2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

domenica 29 ottobre 2017

Antropologia culturale #12 e #13

26 e 27 10 2017. Un solo testo per due lezioni metodologiche (prima parte e seconda parte), in cui abbiamo cercato di raccontare come si fa ricerca etnografica. Se la cultura è quel sistema complesso di segni che abbiamo finora sommariamente definito, e se l’epistemologia della disciplina impone un approccio teorico di tipo ermeneutico, in concreto questo in cosa si risolve? Cosa succede veramente quando l’antropologa o l’antropologo deve condurre una ricerca mettendo a frutto la sua professionalità? Per che tipo di dati raccolti siamo pagati?
Abbiamo letto quindi La politica del campo di J-P Olivier de Sardan, e presentato quello che a mia conoscenza è il testo introduttivo migliore per capire cosa si fa, sul serio, una volta che si conduce una ricerca sul campo. Il punto di partenza è non commettere l’errore di cercare solo quel che già si conosce, ed accettare il fatto che sul campo c’è un sacco di spazio per la SERENDIPITÀ, vale a dire quella strana qualità della vita umana, per cui cercando una cosa ne troviamo poi molte altre a cui non stavamo minimamente pensando. Per cogliere questo punto, abbiamo parlato di questo test, che potete fare come esercizio introduttivo. Dove semplicemente contare quanti passaggi fanno i giocatori con la maglia bianca. Contate bene, mi raccomando.
Come sintesi della lezione (durante la quale ho ripreso diversi punti esemplificativi dalla mia ricerca in Macedonia occidentale greca, di cui diremo in dettaglio nelle due lezioni finali), riporto di seguito una parte degli appunti che avevo steso anni fa per una lezione a un gruppo di dottorandi di storia, nella porzione dove riassumo proprio i concetti di base di Olivier de Sardan, più una rapida introduzione sul ruolo dell’INTIMITÀ nella ricerca etnografica, di cui non abbiamo avuto modo di parlare direttamente ma che credo sia importante sottolineare.

1. Intimità e etnografia

L’antropologo che fa ricerca sul campo si trova a dover considerare come strumento di lavoro quel che per altri studiosi dell’uomo spesso è considerato un ostacolo alla correttezza della ricerca, e cioè l’intimità con le persone dalle quali cerca di ottenere la materia prima del suo lavoro. Mentre un sociologo, uno storico, ma anche uno psicologo o uno psicoanalista valutano con estrema cautela l’eventualità di provare qualche forma di attaccamento emotivo per i propri interlocutori (o per i propri documenti), per l’antropologo questa condizione di contatto profondo non solo non viene esclusa, ma è anzi attivamente ricercata: solo grazie alla “confidenza” con i propri informatori, infatti, potrà sperare di fornire una rappresentazione adeguata del “punto di vista del nativo”. Vered Amit-Talai (1999, p. 2) riassume questa particolarità della ricerca etnografica in modo efficace:
Una delle peculiarità dell’osservazione partecipante intesa come ricerca etnografica è il modo in cui il/la ricercatore/trice e le sue personali relazioni fungono da vettori privilegiati per l’elicitazione dei dati e per la loro comprensione. Sicuramente non esiste altra forma di indagine scientifica in cui i rapporti di intimità e familiarità tra ricercatore e soggetto indagato siano considerati un così fondamentale strumento di indagine, invece che un effetto collaterale intrusivo o addirittura un impedimento alla ricerca.
A questa citazione possiamo contrapporre, con un pizzico di retorica contrastiva, la preoccupazione di una storica, Annette Wieviorka che, ponendosi direttamente il problema della rilevanza del testimone nella ricostruzione storica, sembra preoccupata proprio di non perdere il passo con l’obiettivo fondamentale della sua disciplina:
Come costruire allora un discorso storico coerente se ad esso si contrappone costantemente un’altra verità, quella delle memorie individuali? Come fare appello alla riflessione, al pensiero, al rigore quando i sentimenti e le emozioni invadono la scena pubblica? (Wieviorka 1999).
Ovviamente, non pretendo che questa opposizione schematica sia sistematica (ci sono antropologi che si pongono il problema di come superare la “seduzione etnografica”, e ci sono storici del tutto convinti della necessità di un contatto più profondo con la questione “esperienziale” della ricerca) ma rimane il fatto che la tensione tra distanza critica e identificazione empatica con la fonte sembra spingere la storia verso la prima, e l’antropologia verso la seconda. In realtà, posta in questi termini ipersemplificanti, l’opposizione è del tutto artificiale e fuorviante (cfr. Dei 2005, pp. 41-42), dato che rischia di banalizzare lo spinoso problema dello statuto ontologico delle rappresentazioni (che sono i dati principali e dell’antropologo e dello storico). Ma in questa sede non voglio occuparmi del rapporto tra realtà, verità e scienze umane, quanto piuttosto di un tema collaterale, e cioè l’interazione tra produzione etnografica e rappresentazioni dell’identità. Il problema che mi pongo, quindi, può essere formulato con due domande dirette:
1) cosa succede alle “fonti” una volta che sono state raccolte o trattate dall’etnografo?
2) cosa succede all’etnografo una volta che inizia a trattare certe fonti?
Proprio perché una risposta a queste domande deve problematizzare il “luogo” di produzione del sapere “intimo” dell’antropologia, per poter articolare una risposta, presenterò alcune considerazioni preliminari sui “dati” antropologici, per poi passare a due esempi tratti dalla mia esperienza di ricercatore [non li presento qui, erano esempi fatti per la lezione agli storici].

2. Il dato antropologico

La ricerca antropologica si basa sul quattro forme di produzione dei dati, che tra loro interagiscono costantemente.
1. l’osservazione partecipante
2. i colloqui
3. le procedure di censimento
4. la raccolta di fonti scritte (nelle quali includo qualunque forma di “scrittura” intesa come memoria extrasomatica, per cui tra le fonti “scritte” vanno considerati anche filmati su pellicola o su nastro magnetico e tutti i tipi di “file” audiovisivi oggi disponibili).
Vediamo in dettaglio ognuna di queste quattro forme.

2.1 osservazione partecipante

Lo strumento fondamentale del lavoro dell’antropologo nel produrre dati con questa forma è il taccuino. Secondo Olivier de Sardan (2007, p. 34), il taccuino “è il luogo dove si opera la conversione dell’osservazione partecipante in dati trattabili ulteriormente”. Il ricercatore, immerso nel contesto della sua ricerca, osserva, ascolta e interagisce costantemente e il taccuino degli appunti sedimenta i corpus che saranno poi trattati nella fase di elaborazione. Come lo storico ha gli archivi nei quali produce i suoi corpus, così l’antropologo ha il taccuino di campo, che gli consente di registrare quel che ritiene importante per conservarne una traccia. Non affronto in questa sede la questione dello statuto epistemologico di questi corpus, ma mi limito a osservare come l’antropologia culturale abbia da lungo tempo superato il paradigma rigidamente positivista secondo cui i dati sarebbero “pezzi di realtà”, pur mantenendo un sano approccio empirista che le consente di non cadere nella fallacia soggettivista per cui i dati altro non sarebbero che costruzioni idiosincratiche dell’osservatore (Olivier de Sardan 2009, p. 32). Insomma, il taccuino su cui registrare impressioni e annotazioni è uno strumento fondamentale per trasformare in dati le osservazioni.
Eppure l’osservazione partecipante non si limita a produrre dati su carta (o su file), dato che una parte rilevante del sapere degli antropologi si sedimenta attraverso l’impregnazione, cioè il meccanismo di familiarizzazione implicita, non acquisita per via formale, della cultura locale. Leonardo Piasere (2009, p. 75) la chiama “conoscenza incorporata dell’esperienza etnografica” e per esemplificarla racconta un curioso episodio accaduto durante un convegno che univa esperti di zingari e antropologi esperti di altri campi di ricerca. Alla battuta di un collega “zingarologo” risero solo gli antropologi esperti di zingari, perché
gli antropologi ‘generalisti’, pur conoscendo l’etnografia scritta degli zingari, dimostrarono di non sapere quando si ride in un accampamento zingaro. Nessuno di noi antropologi degli zingari ha mai spiegato ‘di che cosa ridono gli zingari’ e forse nessuno ha mai focalizzato la sua attenzione su questo, eppure la nostra pratica condivisa ci portò in quell’occasione, quasi per un meccanismo di stimolo-risposta, a ridere perché ‘sapevamo’ che in quelle situazioni dagli zingari si ride. Avevamo incorporato una conoscenza che non era stata travasata nei nostri scritti (Piasere 2009, p. 75).
Il punto teorico rilevante di questa dimensione della ricerca sul campo è l’esigenza, da parte del ricercatore sul campo, di superare il logocentrismo per riconoscere che tra le sue fonti di conoscenza molte sono di tipo extralingustico. Così riassume questo punto Judith Okely:
Gli antropologi, immersi per prolungati periodi in un’altra cultura o nella propria in quanto osservatori partecipanti, imparano non solo attraverso l’orale o il trascritto, ma attraverso tutti i sensi, attraverso il movimento, attraverso i loro corpi e l’intero essere, in una pratica totale. Noi usiamo questa conoscenza per dare senso, letteralmente, al materiale annotato. Scrivere è ben più della ‘pura cerebralizzazione’ che qualcuno ha detto essere. Le note prese sul campo possono essere niente di più che un congegno che fa scattare memorie incorporate e quindi inconsce (Okely 1992, p. 76).

2.2 i colloqui

Costituiscono in effetti una parte rilevante dei “taccuini” gli appunti presi da conversazioni che il ricercatore produce intenzionalmente dato che molti aspetti della cultura studiata non sono “osservabili” né in senso letterale né figurato.
Consulenza e racconto sono i due estremi tra cui si collocano i colloqui condotti. L’intento del colloquio deve essere quello di avvicinarsi più possibile alle forme spontanee della conversazione secondo la cultura locale, e quindi il più lontano possibile dall’interrogatorio. La guida al colloquio tende a una lista di domande, mentre il canovaccio di colloquio seleziona una serie di temi che si vogliono sviluppare durante il colloquio.
La caratteristica fondamentale del colloquio antropologico è la sua natura ricorsiva, per cui una riposta può suscitare nuove domande o rendere pertinenti in modo nuovo vecchie domande. Naturalmente, la ricorsività di inscrive bene in un’altra caratteristica del colloquio antropologico, che è la dimensione diacronica. Lo stesso informatore può diventare soggetto di numerosi colloqui, per mettere a punto diversi aspetti dell’indagine in diversi momenti. Anche in questo senso il colloquio antropologico si differenzia dall’intervista giornalistica e dal questionario sociologico.

2.3 Le procedure di censimento

Proprio per la natura sfuggente del suo oggetto, spesso l’antropologo si aggancia a procedure di censimento, il cui intento è fornire un corpus di dati quanto più “completo” possibile. Una tipica procedura di censimento degli antropologi è la ricostruzione degli alberi genealogici o le strutture matrimoniali. I censimenti sono dati -etic contrapposti ai dai derivati dagli enunciati degli indigeni, che sono invece dati -emic.

2.4 fonti scritte

Sono almeno di tre tipi per gli antropologi
1. fonti propedeutiche alla ricerca sul campo. Sono paragonabili alle fonti secondarie degli storici,ovviamente.
2. fonti integrate nel campo, come diari, lettere, quaderni e pubblicistica locale. A queste si devono aggiungere le fonti audiovisive locali.
3. corpus autonomi come stampa e archivi esistenti, nonché tutto il materiale audiovisivo disponibile online.
Queste forme di produzione del dato antropologico vanno sottoposte a quella che Olivier de Sardan chiama “politica del campo”, basata su alcuni punti fermi.
Triangolazione semplice (che ricostruisce la realtà degli eventi indagati) e quella complessa, che consente invece l’individuazione dei gruppi strategici rispetto al tema indagato.
Iterazione nel senso concreto di produzione non lineare di informazioni (tizio mi manda caio che mi manda da sempronio che mi rimanda da tizio) e nel senso teoretico di costante modifica dei temi dell’indagine in base ai dati raccolti. L’esempio di un sondaggio in una via (dal numero 1 al numero 100) e della rete dei contatti (tizio è amico mio, poi vai da caio, che ti manderà da sempronio) dell’etnografo che tende a riprodurre la realtà sociale.
Esplicitazione interpretativa nel diario di campo come spazio del dialogo anche teorico (memoing vs data collection vs coding)
Saturazione per stabilire quando la ricerca “finisce”.
Il gruppo sociale testimone.
Gli informatori privilegiati.
Individuazione dei fattori di disturbo: l’incliccaggio, il monopolio delle fonti, la rappresentatività del gruppo testimone, e la soggettività del ricercatore
Testi citati
Amit-Talai, Vered, 1999, “Introduction. Constructing the Field”, in Amit-Talai, Vered, a cura di, Constructing Field: Ethnographic Fieldwork in Contemporary World, Florence, KY, Routledge.
Dei, Fabio, 2005, "Introduzione. Poetiche e politiche del ricordo", in P. Clemente e F. Dei, a cura di, Poetiche e politiche del ricordo. Memoria pubblica delle stragi nazifascisce in Toscana, Roma, Carocci.
Okely, Judith, 1992, “Anthropology and Autobiography: Participatory Experience and Embodied Knowledge”, in J. Okely, H. Callaway (a cura di), Anthropology and Autobiography, ASA Monographs 29, London and New York, Routledge, pp. l-28.
Olivier de Sardan, Jean-Pierre, 2009, “La politica del campo. Sulla produzione di dati in antropologia”, in Francesca Cappelletto (a cura di), Vivere l’etnografia, Firenze, Seid, pp. 27-63.
Piasere, Leonardo, 2009, “L’etnografia come esperienza”, in Francesca Cappelletto (a cura di), Vivere l’etnografia, Firenze, Seid, pp. 65-95.
Wieviorka, Annette, 1999, L'era del testimone, trad. it. Milano, Raffaello Cortina editore.

