2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

martedì 30 giugno 2009

Pre-giudizi


Bernie Madoff è stato condannato a 150 anni di galera. Ben gli sta, sembrano dire i mass media anche il Italia, e senza meno questo è il sentimento americano dichiarato con maggior convinzione. Cos’ha fatto Madoff per meritarsi di morire in galera? Ha montato un sistema di piramidi finanziarie. Le piramidi finanziarie, dal punto di vista tecnico, sono sistemi di raccolta di denaro che attirano gli investitori perché offrono un interesse notevolmente superiore ai normali tassi bancari, dato che utilizzano gli investimenti degli ultimi arrivati per pagare gli interessi dovuti ai primi. Per qualche tempo, fin quando è ancora possibile invogliare qualcuno a “investire” i suoi soldi nella piramide, il sistema sembra funzionare, ma arriva sempre un punto fisico di collasso, al limite quando non ci sono più gonzi da circuire con i cui soldi pagare gli interessi di chi ha investito prima di loro. Dal punto di vista tecnico-finanziario, una piramide è facilmente riconoscibile (paga gli interessi dei vecchi creditori non con gli interessi sui debitori, ma con il capitale dei nuovi creditori) e quindi resta un mistero (più politico che finanziario) su come Madoff abbia potuto agire indisturbato per trent’anni, ma il mio punto è un altro e, visto che faccio l’antropologo, è un punto comparativo.
Nella primavera del 1997 scoppiò una bolla di piramidi finanziarie in Albania, che scatenò la cosiddetta “guerra civile” e un’ondata migratoria verso l’Italia di circa 12mila albanesi. Come forse qualcuno ricorderà, il terrore per l’invasione (ripeto: 12mila persone) si spense il 28 marzo, quando una corvetta militare italiana mandò a picco la nave albanese Kater I Rades uccidendo almeno una sessantina di albanesi. Non voglio neppure ricordare che giusto il giorno primo la parlamentare e già presidente della Camera Irene Pivetti aveva pronunciato la profetica frase “Buttateli a mare!”, dato che qui mi interessa far notare il diverso stile di descrizione della notizia da parte della stampa italiana. Nessuno, in questi giorni, ha detto una parola sulla dabbenaggine dei milioni di americani che si sono fatti fottere oltre 13 miliardi di dollari dalle piramidi di Madoff, nessuno di noi ha pensato a loro come dei gonzi da sbeffeggiare.
Bene, nel 1997, la prima reazione dei giornali italiani al crollo delle piramidi albanesi fu il dileggio, come posso dimostrare citando un passo dal mio Identità catodiche:
Quando l’interesse cresce, predomina un’immagine degli albanesi come “popolo folclorico”: “…noi andammo all’attacco di quello che, allora, veniva definito ‘il nobile popolo schipetaro’. C’era un re che si chiamava Zogu e che aveva sposato una contessina ungherese di nome Geraldine: un bel soggetto per un musical (…) Vittorio Emanuele III diventò sovrano anche di quelle serene popolazioni dedite alla pastorizia e che hanno dato al mondo Madre Teresa di Calcutta e Anna Oxa da Bari”, Corriere della Sera, Biagi, 5/3. Biagi ribadirà quest’icona tra l’agreste e il comico pochi giorni dopo: “Quando stoltamente andammo ad occupare quel povero Paese (…) trovammo un mondo arretrato e primitivo, una reggia da operetta e attorno brava gente che custodiva greggi o buttava reti”, Corriere della Sera, 18/3. Normale, viste le premesse, che quelli truffati siano descritti come “…gente che aveva creduto a un sogno: la moltiplicazione della ricchezza attraverso lo scambio di carta; parossistica rappresentazione di un capitalismo da film di Frank Capra”, Corriere della Sera, Cingolani, 2/3. Nessuno nota che quel concetto di capitalismo è lo stesso che pochi anni prima aveva nutrito un meccanismo finanziario del tutto simile, e cioè il sistema dei junk-bonds, i “titoli-spazzatura” utilizzati negli anni Ottanta da squali della Borsa come Michael Millken. Si preferisce descriverli in modo lapidario: “Gli albanesi sono dei pinocchi che credono nel Paese dei Balocchi”, il Gazzettino, Sgorlon, 15/3, o li si deride con una curiosa inversione di oggetto che già sposta l’attenzione da “loro” a “noi”: “…quei gonzacchioni che si son fatti accalappiare da degli pseudo finanzieri d’assalto – non poi molto diversamente da come noi stessi negli anni Cinquanta ci lasciammo infinocchiare dai vari Virgillito and company”, il Giornale, Riva, 2/3.
La domanda che pongo è semplice: perché gli americani, che avevano mille strumenti di investimento finanziario e avevano tutta l’informazione che volevano sono solo delle povere vittime, mentre gli albanesi, che all’epoca non avevano modo di investire i risparmi né le rimesse degli emigranti se non in queste forme di economia parallela, sono stati descritti come dei poveri allocchi? Sarà mica che la stampa italiana (che rispecchia i suoi lettori) un filino di pregiudizio ce l’ha?

