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lunedì 30 aprile 2012

Publish and perish

La riforma universitaria cosiddetta Gelmini (240/2010) sta producendo un effetto paradossale, che è quello di trasformare le università in centri di ricerca che vivono la didattica come una scocciatura da ridurre al minimo. La riforma, infatti, premia la qualità della ricerca (e questo è giusto, ci mancherebbe) ma di fatto trascura completamente la qualità della didattica. In pratica, i "docenti" universitari, tanto più i ricercatori a tempo indeterminato come il sottoscritto, potranno (forse) trarre qualche beneficio per sé e per il loro dipartimento di afferenza se si impegneranno a pubblicare con regolarità e qualità, mentre la didattica (disponibilità e qualità delle lezioni frontali, del ricevimento studenti, del lavoro di supervisione delle tesi) non conterà nulla, diventando di fatto un impiccio, una perdita di tempo utile sottratto alla ricerca e alle pubblicazioni. Come si può pensare che il sapere si trasmetta in misura e forma adeguata in queste condizioni? E' evidente che se non si incentiva la qualità della didattica e si punta tutto sulla ricerca, gli studenti pagheranno un prezzo altissimo, fatto di docenti necessariamente distratti e assenteisti, lezioni disorganizzate e corsi di laurea sempre più poveri, demandati alle "seconde scelte" dell'accademia.
La trasmissione del sapere alle nuove generazioni è un dovere sostanziale e delicato tanto quanto la produzione di sapere originale, ed è necessario fare qualcosa per porre il problema in evidenza. Per questo alcuni studenti hanno steso un appello che io vi imploro di sottoscrivere e di far circolare il più possibile tra le vostre conoscenze. Per cortesia se leggete questo tramite Facebook condividete dopo aver firmato l'appello.

1 commento:

isola caotica ha detto...

Caro Pietro,
vorrei pensare che tu abbia ragione, che la colpa del disinteresse per la didattica da parte dei docenti sia stato generato dall'esigenza di soddisfare un target imposto dall'alto, ma nella mia esperienza abbastanza lunga (laurea+dottorato), ho avuto l'impressione che quanto tu dici abbia a che fare solo con una piccola e virtuosa parte degli accademici. La grande maggioranza non pubblica, non ama insegnare, e a me sembra che questo abbia più a che fare con il "posto fisso" che con il dovere di ricerca. Non so come funzioni la tua università ma nella mia la metà della didattica è portata avanti dai dottorandi, ci sono docenti confermati che non scrivono nulla da 10 anni, e il mio relatore di dottorato mi faceva discutere della tesi in bus. Qualche tempo fa sono andata a fare da assistente (GRATIS) agli esami ad un ricercatore confermato che mi ha chiesto "che aria tira in università? non vengo da due mesi e mezzo..." non era sul campo a fare ricerca, e non stava scrivendo né pubblicando... La mia proposta è diversa, io vorrei che fosse introdotto l'orario lavorativo per gli accademici, 9-18 come la stragrande maggioranza dei lavoratori. Che quando non fanno lezione siano nel loro ufficio, a scrivere, o a ricevere studenti o anche solo a pensare, ma nel loro ufficio. Se fosse così, se il lavoro accademico fosse concepito come un lavoro, e non banalmente come una scomodità.