Q1. Dopo aver letto attentamente il testo di Oliver de Sardan, simulate di essere un anziano antropologo/una anziana antropologa che racconta a un gruppo di giovani studenti come ha condotto la sua prima ricerca sul campo. Metodo, tecniche e problemi incontrati.

341 commenti:

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Lucilla Damico ha detto...

La mia prima ricerca sul campo, è avvenuta anni fa, durante la mia prima vacanza studio a Brighton. Avevo 16 anni,era la prima volta che mi allontanavo cosi tanto da casa e per un periodo cosi lungo, cioè un mese. Avrei soggiornato presso una famiglia inglese e frequentato un college per imparare meglio l'inglese e conoscere altre persone. Ero davvero entusiasta dell'avventura che mi aspettava e finalmente arrivò il fatidico giorno della partenza. Dopo saluti e raccomandazioni dei genitori sono salita sull'aereo e nel giro di due ore ero in Inghilterra. Ad attendermi all'aeroporto c'era la mia "nuova" famiglia inglese,che si è dimostrata fin da subito molto accogliente. C'è voluto qualche giorno per famigliarizzare con il nuovo ambiente, scrutavo ogni cosa, ero affascinata dalle stradine della cittadina e dai particolarissimi bus rossi a due piani. La vera e propria ricerca è iniziata una volta arrivata al college,dove ho avuto la possibilità di conoscere gente di ogni nazionalità e provenienza. Ricordo di aver instaurato un bel rapporto con una ragazza giapponese: mi ha raccontato moltissime cose del suo paese e mentre mi parlava tutto ciò che riuscivo a fare era ascoltare e riflettere su quante differenze esistessero tra le nostre tradizioni. Nonostante questo mi sembrava tutto davvero bello. Un ragazzo brasiliano,invece, mi ha mostrato alcune foto della sua famiglia durante alcune celebrazioni. Ricordo un'allegria e dei colori bellissimi. Ho avuto la possibilità di conoscere tanti altri ragazzi,di imparare molto dalle abitudini e usanze di ognuno di loro. Il metodo che utilizzavo era prevalentemente quello dell'ascolto,quindi dei colloqui, e dell'osservazione partecipante: talvolta alcune cose apparivano ai miei occhi come assurde, ma erano semplicemente caratterizzanti una determinata cultura diversa dalla mia. Ho conservato una sorta di diario di bordo in cui ogni sera annotavo ciò che era successo durante la giornata e quello che mi aveva colpito. Nel relazionarmi con ragazzi di nazionalità diverse, la problematica maggiore è stata sicuramente quella del comunicare in una lingua che nè io nè loro padroneggiavamo pienamente. Ad ogni modo è stata un'esperienza davvero bella ed educativa che mi ha permesso di crescere molto e che consiglierei di fare a chiunque.

Lisa Pavone ha detto...

PARTE 1
Siamo nel 2060, ed alla veneranda età di 75 anni, mi trovo a raccontare, ad un gruppo di studenti, la mia prima esperienza di ricerca antropologica sul campo.
Nel percorso della mia formazione sono vissuta in un piccolo paese della mia città di origine, distante, dal centro di questa, pochi chilometri. Eravamo circondati dal minimo indispensabile per ritenerci felici, ma di certo non eravamo a contatto con quello che era l’altro mondo, regolato da innumerevoli complicanze e da inestricabili somiglianze con quelli affini al suo. Laureata nel 2010, decido di prendere in mano la mia vita e stravolgerla, non prima di aver testato con mano a cosa andavo incontro... con questo non ho mai pensato che la mia realtà fosse quella giusta, mentre la metropoli fosse una bolgia infernale... semplicemente ne ero impreparata e non avevo idea di cosa davvero si vivesse, come un bambino che da quando è nato è affetto da celiachia e non è cosciente, quindi, di cosa vuol dire gustare un bel pezzo di ciambellone intriso di nutella: non pensa che il suo o il nostro cibo sia migliore, semplicemente non sa. Dopo aver preparato tutto, senza poter dire addio alla mia stufetta, ignara dell’esistenza dei condizionatori, parto per la mia nuova strada. Arrivo a Milano. Prima di dirigermi verso il mio temporaneo giaciglio, tiro fuori dalla mia tasca interna un quadernino dalle pagine ingiallite, trovato in un baule risalente agli anni della prima guerra mondiale sul quale mio nonno, al fronte, scriveva pensieri, parole, o anche solo segni. La mia prima mèta era un bar, il luogo di ritrovo per eccellenza dei ragazzetti che si incontravano e davanti ad un bel caffè, o meglio un bel pacchetto di sigarette, passavano il loro pomeriggio a par... no, non parlavano. Non parlavano per niente. Non ridevano. Mica si guardavano negli occhi. Piuttosto fissavano imperterriti quei famosi aggeggi che ai tempi di oggi riescono addirittura a trasmettere puzze o profumi. Insomma si quei cosi con ‘feisbù’, ‘snapcìt’ e altra roba di questo genere. Si dai, lo avete capito, la mia prima ricerca era riguardo ad un sistema nuovo ai miei occhi... i social network e la tecnologia avanzata che li supportava. Ero anche sicura che, seppur noto alle maggior parte, era stato sempre un argomento banalizzato e non ne erano mai state colte le emozioni che poteva suscitare la tecnologia di quell’era, nascoste perseverantemente dietro alla scusa della comodità. Così, prendo una sedia e ordino una spremuta di arancia e chiedo al tavolo di 6-7 giovanotti se potevo sedermi assieme a loro poiché estremamente incuriosita dalla loro vita. Ci tenevo subito a chiarire che la mia voglia di conoscerli non era per giudicare o criticare, ma davvero per sapere ed ho fatto subito loro l’esempio di un cucciolo, di qualsiasi animale, che alla prime armi con sè stesso, tenta di conoscere il suo intorno, le prime volte risultando invadente e un po’ laborioso, ma con il solo fine di affermarsi e di affermare ciò che lo circonda. Io ero il cucciolo di turno. Dopo questa metafora, guardandomi con diffidenza ma anche compassione per quel che mi era riuscito ad uscire dalla bocca, mi accolgono ed inaspettatamente riprendono da dove li avevo interrotti.

Lisa Pavone ha detto...

PARTE 2
Secondo me erano stati toccati dal mio esordio. Rivolgo la parola ad uno di loro che era al mio fianco e gli chiedo che cosa stesse facendo. Lui mi ha risposto che stava aggiornando il suo stato dicendo che da felice era passato a triste e pensieroso poiché sconvolto da una discussione tra i suoi genitori a cui aveva assistito poco prima... sembrava che avesse sentito che nell’aria c’era un divorzio. Alchè, gli ho messo una mano su una coscia e gli ho chiesto per quale ragione sentisse il bisogno di scriverlo sul telefonino anziché condividere questa sua preoccupazione con il gruppo di amici che aveva, proprio in quel momento, a sua disposizione. Ha fatto ‘spallucce’ e con un fievole tono di voce mi ha risposto che era molto più comodo sfogarsi dietro a uno schermo piuttosto che in faccia a qualcuno poiché si poteva incorrere nel rischio di dibattere, di confrontarsi e di litigare per opinioni diverse. A quel punto il tavolo si era “messo in silenzioso”, per usare una terminologia inerente al mio studio, e finalmente cominciava a prendere vita una conversazione tra quei ragazzi, e buttando uno sguardo tra le pagine del mio taccuino e loro, notavo con sorpresa che i telefoni nelle loro mani si erano oscurati, probabilmente perché non usati da più di 15 secondi. Cavolo, un record! Il ritmo della comunicazione si faceva incalzante ed uno di loro era d’accordo che era più comodo scrivere su un social network poiché male che andava non ricevevi un like; una ragazzetta affermava che scrivere lì non escludeva il parlarne con un amico; un altro ancora diceva che era la moda che li aveva spinti ad omologarsi poiché un suo amico, schivo di quei sistemi, era stato perentoriamente escluso dal gruppo ed invitato a svecchiarsi. Una ragazza, alla fine, esordiva con una frase che mi colpì molto a cui però non ho voluto dare eccessivo peso, poiché sarei sfociata nell’indiscrezione: “Io lo faccio perché ora ci sono dentro, ma quanto mi piacerebbe tornare indietro ed essere ignorante di hashtag, di storie e di quelle fottute visualizzazioni.” Al suo tono colmo di rammarico, la mia replica è stato un bacetto lanciato con una mano, a prima indagine fuori luogo, ma venutomi spontaneo ed accolto con estrema leggerezza da lei. Dopo aver aizzato abbastanza gli umori, saluto i giovani e me ne vado nella mia stanza, e sulla scrivania ripongo il taccuino ed un disco che mi aveva donato l’ultima ragazza, il quale conteneva il video della sua festa dei 18 anni. Riposti nel cassetto ed assemblati i miei appunti ed il filmato, mi sono messa sotto le coperte e anziché mettere in carica il cellulare, che non possedevo, cercavo di ridare vita alla mia borsa dell’acqua calda che funzionava grazie solo alla corrente elettrica. L’indomani avrei tirato su le mie conclusioni, che tali non erano, ma sicuramente sarei riuscita ad avere e a far avere una panoramica più nitida della rete in cui si era inceppata la società di quel tempo.

Francesco Gazzini ha detto...

Ho effettuato la mia prima esperienza sul campo circa quarant'anni fa in una riserva di nativi americani; era un periodo in cui l'etnografia si interessava particolarmente a queste culture e non esitai un attimo ad andare in prima persona in una riserva. Ottenuti i permessi e le autorizzazioni, mi venne assegnata un'abitazione in un distretto di circa trecento abitanti. Al mio arrivo fui accolto da una generale indifferenza, tranne alcuni bambini che, incuriositi, si avvicinavano a vedere chi fossi ma che venivano prontamente richiamati dai genitori.
Dopo un paio di giorni incominciai a farmi vedere in giro per osservare con discrezione gli abitanti e le loro abitudini quotidiane; quando mi capitava facevo domande generiche e apparentemente disinteressate a chi incontravo, cogliendo l'occasione per presentarmi non in veste di studioso ma di giornalista. Non avevo alcuna fretta di raccogliere informazioni, perciò lasciai che gli abitanti del distretto si abituassero alla mia presenza e a qualche occasionale domanda.
In tutto questo tempo avevo lavorato ogni sera al mio immancabile diario di campo, riportando fedelmente ogni particolarità osservata durante il giorno.
Dopo due settimane mi azzardai a fare domande più precise e dettagliate sulle loro abitudini; nello stesso tempo mi accattivai un gruppo di bambini e di conseguenza anche le loro famiglie. Dopo un mese ero praticamente uno di loro e allora cominciò la fase più corposa del mio lavoro: frequenti colloqui con gli abitanti e consultazione di documenti che spontaneamente mi mostravano e che poi riportavo sul mio diario di campo. In tutto questo tempo ero anche diventato un osservatore partecipante e cominciavo ad abituarmi alle usanze del posto e a non sentirle così estranee. Ero diventato molto amico di una famiglia di sei persone e fu grazie a loro che allargai le mie conoscenze senza quasi accorgermene: erano loro ad indirizzarmi di volta in volta dalle persone che ritenevano più adatte a soddisfare la mia curiosità.
Fu sempre grazie a loro che riuscii a superare la principale difficoltà, ovvero l'iniziale diffidenza che la comunità dimostrava per me.
Dopo un paio d'anni lasciai quelli che ormai erano miei amici e conoscenti e mi dedicai ad una stesura più accademica del mio studio.

Simone Agati ha detto...
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Simone Agati ha detto...

