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lunedì 11 gennaio 2010

Ancora su cos'è l'etnografia

In vista dei moduli che partono tra poco a Tor Vergata, mi sto leggendo una raccolta di saggi curata da Francesca Cappelletto (putroppo scomparsa prematuramente proprio mentre stava lavorando alla cura di questo volume), Vivere l'etnografia, Firenze, Seid, 2009. E' una raccolta egregia (si vede la mano di Lenardo Piasere, che di etnografia se ne intende), e mi sono messo a schedare l'articolo di Jean-Pierre Olivier de Sardan che proprio Francesca nel 2004 mi aveva chiesto di tradurre per questa raccolta. Ero veramente oberato di impegni e avevo dovuto rinunciare. Il testo è poi stato mirabilmente tradotto da Nadia Breda e Franca Trentin, e sebbene sia illuminante nel suo complesso, proprio per come riesce a raccontare in modo piano e molto operativo una pratica come la ricerca sul campo, particolarmente riottosa a qualunque incasellamento metodologico, c'è un passo che merita di essere citato per esteso, per come riesce a sintetizzare il valore dell'etnografia:


Il carattere "iniziatico" del campo, più volte rilevato, spesso sarcasticamente, dai commentatori della tradizione antropologica,  non è soltanto una faccenda di mito o di rito, è anche, e senza dubbio soprattutto, una faccenda di apprendimento pratico, nel senso che chi apprende impara innanzitutto facendo. Bisogna aver condotto personalmente delle interviste con una traccia prefabbricata di domande per rendersi conto di quanto gli interlocutori restino inibiti da un quadro troppo stretto o troppo unidirezionale. Bisogna essersi confrontati con numerosi malintesi tra chi fa l'indagine e chi ne è oggetto per essere capaci di individuare i controsensi che cospargono ogni conversazione di ricerca. Bisogna aver imparato a padroneggiare i codici locali di cortesia e buona creanza per sentirsi infine a proprio agio nelle chiacchierate e conversazioni improvvisate, che sono spesso le più ricche di informazioni. Bisogna aver dovuto spesso improvvisare con goffaggine per diventare poco alla volta capaci di improvvisare con abilità. Bisogna, sul campo, aver perduto tempo, tanto tempo, una quantità enorme di tempo, per capireche questi tempi morti erano necessari (Jean-Pierre Olivier de Sardan, "La politica del campo. Sulla produzione di dati in antropologia", in F. Cappelletto (a cura di), Vivere l'etnografia, Firenze, Seid, 2009, pp. 27-63; la citazione è da p. 30).



Il saggio prosegue illuminando le "quattro grandi forme di produzione dei dati" (osservazione partecipante, colloquio, procedure di censimento e raccolta di fonti scritte) e articola una riflessione magistrale sulla "politica del campo". Lo consiglio vivamente (assieme a tutto il libro di Francesca Cappelletto) a quanti hanno interessa per la metodologia di ricerca etnografica, che so oggi essere non solo antropologi.


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