domenica 28 giugno 2009

Terminologia di parentela


A questo mi ci ha fatto pensare il mio amico e collega Bjorn Thomassen.
Una delle cose che faccio sempre studiare nel corso introduttivo di antropologia culturale è la “terminologia della parentela”, vale a dire i diversi modi con cui le diverse culture nominano le varie figure parentali. Ci sono in effetti delle regolarità per cui, senza entrare nei dettagli, alcune culture hanno un unico termine per padre, fratello del padre e fratello della madre, mentre altre (come la nostra) hanno un termine per padre e un altro in comune per fratello del padre e fratello della madre (vale a dire “zio”). Ci sono invece culture che hanno un unico termine per “padre” e “fratello del padre”, ma distinguono bene queste figure dal “fratello della madre”, mentre altre ancora hanno un nome diverso per ogni posizione parentale.
Le diverse terminologie sono quindi raggruppabili in una tipologia abbastanza ristretta, e normalmente le variazioni sono correlate al sistema di parentela e ai modelli matrimoniali prevalenti.
Il nostro sistema di terminologia prevede quindi un nucleo centrale (padre, madre, fratello, sorella) circondato da “zii” e “cugini” che si collocano simmetricamente dal lato paterno e da quello materno, circondati a loro volta da “nonni”, “prozii” e “secondi cugini”.
Nel nostro sistema terminologico è sempre più evidente un “buco” che non sappiamo come colmare, e che dipende da un mutamento nelle relazioni parentali che la terminologia non ha ancora “coperto”. Mi riferisco alla nuova figura parentale del “secondo parter” di persona che abbia già dei figli. Esempio: io sono separato e ho una figlia (Rebecca) dal mio precedente matrimonio. Ora convivo con la mia attuale compagna, Valeria, dalla quale ho una seconda figlia, Amanda. Rebecca passa con la mia nuova famiglia circa la metà del suo tempo, e quindi ha instaurato un rapporto autonomo con Valeria, la mia compagna. Ma mentre io sono suo padre, e Amanda è sua sorella (mezza sorella, ma nessuno la corregge quando dice che Amanda è sua sorella e basta), chi è Valeria per Rebecca? Di converso, chi è Rebecca per Valeria? La loro relazione deve sempre passare attraverso di me (Valeria è la “compagna di papà”, Rebecca è la “figlia del mio compagno”) o attraverso Amanda (Valeria è “la mamma di Amanda”, Rebecca è la “sorella di Amanda”) ma non c’è un termine per indicare il nuovo partner del genitore o per indicare i figli del proprio attuale partner. I termini patrigno/matrigna e figliastro/figliastra non si usano (sono praticamente confinato ai personaggi delle favole) e comunque sono riservati a quei casi in cui il genitore naturale sia morto, e quindi “rimpiazzato” in via definitiva. Ma sempre più spesso i figli hanno sia due genitori che due nuovi partner dei genitori, e né i bambini (Valeria è la mia X) né gli adulti (Rebecca è la mia Y) hanno un termine per indicarli.
Oltre a un inevitabile ritardo per una relazione sociale che esiste in Italia da trent’anni, credo che l’assenza del nome indichi anche una parziale tabuizzazione della relazione: in effetti, la nostra cultura fa fatica ad accettare il fatto che si possa istaurare un rapporto autonomo tra bambini e partner dei genitori biologici, svelando quindi un’ideologia profondamente naturalista dei rapporti di cura tra adulti e bambini. La cultura, non trovando la parola per questa relazione, ci sta dicendo che trova quella relazione imbarazzante, evidentemente perché implicitamente svela la natura profondamente sociale (non-naturale) del rapporto tra genitori e figli.