Ho 81 anni e ne ho avute di soddisfazioni nella vita: una casa, una bella famiglia, il lavoro a cui ambivo da piccolo, una stabilità economica. Posso ritenermi fortunato. Ma non sono qui a parlarvi delle mie fortune, che spero anche a voi la vita le riservi (essenziali per vivere felici), ma di quando, poco più grande di voi, ho condotto la mia prima ricerca sul campo. Rimanendo a casa da solo per larga parte della giornata, mi sono responsabilizzato subito, imparando a svolgere i tanti compiti di casa. In questo modo, ho imparato a gesire me stesso. Il mio desiderio di conoscenza mi ha spinto a viaggiare molto ma ciò che mi ha spinto a partire per il Bangladesh (Dacca e limitrofe) era il desiderio di vivere le stesse situazioni drammatiche che ha vissuto mio bisnonno. Lui era di Dacca ma riesce in quache modo ad arrivare in Italia con la speranza di costruirsi un futuro. Essendosi poi sposato con un'italiana in Italia e rimanendo qui i nonni e i miei genitori, hanno fatto proprio le usanze italiane, tralasciando quelle bengalesi. Ma io volevo riscoprire le mie origini (seppur lontane) che non avevo la fortuna di conoscere (o davvero sommariamente). Mio zio spinto dallo stesso desiderio di conoscenza, si era già recato lì anni fa e mi consiglia di alloggiare presso un suo amico. Tuttavia, non mi raccontò mai della sua esperienza perché "certe cose se raccontate perdono di valore, per apprezzarle, le devi vivere". Così dopo uno studio autonomo della lingua, a 18 anni mi reco a Dacca. Ho trovato in loro usanze e costumi completamente diversi da quelle che abbiamo ma mi hanno affascinato. Ho riscontrato una iniziale diffidenza, per le mie sembianze e per la mia difficoltà di esprimermi al meglio. Ma poi assumendo più sicurezza, ho camminato, ho girato per la città, ho conosciuto tante persone e tante cose ho appreso. La città è densamente abitata, le condizioni igieniche sono abbastanza precarie per la povertà che caratterizza il paese.
Nel vestiario ,anche se ormai la modernità occidentale sembra aver avuto la meglio, rimane per gli uomini l'abito tradizionale il "lungi" ovvero una gonna lunga, indossato in particolari occasioni religiose e per le donne il "sari", abito di origine indiana. Per quanto riguarda i piatti tipici essi sono a base di riso e curry, con pesce, carne di agnello o manzo condito con spezie tra cui cito il mio preferito il Panta Ilish, davvero delizioso (pesce riso e patate). Questo e tanto altro hanno arricchito la cultura. Ma tramite che metodo sono potuto arrivare ad imparare ad imparare così tanto? Tramite un ascolto attento ho potuto segnare sul mio taccuino tutto ciò che potesse servire a me e alla mia ricerca. A quella penna non è sfuggito niente. Non nascondo però che le difficoltà ci sono state come ho già detto prima: lingua, religione dominante, un modo di vivere completamente diverso, lontano dalle comodità delle quale posso usufruire in Italia. Ma tutto ciò non mi ha scoraggiato e se potessi tornare indietro non mi tirerei indietro dal rifare un'esperienza del genere. Ho potuto apprendere veramente come la ricchezza non faccia la felicità. Nonostante alcune persone che intervistavo erano giorni che non mangiavano, erano sempre sorridenti e gentili e pronte a soddisfare tutti i miei dubbi. Voglio dirvi un'ultima cosa in conclusione ragazzi: non sprecate le grandi opportunità, se potete partire, fatelo, fatelo e rifatelo ancora

Letizia Del Gizzi ha detto...

La mia ricerca è stata effettuata 20 anni fa, quando per una tesi sull’antropologia dell’educazione mi sono recata in una scuola superiore per poter “studiare” i diversi comportamenti degli studenti. Il tutto è iniziato con un incontro, verso dicembre, con il preside della scuola e i professori per conoscere in generale la situazione delle classi e avere un’idea delle problematiche che potrei affrontare e per “tranquillizzare” i professori che non avrei giudicato il loro modo di insegnare. Entrando nelle classi ho rilevato atteggiamenti diversi da parte degli studenti: alcuni non mi hanno guardato, altri hanno bisbigliato tra loro chiedendosi chi fossi. Alcuni professori mi hanno chiesto di sedermi vicino a loro per avere una visione frontale della classe ma ho preferito sedermi in fondo così da non distrarre nessuno con il mio scrivere sull’agenda; non annotavo proprio tutto, a volte cercavo di osservare il più possibile i ragazzi e scrivevo velocemente qualche particolare. I primi giorni sono stati abbastanza statici, i ragazzi si sono abituati alla mia presenza e sembrava quasi che non ci fossi. Dopo qualche giorno ho iniziato, a ricreazione, ad avvicinarmi a qualche ragazzo/a per poter parlare con loro e sentire cosa avessero da dire. In diverse classi c’erano ragazzi di culture diverse ed ho iniziato proprio da loro. La prima ragazza è stata Brigida, dall’Albania, con la quale abbiamo parlato di diverse cose: mi ha detto che è arrivata in Italia quando aveva 1 anno e parla molto bene l’italiano visto che ha fatto tutte le scuole qui anche se in casa parlano in albanese. Si è trovata molto bene e mi ha confidato che le piacerebbe avere tradizioni più italiane e non essere obbligata a seguire quelle del suo paese. Essendo quasi diciannovenne e iniziando ad avere qualche fidanzatino vorrebbe essere più libera invece di esser fedele alla sua tradizione: dopo un anno che il ragazzo è entrato in casa di lei, la famiglia si aspetta il matrimonio. Vorrebbe che la sua famiglia fosse più flessibile su questo argomento e poter conoscere con calma un ragazzo. Un’altra ragazza è Cristina, viene dalla Cina e si fa chiamare con il nome italiano. Lei è molto attaccata alle sue tradizioni, anche lei parla bene l’italiano ma con tutti i suoi amici e parenti parla in cinese. Mi ha raccontato che è stata dura venire qui anche perché in famiglia sono in tanti e vivono tutti insieme, non ha i suoi spazi e cerca in qualche modo di essere il più indipendente possibile. Man mano che passavano i giorni ho notato che questi ragazzi iniziavano a fidarsi di me e qualche volta venivano a chiedermi qualche consiglio. Ciò che ho voluto far prevalere nella mia ricerca è stato parlare molto con questi studenti, chiedere particolari delle loro famiglie e raccontargli anche qualche episodio della mia vita così da non sembrare una persona che volesse solo sapere le loro cose ma mi sono esposta per avvicinarmi di più a loro. Ho notato che i primi giorni ho utilizzato di più la mia agenda per annotarmi delle cose ma poi mi sono basata solo sull’ascoltare questi ragazzi e una volta a casa annotavo solo alcune questioni che mi avevano colpito maggiormente. Un piccolo problema che ho riscontrato è stato parlare con i maschi: con loro ho dovuto approcciarmi in modo diverso rispetto alle ragazze poiché essendo una donna mi vedevano di più come un’estranea rispetto alle femmine e non come una confidente e quindi con loro ho dovuto spendere maggior tempo per avere delle conversazioni con più particolari della loro vita. Per me è stata un’esperienza molto utile, a quel tempo stavo ancora studiando e volevo intraprendere la carriera di insegnante e questo mi ha aiutato molto quando ho iniziato ad insegnare poiché vedevo con un occhio diverso i comportamenti dei miei studenti dati anche dal “problema” delle culture diverse che oramai ci sono i tutte le classi e ho cercato di essere sempre disponibile quando qualche alunno ha avuto dei problemi sia scolastici che non inerenti allo studio.

ilaria ha detto...

ILARIA PESOLI
Il mio primo lavoro come antropologa è stato in una prigione femminile quando avevo 35 anni. La durata dello studio fu di circa sei mesi e in questo lasso di tempo ebbi più occasioni di imparare il mestiere che di mettere in pratica le mie conoscenze teoriche di esso.
Già da subito la mia ricerca si era basata su dei dati già esistenti, cifre sui crimini commessi, percentuali riguardanti la recidività, l'etnicità delle donne etc. quindi avevo, possiamo dire, un'idea generale di cosa mi sarei trovata davanti. Mi preoccupai anche di visionare alcuni interrogatori della polizia e in generale tutte le riprese possibili delle videocamere di sicurezza, giusto per non farmi trovare impreparata. Sistemato l'aspetto burocratico decisi di farmi presentare alle detenute come un'antropologa che avrebbe tenuto con loro dei colloqui e che avrebbe trascorso del tempo insieme a loro, questo, decisi, era meglio di propormi come una finta detenuta. Un errore che commisi fu quello di alloggiare al di fuori del penitenziario, ma rimediai verso la fine della ricerca. Inizia così la mia osservazione, appuntavo tutto il possibile: orari, gruppi, cibo, lavori, liti, chi parlava con chi, chi divideva la cella con chi e anche chi andava d'accordo con le guardie; cercai prima di rimanere in disparte e capire le dinamiche della prigione e poi iniziai a comunicare con le ragazze, chiedere da quanto tempo stavano lì, come occupavano le giornate etc. Appuntavo tutto nel taccuino e la sera tenevo un diario di campo dove appuntavo anche i miei pensieri, le mie reazioni e i miei disagi. Solo intorno al secondo mese, quando la mia presenza era diventata, non necessariamente ben accolta, ma parte della routine, decisi di vivere all'interno insieme a delle guardie. Mi accorsi che questo creava un problema nel rapporto con le detenute, anche quelle che prima erano felici di fare quattro chiacchiere con un volto nuovo, ora erano più restie, quindi decisi di chiedere una cella solo per me e mi misero nella sezione con le altre donne bianche, colpevoli di reati minori. Questo mi permise di avvicinarmi molto a loro e iniziai da questo gruppo a fare i colloqui. Mi ero preparata dei temi da coprire e una domanda da cui partire per ogni tema, così da non bloccarmi. In realtà erano più le domande che mi venivano fatte che quelle che facevo io (che è stato inventato fuori, che fine ha fatto questa celebrità, ci sono novità sulla mia sentenza e domande varie sul mio lavoro) e quindi decisi anche di appuntare questo cambio di ruoli e soddisfare la loro curiosità quando mi era possibile. In cambio ricevevo le informazioni più varie sulle altre detenute, tipo voci di corridoio. Imparai presto a non scartare questo gossip, ma a considerarlo come parte dei dati. Mi basai molto sull'aiuto delle donne vicino alla mia cella e questo mi portò ad avere una visione solo parziale della prigione che comunque è una specie di microclima, una società nella società e spesso ci ritroviamo le stesse divisioni. Mentre rivedevo gli appunti e scrivevo il diario, notai che seguivo, anche senza doverlo o volerlo fare, le leggi implicite che si creano in una prigione (non parlavo con le guardie, tenevo lo sguardo basso quando passavano le detenute più riconosciute, stavo sempre con lo stesso gruppo, mi lamentavo dei pasti/ condizioni igieniche, seguivo i loro orari etc...)
Quindi iniziai ad approcciarmi anche agli altri gruppi etnici, ci volle più tempo per formare un qualche rapporto, ma la riuscita, anche se ridotta fu molto soddisfacente e mi permise di smentire alcune delle fonti preesistenti e di avere un nuovo corpus per un censimento più accurato che tenesse conto delle divisioni presenti che si formano in prigione, delle condizioni di vita, delle aspettative per la vita al di fuori e non dei pregiudizi esterni.

lucy ha detto...
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lucy ha detto...

