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venerdì 14 marzo 2025

Arjun Appadurai e la deterritorializzazione della cultura - Lezione #12 di Antropologia culturale Modulo A PIETRO VERENI per Tor Vergata

Lezione numero 12 registrata il 28 ottobre 2024

Lezione 12 – Arjun Appadurai e la deterritorializzazione della cultura 28 10 2024

Introduzione alla lezione

La lezione odierna è incentrata sull’approfondimento del saggio di Arjun Appadurai, già introdotto nella lezione precedente, con un focus particolare sul tema della deterritorializzazione della cultura. L’autore, antropologo indiano specializzato in area studies, si distingue per un approccio che coniuga lo studio della globalizzazione con un forte interesse per la politica internazionale e i processi culturali connessi. La sua opera più influente, Modernity at Large (tradotto in italiano come Modernità in polvere), è al centro dell’analisi odierna.

Il punto di partenza: cultura e territorio

Uno degli assunti fondamentali del saggio di Appadurai è che la modernità ha progressivamente sganciato la cultura dal territorio. L’autore evidenzia come nella storia dell’umanità vi sia stata una tensione costante tra forze che tendono a integrare territori e popolazioni (imperi, religioni universali, scambi economici) e forze locali che, invece, resistono alla centralizzazione e frammentano questi tentativi di unificazione. Storicamente, la capacità di mantenere unità culturali era limitata dalla tecnologia, dai mezzi di comunicazione e dalla difficoltà di controllare territori vasti.

Il concetto di "ecumene" e la sua frammentazione

Un concetto chiave introdotto da Appadurai è quello di "ecumene", termine di origine greca che indica la "terra abitata" e, per estensione, uno spazio culturale condiviso. Nel passato, le ecumeni si formavano attorno a imperi, religioni e reti commerciali, ma erano sempre esposte al rischio di frantumazione. Un esempio classico è la Magna Grecia, in cui le colonie greche mantenevano un legame culturale con la metropoli d’origine attraverso strumenti arguti ma fragili come il symbolon, un segno materiale diviso in due parti che permetteva ai discendenti dei coloni di riconoscersi e mantenere connessioni economiche e sociali.

Fonti della conoscenza: esperienza e rappresentazione

La lezione introduce una distinzione fondamentale tra due fonti della conoscenza:

1. Esperienza diretta e sensoriale: ciò che apprendiamo attraverso i sensi, il contatto diretto con il mondo.

2. Rappresentazione: conoscenze derivate da simboli, narrazioni, scrittura, immagini, che non derivano dall’esperienza immediata.

Questa distinzione è cruciale perché dimostra come la modernità abbia ampliato enormemente la dimensione della rappresentazione, rendendola predominante rispetto all’esperienza diretta.

Le rivoluzioni della rappresentazione

Qui sintetizziamo anche quel che ci ha già detto Yuval Harari, per analizzare le trasformazioni delle modalità di rappresentazione, individuando tre grandi rivoluzioni:

1. Linguaggio (70.000 anni fa): il linguaggio ha permesso agli esseri umani di trasmettere informazioni oltre l’esperienza immediata, creando racconti e storie che hanno plasmato la cultura.

2. Scrittura (circa 5.000 anni fa): la scrittura ha permesso di oggettivare il sapere, separando il momento della creazione da quello della fruizione. Ha reso possibile la conservazione e la trasmissione precisa della conoscenza nel tempo.

3. Stampa (XV secolo): con la stampa, la scrittura diventa merce, dando origine al capitalismo a stampa e alle comunità immaginate, concetti chiave per comprendere la nascita delle identità nazionali (Benedict Anderson).

L’era elettronica e la globalizzazione

La trasformazione più radicale della rappresentazione è avvenuta con la nascita delle tecnologie elettroniche, che hanno annullato le distanze e il tempo. Il telegrafo, prima, e i media elettronici, poi, hanno creato una simultaneità prima impensabile. Questo ha modificato profondamente la nostra concezione del mondo, rendendo possibile immaginare una realtà condivisa con persone lontane migliaia di chilometri.

L’esempio della fotografia mostra come una tecnologia possa plasmare la memoria collettiva: tutti riconoscono volti come quelli di Abraham Lincoln o John F. Kennedy, ma pochi sarebbero in grado di identificare un proprio antenato vissuto nella stessa epoca. Questo dimostra come la memoria culturale sia plasmata dai media e dalla circolazione delle immagini.

Il nuovo immaginario globale

La conseguenza ultima di questa evoluzione è che l’immaginario contemporaneo è diventato un enorme magazzino di memoria globale accessibile a tutti. Non si tratta più di una memoria personale o locale, ma di una costruzione collettiva influenzata da film, musica, social media e altre forme di cultura di massa. Un esempio emblematico è il karaoke filippino, in cui giovani cantano con passione brani di un passato che non appartiene direttamente alla loro cultura, ma che è stato assimilato attraverso i media globali.

Conclusioni e spunti per la prossima lezione

La lezione si conclude con una riflessione sull’effetto della deterritorializzazione sull’arte e sulla cultura contemporanea. L’immaginario collettivo non è più vincolato a uno spazio geografico specifico, ma è plasmato da una rete globale di rappresentazioni. La prossima lezione approfondirà ulteriormente questo tema, esaminando il ruolo dell’arte e dei media nella costruzione delle identità contemporanee.