Giovedì 5 marzo, ore 11.00-13.00
Roma è una città che ti obbliga a fare i conti con una
cosa semplice e scomoda: il sacro non sta mai dove “dovrebbe” stare. Non
perché manchi, ma perché continua a spostarsi, a riapparire nei punti di
frizione tra strade e biografie, tra chi “c’è da sempre” e chi è
arrivato ieri, tra centro e margine, tra città e campagna. Il
Santuario del Divino Amore, da questo punto di vista, è un condensatore
potente: un luogo in cui la mobilità devozionale non è solo un tema
religioso, ma una grammatica urbana.
L’idea dell’incontro è molto concreta: usare il
cammino e la presenza dei corpi nello spazio come strumento etnografico.
Non una lezione “sul” Divino Amore, ma un modo per entrarci con le categorie
giuste, quelle che ti permettono di leggere cosa succede quando una pratica
devozionale diventa anche una pratica di appartenenza. Perché il santuario
funziona da spazio-soglia: lo attraversi e ti ritrovi in una zona
ambigua, dove la città finisce e la campagna non è ancora campagna, dove il
pellegrinaggio non è più solo “andare” ma anche stare insieme, farsi
vedere, contarsi, riconoscersi.
Partiremo dal mito di fondazione e dalla storia
del culto, non come “storia locale” da raccontare per dovere, ma come dispositivo
narrativo che organizza il modo in cui il luogo viene percepito, abitato,
difeso, condiviso. E poi seguiremo le sue trasformazioni nel Novecento: il
passaggio da pellegrinaggio a processione, cioè da mobilità verso un
altrove sacro a rituale pubblico che riscrive lo spazio comune. È qui
che il Divino Amore diventa interessante anche per chi non è interessato alla
devozione in sé, perché entra in gioco una domanda civica: come si produce
appartenenza in una città frammentata? Dove l’inclusione non passa solo dai
documenti, ma anche dalle pratiche, dai gesti ripetuti, dalle presenze
riconosciute.
In mezzo, naturalmente, c’è il cattolicesimo
contemporaneo e le sue strategie comunicative: come parla, come
organizza, come rende visibile, come gestisce il confine tra spontaneità
popolare e regia istituzionale. E soprattutto c’è una domanda che
vale per Roma più che altrove: quanta cittadinanza informale passa
ancora dai rituali, dai cammini, dalle devozioni pubbliche, da questi modi un
po’ romani di dire “io ci sono”?
Se ti interessa leggere Roma da un punto di vista
antropologico, questo è un buon laboratorio. Si cammina, si osserva, si
ragiona insieme.
ISCRIZIONE OBBLIGATORIA
all’indirizzo: mariaelena.destefano@uniroma1.it