“Ricordo ancora oggi nitidamente la mia prima esperienza da antropologa, un’antropologa giovane ed inesperta, ma piena di speranze e ambizioni. Il mio professore, all’epoca, mi lasciò campo libero per la scelta del luogo da descrivere e la mia decisione ricadde su un piccolo borgo del Molise: Sant’Elia a Pianisi. Sono consapevole che la scelta potrebbe apparire insolita, ma a quel tempo, questo piccolo paesino nella provincia di Campobasso, era stato descritto solo da un altro antropologo, e molto molto tempo prima. Non fu questa l’unica motivazione della scelta, infatti la mia famiglia da parte di madre, era originaria di lì da generazioni, ma a causa della decisione dei miei di tagliare i ponti con le proprie origini non avevo mai avuto l’opportunità di conoscere quel luogo incantato da vicino. Le mie origini materne mi servirono da carta d’identità per entrare nelle simpatie delle vecchiette del paese che mi accolsero da subito come una nipote venuta da fuori. La mia ricerca etnografica iniziò sin dal principio con un obbiettivo ben preciso: desideravo conoscere a fondo le usanze dei matrimoni di quel luogo, anche per poter cercare di ricostruire delle fonti scritte sulla mia famiglia. Ero partita da casa munita di taccuino in modo da poter appuntare tutto ciò che venissi a sapere dai miei informatori, ma i miei piani furono presto scombussolati dalla mia presa di coscienza del fatto che se volevo davvero fare etnografia dovevo farmi trasportare dalle informazioni che acquisivo di colloquio in colloquio. La mia prima informatrice, e parte fondamentale della mia ricerca, fu la signora che mi ospitò per tutto il mio soggiorno in Molise. L’avevo rintracciata tramite qualche lontana conoscente e da subito entrammo in sintonia. Si trattava di una signora sulla settantina alla quale cercai da subito di spiegare in cosa consistesse il mio lavoro e, nonostante possedesse solo la licenza elementare, comprese da subito la mia necessità di informazioni che a prima vista sembravano “marginali”. Fu così che iniziò il suo racconto, e più narrava più capivo che non bastava far riferimento alle sole usanze matrimoniali, ma la storia di quel piccolo paesino era gremita di ogni sorta di usanza e tradizione che celava le più disparate motivazioni. Decisi di abbandonare il taccuino e iniziai a scrivere di notte, rielaboravo le informazioni che acquisivo di giorno e le aggiungevo al mio sapere acquisito formalmente. Ma non fu solo quella signora a fornirmi dati utili per la mia ricerca, infatti, grazie a lei iniziai ad avere conversazioni con persone di ogni sorta: dal fornaio che mi raccontava come si faceva il pane un tempo, al signore della lavanderia che mi narrava le usanze delle lavandaie o ai vecchi del paese che da sempre la domenica mattina si riunivano in piazza dopo la messa che mi raccontavano le loro storie di vita accompagnate da alcuni dei più importanti avvenimenti della Grande Storia. Fu così che mi fermai a vivere in quel paesino molisano per ben tre anni, fino a quando iniziai a vedere i primi indizi di saturazione e considerai la mia ricerca conclusa. Questo lavoro fu per me sia l’inizio di una vita trascorsa nella speranza di dar voce agli abitanti di diverse parti del mondo dimenticate, sia l’occasione per poter riallacciare i rapporti con le mie mie origini. Ed è per questo che ancora oggi, durante le vacanze, torno in quel paese, non più in veste di antropologa, ma in veste di com-paesana.”

Annamaria ha detto...

Il mio primo approccio con l'antropologia ha come tema principale quello di scoprire i motivi per i quali molto spesso nasce antagonismo tra paesi confinanti.
Scelgo quindi due paesi notoriamente in conflitto, e dopo aver studiato la loro storia, gli usi i costumi, le tradizioni e le abitudini, decido di recarmi sul posto.
Cerco un alloggio in una zona poco popolata, ma che si trova nelle vicinanze dei due paesi, ed inizio a frequentare i luoghi pubblici ora dell'uno, ora dell'altro, per far conoscenza con le varie personalità locali.
Tra le varie persone che ho modo di conoscere, spicca il panettiere, uomo particolarmente loquace e curioso, che mi tempesta di domande. Rispondo con serenità e approfitto per chiedere notizie sul paese vicino.
Mi risponde che ne sa poco, è arrivato solo recentemente, ma c'è un suo cugino, che può spiegarmi meglio. Lo incontro e raccolgo in giro anche altre testimonianze, e farò la stessa cosa anche nell'altro paese.
Nel mio taccuino riporto tutti i dati, anche quelli meno importanti, e nel frattempo trascorro il mio tempo libero in compagnia della gente locale, partecipando attivamente nella vita del paese.
Analizzo i dati che ho in mio possesso e l'unica cosa che emerge è solo un'ostilità reciproca ma senza causa alcuna.
Credo di essere nella stagnazione totale quando faccio la conoscenza di un'appassionata di storia e tradizioni, che mi fornisce dei documenti da integrare alla mia ricerca.
Provo allora a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle, con l'aggiunta del "diario di bordo", e capisco che l'ostilità tra i due paesi ha origine antiche........ e risale ad una disputa che si protrae ormai da tempo, circa il luogo in cui si è svolta una "celebre" battaglia.
I due paesi, rivendicano quindi, il prestigio di tale impresa, tanto più perché menzionata in un'opera conosciuta a livello mondiale.
Ma giunto a questo punto , decido di fermarmi qua, accontentandomi di questo livello di "saturazione", ben consapevole che successivamente, l'aggiunta di ulteriori elementi, potrebbe modificare o ampliare la mia ricerca.

ANNAMARIA RAVIOLI

alessia capotondi ha detto...

Alessia Capotondi
PARTE UNO:

Stavo ormai oltrepassando la soglia dei settant’anni quando mi ritrovai a dover raccontare a una classe di cento studenti la mia prima ricerca sul campo con, annessi, i metodi, tecniche che avevo utilizzato nel condurla. Ricordo che senza alcuna fatica la mia mente tornò all’anno Duemiladiciassette, al mio zaino troppo pesante sulle spalle e ai miei vent’anni caratterizzati da una fortissima curiosità per i Bhutanesi, gli abitanti del piccolo stato del Bhutan. Avevo pianificato il mio viaggio, ma in realtà molti punti erano rimasti scoperti: sicuramente avrei preso i diversi aerei che mi avrebbe condotta a Thimphu, ma, riguardo al luogo dovrei avrei dormito, mangiato, non avevo nessuna certezza. Giunta a Thimphu, mi avvicinai a un piccolo bar posto proprio ai cancelli della città e, data la grande quantità di gente che lo frequentava, pensai che dovesse fungere da cuore pulsante. Mi avvicinai a quello che mi sembrò essere il proprietario: indossava la veste caratteristica chiamata gho, utilizzata dai bhutanesi che svolgono il proprio lavoro in luoghi pubblici. Facendo affidamento sul mio inglese un po’ arrugginito, gli chiesi se conoscesse qualcuno che affittava camere. L’uomo, dopo aver ascoltato le mie frasi composte da poche parole e da innumerevoli gesti, mi sorrise e mi indicò l’interno dello stabile facendomi anche cenno di seguirlo. Raggiungemmo un lungo corridoio con tante porte che si susseguivano e, su ognuna di esse, vi era un piccolo numero. Capii che l’uomo affittava camere e con entusiasmo, quest’ultimo si diresse verso la numero nove, destinata al mio pernottamento. Sorrisi e diedi uno sguardo veloce alla camera, ma prima che potessi rendermene conto, l’uomo era già tornato ad occuparsi dei suoi clienti. In quel momento non lo cercai, e mi concedetti una serata di riposo. Il giorno dopo, mi svegliai molto presto per aver occasione di intrattenere una COLLOQUIO con il proprietario del bar. Lo trovai dietro al suo bancone, intento ad asciugare dei bicchieri di vetro. Con molta delicatezza, tentai di aprire una conversazione: gli dissi il mio nome e gli chiesi il suo (Wangmo); parlai della città da dove provenivo, dei miei studi e della mia volontà di visitare il Bhutan, data la sua particolarità: brevemente in questo piccolo stato, cittadini e governo (forma di governo: monarchia) lavoravano quotidianamente per cercare e raggiungere la felicità. Riprendendo la narrazione, di tanto in tanto mi guardavo intorno e mano a mano che vedevo entrare clienti, che incontravo sulle pareti delle foto del proprietario con amici, famigliari, cercavo di creare dei collegamenti con la mia famiglia,con la mia cultura e le mie usanze. Insomma, stavo cercando di guadagnarmi la sua FIDUCIA, o almeno abbozzare un rapporto di intimità con Wangmo, e gradualmente ci stavo riuscendo. Quest’ultimo, si apriva sempre di più e cominciò a presentarmi alcuni clienti: Drolma, Choekyi.

alessia capotondi ha detto...

PARTE DUE:
Curiosamente, nessuno beveva alcolici: come mi spiegò Wangmo quel giorno vigeva il Dry Day, ovvero era assolutamente vietato servire e di conseguenza bere alcool. Li osservavo, li ascoltavo, e cercai di interagire con loro, all’inizio con difficoltà, ma pian piano il mio inglese cominciò a rafforzarsi. Alla fine della giornata, mi raccolsi nella mia camera e fino a notte fonda, riportai sul mio TACCUINO quanto appreso dalla giornata, trasformando le mie osservazioni in DATI. Tali osservazioni, in quel frangente mi sembravano senza senso, altre forse avevano un po’ più di significato.
Il giorno seguente, Wangmo dopo una lunga giornata di lavoro mi portò nella piazza della città, che a quell’ora della sera era colma dei suoi abitanti. Ebbi la possibilità di osservare moltissime persone: le labbra rosse dei più anziani per via del Doma, un alimento che nonostante la dannosità per la salute, veniva comunque mangiato perché era tradizione farlo. Soprattutto ebbi la possibilità di parlare con molte persone e con diversi gradi di difficoltà: alcuni parlavano l’inglese altri invece, meno istruiti, soltanto la lingua ufficiale: il dzongkha. Cercai di allontanarmi il più possibile dalla forma di “interrogatorio”, e di gettare semplicemente nei COLLOQUI il seme dei temi che mi interessava affrontare. Con il passare delle ore, stavo instaurando e rafforzando (nel caso di Wangmo), dei rapporti di intimità perché soltanto in questo modo, nel mio lavoro, avrei avuto la possibilità di rappresentare adeguatamente il loro punto di vista. Tornata in stanza, continuai a riportare sul taccuino le mie osservazione e quelle del giorno precedente gradualmente, cominciavano ad assumere un significato. Nei giorni a seguire, continuai il mio “lavoro”, e ai miei dati, aggiunsi delle LETTERE, dei QUADERNI che gli abitanti del posto mi mostrarono spontaneamente per farsi conoscere sempre meglio, per apparire sempre più trasparenti ai miei occhi. Inoltre, per fornire un corpus di dati più completo, mi avvalsi della procedura di CENSIMENTO: ovvero cercai di ricostruire gli alberi genealogici degli abitanti (combinando il questo modo, dati diversi: quelli emic e quelli etic). L’ultimo giorno del mio viaggio fui raggiunta da un mio amico, Francesco, un antropologo. Ci incontrammo davanti a una scuola e i bambini in quel momento si stavano dirigendo verso i cancelli per entrare. Francesco stava mangiando un pacchetto di caramelle e mentre parlavamo, un bambino (Jigme) che qualche sera prima avevo conosciuto sempre grazie alle amicizie Wangmo, si avvicinò per salutarmi. Quasi immediatamente gli occhi di Jigme caddero sulle caramelle di Francesco: quest’ultimo, senza pensarci due volte gli chiese se ne volesse un pò e dopo l’assenso del bambino gliene adagiò qualcuna nel palmo della mano. Istintivamente fermai il mio amico: sapevo che i bambini non potevano introdurre cibo spazzatura nella scuola. Tornata in camera, cercai sul mio taccuino quell’osservazione che mi aveva spinto a fermare il mio amico, ma con sorpresa non la trovai: non era stata registrata sulla carta, bensì era stata nel mio inconscio: avevo acquisito una conoscenza per IMPREGNAZIONE.
Il giorno dopo tornai a Roma, e mi adoperai alla stesura del mio lavoro etnografico.

Davide Di Buono ha detto...
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Davide Di Buono ha detto...

La mia prima ricerca antropologica iniziò nel 1990 in calabria, più specificamente nella zona centrale, in un piccolo paese di nome Pazzano. Questo paese è abitato da 500 persone. Scelsi questo posto per studiare la cultura greco-ortodossa, che ancora ad oggi resiste in alcune zone della regione. Per prima cosa raccolsi molti documenti: dai quaderni di scuola di persone molto grandi, ai giornari locali, fino alle ricette di cucina. Dopo la raccolta delle fonti scritte procedetti con la raccolta dei dati anagrafici della popolazione: stilai una lista di tutti gli abitanti che si dichiaravano ortodossi attraverso dei questionari.
Quando iniziai la mia ricerca sul campo andai subito a visitare il monastero ortodosso di San Giovanni Theristis. Di nome spiccatamente greco, è un monastero che si definisce proprio greco-ortodosso. Tra le ampie possibilità che il campo mi offriva, scelsi di cominciare a raccogliere (inizialmente tramite colloqui e successivamente in forma di intervista con domande ben precise) testimonianze su come i greci ortodossi si autoidentificavano. Dopo il mio secondo colloquio scoprii che era un'altra la strada da percorrere. Durante il racconto della sua vita, Salvatore (mio primo informatore) insistette molto su come venivano considerati "loro" ortodossi dai cristiano cattolici, una categorizzazione esterna che, a quanto pare, pesava molto nell'autoidentificazione degli ortodossi. Per cercare una conferma di ciò che Salvatore mi aveva raccontato cercai altre testimonianze negli altri abitanti. In quei pochi giorni il mio obiettivo cambiò. Era molto più importante studiare i rapporti tra le due "fazioni locali". Quella che fu una buona intuizione si trasformò presto in un fallimento. Andando a parlare con una famiglia cattolica del luogo i miei primi informatori (ortodossi) si sentirono traditi, cascai nell'incliccaggio. Questo accadde perchè non avevo sperimentato fino in fondo quel processo di impregnazione che avrebbe potuto farmi capire meglio l'importanza della "rivalità locale". Dopo 3 mesi cominciai a riconoscere i primi sintomi di saturazione del campo e tornai a casa.

giulia morè ha detto...