Svegliatevi!

Se volete capire in 5 minuti in che paese viviamo, dovete leggere questo. E' un pezzo geniale di Tiziano Scarpa, con il che si dimostra ancora una volta che i letterati ne sanno più di molti scienziati sociali su come va il mondo.

Pietralaltra

Il Comitato Pietralaltra si è dato da fare. Il 23 scorso c'è stato un incontro con il presidente del V municipio, e abbiamo avuto modo di esprimergli le nostre opinioni e le nostre richieste. Questo intanto è il video della "pulizia" che abbiamo fatto lungo la via di Pietralata il 7 giugno.

Qui il link diretto al video:
http://www.youtube.com/watch?v=r8Q-VeIJsoQ

lunedì 15 giugno 2009

La versione di Piero (alias: Che palle con questi troll)


Racconto questa storia per far vedere quanto siamo lontani dalla comunicazione nonostante tutti i “mezzi di” per farla, e poi l’esempio serve anche ai miei studenti, con i quali insisto sempre sulla differenza tra autoidentificazione (quel che noi diciamo di essere) e categorizzazione esterna (quel che gli altri dicono che noi siamo).
Gianluca Nicoletti è un visionario della comunicazione che per qualche suo motivo non accetta di essere un teorico. Da un lato lo capisco, lui fa radio e ha un’attività intensa su Internet, ma a volte non sembra neppure accettare che quel che fa susciti forme di pensiero appena lontane dall’adesione incondizionata delle groupies che lo adorano.
Molto prima di altri, ha capito anni fa che la televisione stava morendo come canale privilegiato della comunicazione, si è buttato sui blog, poi su Second Life, da un anno circa ha aperto un account su Facebook che ha prodotto eventi off-line, idee, link con la sua trasmissione Melog 2.0, su Radio24. Per uno come me, che cerca di capire come funzionano i mass media, Nicoletti è un punto di riferimento imprescindibile: sta sempre all’erta, mica tutto gli riesce ma ha sempre voglia di mettersi in gioco, non dà nulla per scontato e questo gli consente di capire prima degli altri la direzione dello spirito dei tempi. Dato che però non è l’Unto del Signore, non è detto che le sue intuizioni siano sempre felici. L’ultima sua proposta si chiama Protesi vocale Perenne (PvP), un meccanismo attraverso cui è possibile registrare un messaggio via telefono e inviarlo direttamente a un archivio online, al quale possono accedere gli utenti della rete. Una specie di vocal network. Per ora il prototipo funziona solo con lui che trasmette e noi che ascoltiamo, ma l’intento (forse, ché su questo non mi pare ci sia chiarezza) potrebbe essere quello di aprirne l'uso a chiunque: chiami, dici il tuo pensiero, e quello diventa un file mp3 online, da fruire in streaming. Sempre se ho capito bene, il software che gestisce la cosa è un’applicazione di Facebook, ma esiste un stand alone incorporato nel blog di commento a tutta la faccenda, blog che si chiama GoleMxN (si legge Golem per-enne, dove Golem è il titolo della vecchia trasmissione di Nicoletti su RadioRai, per-enne significa anche “per Nicoletti”), dove potete sentire i pensieri di Nicoletti anche se non avete un account di Facebook.
Ho iniziato a seguire la cosa (come faccio con tutte le iniziative di Nicoletti) e ieri pomeriggio mi sono letto un po’ dei commenti dei suoi numerosi “amici” su Fb. Un commento di Gianluigi Colaiacomo mi è parso pertinente:

E' possibile avere un'indicizzazione automatica dei post? Per esempio facendo trascrivere automaticamente il post da un programma di riconoscimento vocale?
Dato che servirebbe solo per indicizzare, non sarebbe necessaria una grande accuratezza nella conversione da voce a testo.
In questo modo sarebbe facile ritrovare un post vecchio in base alle parole chiave che contiene. Ed eventualmente anche in base alle prime frasi che potrebbero essere fatte vedere accanto alla voce della lista.

