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mercoledì 7 gennaio 2009

Aridaje su Facebook


Ok, questi sono i miei ultimi commenti su Fb, tanto per evitare che qualcuno creda che si tratti di "prodromi" di alcunché.

Proviamo a ripartire dalla mia ipotesi, che cerco di elaborare un poco più analiticamente per evitare fraintendimenti.

1. Fb, come molti altri siti social, è nato come fenomeno locale, e gli utenti early adopters sono stati geeks che come tutti i geeks utilizzavano questo strumento in parte come mezzo di comunicazione, in parte come strumento di identificazione differenziante: noi siamo quelli che usano Fb, gli altri no.

2. Questo meccanismo è diffuso su Internet praticamente dal suo apparire. Il capitale culturale necessario a saper usare alcune forme di comunicazione via web è stato sistematicamente utilizzato per differenziarsi socialmente da parte dei detentori di quel capitale. Non disponendo di capitale economico (o trovando il capitale economico disdicevole ai fini di una differenziazione sociale) molti utenti attivi della rete si sono comportati esattamente come si sono sempre comportati gli intellettuali dal Cinquecento in poi: hanno fatto della loro competenza uno strumento di distinzione sociale. Ho parlato spesso di questo atteggiamento distintivo sul mio blog, basta cercare i post taggati social distinction.Non c'entra nulla la differenza oggettiva in classi né il finto populismo dell'analista. La matrice di quel che dico sta nell'opera di Pierre Bourdieu: non ci sono soggetti e non si sono istituzioni, piuttosto ci sono habitus e campi di forza e quel che i singoli fanno è agire secondo i loro habitus (acquisiti ed ereditati) cercando di muoversi tra diversi campi di forza. In Rete, l'habitus che ha pagato socialmente per lungo tempo è stato lo sfoggio di competenza (non di ricchezza).

3. Una moda come un'altra (ricordo l'euforia per Second Life, e il fuoco di paglia italiano di Twitter) Fb ha preso piede in Italia dalla scorsa estate. E quel che dico vale solo ed esclusivamente per gli utenti italiani di Fb, non per Fb di per sé.

4. Pur essendo stato aperto nel febbraio 2004, Fb ha avuto un numero contenuto di utenti fino a questa estate. Anche qui, le ragioni dell'esplosione repentina mi sono oscure, ma credo che abbiano a che fare con il raggiungimento del tipping point, del punto di svolta dopo il quale alcuni comportamenti diventano epidemici.

5. Mentre gli early adopters italiani potevano usare Fb come strumento di distinzione, dal momento in cui è diventato fenomeno di massa, ha cessato di essere per alcuni strumento di distinzione. Di massa non significa "frequentato dai coatti", come sembrerebbe credere qualche lettore, ma "frequentato ANCHE dai coatti".

6. A questo punto, alcuni utenti italiani di Fb hanno preferito un bel opt out, cancellando il loro account o comunque iniziando a parlare del "vuoto" che caratterizzerebbe questo sito.


 

La mia ipotesi è che 6 sia stato causato da 5. Tutto qui: non ho fatto ipotesi sul perché tanta gente si è iscritta a Fb (perché sì, come dice Andrea Tarabbia, è per me un motivo sufficiente) ma perché alcune persone siano uscite da Fb e ne abbiano iniziato a parlare in tono sdegnato.

Non ho alcuna intenzione di fare grandi teorie né turismo della realtà (anche se, devo ammettere che, come antropologo, sentirmi dare del turista ha ferito il mio orgoglio in modo che ancora mi brucia… :-) ). Mi stavo semplicemente chiedendo come mai Fb suscitasse questo atteggiamento emotivamente carico. Mi faceva impressione leggere commenti in cui Fb veniva descritto come "una schifezza", e mi è venuto in mente che Pierre Bourdieu racconta all'inizio de La distinzione che vuole occuparsi delle ragioni per cui alcune cose "ci fanno vomitare". Il "mi fa cagare" che sta nel titolo del mio post su Fb era proprio un'implicita citazione bourdiana (che usava il linguaggio dei suoi informatori francesi degli anni Sessanta, più morigerato). Ho pensato che in quell'atteggiamento di disgusto ci fosse una questione di distinzione sociale, e finora non ho trovato controargomenti sostenuti, ma tutt'al più un "mi fa cagare il tuo argomento", che per me suona una paradossale conferma della validità della mia ipotesi. Quando io dico che alcuni utenti cercano di distinguersi stando alla larga da Fb (ora, porca miseria, ora che su Fb "ci sono tutti", mica un anno fa quando eravamo ventimila) non ha molto senso replicare che "io su Fb ci stavo e avevo duecento amici, ma ora ne sono uscito", perché a me questa sembra la prova migliore che quel che dico è sensato. E non voglio sostenere che oggi si esce da Fb solo per questo motivo.