Ricordo ancora in modo nitido la mia prima esperienza da giovane antropologa inesperta: avevo compiuto da poco 16 anni e pur non avendo mai seguito alcun corso di antropologia già nutrivo un profondo interesse per questa disciplina. Decisi al tempo di partecipare al primo scambio culturale all'estero della mia vita a Strasburgo, in Francia.
Già prima della partenza mi ero ben documentata su questa città a livello storico, politico e culturale.
Quando sono giunta nella scuola della mia corrispondente francese, la prima sensazione fu di totale spaesamento; mi sentivo al centro dell'attenzione e non sapevo come comportarmi.
Dopo questo inizio un po' difficoltoso, cercai di avvicinarmi il più possibile agli studenti di quella scuola.
Ero partita con la convinzione che la città fosse abitata da persone con un forte senso di appartenenza o alla cultura francese o a quella tedesca (dato che fu a lungo contesa da queste due grandi potenze).
Col passare dei giorni più parlavo con le persone del posto più mi rendevo conto che la situazione era molto più complessa rispetto a quella da me immaginata, data la varietà culturale di questa città.
Le mie conclusioni erano frutto di colloqui e osservazioni annotate sul mio taccuino e poi rielaborate nel mio diario di campo.
Questo soggiorno mi ha arricchita profondamente sia a livello culturale che personale permettendomi di superare i miei preconcetti.

Vivian De Dominicis ha detto...

La mia prima esperienza etnografica sul campo ebbe luogo in Irlanda, a Carrigaline, una cittadina della contea meridionale di Cork.
Prima di partire mi informai bene da fonti sulla storia, le tradizioni, le abitudini, ho raccolto tutte quello che è stato registrato del paese che mi avrebbe ospitato al di fuori della memoria fisica, per non trovarmi completamente spaesato. Ho vissuto a casa di una famiglia irlandese con cui ho legato, dove alcuni membri mi hanno fatto da informatori privilegiati e che mi hanno fatto conoscere gli altri abitanti del quartiere e anche gli amici di famiglia, che mi hanno portato a identificare diversi informatori, scelti in base alle categorie d'appartenenza, se studiavo il sistema scolastico ad esempio avrei usato come informatori sia gli insegnanti che i ragazzi che frequentavano le scuole.
Attraverso l'osservazione partecipante, che mi rendeva sia testimone che coattore, le informazioni e le conoscenze che acquisivo si trasformavano in dati scritti nel mio taccuino e in modelli culturali che acquisivo inconsciamente (impregnazione). Attuando questo metodo dell'osservazione però dovevo stare molto attenta a non notare solo quello che conoscevo già e ad essere disposta a cambiare le ipotesi con cui la mia ricerca era iniziata. Altra tecnica che utilizzavo per acquisire dati era quella del colloquio, mi preparavo un canovaccio di colloquio che serviva sopratutto a non dimenticarmi le cose importanti da chiedere. Spesso le domande mi permettevano di aprire nuove piste, di formulare altre domande, di cambiare le ipotesi, di arrivare ad un altro interlocutore che per alcuni temi era considerato dalla collettività l'esperto.
Durante la mia permanenza ho raccolto dei dati sistematici che mi permettevano di individuare delle regole, di raggruppare gli individui, secondo la mia rete di significato.
Raccolti tutta queste serie di dati ho dovuto combinarli tra loro, stando attenta a non concentrarmi su una sola fonte e a verificare le informazioni, attraverso un processo di triangolazione complessa. Ho dovuto quindi concentrarmi sulle variazioni, sulle diverse opinioni dei sottogruppi riguardo un determinato evento, cercando di capirne i meccanismi e le motivazioni di certe reazioni.
Ogni giorno quando tornavo a casa rielaboravo tutto i dati espliciti e impliciti che avevo raccolto nel mio diario di campo.
Durante le mie ricerche inserendomi in specifici gruppi, in determinate reti mi preoccupavo di non essere escluso da altri gruppi strategici che erano magari "nemici" dei gruppi con cui lavoravo rischiando così quello che viene chiamato incliccaggio.
Alla fine della mia ricerca per conferirgli validità ho restituito ai mie informatori tutti i dati acquisiti che li hanno verificati e mi hanno permesso di rendere la mia esperienza pubblica.

Flavio S. ha detto...

Ricordo la mia prima esperienza da antropologo durante il mio scambio culturale in Irlanda presso Derry. Era il 2008 e in una settimana ho potuto conoscere e analizzare diversi aspetti della loro cultura. Ricordo le prime difficoltà nell'interagire con loro dovute principalmente all'utilizzo di due lingue differenti. Ho frequentato un college femminile in cui la giornata tipo si articolava come segue: tre ore di lezione ( una per ogni disciplina), ricreazione e due ore di attività formative a scelta. Qui ho notato una migliore organizzazione della vita scolastica, dovuta anche alle buone risorse finanziarie. Le lezioni sono ben organizzate e ad ogni fine trimestre viene sottoposta un verifica finale. Tutte le attività culturali sono state interamente pagate da loro, non ho dovuto spendere nulla di mio, salvo qualche sfizio, ed ero ospite di una famiglia di una loro studentessa. Mi hanno accolto come un figlio, e anche in questo contesto ho potuto constatare che i loro orari, dai pasti al tempo libero, sono diversi per la qualità: sono abituato a mangiare caffè e cornetto la mattina, mentre lí avevo una colazione composta da bacon, salsicce, uova e simili alle 7 di mattina. Sono abituati a mangiare pesante, anche se dedicano il venerdí al consumo di minestre. Nonostante le difficoltà incontrate, ho accolto con interesse i loro modi di vivere e i loro punti di vista, e ho memorizzato nel mio taccuino ogni loro comportamento. Un'esperienza che mi ha lasciato il segno e che ricordo sempre con piacere.

Flavio Sabbatini

Michelina Iula ha detto...

Dopo anni di studi, ricerche e soddisfazioni a livello professionale, all'età di settant'anni mi ritrovo a raccontare al mio gruppo di giovani studenti la mia prima ricerca sul campo, risalente a quando era una giovane laureata. Il tutto ebbe inizio durante un viaggio nella meravigliosa Indonesia, intrapreso in seguito a vari racconti di amici, che si avevo descritto questa terra dalle diversità di cultura, con più di 900 tribù, con la sua incantevole natura. Dai loro racconti spuntò fuori che tra le tante tribù, vi era anche una tribù di cannibali insediata nella foresta indonesiana.
La storia mi incuriosì, e prima di tutto cominciai a documentarti, fare ricerche su questa tribù.
Sono una piccola tribù di cacciatori che vive sugli alberi nella foresta indonesiana, tradizionalmente vivono in case costruite sulle cime degli alberi che possono raggiungere altezze fino a 50 metri. Questo tipo di abitazione protegge le famiglie non solo dagli sciami di zanzare, ma tiene lontani anche gli spiriti maligni, uccidono e mangiano i membri della loro tribù a causa dei demoni.
Dopo essermi documentata adeguatamente decisi di intraprendere questo viaggio, direzione Indonesia. Giunta a destinazione, grazie all’aiuto di un’esperta guida del luogo, intrapresi quest’avventura nella foresta indonesiana alla ricerca di questa tribù. Dopo vari gironi di cammino, giungemmo pressi del loro villaggio, rimanemmo appostati diversi giorni e notti, finché riuscimmo a superare la loro diffidenza. Ci sottoposero ad una prova per decidere se farci rimane o meno; ci dettero della carne da mangiare, dissero che si trattava di carne umana; se l’avessimo mangiata avremmo potuto rimanere con loro, in caso contrario ce se saremmo dovuti andare. Pur di rimanere prendemmo coraggio e mangiammo la carne, e così ci fu dato il permesso di rimanere.
Ci condussero nel villaggio in una capanna, questa capanna si trovava in riva al fiume, lì accanto al fuoco due uomini che mangiavo del cervello da un cranio, una scena da brividi.
Avevo avuto così un primo approccio con questa tribù, e grazie alla mia guida che riusciva abbastanza a comprendere la lingua di questi indigeni cominciai a interagire con loro, a capire la loro cultura, le loro credenze, i loro usi, ad adeguarmi alla vita della foresta, a documentare ogni piccola cosa che accadeva, anche quella che poteva sembrare la più insignificante.

Noemi Flore ha detto...

PRIMA PARTE:
L’argomento della mia prima ricerca sul campo fu: “ Perché in Russia, nessuno parla la lingua inglese, a parte rarissime eccezioni?” Andai a Mosca e San Pietroburgo nel 2011, sperimentando queste due nuove realtà mi accorsi della difficoltà che si faceva a comunicare. Nessuno parlava inglese, pochissimo i receptionist e negli aeroporti, né le hostess, né i piloti, né gli addetti all’amministrazione sapevano darmi alcuna indicazione per uscire dall’aeroporto. Non esistevano cartelli con traduzioni in inglese, era tutto scritto il cirillico e fu un’impresa uscire. Per tutta la settimana andai avanti a gesti per farmi capire, sembra brutto dirlo ma è la verità, mi sentivo un alieno, fuori dal mondo. A settembre 2017 mi capitò l’occasione di ritornare in Russia, a Niznij Novgorod, una cittadina stupenda, prima di partire ero preoccupatissima, ripensavo alla brutta sensazione di non essere compresa e di non comprendere sperimentata anni prima e non ne ero così entusiasta. Mi ripromisi, infatti, di chiedere, se qualcuno fosse riuscito a capirmi, il motivo per cui in Russia non si parlasse inglese e di iniziare allora la mia prima ricerca sul campo. Arrivata a Niznij, con la mia agenda di viaggio per i miei appunti (taccuino), già al primo giorno avevo segnato “aiuto nessuno parlerà inglese!” e infatti si ripresentò lo stesso problema. Dalla prima fase di osservazione in cui fui testimone ovvero nel 2011 e poi nel 2017, passai a quella d’interazione, ora vi spiegherò come. Il giorno successivo dovevo cercare un posto in cui pranzare, passai presunti bistrò, ristornati, pizzerie, perché tutto era scritto in cirillico, entrai in una pizzeria che solo dopo ho capito essere una grande catena, Mir Pizzy. Provai a spiegargli che volevo una semplice pizza margherita ma nulla, il ragazzo non riusciva a comprendermi, gli indicavo gli ingredienti, rappresentati con dei disegnini dal menù, ma non capiva l’inglese, l’italiano, nulla, solo il russo. A un certo punto la situazione diventò anche comica, lo ammetto, lui rideva perché non capiva e io non lo capivo e viceversa. Allora all’improvviso prese il telefono e aprì google translate, mise la lingua inglese e mi face capire di digitare quello che volevo chiedergli, ecco l’impregnazione. Quando trovai questo mezzo per comunicare tutto andò meglio, non ci fu più quel divario e quella distanza tra noi, anzi eravamo vicini, finalmente capivamo l’uno le esigenze dell’altro. Digitai, aspettammo la traduzione in russo, lui lesse e voilà capì ed esultò con l’altra cameriera come se una margherita fosse la cosa più naturale di questo mondo. Sfruttai tantissimo quest’amicizia nata per caso, per chiedergli molte informazioni, e da qui si aprì la fase del colloquio, la mia prima domanda, fu perché nessuno parlasse inglese (focus specifico) in un primo momento rivolta solo a lui (triangolazione semplice) poi la estesi alle altre cameriere, alle receptionist dell’hotel, al caro tassista Valdemar che, essendosi affezionato, mi accompagnò per tutti gli ultimi tre giorni per la città. Lo stesso feci con i passanti cui chiedevo informazioni dicendo: “do you speak english?, if no, why?” ( triangolazione complessa). Raccolsi più dati possibili e li riscrissi sulla mia agenda/taccuino e ne acquisii altrettanti. Il mio amico pizzaiolo/cameriere, Dimitri, dapprima disse che l’inglese non veniva tanto considerato perché lì si parlava solo russo e quello bastava, tutti erano russi, non c’erano stranieri, e quelli che stavano lì sapevano il russo, le cameriere e le receptionist mi dissero la stessa cosa.
Noemi Flore.

Noemi Flore ha detto...