La risposta di Nicoletti è stata perentoria:
la voce resta voce nessun tag

Al che Colaiacomo ha accondisceso:
ok, nessun tag, va bene.
non resta che buttarsi nello "stream" e seguire il flusso di coscienza.
e aspettare la protesi condivisa per mescolare i flussi. Sara' come un grosso fiume in cui si gettano gli affluenti...

A questo punto mi sono permesso di esprimere il mio parere:
A parte il tono pixellato che ricorda la voce del Golem, quel che vedo è una mappa borgesiana uno a uno. Se non si può taggare e "resta voce", ha perduto la sua connotazione "social" (o deve rimediare con il "vecchio mezzo" della scrittura, come facciamo in questi commenti). Per ora, Gianluca, se non ti posso taggare/rispondere a voce/conversare, sei diventato la Pizia, l'oracolo. Va bene, le tue provocazioni sono sempre intelligenti, c'è un sacco da pensare in quel che fai, come al solito. Al primo assaggio, mi pare la morte del social e il ritorno della magia della parola, per ora. Anche il richiamo alla "burinaggine" di Fb mi pare indicativo del progetto, chiaramente neo-elitario (non che la cosa mi scandalizzi, tutt'altro) ma forse è questo inseguire l'elite in un mezzo che d'elite non è che mi pare frustrante.

Mi ha risposto alle prime Colaiacomo:
@piero , si e no. Penso che non necessariamente si debba tornare al modello dell'oracolo. La metafora del fiume e degli affluenti che menzionavo prima, offre un'alternativa. Una partecipazione da parte degli ascoltatori all flusso principale attraverso contributi vocali da parte di tutti i possessori di protesi vocali. Con due possibili alternative: un blog proveniente da una specie di voice chat room, eventualmente moderata da un conduttore, oppure uno stream simile alla trasmissione radiofonica dove vengono sollecitati gli interventi. (…)

Per uno degli scherzi che fa Fb, non riuscivo a rispondere a questo post, e ho dovuto inviare a Colaiacomo una mail di Facebook con la mia posizione in proposito:
Gianluigi: per ora gli affluenti li vedo in secca, e se cominciasse a funzionare davvero la partecipazione, quale sarebbe la differenza tra queste conversazioni e il salotto di Marta Marzotto del venerdi sera? Flatus vocis in entrambi i casi. Per ora (ripeto, per ora, credo nella visionarietà di Gianluca, che ci ha smentito un sacco di volte e vede molto più acutamente di me, perlomeno) vedo solo il miraggio narcisista di una comunicazione "immediata", con venature oligarchico-elitarie. Oppure il delirio di mappare tutta la comunicazione orale, rendendola fruibile sulla rete. So che c'è un device che consente di scattare foto e mandarle online a intervalli regolari di tempo, uno se lo mette al collo e aggiorna il suo vlog e gli pare di essere vivo per questo motivo. Potrebbe essere il gloemXn un'espansione all'oralità di questo incubo? Basterebbe avere abbastanza batteria, e potremmo replicare sulla rete tutte le nostre conversazioni, riflessioni, retropensieri e reveries da autobus. Risultato: avremmo sulla rete una copia uno a uno della comunicazione umana, non indicizzabile (ipse dixit) e quindi esattamente uguale alla conversazione “NATURALE”, con la differenza di escludere la sequenza del tempo (potrei agganciarmi ad ascoltare quel che dicevi tre settimane fa) e quindi di aumentare esponenzialmente la quantità di informazione trasferita (che non aumenta all’infinito nella vita reale solo perché lo scorrere del tempo fa piazza pulita di quel che si è appena detto). Insomma, a me pare l’ennesimo tentativo di raggiungere la lingua perfetta, la lingua della comunicazione immediata, mito fondativo della massmediologia.