Mi pare che sia successo o stia succedendo con Fb quel che è successo con i romanzi di Umberto Eco. Quando uscì Il pendolo di Foucault, un amico scrittore mi disse di non averlo letto perché Umberto Eco era troppo di moda, lo leggevano tutti… (poi il mio amico era così intelligente da non farsi fregare da questa fregola distintiva, e lo lesse, e riconobbe che era un ottimo romanzo). Cioè: va bene leggere La struttura assente, o meglio ancora il Trattato di semiotica generale, dato che hanno avuto (in proporzione) pochi lettori, uniti da questo marchio distintivo, ma va male leggere Il nome della rosa, o Il pendolo di Foucault, dove Eco elabora gli stessi concetti semiotici, ma lo fa in forma narrativa riuscendo ad attrarre milioni di lettori. Quindi come lo stesso autore può essere elitario in una sua fase e biecamente popolare in un'altra, così un sito può essere una figata per noi fighi all'inizio per diventare dopo un po' una schifezza senza senso (perché si sono entrati cani e porci, oltre a noi fighi, che tanti fighi non riusciamo più ad essere, lì dentro). Pensate a quell'amico a cui parlate dell'ultimo disco del gruppo X (gruppo che ha venduto due miliardi di copie, di cui parlano tutti) e pensate al suo sopracciglio sollevato mentre vi compiange, ricordando come "il primo disco del gruppo X" (quello che ha venduto 2mila copie ma che noi fighi abbiamo comprato tutti, dato che siamo in 2mila in tutto) "quello sì che era un gran disco". Mica la merda commerciale e omologante che fanno oggi, quelli del gruppo X. Ecco, io ci vedo nelle microfughe da Fb questo atteggiamento. Non ho avuto una visione mistica, né mi sono fatto le pippe in solitaria: ho ricevuto due mail su Fb e le ho messe assieme a tre post su diversi blog che rimandavano a diversi articoli di giornale che rimandavano ad altri post di blog. Insomma, avevo del materiale da interpretare e ho provato a interpretarlo.

Vorrei provare ora a rispondere ad alcune considerazioni un po' più puntuali.

Dice Sergio Garufi:

>gli intellettuali sono sicuramente élite perché pochi, non certo perché influenti o abbienti


 

Appunto, è esattamente quel che sostengo: gli intellettuali hanno bisogno di essere in pochi, altrimenti non si sentono più tali. Non è una questione economica, né di snobismo elitario, ma di semplice habitus. Da almeno 200 anni l'intellettuale sa che avrà pochi soldi (altrimenti è venduto o organico al sistema) e avrà pochi simili (altrimenti è un divulgatore e quindi negatore de facto della sua vocazione analitica). Non c'è nulla di sbagliato in questa forma di identità, è una soggettività nobilissima e perfettamente legittima. Semplicemente non si capisce perché dovrei parteciparvi per forza. Di fatto, non sono un intellettuale secondo questa definizione, dato che mi ci riconosco mentre ci agisco dentro, la vedo cioè nella mia vita ma non la prendo necessariamente come una forma positiva del mio essere sociale (anzi, penso che spesso il mio habitus da intellettuale mi impedisca di comprendere a fondo alcune determinanti sociali). Però non capisco perché debba essere banale o turistica qualunque riflessione che emerga da un piano identitario non militantemente intellettuale come il mio. Le mie riflessioni non sono "propedeutiche" ad alcunché, non mi chiamo Piccolo e neppure Bajani, quindi le cose che li riguardano non mi riguardano.