SECONDA PARTE
Poi gli chiesi perché lui/loro pur essendo così giovani, non sapessero l’inglese, nonostante questa poca importanza che riscuote in Russia, entrammo nella fase del colloquio racconto. Lui mi rispose dicendo che “non aveva avuto un buon insegnate d’inglese”, mi raccontò la pigrizia degli insegnanti, che per i motivi sopra citati non si sforzavano di insegnare bene la lingua e mi sottolineò le limitazioni che sentiva, non poteva parlare con i turisti, era la prima volta che gli capitava una situazione come la mia, e si sentì a disagio per non poter comunicare una cosa semplice, come il poter fare una margherita. Le altre mi dissero che lo avevano studiato pochissimo a scuola, la receptionist Maria aveva fatto un liceo linguistico e anche lì sia di inglese, francese e spagnolo si insegnavano solo i rudimenti base, non è come da noi in poche parole, il loro inglese di liceo era come il mio inglese delle elementari.Il tassista non lo aveva mai imparato perché ai suoi tempi nemmeno veniva insegnato e non aveva intenzione di impararlo, “era troppo vecchio ormai” disse ridendo, si adattava con quelle poche parole e formule che sentiva in giro. Da queste risposte sorsero nella mia mente altre domande, a cui prima non pensavo, gli chiesi come facessero a comunicare con i turisti, per il lavoro all’estero, gli chiesi come erano organizzati gli studi presso le scuole russe, quali attività svolgevano i giovani universitari e quali fossero le loro abitudini, e loro allo stesso tempo erano interessati a sapere di me, delle nostre scuole, abitudini etc… quando non c’era nessuno da servire ai tavoli i camerieri trascorrevano del tempo con me, a tradurre le loro domande e le mie risposte e viceversa, perché eravamo curiosi gli uni degli altri, ci fu una forte iterazione e un cambiamento della mia agenda in diario di campo, non appuntavo più solamente i luoghi da visitare ma le persone, quello che mi dicevano e che volevano che io capissi di loro ( il più prolifico fu Valdemar che mi spiegò tutto sulla religione, sui riti ortodossi e sull’architettura russa). I fattori di disturbo ci sono stati, dalla lingua inglese che da internazionale non riusciva a metterci in contatto, all’incliccaggio, il legame stretto con Dimitri, Maria e Valdemar in quei tre contesti, pizzeria,hotel e tassista, creò invidia negli altri componenti dei tre ambienti che avevano capito che legame unico si era venuto a creare tra me e loro. Ancora più importante fu la restituzione, per esempio Dimitri volle che io gli lasciassi un commento sul diario del personale, non una recensione sul cibo, attenzione, ma un commento dell’esperienza avuta con lui e con lo staff. Gli lasciai scritto due pagine di diario, in inglese e italiano e lui le tradusse tutte. La sua faccia dopo aver letto quelle righe fu impagabile. Valdemar alla partenza ha voluto immortalare il nostro legame con una fotografia, voleva “tenersi un po’ di me lì con lui, non avrebbe mai dimenticato quei giorni intensi, aveva imparato molto”, parole sue tradotte da google. Un’esperienza carica di emozione e insegnamenti. Il saggio che oggi vi ho presentato l’ho mandato anche a loro tanti anni fa, con la rispettiva traduzione in russo. Rimasero sorpresi, colpiti e felicissimi, i dati del mio taccuino si arricchirono di dati nuovi e inaspettati, i colloqui erano fecondi, non avevamo più un argomento limitato: “l’inglese in Russia”, si, quello fu il mio focus di base ma ancora più importanti furono gli altri argomenti di cui discutemmo e parlammo, sorti spontaneamente, come la religione in Russia, l’uso che si fa delle candele all’interno delle chiese ortodosse, di come i giovani, pur essendo giovani avevano ancora delle limitazioni dal punto di vista linguistico, di come le scuole erano organizzate a quei tempi… studi che ho riportato in questo saggio di ricerca e a cui vi ho aggiunto due approfondimenti.
Noemi Flore.

Ciro del Covillo ha detto...

PARTE 1
La mia prima esperienza antropologica è avvenuta quasi per caso, all'età di 20 anni, durante la mia permanenza in Brasile durata quattordici mesi.
Dopo aver lavorato per tre mesi, da giugno a settembre, in un pub sulla spiaggia di Palinuro con due ragazzi brasiliani, sono partito con loro, direzione Rio de Janeiro, con cinquecentomilalire in tasca facendo soltanto il biglietto per il volo di andata.
La mia esperienza antropologica nasce all'improvviso e, probabilmente, senza la coscienza di fare ricerca nel vero senso del termine, ma solo per vedere e toccare con mano una terra ed un popolo che i miei due compagni di viaggio mi avevano fatto assaporare con l'immaginazione durante i tre mesi trascorsi assieme e verso la quale sentivo un'attrazione innata.
Quando ci si immerge in un'altra realtà culturale e si entra in contatto con una popolazione diversa, non da turista, ma soggiornando presso di loro abbastanza a lungo da assorbire la loro lingua, i loro costumi, le loro usanze, i loro gesti, le espressioni facciali (spesso influenzate proprio dalla lingua), ho come l'impressione che il cervello si frammenti, si scomponga in piccoli pezzi perchè non riesce a collegarsi alla nuova realtà con cui deve rapportarsi per poi ricostruirsi nuovamente per allinearsi alla nuova condizione ed armonizzarsi con essa.
Maggiore è la velocità con cui questa deframmentazione e ricostruzione avviene, maggiore è la possibilità dell'antropologo di entrare in contatto empatico con la nuova realtà culturale con cui deve rapportarsi.
Non so, credo somigli un pò a ciò che fanno gli attori quando attraverso il metodo Stanislavskij si immedesimano in un personaggio per riuscire ad interpretarlo al meglio.
A me questo è successo.
All'inizio, ho dimenticato me stesso, mi sono letteralmente abbandonato alla nuova condizione che stavo per vivere, ho lasciato andare tutte le credenze, le convinzioni religiose e culturali che legavano me stesso a ciò che avevo legato a me stesso.
Ho ritrovato me stesso soltanto quando era giunto il momento di rientrare in patria.
E comunque ciò che ho ritrovato era diverso da ciò che avevo lasciato.
Ho capito sin da subito che se da un lato i brasiliani sono accoglienti e disponibili, dall'altro non riconoscono pienamente chi non è brasiliano se questo non si integra perfettamente diventando totalmente brasiliano.
Ho assorbito la lingua grazie al bombardamento linguistico a cui ero sottoposto ogni giorno, ho assorbito gesti e modi di dire.
Ho vissuto in un quartiere di Rio dove la cultura carioca era molto intensa, molto presente, assolutamente importante e dentro la quale spesso ogni segno fatto con una mano e ogni espressione del viso ha un significato ben preciso, a volte pacifico, a volte meno, per cui se si sbaglia qualcosa se ne pagano le conseguenze, perchè i brasiliani sono molti vivaci in tutti i sensi, sono calorosi in tutti i sensi, per cui era necessario che apprendessi al meglio tutto e al più presto se ciò che volevo non era fare il semplice turista.
Ho vissuto quattordici mesi in una casa sul mare con altre sette persone, sei brasiliani, tra maschi e femmine, ed un ragazzo polacco, Jazek, che aveva scelto di fare la mia stessa esperienza.

Ciro del Covillo ha detto...

PARTE 2
Questo tipo di sistemazione mi ha dato la possibilà diretta di apprendere la lingua portoghese con tutte le sue particolari sfumature, i modi di dire, le esclamazioni politonali, praticamente la lingua parlata nella sua natura più vera, non quella scolastica, appresa grazie all'ausilio di un istituto, senz'altro soluzione eccellente, ma che mi avrebbe dato un'impostazione troppo distaccata e formale. Questo diverso metodo da me scelto ha fatto si che dopo pochi mesi i brasiliani con cui colloquiavo mi trattavano come uno di loro e i turisti che venivano in vacanza a Rio mi credevano brasiliano come i miei amici.
Sebbene all'inizio tenessi un taccuino su cui segnavo le parole ed i modi di dire che poi la notte cercavo di memorizzare, l'approccio linguistico dopo alcune settimane fu naturale, per cui abbandonai il taccuino perchè non era più necessario.
Questo metodo l'ho applicato anche con le vari espressioni culturali che incontravo,come la musica, verso cui loro sono legati in maniera viscerale. Per loro la musica non è soltanto espressione di svago o di socializzazione, per loro ha carattere sacro, talvolta religioso, talvolta politico.
Se in altri paesi la musica non si identifica strettamente con la cultura del posto o questo legame è più lieve, i brasiliani si identificano pienamente con i generi musicali del proprio paese, bossanova, samba, choro, pagode. Addirittura oserei dire che ogni loro attività di gruppo, la compiono seguendo un ritmo musicale che tutti conoscono e che tutti percepiscono in egual maniera.
Alcuni brasiliani da me interrogati a riguardo, sostengono che la Seleçao, la nazionale di calcio brasiliana, gioca un calcio così veloce perchè tutti i membri della squadra seguono lo stesso ritmo musicale che soltanto loro conoscono proprio perchè brasiliani!
Non mancò da parte mia il desiderio di conoscere, a quel punto, la storia del Brasile e delle sue tradizioni pià forti, di quelle di cui loro vanno più fieri, per cui numerose sono le volte che ho consultato, una volta appresa la lingua, i testi a riguardo nel Real Gabinete Portugues de Leitura.
La conoscenza della storia del Brasile mi ha dato la possibilità anche di comprendere come mai esistevano reatltà etniche così diverse che vivevano tutte sotto la stessa bandiera.
Ho avuto modo di conoscere afrobrasiliani, nippobrasiliani e brasiliani biondi con occhi azzurri che portavano cognomi decisamente diversi rispetto ai colorati nomi che ci si aspetta di trovare da un brasiliano...tutti fisiognomicamente diversi ma tutti si consideravano e consideravano gli altri brasiliani!
L'apprendimento della Capoeira, la lotta tradizionale, prima e la frequentazione di un gruppo dedito al Candomblé, religione afrobrasiliana di carattere spiritica, hanno sancito la mia totale connessione con la cultura brasiliana, il mio più completo assorbimento ed il riconoscimento di tale fenomeno era evidente a tutti, tanto da essere battezzato con un apelido, ossia un soprannome che si da soltanto quando sei diventato "carioca".

Filippo Scafoletti ha detto...

Scafoletti Filippo Maria

Ricordo molto bene la mia prima ricerca etnografica. Da giovane infatti ero solito recarmi spesso in un paese dell'Abruzzo di nome Pescasseroli, una delle poche realtà che ancora al giorno do'oggi risulta piuttosto estranea alle innovazioni tecnologiche. Qui molti abitanti vivono ancora grazie ad antichi mestieri, come ad esempio l'allevamento di capre e pecore ed io nella mia esperienza ho avuto il modo e la fortuna di passare intere giornate con loro. Era importante per me riuscire a mettermi nei loro panni, a capire quale fosse il mondo dei pastori abruzzesi e proprio per questo stando con loro imparai a diventare co-attore sociale nella loro realtà. Ricordo bene di una volta in cui portammo un gregge di pecore dentro il suo recinto, dopo che aveva pascolato per tutto il giorno. Il "fare" letteralmente il "pastore" assieme a chi il pastore lo fa per mestiere (e attenzione, vive grazie a quello) è effettivamente un qualcosa che non può essere insegnato. Il vivere quell'esperienza riuscì a mostrarmi molti aspetti effettivi dello stile di vita dei pescasserolesi che altrimenti, seppur già conoscevo grazie alle mie fonti scritte, non potevo immaginare così densi e ricchi di significato.
Durante i miei trascorsi mi feci dunque moltissimi amici (e considerate che nel paese tutti conoscono tutti) e i colloqui che ebbi con essi furono un ulteriore stimolo nella mia ricerca. Ogni parola espressa da un pastore, un contadino, un artigiano o un semplice paesano mi avvicinava maggiormente al loro mondo incredibile e mi aiutava a comprendere come essi vivevano la mia stessa vita in maniera inverosimilmente diversa dalla mia e come tutto ciò che facevano era filtrato dalla loro cultura. Anche il dialetto con il tempo iniziò a diventare più comprensibile per me, stavo effettivamente eseguendo una fase di impregnazione molo forte, che mi spingeva ad incamerare nozioni anche e soprattutto a livello subconscio. Gli scambi culturali che avevo con i paesani risultavano uno stimolo troppo interessante per smettere di esplorare quella realtà.
Il mio taccuino ai tempi era costituito da diverse fotografie, che scattavo ogni giorno per tenere a mente quei bei momenti. Il rivederle oggi mi fa tornare in mente determinate sensazioni, anche tramite quelle foto che prima ritenevo inutili e che ora hanno acquistato valenza grazie ad una serie di collegamenti che solo ora colgo e vedo.
era molto interessante analizzare come gli abitanti si relazionassero al problema del freddo, che in quelle zone è dirompente. Dovetti calarmi ben presto nei loro panni. Abituato al mo riscaldamento condizionato ci misi non poco rendermi conto che li tutti utilizzavano scomode stufe a legna, ma che al tempo stesso scaldavano in modo davvero efficiente. Attraverso un processo di triangolazione capii che il modo di approcciarsi a questo "problema" ere comune in quella cultura e che in ogni casa, ogni ristorante, ogni bar il riscaldamento proveniva da una stufa a legna. Questo porta ad un altro aspetto interessante: la legna va procurata. Molto del lavoro estivo era infatti quello di procurarsi la legna per l'inverno, in modo da potersi scaldare.
Il mio studio degli abitanti/pastori abruzzesi mi portò davvero tanto indietro e mi dimostrò quanto certe realtà possano essere diverse dalla mia e quanto sia interessante scoprirle ed imparare a vivere anche tramite esse.