Gianluigi mi ha gentilmente risposto via mail, ma intanto Nicoletti stava postando per conto suo sulle cose che andavamo dicendo io e Colaiacomo:
A me tutto questo social ha un pò rotto le palle, ma non fateci caso sono un vecchio all' antica...Non mi pare che l' ipertaggazione stia portando a risultati esaltanti, rispetto a un anno fa Facebook è diventato labirintico e affastellato. La PvP come è ora non fa testo è solo una sperimentazione tecnica dell' applicazione, l' idea che seguo è quella di un medium istantaneo e semplificato di pubblicazione. Non trovo che nulla sia più facile e immediato che parlare, la voce ce la portiamo sempre con noi, tastiere e affino sono già un' interfaccia complessa rispetto al semplice parlare.
E subito in fila:
Qui parli e sei all' istante on line, a prova di incompetente digitale totale. Non è giusto che la smanettologia sia la scienza che stabilisce la gerarchia del pensiero in rete, occorre che si ripristino scale di valori oggettivi. Una frase pronunciata rivela identità e offre profondità. Esattamente l' opposto di chi in rete simula identità e profondità con pipparolesche profondità copincollate.
Qui ha inizio una pseudo-conversazione che riporto:
IO Gianluca, dire che "nulla è più immediato che parlare" manda a puttane 2500 anni di riflessioni sul linguaggio, che tutto gli puoi dire, ma non di essere "immediato", pena la contraddizione in termini. A meno che, per colpa delle tastiere, non mi sei diventato un nostalgico dei bei tempi della nonna, quando non avevamo altro che la voce per comunicare ed eravamo tutti analfabeti. ma comunicavamo più immediatamente? Ho i miei dubbi
NICOLETTI vediamo se faccio prima a dire e pubblicare io un pensiero a voce o tu a prendere il tuo palmare digitare e spedire un post....
non giocare con le parole, immediato qui significa chiaramente che pubblico on line in minor tempo e senza bisogno di apparati complessi (non per te ma per mia nonna si)
non è da tutti un blackberry a portata di mano o cose simili...
comunque non son qui a contrastare il cyberpassatismo dei nostalgici del loro presente
IO Non gioco con le parole, credo: anzi le prendo proprio sul serio. La fantasia della comunicazione veloce come segno di "verità" della medesima ci accompagna da Meucci in giù. Chi l'ha detto che pubblicarSI coincide con il COMUNICARE? Qualunque cazzone su un reality in onda 24 ore al giorno su Sky è molto più veloce di te o di me nel pubblicare quel che pensa, ma siamo sicuri che abbia qualcosa di sensato da dire?
Senza contare i blog con la telecamera sempre on. C'era una che ha fatto furore un paio d'anni fa, centinaia di migliaia di contatti. Embe? Questa immediatezza fa di lei una comunicatrice? Mi chiedo se posso rivolgere lo stesso tipo di dubbi alla tua protesi. Ripeto, per me la differenza è tra ESSERCI in quanto ESSERE VISTO/SENTITO ed ESSERCI in quanto AVERE UN SENSO DA DIRE
NICOLETTI: la verità non è data dalla velocità, mai detto (che palle con questi troll) alla verità sull' identità ci si avvicina ascoltando una voce che rivela genere, età, latitudine cultura e reale elaborazione del pensiero. La velocità è qui sinonimo di semplicità d' interfaccia, questo io sto con altri cercando di fare qui, chi ha mai detto che chiunque possa dire qualunque cosa? Questo è il testo per un servizio non è una nuova religione.

