le notizie di Top-Channel, il canale televisivo che dal 2001 si sta affermando come uno dei più importanti del “nuovo corso” albanese. Lo stile delle news è simile a quello imposto dal modello CNN, che ormai conosciamo tutti: notizie rapide con titoli in sovrimpressione e un “rullo” continuo di testo che scivola sotto le immagini. Ci vuole poco a capire che il notiziario parla di noi, cioè parla dell’Italia. Riporta due notizie: la prima racconta, con dovizia di dettagli iconici, l’emergenza spazzatura in Campania. La seconda, invece, parla dell’emergenza meningite che proprio in quei giorni stava creando allarme, soprattutto nel Veneto.
In un paio di minuti tutta l’arroganza e il senso di superiorità dello sguardo italiano sono cancellati. Proveniamo da un paese invaso dall’immondizia e dove la gente muore di meningite. Penso al 1991, alle “carrette del mare”. Penso al 1997, al crollo delle piramidi finanziarie e alla “guerra civile”. A come abbiamo raccontato quelle storie nei nostri mezzi di comunicazione in un trionfo di semplificazioni e stereotipi che sono andati ad alimentare il nostro pre-giudizio.
Ora, si direbbe, veniamo ripagati con la stessa moneta. Ben ci sta, mi viene da pensare. Ma poi mi dico che non è con una duplice raccolta di prevenzioni che potremo capirci più a fondo e quindi vivere meglio. Abbiamo invece ancora più bisogno di parlarci, di incontrarci. Ecco perché risaliamo in macchina, perché Roberto e Michele si rimettono al telefono a fissare appuntamenti. Ecco perché valeva la pena di venire qui, in Albania.

martedì 8 aprile 2008