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mercoledì 29 novembre 2006

Recensione: Little Miss Sunshine

Prendete una commediola americana di quelle buoni sentimenti e fatela recitare a:
1. Un pavido quarantenne che cerca di vendere (senza successo) il suo metodo in nove passi per avere successo.
2. Una quarantenne (moglie di 1) fumatrice repressa e vagamente nevrotica.
3. Un anziano (padre di 1) che tira eroina, è un puttaniere senza remissione e adora la nipotina tanto da insegnarle i suoi più reconditi segreti.
4. Un adolescente (figlio di 1 e 2) paranichilista che non parla da nove mesi perché ha fatto un voto per entrare in aeronautica.
5. Un ex professore di letteratura francese (fratello di 2), gay e in depressione dopo un tentativo di suicidio perché il suo amante si è dato al rivale accademico.
6. Una delizia di sette anni con la panciotta e gli occhiali da miope profonda, che imita le mosse delle miss in videocassetta e riesce sempre a vedere il “bright side of life”.
Metteteli a fare 800 miglia su un furgoncino Ww che a metà film perde la frizione, per andare a portare la cucciola a fare un concorso di bellezza in un covo di pazzi deliranti presentati da un Pippo Baudo isterico. Ne caverete un buon film, più corrosivo di quanto sembri a prima vista. Dedicato a chi pensa all’America come uno spazio univoco (tutto bene o tutto male), perché scoprano che l’America è il luogo dove tutto può succedere, nel bene e nel male.

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