A questo punto io ho smesso di postare, la conversazione è proseguita con un intelligente post di Colaiacomo ma io, a questo punto, mi sono dato.
Qual è questo punto? E’ che per la prima volta da quanto sono in rete (vale a dire dai primi anni Novanta, tenendo conto delle pionieristiche uscite sulle BBS di McLink) vengo etichettato come troll. Ora un Internet troll è quel notorio cagacazzi che posta completamente off-topic (voi parlate del Milan e lui attacca con il rugby) oppure usa un tono indisponente senz’altro scopo che suscitare una reazione emotiva che lo giustificherà nella sua controreazione fatta di insulti.
Quindi, dal punto di vista della mia identità, la prospettiva mia e di Nicoletti erano completamente divergenti: io mi sono posto come un acuto analista, in grado di fornire il suo contributo critico a un progetto, con l’intento di favorire l’autoconsapevolezza del progetto stesso, per migliorarne, per quanto possibile, le finalità: un po’ come un allenatore che dice al suo atleta: guarda che metti la gamba qui, stai attento a come fai il passo così che le conseguenze potrebbero essere queste. Paternalista, certo, grilloparlantesco, ma non insultante, direi. Io, quindi, mi sentivo un allenatore di Nicoletti. Che invece mi ha visto come un hooligan che si era messo a fargli casino quando lui aveva ben altro cui pensare.
Come mai Nicoletti mi dà del troll? Pensavo di postare ben al cuore del suo oggetto, visto che parlavamo proprio del senso di un programma che consente di registrare immediatamente il proprio pensiero, e io mettevo in dubbio la legittimità dell’avverbio, e di certo non avevo usato un tono irritante.
È vero che poi Nicoletti deve averci in parte ripensato, dato che ha sintetizzato i miei commenti in un post del blog, ai quali risponde con una sintesi dei suoi post, ma resta che la sua prima reazione è stata quella di vedere in me un troll, un rompiscatole. È evidente che il suo progetto non è nella fase dell’elaborazione critica e pretende un’assoluta consonanza d’intenti, e quindi, di fatto, Nicoletti non stava comunicando attraverso Facebook, ma stava semplicemente esponendo il suo pensiero. Io, che mi sono messo a interpretarlo, a commentarlo e a criticarlo (che quindi ho frainteso la sua esigenza di esprimersi come un intento comunicativo), sono stato letto a tutta prima come un’interferenza, e catalogato in quanto tale. Piuttosto interessante il fatto che il disguido tra di noi sia stato dello stesso ordine concettuale della critica che rivolgo alla sua PvP: per come è concepita non serve a comunicare ma solo a esprimersi, e per me resta abissale la distanza tra queste due attività.
Bella lezione su uno dei principi di base della comunicazione: mai comunicare con chi sembra farlo ma in realtà sta facendo altro.

venerdì 12 giugno 2009

Purtroppo, anche per fortuna

…i protagonisti del libro sono tutti alla ricerca di un perché della storia, cosa che in Italia magari non c’è ma credo che dipenda dal passato storico. Io mi trovo molto bene a parlare con dei vecchi signori che hanno fatto la Resistenza, che hanno una tensione sociale di un certo tipo, che purtroppo, anche per fortuna, le persone della mia età italiane non hanno, perché non hanno fatto la Resistenza, non hanno vissuto altre cose tragiche in questo senso… Per cui penso che la storia in paesi problematici sia motivo di crescita e di tensione sociale, e in paesi, “pacifici”, diventi retorica. Ora, meglio vivere in un paese pacifico e vivere di retorica, piuttosto che vivere una guerra e poi essere in tensione sociale e scrivere libri, però si potrebbe magari fare qualcosa per cercare di non rendere la storia retorica anche quando si parla di eventi di cinquant’anni prima, perché la storia ha sempre un suo peso, anche nell’oggi.

Questo è un estratto dall’intervento di Elvira Mujcic
Qui ne trovate l’audio (di cattiva qualità)durante la presentazione del suo libro.
Intervento Elvira ...


Credo che si possa prendere a stimolo questa riflessione per provare a capire un poco un aspetto della nostra relazione con Facebook sul quale abbiamo discusso e che ha suscitato diversi interventi anche su questo blog. Io dicevo che Fb non viene necessariamente usato per il cazzeggio, e ho riportato diversi casi di uso altamente politico dei social network, usati come strumenti di aggregazione e resistenza in contesti, direbbe Elvira, “problematici”.
Forse, come la storia, anche la socialità diventa retorica nei paesi pacifici (o pacificati, come il nostro) per cui ci resta poco oltre la citazione minimalista, lo sberleffo e l’autorappresentazione narcisista, mentre invece acquisisce una sua rilevanza, un suo spessore di relazione quando stare assieme non è così ovvio o scontato, quando il semplice fatto di aggregarsi può essere un gesto politico, una forma almeno implicita di protesta o sedizione.
Forse da noi Facebook fa cagare per lo stesso motivo per cui fa cagare la storia: perché apparentemente non abbiamo nulla da temere, perché siamo “liberi”, poveri noi.

giovedì 11 giugno 2009

mercoledì 10 giugno 2009

La barca del capo e il feticismo delle merci


Per qualche settimana ha girato in radio la pubblicità di un operatore telefonico (non lo cito perché non lo ricordo, vodafon omnitel tim fanno tanta di quella pubblicità con gli stessi identici target che secondo me è un pezzo che è impossibile distinguerli). Ecco il dialogo che si sente

“Ciao direttore, hai visto la notizia su internet?”
“Certo, e ti ho già mandato una mail!”
“Ma sei già in ufficio?”
“No! Sono in barca!”
“Lavori dalla barca? Beato te!”