 

Scrive invece Enrico Maria Milic (AKA morbin):

>la visione (ovviamente un po' semplificatoria) per cui facebook è un fenomeno molto buono per la massa e i blog non lo sono, è vera fino a un certo punto. nel senso che la visione dei blog come "fighettata da elite" è quella che è stata propagandata dai media main stream e dalle cosiddette blogstar (tutte di solito maschi, molto ben istruiti, tecnologizzati e politicizzati). ma se ti guardi i dati sul blogger medio e sul suo lettore medio scopri presto che di solito i blog sono un diario scritto da e per interessati a temi non politici e non tecnologici e non strettamente di alto profilo culturale (o wanna be tale).


 

Questo punto mi consente di chiarire (anche a me stesso, a dir la verità) come concepisco l'opposizione di fondo tra blogger e utente Fb. Il blogger si esprime in solitaria, vuole essere letto ma tendenzialmente non vuole una comunicazione. Il blogger è un monologhista, e in questo senso Beppe Grillo, che si rifiuta di partecipare a qualunque dibattito ma che spara contro chi gli pare dal suo bunker, incarna l'URblogger, in prototipo perfetto (in senso ovviamente deleterio, per come la vedo io). Questo stesso post mi costa fatica, perché ho dovuto leggere i commenti degli altri, e provare a rispondere articolando, quando quello che mi piace veramente, come blogger, è avere un'intuizione immediata che butto giù e pubblico al volo, senza chiedere permesso, senza chiedere scusa: pura volizione egocentrica che sta interamente nelle mie mani.

L'utente di Facebook, invece, è uno che vive (come utente di Rete, non come essere umano) nella relazione sociale e nella comunicazione. Se un lettore va sulla pagina del mio blog ci trova il mio elefantiaco Ego che parla di tutto lo scibile umano. Se invece va sulla mia pagina su Fb ci trova che Antonio Marcelli è passato da "relazione complicata" a single (con quattro commenti, nessuno di persone che conosco), che ho avuto un invito per cause "Boicottiamo Gigi D'Alessio", che mi sono iscritto al gruppo "Il paese dei filosofi con gli stivali", che Maria Rossi mi fa gli auguri di buon anno, Barbara Bianchi mi contatta dopo dieci anni per sapere come sto, e così via, producendo, a voler essere buoni, un'immagine caleidoscopica del sottoscritto, ad essere sinceri un accrocco
caotico che io faccio fatica a controllare, e che anzi non controllo quasi per nulla. E' questa la chiave di volta: il controllo sull'immagine che ho di me. Come blogger ho il pallino in mano (tanto più se ho scelto di filtrare i commenti, così evito pure gli scocciatori paranoici che sparano insulti per ogni post), mentre come utente Fb sono "un fascio di relazioni" e sono costretto ad ammettere che la mia immagine non è tanto mia, quanto a produzione.



Sempre Enrico Maria Milic:

>non mi azzarderei in una grossa distinzione tra facebook e altri social network, almeno nel senso di come tu l'hai fatta.
se ti leggi danah boyd vedrai, invece, come in america sia molto più fighetta l'utenza di fb di quella di myspace...
e i dati di mercato per l'italia probabilmente vanno in una simile direzione. credo.

Non ho i dati per parlare della composizione sociologica degli utenti dei social networks, mi bastava dire che IN ITALIA vi è stata un'espansione di utenza di Fb che ha cannibalizzato gli altri social network e che ha attratto molti utenti finora poco avvezzi alla produzione di contenuti. Io non so come definire certi gruppi, ma certo mi paiono poco "fighetti" questi gruppi su Fb:

Scarceriamo le turiste Britanniche arrestate per la gara di sesso orale! (24.363 iscritti)

regala anche tu una molotov ai zingari (1.514 iscritti, notare l'articolo "ai", non mi aspetto che utenti del genere abbiano una grande consuetudine con la scrittura)

Pensavo fosse amore e invece...MAVATTENAFFANCULO (24.363 iscritti)

Giusy Ferreri, ora che novembre è finito piantala di rompere i coglioni! (93.145 iscritti)


 

Potrei continuare per ore, ma il senso di quel che voglio dire mi pare chiaro…


 

Andrea Tarabbia dice:

> Scusami Piero, ma non capisco cosa intendi dire quando scrivi: "Fb è stato e viene ancora sistematicamente usato come strumento di pressione politica."