Matteo Colafrancesco ha detto...

Salve prof. Mi trovo in una classe, come insegnante o meglio come antropologo, vi sono molti studenti maschi e donne, che mi domandano come abbia svolto la mia prima ricerca come studioso di antropologia. Ebbene, la mia prima esperienza sul campo è stato l' Oriente, precisamente la Cina. Sicuramente meta di moltissimi studiosi, ho voluto anche io documentarmi in prima persona, per capire al meglio le usanze e i costumi del posto. Appena arrivato una famiglia mi ospita a casa, mi ero gia documentato su chi fossero e su cosa potevo chiedergli per capire al meglio quello che volevo scoprire. Munito di taccuino e di un diario di campo inizio la mia avventura. Piano piano che passa del tempo, comincio a visitare sempre luoghi differenti, mi immergo totalmente in un altra cultura e comincio con la famiglia che mi ospitava a fare dei piccoli colloqui per cercare di soddisfare le mie curiosità. Ogni giorno registravo sul mio diario di campo ogni passo della giornata e vedevo che gradualmente le mie ricerche stavano portando ai loro frutti. Grazie all osservazione partecipante e ai colloqui che quotidianamente svolgevo, la mia cultura si era mano a mano insediata in quella nativa del posto, ed ero molto contento di tutto questo. All inizio devo ammettere che vi sono state delle difficoltà, sopratutto per quanto riguardava la lingua diversa dalla mia, e il cibo che mi causava non pochi problemi. Come antropologo ho approfondito la mia ricerca, attraverso fonti e altri punti sapienti, e sono soddisfatto del lavoro fatto. In classe una volta finita di raccontare la mia esperienza intuisco di aver suscitato interesse verso i miei studenti, sopratutto dalle domande che mi pongono. Aldilà di quello che è il mio ruolo, intuisco che come antropologo ho svolto il mio lavoro. Matteo Colafrancesco

Dell'Orco Alessandra ha detto...

DELL'ORCO ALESSANDRA

“L”antropologo in carne ed ossa si scontra con la realtà che intende studiare.” (Jean-Pierre Oliver de Sardan. La politica del campo. Sulla produzione di dati in antropologia.)
Ricordo che, ormai molti anni fa, casualmente mi appassionai alla Thailandia. Non so spiegare perché mi appassionai proprio alla Thailandia, posso solo dire, che un giorno vedendo dei travel vlog su YouTube di questo meraviglioso posto, deciso di volerlo conoscere più da vicino. Non mi bastava vedere quei pochi minuti di video, io quel posto volevo viverlo e quelle sensazioni che mi suscitavano quelle riprese volevo guardarle da vivo, guardarle con i miei occhi.
Inizia così la mia prima esperienza da antropologa. Partii, sola, piena di curiosità. Il mio unico e fedele compagno era il mio taccuino sul quale avevo intenzione di appuntare ogni nuova scoperta.
Quando arrivai in Thailandia oltre allo stupore di quei magnifici posti, mi affascinava quello “strano” popolo. Cercai di adattarmi il più possibile a tutte quelle tradizioni così diverse da quelle a cui ero abituata. Cercai di visitare i posti più caratteristici, di mangiare i cibi più tipici, e di parlare, (intervistandoli) gli uomini più anziani.
Un giorno mi resi conto di aver fatto qualcosa di sbagliato, perché abbracciai e diedi la mani per salutarlo, a uno di questi uomini anziani, che con mio grande stupore si risentì molto di quel mio gesto, che a me sembrava così normale e così amichevole.
Mi domandavo cosa avevo fatto di sbagliato, e soprattutto mi dispiaceva “aver offeso” ingenuamente un uomo del posto. Comincia quindi ad indagare su cosa avessi sbagliati, cercando di parlare con uomini più giovani, con uomini che sembravano più “aperti” a quel tipo di effusioni e un giorno ebbi la mia risposta. Quando raccontai a quest'uomo cosa mi fosse successo, esprimendo quindi il mio dubbio, quest'uomo iniziò a ridere, divertito per il racconto di questo episodio. Mi spiegò infatti che i thai, in pubblico, non si prendono per mano e non si lasciano andare ad effusioni considerate comuni tra i popoli occidentali. Chiesi allora il motivo della sua risata e lui mi rispose che i thai, generalmente si rendono conto che spesso gli Occidentali, in particolare i turisti, non conoscono i loro usi e costumi e quindi è difficile che si offendano coi turisti.
Capii dunque, che quell’anziano signore, invece tradizionalista, aveva percepito quella mia “effusione” come una mancanza di rispetto la cultura thailandese.
Ho basato quindi, il resto del mio viaggio solo sulla consulenza e sul racconto, cercando di avvicinarmi il più possibile alle forme spontanee della conservazione della cultura locale.

Miriam D'Ascenzi ha detto...

Svolsi la mia prima ricerca sul campo agli inizi degli anni ‘90, in una piccola frazione di un comune italiano di nome Quara. Una frazione che si trova sull’Appennino Reggiano e che conta all’incirca 250 abitanti. Essa si trova su una montagna ed è molto isolata da tutte le altre frazioni circostanti. Visitai il posto per la prima volta nel 1987, dato che qui vi risiedeva il mio bisnonno. Ne rimasi talmente affascinata che decisi di tornarvi qualche anno dopo. Durante la mia seconda visita, che durò qualche mese, ebbi l’opportunità di conoscere le persone del posto e le loro abitudini.
Durante la mia permanenza, rimasi a casa del mio bisnonno ed ebbi quindi modo di parlare molto con lui, che è nato e cresciuto in questo paesino. Quindi, oltre ad utilizzare l’osservazione partecipante come metodo d’indagine, utilizzai il metodo del colloquio. Il mio bisnonno aveva molto da raccontarmi, delle sue esperienze come commerciante di un piccolo paese ma anche della sua tragica esperienza come militare durante la seconda guerra mondiale. Lo ascoltavo parlare mentre si prendeva cura dei suoi animali e del suo orto. Io gli facevo compagnia e lui mi narrava le sue disavventure. Quindi c’era una sorte di scambio, se così possiamo definirlo. E proprio attraverso i suoi racconti, io riuscii a capire le dinamiche di questo sistema culturale.
Il mio bisnonno, tutti i giorni, subito dopo pranzo, usciva di casa senza dire nulla a nessuno. Dopo due giorni, incuriosita, chiesi di poter andare con lui. Ci recammo al bar, dove c’erano già tutti gli altri anziani del paese. Tutti i giorni, senza darsi appuntamento, si recavano tutti lì per giocare a carte. Anche persone che non si parlavano e tra cui c’era dell’astio, si ritrovavano nel bar a giocare. Alla fine, chi perdeva, offriva un caffè ai vincitori. Quindi, non solo colloqui ma anche osservazione partecipante. Verso le 15 infatti, si recavano al bar anche i pochi giovani che vivevano a Quara, dopo aver finito il turno in fabbrica. Fu lì che ebbi l’occasione di conoscere i miei coetanei. Così riuscì ad integrarmi nel loro piccolo gruppo e a prendere parte alle loro feste.
Certo, svolgere il mio lavoro non fu sempre facile, anche se mi trovavo in un paese italiano. Soprattutto quando dialogavo con il mio bisnonno, molte volte non riuscivo a capire cosa stesse dicendo. Lui, non essendo mai andato a scuola, parlava soltanto il dialetto emiliano, molto stretto. Numerose volte mi sentivo a disagio, perché erano talmente tante le parole che non capivo, che dovevo interromperlo spesso.
La mia prima ricerca etnografica si svolse così in pochi mesi, attraverso l’osservazione partecipante in unione ai colloqui e ai documenti trovati in comune.

Mario Sancamillo ha detto...

PARTE 1

Nei miei studi universitari (si parla di circa 50 anni fa) mi sono imbattuto in una materia che ha sempre destato interesse e curiosità : l'antropologia. Non saltavo una lezione, gli argomenti trattati mi interessavano parecchio, mi trovavo bene a studiare perché comunque erano temi che mi piacevano. Intrapresi l'università senza saper cosa fare in futuro, qualche idea ma molto confusa. Al ché, laureatomi, decisi di intraprendere la "carriera" (se così possiamo chiamarla) etnografica. E così, all'età di 27 anni, condussi la mia ricerca sul campo. Scelsi una meta che negli anni mi aveva sempre affascinato : la Nuova Zelanda. La mia scelta ricadde su quella nazione anche grazie alla mia passione per il rugby : la selezione più forte al mondo era proprio quella neozelandese (gli All Blacks). Mi incuriosiva particolarmente la loro usanza prima di ogni partita, la cosiddetta "Haka", ovvero una sorta di danza per intimorire gli avversari. Questa danza appartiene ai Maori, l'etnia originaria della Nuova Zelanda.
In questo mio viaggio mi accompagnò un mio caro amico, che aveva studiato le lingue orientali e tra queste c'era anche il Maori. Glielo chiesi esplicitamente, perché non sapendo la lingua mi serviva qualcuno che potesse tradurre per me. Dopo esserci sistemati e riposati, il giorno dopo ci mettemmo all'opera. Anche se per lui poteva considerarsi una vacanza, per me era più un "lavoro", quindi non dovevo perder tempo. Una cosa che subito mi saltò all'occhio erano le persone tatuate. Scoprimmo poi, andando in una biblioteca e studiando qualche appunto di tradizione Maori, che i tatuaggi rivestono un ruolo fondamentale nella cultura Maori : sono simbolo di rango sociale, autorità e prestigio, oltre ad essere un mezzo per rendersi attraenti agli occhi dell'altro sesso.
Uscendo dalla biblioteca, vidi una scena insolita per me : due persone si avvicinarono faccia a faccia e si toccarono con la fronte e il naso.
Quella sera (faceva molto caldo, era estate piena) fummo ospitati da una famiglia Maori. Data la mia curiosità, chiesi gentilmente (grazie al mio amico, che quella sera fece da interprete)se potevo fare alcune domande sulla loro cultura e se potevo levarmi qualche dubbio. Presi il mio taccuino e cominciai a scrivere. La prima cosa che chiesi fu il motivo del gesto che avevo visto poche ore prima, e loro mi risposero che era il tradizionale saluto Maori, l' "Hongi". Mi spiegarono che aveva un'origine divina, e che serve a condividere il proprio spirito con l'altro. Appuntai questa cosa singolare, sentendomi molto lontano da ciò. Mi sembrò un'usanza ridicola in quel momento, ma sapevo che per loro era di un'importanza assoluta. Scoprii poi, anche sotto osservazione del mio amico, che la lingua Maori, siccome parlata circa quarant'anni prima da un numero esiguo di persone, si stava per estinguersi, ma nel 1987, grazie ad alcune opere di recupero della lingua, venne dichiarata lingua ufficiale della Nuova Zelanda. Dopo aver parlato per circa un'ora e appuntato diverse indicazioni, chiesi finalmente (ero rimasto affascinato da tutto quel sapere e stavo per scordarmi) le origini e il significato della famosa danza compiuta dagli All Blacks : la "Haka". Loro mi raccontarono che era la danza che i guerrieri maori mettevano in atto prima di una battaglia per incutere timore al nemico, e allora capii il motivo per il quale i giocatori di rugby la operavano prima di ogni gara. Aggiunsero però un particolare, ovvero che l'"Haka" negli anni successivi alla sua origine (1888) divenne anche un modo per manifestare la propria gioia o il proprio dolore. Scrissi sul mio taccuino le ultime annotazioni,e insieme al mio amico ce ne andammo ringraziando dell'ospitalità. Il giorno dopo ce ne tornammo a casa, entusiasti di tutto quel sapere appreso che mai avremmo potuto immaginare nemmeno minimamente se non avessimo compiuto quel viaggio.

Mario Sancamillo ha detto...

PARTE 2
E' un viaggio che mi ha cambiato profondamente, e da quel momento in poi ho capito cosa vuol dire immedesimarsi in una cultura nuova, comprenderne le usanze e le abitudini, studiarne la tradizione. Ebbi problemi, certo, perché comunque capire una cultura del tutto diversa dalla tua è un processo che richiede tempo e fatica, ma vi posso assicurare che è un viaggio che ti apre la mente e che tutti gli sforzi compiuti alla fine pagheranno e produrranno qualcosa di cui non potrete mai pentirvi.