Giuro che non ho pensato (come invece ha fatto blimunda) che il “direttore” lo sia di qualche testata giornalistica, e pensavo più a un dirigente di qualche azienda. La battuta chiave è ovviamente l’ultima: “Lavori dalla barca? Beato te!”, una frase che mi pare sintetizzi in modo mirabile non tanto i nuovi mezzi di produzione, quanto i nuovi modi e rapporti di produzione.
Allora, lui è un subalterno che chiama il boss da casa, forse dalla strada (se fosse in ufficio non si sorprenderebbe di scoprire che il capo non è lì). Probabilmente ha un lavoro precario, un contratto a progetto, altrimenti non si sbatterebbe per essere già in pista prima ancora di arrivare in ufficio. Il capo lo snobba al punto che gli “consente” di dargli del tu, come si farebbe con un bimbetto. Se lo stimasse veramente gli darebbe del lei e lo chiamerebbe con il suo titolo (dottor Rossi, ingegner Bianchi) e almeno ricambierebbe il saluto invece di sottolineare la sua terribile efficienza di direttore.
Ora, questo sfigatissimo subalterno scopre che il capo “lavora dalla barca” e cosa fa? Non è che pensa
Guarda che mondo di merda, neppure i capi veri possono staccare mai, gli tocca starsene tutto il tempo a disposizione del lavoro, onnipresenti come un dio qualunque. Siamo proprio arrivati alla frutta se perfino chi comanda non ha più diritto all’otium. Sai che ti dico: mal comune mezzo gaudio…

No, il povero sottomesso è talmente sottomesso che non trova di meglio che invidiare questa condizione del capo, in una versione patetica del feticismo delle merci:
Ah! Se anch’io avessi quel cavolo di telefono del capo, potrei starmene in barca a lavorare, mica qui bloccato sul raccordo con l’auricolare che mi gracchia sul timpano e l’aria condizionata che non funziona!

Così, il derelitto, pur sapendo benissimo che non potrà mai permettersi la barca del capo (o forse proprio per quello), compensa la sua frustrazione aumentando la sua disponibilità, la sua reperibilità, il suo essere sempre online e contattabile e rintracciabile.
Il dramma di questa pubblicità è che è maledettamente vera: puntiamo tutti, come lemmings pronti al suicidio, verso il peggioramento della nostra vita grazie alla totale e costante rintracciabilità. “essere sempre online” è una terribile schiavitù del nostro tempo, cui ci sottoponiamo volentieri perché fa tanto figo.

Come i discorsi di Obama

L'ufficio stampa ha un po' latitato, eravamo in pochini, ma ce la siamo passata lo stesso. Elvira Mujcic è proprio in gamba (qui una sua intervista a Radio Radicale) e dovreste leggervi i suoi libri, sia E se Fuad avesse avuto la dinamite?, di cui appunto abbiamo parlato l'8 giugno a Tor Vergata, sia Al di là del caos, pubblicato nel 2007.
Come i discorsi di Obama, dicevo, potete
Lettura Mujcic.mp3

sentire il mio commento e se volete potete
Libro Mujcic 8 giugnoDOC
Libro Mujcic 8 giu...
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anche leggervelo. E dopo non mi dite che non vi vizio.

lunedì 8 giugno 2009

Siete tutti invitati


La casa editrice
Infinito edizioni
presenta

E se Fuad avesse avuto la dinamite?