 

Mi riferivo all'uso che se ne è fatto in Egitto e in Birmania lo scorso anno, quando centinaia di migliaia di persone sono state coinvolte in attività di dissenso politico grazie alla rete messa in piedi con Fb. Era uno dei motivi del mio sconcerto di fronte ai commenti risentiti contro Fb di alcuni utenti o ex utenti italiani: com'è possibile che si giudichi Fb sulla base dell'uso meschino che a volte ne fanno i buzzurri utenti italiani (vedi sopra) e non si tenga conto del fatto che Fb aggrega migliaia di dissidenti, attivisti, gente che rischia il carcere quando non la pelle per fare attività politica su Fb? È proprio di fronte a questo dato di fatto politico enorme come un macigno che ho cominciato a pensare che il risentimento di chi "se ne va" da Fb avesse un'origine socialmentedistintiva e non politica.


 

Sempre Andrea:

>Stiamo sempre parlando di qualcosa da cui si può essere esclusi in qualsiasi momento senza una motivazione apparente, qualcosa che ha delle regole ben precise che nessuno di noi veramente conosce


 

Sì, ma questo è vero anche per yahoo (ho un account mail che non ho mai cancellato), per google (io NON conosco le regole di Gmail, e ho scoperto da poco che se voglio più spazio di memoria devo pagare, e non so bene cosa ci fanno con tutte le informazioni che IO ACCETTO DI DARGLI in cambio di un client di posta elettronica che per me non ha rivali e che sono disposto a tenermi così, con tutti gli ads contestuali sulla colonna di destra che si adattano al contenuto delle mie mail) e vale anche per Amazon (che mi dà dei consigli a volte utilissimi, a volte senza senso) e per mille altri snodi di scambio di merci e/o informazioni, come cercavo di dire. Il fatto che il mondo funzioni anche attraverso transazioni economiche non mi spaventa. Credo nella reciprocità come forma fondamentale dello scambio economico, così come l'ha descritta Marcell Mauss e come funziona in Wikipedia e altri wiki cooperativi. Fb mi sta bene per alcune cose, come invitare le persone alla mia campagna per fare in modo che l'Istituto Centrale per la DemoEtnoantropologia sia diretto da un antropologo (e non da uno storico dell'arte, come vuole il suo regolamento attuale) e continuerò a usarlo in questo modo. Se poi salta fuori il compagno del liceo che mi chiede come sto anche se per cinque anni in classe non ci siamo scambiati una parola, o l'ex studente del mio corso che mi manda un "invito a bere una birra virtuale", non credo che la mia vita venga omologata da questo, e non mi importa come qualche orrendo Grande Vecchio potrà usare la terribile notizia che mi sono iscritti al gruppo "fan di Italo Calvino".


 

>In definitiva non capisco dove sta lo scarto che rilevi: se c'è omologazione non ci può essere cambiamento.

Anche su questo punto finale, io provo a essere un po' pragmatico: chi l'ha detto che omologazione e cambiamento non possano convivere in un ircocervo come Facebook? Per ogni stronzo che monta un gruppo "contro gli zingari" c'è un Tiziano Scarpa che è fan di Alfred Erik Leslie Satie e di Andreï Tarkovski, e io credo che Tiziano sappia benissimo cosa farci col suo "essere fan" e mi posso anche aspettare che il suo essere fan domani produca un cambiamento dentro Fb, o anche solo dentro uno stronzo che smette di fare gruppi contro gli zingari e magari si fa convincere a diventare un fan di Tarkovski. A me pare che da questo punto di vista Fb faccia paura per il motivo congiunto che sembra facilmente controllabile ma insieme complesso come la vita ordinaria, e quindi ci fa temere che la vita ordinaria possa essere facilmente controllabile. Invece, delle due premesse (Fb è controllabile, Fb somiglia alla complicatezza della vita ordinaria) solo la seconda è vera, e lo è solo in parte.

