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martedì 24 maggio 2022

Antropologia culturale 2021/2022 Mod B lezione 11. Franz de Waal, "Il Bonobo e l'Ateo"



"Il bonobo e l'ateo" è scritto contro gli evoluzionismi e i degenerazionismi morali.  

Secondo De Waal (e io condivido), Non siamo sulle soglie di un progresso razionale, dell’uscita definitiva dalla selva dell’orrore religioso, come vorrebbero gli atei militanti, né le vittime di un crollo morale dovuto alla perdita di Dio, come vogliono invece gli atei devoti. Un quadro di Jeronimous Bosch regge nei vari capitoli il discorso che de Waal intende affrontare: incarna bene il suo voler essere una prospettiva, quel che il mondo avrebbe potuto essere se gli uomini fossero rimasti sulla soglia della coscienza di sé. 




"Trittico", Jeronimous Bosch

Il seme di questa moralità animale è l'Empatia.
Gli animali sono in gradi di provare EMPATIA e prendersi cura di chi è sconfitto. Di questo sono capaci non solo i mammiferi, ma anche gli uccelli.
 



La capacità empatica sembra essere garantita dal ruolo dell’ossitocina, che è fortemente coinvolta nelle cure parentali animali come in quelle umane:





 

Questo legame ci induce a prestare attenzione al ruolo specifico che le femmine hanno nei gruppi di bonobo (pag 15). La scoperta del bonobo come specie nel 1929 ha attirato l’attenzione per la loro sensibilità e intelligenza, oltre che per le loro pratiche sessuali, utili strumento di risoluzione dei conflitti e rinsaldamento dei legami all’interno dei gruppi.

Si può quindi osservare a pag. 20 come ci sia un contrasto tra scimpanzè, patrilinei e inclini alla violenza (POLITICA libro de Wall sul potere) e bonobo, matrilinei, anche matriarcali e poco inclini al conflitto. 

Perchè mostrarci queste differenze? Per evitare di incappare nell'orrore di guardare agli uni o agli altri come ai nostri possibili antenati o possibili alter ego.
La questione è leggermente diversa e rimanda ad antenati coevi


A ogni modo, il nodo centrale è il seguente:

la moralità degli umani come capacità di provare senso della COMPASSIONE e dell’EQUITÀ deriva dalla nostra natura ANIMALE (per il fatto di essere mammiferi, tutti in grado di prendersi cura della prole e tutti rilasciatori di ossitocina, che consente l’empatia.  

In altre parole, la morale non è né in un soggetto fondatore esterno (Dio o altri esseri sovrumani) la cui morte porterebbe alla perdita di qualunque senso, né nella nostra ragione superiore, in grado di razionalizzare le pratiche vantaggiose per sé o per il proprio gruppo. 






Ci sarebbe poi tutto un discorso da fare su cosa significano egoismo e altruismo veramente e su quanto sia infondata la teoria secondo la quale l'essere umano è naturalmente egoista e l'altruismo rappresenti solo una patina dell'agire umano. Ma questo, se volete approfondirlo, lo avete nel video della lezione (e nel libro di De Waal).

giovedì 19 maggio 2022

Quanto contano le intenzioni (Perle ai social)

Il 17 maggio 2022 ho postato il mio ultimo commento su Fb. Avevo letto (e mal me ne incolga) un post di un sedicente saccente con diverso seguito su Fb, che aveva pubblicato giorni fa lennesima tirata di mansplaining sulla questione Alpini. Con il tono di chi la sa lunga, aveva sintetizzato: C'è uno stacco generazionale ingestibile, è tutto qua”. E a noi che non capiamo nulla aveva dato il suo spiegone, che si può sintetizzare in questo gap generazionale: noi ultracinquantenni capiamo le battute di Lino Banfi sulle forme di Edwige Fenech, di Gloria Guida, e quelli più piccoli si offendono. Prendiamone atto. Fine.

Non contento della nettezza di questa banalità, aveva insistito su un aspetto preciso, che possiamo chiamare il “Punto dell’intenzione”. Ecco i passi:

E aggiungo, sempre a sfavore della mia generazione, che la colpa è tutta da questa parte: se la società progredisce e si evolve non è che si possa aspettare i ritardatari: se una ragazza percepisce come molesto qualcosa, è molesto. Punto. Non ci sono distinguo da fare. Non è questione di intenzione ("ma volevo solo fare un complimento"), è questione di percezione e fastidio altrui.

[…] Non importa l'intenzione dell'emittente, importa il fastidio percepito, che dovrebbe essere chiaro prima ancora di crearlo.