Dall’autrice di “Al di là del caos”

ELVIRA MUJCIC

Lunedì 8 giugno 2009, ore 17,00

Roma, Università degli studi di Tor Vergata,
Facoltà di Lettere e Filosofia
Via Columbia, 1
Aula Sabatino Moscati (primo piano, edificio B)

Sarà presente l’Autrice

Relatori: Prof. Silvio Pons, Prof. Piero Vereni, Prof.ssa Marina Formica

Un paesino sulla Drina, una minaccia terribile, gli echi di un genocidio, il tempo lungo e indefinito del dopoguerra bosniaco; un nipote e suo zio che si districano tra passato e presente, s’inoltrano nei terreni dei rancori famigliari, intrecciano guerra e amore, verità e dubbio, passeggiano attraverso le follie di un popolo inebetito, cristallizzato nell’incubo del conflitto.

Questo il nuovo lavoro dell’autrice di “Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica”, in cui camminando sul filo incerto che divide il nazionalismo e la memoria, sulle tracce di eroi costruiti, menzogne celate e vite stroncate, i due protagonisti scavano per trovare risposte al loro bisogno di Storia.

L’autrice
Elvira Mujcic è nata nel 1980 in una piccola località serba ma subito dopo la nascita è arrivata a Srebrenica, in Bosnia, dove è vissuta fino all’inizio della guerra, nel 1992. Da Srebrenica si è spostata con la sua famiglia in Croazia e da lì in Italia. Nel 2004 si è laureata in lingue e letterature straniere e si è stabilita a Roma. Nel febbraio 2007 ha pubblicato Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica (Infinito edizioni). Nel febbraio 2009 ha pubblicato “E se Fuad avesse avuto la dinamite?” (Infinito edizioni).

Per informazioni, interviste e organizzare presentazioni:
Infinito edizioni tel & fax: 06/93162414
Serena Rossi cell: 340/9131468

domenica 7 giugno 2009

Due foto-ricette


Questi sarebbero Pesci sulla barriera corallina (Valeria dice che si capisce poco, e forse ha ragione, ma Rebecca sembrava aver apprezzato)




Questo invece è un piccolo capolavoro che mi è stato suggerito da Rebecca stessa. Avevamo appena comprato una di quelle schifezze pastose che non ci fai niente ma fanno tanto muco fresco e i bambini ci vanno matti (la potete vedere in alto a destra della foto) e abbiamo pensato che valesse la pena si sfruttare, come dire, lo stimolo. Inutile che vi dica che l'opera si intitola Vomito, vero?

Facebook in Iran


In questo articolo Babak Rahimi e Elham Gheytanchi spiegano il ruolo di Facebook nella politica iraniana odierna. Il paese ha severissime regole di accesso ai siti web, molti vengono oscurati per i più futili motivi, i candidati politici devono registrare il loro blog presso il Ministero della Cultura e della Guida Islamica, eppure Facebook è stato recentemente sbloccato.
Le ragioni di questa mossa sono probabilmente molteplici, ma resta il fatto che anche in Iran Facebook è diventato un luogo importante di attività politica.
Possibile che solo da noi il dibattito si limiti all'alternativa "Fb è più inutile o più dannoso?"?

giovedì 4 giugno 2009

Cartone te


Sulla barra di destra di Facebook ci sono le pubblicità. Ora, è vero che si stanno cercando nuovi modi di comunicazione, ma a me pare che la spocchia dei teorici non tenga mai abbastanza conto della cialtroneria degli smanettoni reali.
Sulla mia pagina in questo momento compare una pubblicità che si intitola
Disregnare La Caricatura (sic), dove il refuso fa il paio con la traduzione (evidentemente automatica) del testo che recita:
Cartone te! [calco diretto su "cartoon yourself!"] Scegli il colore degli occhi, colore dei capelli e vestiti

La pubblicità che sta subito si intitola: Lo scmbialibri a Vercelli (sic, senza la "a")
In un mondo che dovrebbe essere tutto virtuale e quindi asettico, io mi immagino il precario a contratto che deve mettere i titoli in diretta sulla pagina della mia pubblicità e che è talmente scocciato che li riempie di refusi. Mi immagino una persona vera, con le braghette corte e la canotta che da casa sua prende 3 centesimi per ogni titolo. Penso ai compiti del mechanical turk di Amazon, pagati a centesimi di dollaro (o di rupia) e non riesco a decidermi se queste siano nuove opportunità o nuove forme di schiavitù.