Io da tempo non la penso così, da quando ho imparato che ogni tentativo di omologazione passa necessariamente per la comunicazione, ma ogni comunicazione passa necessariamente per la lettura di ognuno di noi, e quindi la nostra dimensione agentiva come soggetti interpretanti sottrae potere alle intenzioni omologanti dell'emittente. Fuori di metafora: Mark Zuckerberg può avere le peggiori intenzioni del mondo, ma non è detto affatto che le sue intenzioni siano le nostre, e non c'è per lui verso di avere la certezza che riuscirà a convincerci. Su questo i miei studi di antropologia dei media mi confortano: sono infiniti i casi di emittenti che speravano di trasmettere il loro "messaggio" e che si sono trovati con letture devastanti, del tutto contraddittorie rispetto a quello che avevano in mente. Facebook, con la sua caoticità, con la sua apertura a terze parti, è molto, molto più malleabile di qualunque canale televisivo, e quindi mi fa molto, molto meno paura.

Sperando ovviamente di non sbagliare di grosso, resto un utente di sicuro non entusiasta, ma neppure schifato o spaventato. Cerco di USARE Fb, letteralmente, portandolo lì dove voglio io. Finora mi sembra un cavallo un po' riottoso, francamente bruttino e pure puzzolente, ma per quel che gli ho chiesto sta facendo il suo lavoro. Non ho mai preteso fosse un Pegaso alato, ma non ho paura sia il messaggero della Morte. È un ronzino un po' scoreggione, mi dà fastidio ma a volte serve.

10 commenti:

Anonimo ha detto...