A parte la sicumera, su cui possiamo sorvolare per umana pietà (per anni, sono stato un campione niente male di questo atteggiamento, nella categoria “intellettuali frustrati”, so di cosa parlo), ho trovato letteralmente inaccettabile un tale sprezzo verso l’intenzione dell’agente sociale, che a me puzza da morire di totalitarismo.

Alquanto perplesso, e vedendo quanto il post sembrasse attrarre letteralmente migliaia di like e moltissimi commenti, ho sentito di dover replicare sul punto:

A mio modesto parere, il vero cambiamento culturale è avvenuto quando abbiamo iniziato a dare credito come assiomatica a questa perentoria asserzione: "non importa l'intenzione dell'emittente". Scusate, ma in quale altra cultura questa affermazione è presa così letteralmente? Questa affermazione implica la fine di qualunque progetto comunicativo.

 

Il giorno dopo trovo questa risposta dell’autore del post originario:

Piero Vereni Nei rapporti umani finalizzati al contatto, emotivo e fisico. Che hanno bisogno di un consenso mostruoso, a differenza di qualsiasi altro ambito relazionale e comunicativo.

 

In attesa dal dentista, avevo trovato questa risposta ancora meno consistente (e molto più imbarazzante) del post che aveva suscitato il mio commento. E avevo risposto di getto, compulsando le mie frasi in attesa che l’anestesia facesse effetto. Le riporto qui (aggiungendo gli a capo per maggior leggibilità) perché nel bailamme dei commenti sugli Alpini più o meno bavosi è passata sicuramente inosservata

 credo di non aver capito. Se fosse vero che non importa l'intenzione dell'emittente solo nei rapporti affettivi, allora ciò significherebbe che invece l'intenzione conta in quelli di altro tipo, poniamo economici. Dunque, se voglio instaurare un contatto fisico con X mi debbo disinteressare delle sue vere intenzioni mentre se voglio comprare un'auto usata da Y allora dovrei tener conto delle intenzioni di Y. Davvero i conti non mi tornano e mi trovo intrappolato in un sistema socialmente paranoide e economicamente improponibile. Se poi la norma "spingi al limite zero le intenzioni dell'emittente come variabile in gioco" si applica in forma generalizzata nei contesti di contatto fisico, il disastro si affaccia ben presto, se chi applica quella norma ha più potere fisico.

Uno stupratore seriale potrebbe giustificare i suoi atti dicendo che non contano le intenzioni delle sue vittime (lasciami stare) ma la sua interpretazione dei loro enunciati come richiami sessuali. Questa conseguenza incresciosa di un principio così spudoratamente fallace si può risolvere solo introducendo la variabile Potere nell'equazione e consentendo solo alle Vittime di imporre la norma in loro difesa (caso Alpini, appunto: solo le intenzioni dei carnefici non contano nulla, mentre contano quelle loro vittime). La questione è che non c'è un criterio intrinseco né oggettivo per calcolare l'entità del potere in una relazione umana e, per salvare dall'inconsistenza empirica l'affermazione che le intenzioni non contano mai, si dovrebbe supporre un universo di Tutti Carnefici, cosa logicamente impossibile (perché non si saprebbe CHI mai sarebbero vittime). Il problema è quello classico del Derridismo, una sorta di gioco d'azzardo del linguaggio per cui se perdi una mano raddoppi la posta alla mano successiva (Agamben è campione mondiale della specialità). Ma così, appunto, si riduce l'analisi sociale a un gioco linguistico (che Wittgenstein mi perdoni) e la comprensione o anche solo l'umana voglia di capire vanno a farsi benedire, travolte dal godimento per la fallace furbesca retorica. Se si parte da assiomi falsi nella loro assolutezza di assiomi (l'autore è morto; sapere è potere; siamo in uno stato di eccezione; l'intenzione non conta) quel che se ricava è al massimo aria fritta. Al peggio aria viziata.

 

Perle ai porci, certo. E duplice morale dell’apologo:

1. Nel mondo dei social non importa per nulla la consistenza argomentativa di quel che si dice. È essenziale invece il cipiglio. Più fai lo sbruffone, più ti daranno ascolto. E credito, anche se dici non solo banalità, ma vere e proprie sciocchezze (ho fatto la scoperta, eh?).

2. Non commentare mai su Facebook. Mai più. Al massimo un cuoricino e un saluto sotto il post con le frasi di Snoopy dello zio lontano. Pubblica i post del tuo blog, e poi dimenticateli.