Provo a rispondere ad alcuni punti del tuo ragionamento in modo un po' disordinato, spero che si capisca cmq il senso. In generale non amo le dicotomie oppositive, penso che siano i crampi dell'intelletto, la scorciatoia della ragione per incasellare la caotica realtà in comodi schemini all'interno dei quali posizionarsi e scegliersi degli avversari. Elite vs. massa in fondo non è molto diversa da pandoro o panettone, bionda o mora, guelfi o ghibellini. Con gli anni mi accorgo che all'aut aut preferisco l'et et, mi pare che aderisca meglio alla categoria della complessità. Ora, nella tua analisi della frequentazione di fb a me sembra che tu ricorra troppo disinvoltamente a quella semplicistica dicotomia, sacrificando diversi aspetti che non le corrispondono. Simmel insegna che ogni identità si costruisce nella relazione, e che i rapporti fra massa ed elite sono biunivoci. Faccio un esempio. In un saggio comprato tempo fa in aereoporto e che ora non ho sottomano, opera di un logico americano, si narrava la storiella di una certa Norma, che era una donna americana consultata quotidianamente dai sondaggisti per i motivi più diversi: volevano sapere qual era il suo detersivo preferito, il programma televisivo, perfino il candidato alle elezioni che avrebbe votato. Questo perché lei incarnava esattamente i gusti dell'americano medio (da cui la scelta non casuale del nome, appunto Norma). Un giorno che lei si infastidisce e chiede il motivo per cui chiamano sempre e solo lei, la risposta sincera dei sondaggisti la offende, e sbotta dicendo "ma io mi sento unica e originale!", al che il sondaggista replica: "appunto, come l'americano medio". Ecco, l'uomo massa, quello dai gusti e comportamenti standardizzati è proprio colui che ha ambizioni (meglio sarebbe dire velleità) elitarie, non diversamente dall'intellettuale, istintivamente portato a sentire la sua condizione minoritaria come un'esclusione. Io credo che nasca proprio da questo il desiderio di immergersi nel numero, come fa per esempio Francesco Piccolo nel libro che citavo. Il problema è che entrambi quei desideri sono destinati ad essere frustrati. Norma rimane un tipo pur aspirando ad essere un singolo e Piccolo, col suo libro, non può far altro che restituirci il reportage di un antropologo in mezzo a delle tribù che gli sono sostanzialmente estranee. E anche se il suo approccio agli eventi-massa (ricordo il cinepanettone a santostefano in un multisala e il pranzo in autogrill a ferragosto) cerca di abolire ogni sorta di giudizio negativo, provando a sottolineare il meglio di quei riti popolari, tuttavia tradisce un atteggiamento paternalistico e snobistico proprio nel semplice fatto di arrogarsi il diritto di assolvere quanto altri disdegnano. E' la versione simmetrica e speculare della subordinazione che manifesta il pensionato statale in gita a Porto Rotondo che guarda con ammirazione gli yacht ancorati al molo sperando di vedere qualche vip. Questo in linea generale. Per quanto riguarda invece fb, che è il vero motivo del contendere, quello che contesto a te è che sia frequentato alla massa e e per ciò schifato dagli intellettuali. Io, dato che il mio caso è stato assunto da te come paradigmatico, ci sono entrato a ottobre 2008 e ci sono uscito due mesi dopo (quindi non sono entrato quando c'erano gli happy few e uscito una volta che è diventato popolare), e i motivi della mia uscita, concordemente con quanto dicevano Tarabbia e Baratto se non erro, riguardano semplicemente le modalità espressive, il fatto che mi è sembrato una colossale perdita di tempo pagata a peso d'ore, ore zecchine, lingotti d'ore! In ogni caso, la mia breve esperienza su fb mi ha dato l'impressione di un luogo in cui c'è di tutto, sicuramente non schifato dagli intellettuali (ecco perché insistevo sul fatto che la maggior arte dei miei c.d. amici proveniva dall'ambito intellettuale). Scarpa, Mozzi, Aldo Nove, quasi tutti i componenti di Nazione Indiana o di La poesia e lo spirito (il blog letterario di cui faccio parte ora), stanno su fb e vi partecipano attivamente, e se lo fanno con disgusto lo mascherano molto bene. E' proprio in virtù del gran numero di gente che lo frequenta, che ognuno può costruirsi il suo gruppuscolo di simili per gusti e interessi, quindi il problema per me non era con chi avevo a che fare, che in fondo erano gli stessi con cui ho a che fare quando frequento i blog culturali come questo, bensì il fatto che fosse un mezzo che predilige modalità espressive meno impegnative perché povere di contenuti, frasette lapidarie o mere dichiarazioni di stima (X è fan di Y). E contesto pure il fatto che sui blog si manifesti più facilmente il proprio ego che non su fb, perché non vedo cos'altro siano gli album fotografici delle proprie vacanze o la comunicazione a tutti che in questo momento Tizio sta facendo colazine. Poi sarà sicuramente un formidabile mezzo di aggregazione con enormi potenzialità, di pressione politica ed altro, come negli esempi che hai fatto della Birmania, ma qui da noi è ancora tutto da dimostrare. Resta il fatto, per me, che descrivere questo fenomeno come un luogo di massa schifato dagli intellettuali sia un modo di adoperare degli strumenti di analisi vecchi e patetici quanto gli attrezzi di un museo contadino.

sergio garufi

gianni biondillo ha detto...

Perdonami, Piero,
forse tu sai rispondermi.
Io NON mi sono MAI iscritto a FB. Ma lo sai perché? Perché ho paura. Non di FB, ma di me. Io sono tendenzialmente un entusiasta delle novità, come sai sono molto attivo in rete, su Nazione Indiana rispondo a tutti i commentatori, rispondo alle email che ricevo, commento su altri siti, leggo ogni mattina decine di siti e di blog.
Ecco: se anche mi iscrivessi su FB (nel quale, m'hanno riferito, c'è presino un fanclub a me dedicato!?!) so come andrebbe a finire: non ne uscirei più, ne verrei catturato immediatamente.
Già sto molte (troppe!) ore attaccato al computer, l'idea di aprire un altro fronte internauta mi terrorizza. (per capirci: preferisco non sapere nulla di un gioco alla Playstation. Ché se solo inizio a capire come funziona, poi voglio FARLO TUTTO!).
Non c'è snobbismo, insomma, ma autoconservazione.
Domanda: sono troppo timoroso? Posso controllare su di me il fenomeno? Mi iscrivo? O è meglio che lascio perdere?

scherzi a parte: non commento mai ma ti leggo sempre volentierissimo, ciao, Gianni

Piero Vereni ha detto...

Niente da fare. A volte la comunicazione non comunica proprio. Ho cercato per quattro post di spiegare che io non uso la distizione massa/elite come strumento analitico, ma come oggetto d'analisi, cercando di capire come in questo mondo complicato ci si possa ancora illudere di potersi resecare uno spazio elitario cui appartenere, ma non sono evidentemente riuscito a spiegarmi. Ultimo tentativo, proprio a partire dal "museo contadino": una volta gli antropologi studiavano "il tradizionale" considerandolo la categoria validante del loro oggetto di studio (si doveva studiare solo quel che era "tradizionale" nelle culture) mentre oggi sappiamo che "tradizionale" è un costrutto politico-culturale di cui bisogna indagare la genesi, per cui gli antropologi studiano il processo di produzione del "tradizionale" (perché cioè l'assessore si ostina a voler aprire il museo della tradizione contadina e cosa ci guadagna la popolazione in questo processo di "invenzione della tradizione"). Ecco, con massa/elite io cerco di fare la stessa cosa: non le uso come categorie sociologiche o politiche rilevanti in sé, ma come tentativi di appartenenza che le pratiche sociali mettono in atto per produrre distinzione: io esco sdegnato da Facebook per sentirmi finalmente parte di un'elite (quelli che non usano Facebook). Ma temo che si tratti del mio ennesimo buco nell'acqua, e ancora una volta verrò accusato di fare analisi sociale come nell'Ottocento. Amen, non si può avere tutto nella vita.

A Gianni Bondillo (che ha una vocazione "salmonesca" che tendo purtroppo a condividere (vedessi come gioco a Cooking Mama sul Nintendo DS che ho regalato a mia figlia Rebecca di 7 anni!!!)) posso riportare la mia esperienza personale: Fb tende chiaramente a dare assuefazione, non ho dubbi su questo, ma altrettanto rapidamente si può uscire dal tunnel. Dopo che ti sarai accorto che un messaggio importante è sepolto in qualche pagina che non consulti mai e non ti è mai arrivata la notifica (mentre te ne sono arrivate cento per cazzate di cui non ti potrebbe interessare di meno) perderai la fregola di controllare ogni dieci minuti se ci sono novità.
Ma un giro di qualche settimana secondo me val la pena di farlo. Ti sentirai un poco come Mickey Rourke in Nove settimane e mezzo, completamente stravolto all'inizio da questa supergnocca, ma poi passa. Vedrai che passa...

blepiro ha detto...

Analisi interessante.

Circa gli usi "alternativi" di Facebook, secondo l'idea che ogni mezzo si può sempre pervertire, segnalo (penso non caso unico) la pagina di facebook del "collettivo di medicina" di Pisa, nata durante le proteste contro la 133 (assieme alla pagina di myspace http://www.myspace.com/medicinacontrola133 ). Onestamente non ci andiamo spesso :) ma è un microscopico elemento di disturbo che contesta, implicitamente, l'impostazione individualistica della piattaforma (nessun volto, nessun nome). Ah, tra parentesi, non parliamo in terza persona, ma in prima plurale :)

Anonimo ha detto...

Scusa Piero, ma io ti ho fatto delle obiezioni precise, se tu rispondi alle battute (tipo quella sugli attrezzi del museo contadino) e non alle obiezioni è difficile intendersi. Dato che hai preso il mio caso come paradigmatico ("esattamente come Sergio Garufi"), io ti ho obiettato che sono entrato a ottobre 2008. C'era o non c'era già la folla ("la sciampista" ecc) a quel tempo? La mia impressione è che tu stia attribuendo ad altri uno snobismo che ti appartiene, tant'è che scrivi: "sto parlando anche e prima di tutto dei MIEI lamenti, del mio terrore di essere confuso con la folla". Anche l'esempio che fai di Umberto Eco è perfetto in questo senso. A me e a diversi miei amici scrittori piacque "Il nome della rosa" e non piacque "Il pendolo di Foucault", ne ho scritto pure. Il primo ebbe molto più successo del secondo, è un dato incontrovertibile. Come la mettiamo? Fidati, si può non amare quel libro semplicemente perché non ci hai trovato nulla di interessante, a prescindere da quanti lo hanno letto, così come si può voler uscire da fb perché lo si reputa una forma di comunicazione poco interessante, indipendentemente da quanti vi partecipano. Affermare che ci sia qualcuno, per di più un intellettuale, che fa della sua uscita da fb un motivo di distinzione sociale, significa avere dell'umanità una ben misera opinione. Poi qualcuno ci sarà pure che ragiona in questo modo, ma sono talmente pochi e disturbati che è più corretto definirli casi clinici, non dati statistici.