 

Antropologia culturale 2021/2022 Mod B lezione 10. In transizione verso i fondamenti evolutivi della religione



Q
uesta nona lezione può apparire confusa e forse lo è, ma rappresenta il tentativo di congiungere gli argomenti la prima parte del corso a una seconda parte più sperimentale, che cerca di spiegare cognitivamente ed evoluzionisticamente il fondamento della religione.

Il testo di riferimento per questa parte, lo vedremo più avanti, è Il Bonobo e l'Ateo di Franz de Waal
L'anello di congiunzione tra De Waal e l'antropologia delle religioni che abbiamo avuto modo di vedere fino a ora, è pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman, spiegato in questo Ted Talk



Kahneman ci mostra quanto le nostre credenze siano difficili da inquadrare in un sistema razionale e quanto sia praticamente impossibile la corrispondenza tra morale e razionalità.
Crediamo che la nostra mente pensi qualcosa perché lo ha argomentato, ma la realtà è totalmente all'opposto: la maggior parte del tempo pensiamo qualcosa perché qualcuno in cui crediamo e di cui ci fidiamo (someone we believe and trust, fiducia e fede allo stesso tempo) ce lo ha detto.  
Quando crediamo nella conclusione, crediamo nell'argomentazione.
Perché succede questo? Per lo stesso motivo per cui abbiamo dei pregiudizi, per lo stesso motivo per cui la nostra mente tende alle euristiche. Perché è stato per la nostra specie evolutivamente vantaggioso.
Il libro di de Waal ci mostra chiaramente quanto non siamo poi dissimili dalle altre famiglie di primati - apparteniamo alla stessa superfamiglia , gli Hominoidea. 
Come vedremo più avanti poi, non solo i primati, ma molti mammiferi posseggono una qualche idea di morale, un codice etico di comportamento utile al gruppo sociale di riferimento.




 

martedì 3 maggio 2022

Antropologia culturale 2021/2022 Mod B lezione 08. La religione come sistema culturale parte 3 - Il Rito (è vero veramente)

 



La scorsa lezione ci siamo lasciati parlando della peculiarità della prospettiva religiosa, differenziandola da quella del senso comune e da quella estetica. 

Questa prospettiva religiosa è resa possibile grazie ad una relazione fondata sul riconoscimento di  un autorità che suona più o meno così: “Io ti riconosco un’autorità perché tu dai un senso al mio mondo”.

Colui che vuole sapere deve prima credere, è il motto della religione, e vedremo più tardi con Daniel Kahneman quanto questo sia vero. 

L’azione religiosa impregna di autorità persuasiva i simboli che utilizza (e questo ci porta inevitabilmente al rituale), producendo una fusione di Ethos e Cosmos. Quello che ci interessa spremere fuori da questa parte del saggio è quanto le pratiche rituali riproducano stati emotivi e rappresentazioni che sono reali – non solo interagiscono con la realtà, sono la realtà stessa.

Il complesso Rangda-Barong a Bali è stato ampiamente etnografato e Geertz ce ne parla senza descriverlo. 

In quella che è una vera e propria lotta tra Rangda (il male, semplificando) e Barong, (il bene, sempre semplificando), gli spettatori sono parte integrante dello spettacolo: si tratta  di vere e proprie rappresentazioni collettive, in cui non c’è una divisione netta tra spettatori e attori. Parte della popolazione cade in trance , ma anche quelli che non cadono in trance sono in qualche modo attivi nella rappresentazione, poiché devono interagire con coloro che sono posseduti ed evitare situazioni spiacevoli.

Durante il rituale gli spettatori/attori – l’intera popolazione, dunque, è nell’ordine: terrorizzata, coraggiosa, scherzosa, furibonda, tenace, impavida e via discorrendo.

Per mezzo del rito , la religione crea il modello di e il modello per della prospettiva religiosa – Il modello della paura e il modello di come affrontarla, nel caso del complesso  Rangda Barong.
Questo modello non è rappresentanto, è INCARNATO. 

I modelli di e i modelli per non restano però chiusi all’interno della dimensione religiosa: tramite rappresentazioni e simboli il rito CREA dei modi di agire che invadono il senso comune, ognuno con una forma specifica, del tutto riconoscibile. L’etica del self-made man protestante è ben diversa dal fatalismo o dal senso di deresponsabilizzazione tipici  della prospettiva culturale di cui sono imbevute altre tradizioni religiose.

Ultimo, ma davvero non meno rilevante, vediamo QUI il video di un Ted Talk di Daniel Kahneman che ci mostra quanto questa disposizione a CREDERE prima che ad ANALIZZARE RAZIONALMENTE qualcosa travalichi il religioso e si estenda a praticamente tutte le dimensioni dell’agire umano.