sergio garufi

stefano vatti ha detto...

Sono uno di quelli che si è iscritto a facebook per caso all'inizio (o forse alla fine, non ricordo) dell'estate. Mi è arrivato l'invito da un amico e - con l'idiozia di chi firma per acquistare le enciclopedie fuori dalle stazioni della metropolitana - mi sono iscritto. Come affermava pochi giorni dopo un cugino, facebook è servito per una sorta di ridondanza: ho rivisto tutti gli amici con cui ho già contatti: e allora a che cosa mi serve? boh! fondamentalmente per fare i giochini scemi e sfidare i miei amici ai suddetti giochini. probabilmente, perchè mio figlio è troppo piccolo per il nintendo...
sono di quelli però che non ha letto un solo libro di umberto eco, pur reputando di avere una discreta conoscenza della letteratura. non perchè "troppo di moda" ma perchè mortalmente noioso... anche in questo caso ho cercato di leggerlo, per evitare di fare "l'intellettuale snob" (ma in fondo già il fatto di prendere questa posizione è segno che un po' "intellettuale snob" sono... vabbè...
un amico che si è "suicidato su facebook" (salvo poi riapparire dopo poche settimane) mi disse "vedi, in fondo a me non frega nulla di sapere che tizio ha mangiato le caramelle alla menta o altre frescacce simili". Penso abbia perfettamente ragione... e penso che la quantità di comunicazione non è sempre sinonimi di qualità. e che a parlare troppo, alla fine, non si comunica, ma si fa interferenza acustica, inutile quando non dannosa.

Vincenzo ha detto...

La tua analisi è molto interessante, ma prende le mosse, in parte, da presupposti sbagliati sulla storia di fb, che in questo caso mi sembrano rilevanti.

fb non è mai stato un fenomeno per geek. È stato introdotto anni fa ad Harvard sostanzialmente come metodo per facilitare il flirt fra compagni di corso - e gli early adopters sono stati soprattutto frat boys e consorti. Anche questo ne ha facilitato l'immediata esplosione. Se ricordo bene dopo solo pochi mesi si è esteso a Yale (penso dopo il primo Harvard-Yale di football), di lì alla Ivy League e in seguito a ogni università statunitense; poi anche i licei e alcune in uk.

Nota che quando era chiuso su Harvard o sulla Ivy League NON era un mezzo di distinzione (fra ivy leaguers e studenti normali), perché gli utenti erano _solo_ ivy leaguers.

L'incredibile espansione della scorsa estate è stata immediatamente successiva all'apertura delle registrazioni a indirizzi e-mail senza suffisso .edu (mail universitarie), e quindi non c'è stato tempo per la creazione di una "avanguardia" che lo snobbasse una volta diventato fenomeno di massa... semplicemente perché è stato sin da subito un fenomeno di massa.

Ecco, tutto qui.

Anonimo ha detto...

Il limite della sua disciplina è l'etnografia che è anche la sua garanzia, in questo caso a partire da quale etnografia parte per le sue affermazioni riguardo le origini di facebook, riguardo il perché la gente vi si iscrive e soprattutto riguardo la perdita di esclusività e sicurezza che qualcuno ha lamentato data la massiccia partecipazione a questo social network? Non crede di essere troppo azzardato nelle sue conclusioni?

nestore pellecano

Anonimo ha detto...

La ringrazio per intiresnuyu iformatsiyu

Anonimo ha detto...

Perche non:)