Chiara Dell'Erba ha detto...

Sono di fronte ai miei studenti di antropologia e durante la lezione la domanda inaspettata di uno di loro mi fa tornare indietro nel tempo a quando avevo circa 25 anni: "Professoressa qual è stata la sua prima ricerca sul campo? Chi ha studiato? E' stato difficile iniziare?"
Inizio così a raccontare la mia prima esperienza come antropologa alle prime armi, piena di nozioni prettamente teoriche che aspettavano di essere messe in pratica: il mio banco di prova è il quartiere Whitechapel a Londra che ospita la più grande comunità islamica del Regno unito e in cui si trova la moschea di East London. Il mio compito è quello di studiare la comunità islamica qui residente, e soprattutto comprendere quanto e come questo gruppo etnico sia integrato. Dopo essermi preparata notte e giorno riguardo l'argomento (a quando risalgono i primi flussi migratori, da quali paesi ecc.) mi stanzio per circa due mesi in una stanza in affitto a Whitechapel. Devo escogitare un modo per entrare in contatto con i musulmani del luogo i quali non sembrano avermi preso in simpatia, ma fortunatamente il ristorantino in cui vado quasi tutte le sere a mangiare è gestito da una famiglia estremamente cordiale, riesco così a stringere amicizia con la figlia/cameriera dei proprietari. Fissiamo un incontro per un caffè e durante la chiacchierata spiego alla ragazza il motivo per cui sono a Londra, e lei sembra essere ben disposta ad aiutarmi. I colloqui diventano più frequenti, mi racconta sempre con molta discrezione la condizione dei musulmani qui nel quartiere i quali sono sempre a metà strada tra integrazione e marginalizzazione, annoto tutto nel mio taccuino e a casa inizio a confrontare il materiale raccolto con la mia ipotesi di partenza, ci sono alcune incongruenze che tuttavia mi vengono in parte risolte con l'incontro con il nonno della ragazza. Quest'ultimo riesce a fornirmi indicazioni anche storiche (è molto anziano ma con una memoria invidiabile) riguardo la condizione dei musulmani a Londra, come si è evoluta da quando lui è arrivato e mi fornisce anche ottime indicazioni su dove andare a cercare per ottenere maggiori informazioni. Inizio ad avere un'ottima rete di contatti che mi permettono anche di estendere il campo di ricerca (in alcuni momenti mi sono letteralmente persa tra ciò da cui ero partita e ciò che stavo raccogliendo) tanto che ad un certo punto la mia ricerca si è focalizzata sulla condizione femminile delle donne musulmane nel quartiere di Whitechapel. Purtroppo due mesi non sono bastati e così ho allungato il tempo di permanenza, dopo circa un anno sono tornata a Roma con un'etnografia che ho presentato come tesi per il mio dottorato di ricerca.

Carolina Cristino ha detto...

Oggi ho incontrato una mia collega dell'università. Non ci vedevamo dalla laurea. Ci siamo fermate a chiacchierare. Mi ha detto che adesso insegna latino e greco in un liceo classico vicino al suo paese natale. Mi ha chiesto che cosa avessi fatto io e le ho raccontato di essere diventata un'antropologa. Per farle capire meglio il mio lavoro le ho descritto la mia prima esperienza di ricerca sul campo. Avevo appena da poco concluso l'università ed avevo tanta voglia di mettermi in gioco. Decisi che avrei condotto uno studio su una categoria che troppe volte viene dimenticata, ossia quella delle persone anziane sole. Volevo comprendere come si sentissero e quanto fossero tutelati dallo stato. Iniziai così la mia ricerca. Da qualche tempo vedevo un'anziana signora rovistare tra i bidoni della spazzatura vicino casa. Un giorno, appena la vidi, presi dal frigorifero un panino che avevo preparato per il pranzo e mi precipitai in strada. Non sapevo come avrebbe reagito, ma per era troppo importante cominciare a stabilire un rapporto di confidenza con lei. Al contrario di come mi aspettavo, accettò il panino, mi ringraziò e mentre si allontanava le chiesi se avesse bisogno di qualcos'altro. Mi disse che ero stata già troppo gentile e se ne andò. L'indomani aspettai che tornasse ai bidoni e quando la vidi, scesi a portarle un piatto di pasta. Così feci per un po' di giorni. Tra di noi cominciò a stabilirsi un legame di confidenza e per questo cominciai a farle un po' di domande. Si chiamava Anna ed aveva 85 anni. Era una donna sola, con la pensione riusciva solo a pagare l'affitto e non poteva permettersi cibo e medicine. Mi raccontò alcuni episodi della sua vita: la morte della madre e poi quella del marito, stroncato a 45 anni da un infarto. Stavano cercando di adottare un bambino, ma la sua morte pose fine a tutti i progetti. Continuammo a vederci per molti giorni, sempre davanti ai bidoni. Un giorno mi propose di andare con lei.(continua)

Carolina Cristino ha detto...

Mi avrebbe fatto conoscere alcuni suoi amici, che aveva incontrato quando era andata alla mensa della Caritas.
Parlai con molti altri anziani, che vivevano una situazione simile, se non peggiore di quella di Anna. Molti non avevano più nemmeno la casa e dormivano in macchina o sotto i ponti. Mi chiedevo come fosse possibile che nessuno si accorgesse di loro o che si preoccupasse della loro salute. Decisi che sarei andata in municipio ed avrei cercato nell'archivio dell'anagrafe qualche parente di Anna. Mi aveva detto che aveva dei cugini. Forse avrebbero potuto aiutarla. Il giorno seguente andai al municipio, ma con amara sorpresa scoprii che i documenti erano stati persi quando era stato effettuato il trasloco dell'ufficio anagrafe. Non sapevo più che fare, ma fu allora che " mi si accese una lampadina". Senza aver nemmeno chiesto il permesso, io avevo tentato di mettere in contatto Anna con i suoi parenti. Non mi ero chiesta perché lei non li avesse mai cercati, né perché nemmeno loro si fossero mai fatti vivi. Capii che dovevo cambiare la mia ricerca. La mia analisi non doveva concentrarsi su come vivevano questi anziani, ma sulle cause che li avevano portati ad allontanarsi o essere abbandonati dalla famiglia.
Fiera della mia intuizione, tornai a casa. Avrei riletto attentamente gli appunti che avevo scritto durante i colloqui con Anna e gli altri anziani ed avrei cercato di trovare qualche riferimento a quello che ormai era diventato l'oggetto della mia ricerca. Leggendo i dati scritti sul taccuino, notai che nella maggior parte dei casi essi erano stati abbandonati dalla famiglia per motivi economici, in seguito a litigi per acquisire eredità e proprietà. Mi sembrava incredibile, ma davvero il denaro era stata la causa della rovina di queste persone. Trascrissi la mia ricerca e dopo qualche tempo mi recai alla mensa dove mi aveva portato Anna. La trovai lì, con i suoi amici. Le lessi il mio saggio. Era commossa e fiera di avermi aiutata nella mia ricerca.

Alex DeLarge ha detto...

La maggior parte dei miei 78 anni li ho passati a viaggiare e conoscere persone con le quali ho arricchito la mia cultura, a studiare diverse lingue senza le quali mi sarei fatto capire solo a gesti, nei quali ho anche dovuto affrontare mille difficoltà e non rimpiango nemmeno un secondo di ciò che ho fatto, perché mi ha reso tale.
Ho studiato per anni e ora mi ritrovo qui a farvi studiare a voi, o meglio, a farvi capire, ma in questo caso posate la penna e ascoltate bene.
Avevo 25 anni all’epoca, ero appena uscito dall’università con mille idee in testa e mille cose da voler fare. Il mio percorso universitario era cominciato con ingegneria ma dopo poco tempo capii che non era la giusta strada per me e mi laureai in antropologia.
Per prima cosa decisi di fare un viaggio per inseguire un mio sogno: andare in Nuova Zelanda per vedere il set originario del film del Signore degli anelli.
Mischiando bene le carte, da buon antropologo, diciamo, prima di partire mi misi a studiare le diverse culture che avrei potuto incontrare, anche perché incontrare gli hobbit sarebbe stato un po' difficile. Portai il minimo indispensabile; il mio taccuino, il mio diario, penne a volontà e un bagaglio piccolo di nozioni su varie culture e una piccola base sulla lingua maori. Presi il primo volo per Wellington ma il destino ha voluto che persi la corrispondenza allo scalo di Singapore e rimasi bloccato lì.
Il primo aereo disponibile per la Nuova Zelanda sarebbe partito dopo tre giorni, perciò presi coraggio e non volendo rinunciare al viaggio mi cercai un posto dove dormire.
Qui iniziò la vera avventura. Non conoscevo molto la città e le varie culture, sapevo solo che Singapore era una metropoli multietnica formata da cinesi, malesi, indiani e poche altre etnie.
Iniziai a perlustrare la città; non sapevo dove andare, vedevo questi enormi grattacieli e una miriade di persone intorno a me quando ad un certo punto, in un caffè, feci amicizia con un ragazzo cinese. Per fortuna la lingua più utilizzata oltre al malese e al cinese era l’inglese e riuscì a comunicare con lui.
Si chiamava Rick e dopo aver passato un pomeriggio a parlare mi invitò a casa sua dove abitava con i suoi nonni. La casa era di quelle vecchie, in stile cinese e alle pareti vi erano una miriade di quadri astratti, l’atmosfera mi tranquillizzava. Il nonno mi trattò come un ospite d’onore offrendomi una cena deliziosa e da bere a volontà; dopo aver mangiato cominciò a parlare della sua storia e di come arrivò a Singapore dopo le guerre razziali del 1963 e del 1964.
Non mi feci sfuggire l’occasione e con il mio taccuino iniziai a prendere appunti su appunti.
Tutta la sua storia era avvincente e sentii una sorta di drammaticità nel come la raccontava ma non faceva trapelare nulla perché da come avevo intuito nella sua cultura era segno di debolezza.
La chiacchierata durò tutta la sera e in più mi offrirono un letto e una camera per dormire fino a quando non ne avevo bisogno, un altro aspetto della loro cultura.(continua)

Trincia Leonardo

Alex DeLarge ha detto...

Sembra banale dirlo ma l'aereo per Wellington non lo presi e rimasi a Singapore per un mese, ospite dei gentilissimi nonni di Rick; per la stanza cominciai a pagare un piccolo affitto, giusto per la spesa e per la gentilissima accoglienza, anche se loro non volevano soldi.
Conobbi gli amici di Rick e i loro parenti, cinesi, indiani e malesi e mi raccontarono varie storie sulla città e sui conflitti con i malesi avvenuti pochi anni prima, nel 2013 oltre che negli anni ‘60, delle varie religioni che professavano, delle diverse cucine e gli alimenti trattati nella città, l’arte, la musica e tutto ciò lo riportavo sul mio taccuino. Ogni sera mi rifugiavo in camera mia e trascrivevo tutti i miei appunti sul mio diario.
Tutto questo non fu facile, dovetti fare ricerche sulla città e sulla popolazione; per fortuna Rick mi fece vedere la biblioteca nazionale e ogni mio dubbio su geografia, confini della città, villaggi limitrofi, popolazione e culture, scomparve. I dati raccolti non erano sufficienti per me e quando il nonno di Rick mi parlò per la prima volta dei malesi della città del leone capii cosa dovevo fare. Andai dal nonno dell’amico di Rick, che visse quello che accadde nel 1963. Il problema è che non voleva raccontarmi quello che accadde perché avevo avuto rapporto con i cinesi, con i quali non aveva un bellissimo rapporto. Alla fine riuscì a farmi raccontare: i malesi di Singapore volevano un maggior riconoscimenti dei diritti da parte della Malesia alla quale la città si era appena unita ma non vennero subito attuati.
In più ci furono scontri proprio con i cinesi che erano in maggioranza netta. Raccontò la sua storia in maniera strana, quasi come una favola e questo è quello che riuscì ad intravedere tra le sue parole: rammarico e voglia di rivendicazione culturale.
Alla fine del mio soggiorno, una ‘vacanza’ che non avevo programmato, avendo raccolto dati a sufficienza, tornai a Roma e scrissi il mio primo libro e lo intitolai “Singapore: la Cina malese”.
Questo viaggio mi fece capire tantissime cose e fu la svolta della mia vita.

Trincia Leonardo

Fabrizio Vona ha detto...


LEZIONI 12 e 13
Salve Prof,
ecco la mia risposta,
Fabrizio Vona.

Q1. Dopo aver letto attentamente il testo di Oliver de Sardan, simulate di essere un anziano antropologo/una anziana antropologa che racconta a un gruppo di giovani studenti come ha condotto la sua prima ricerca sul campo. Metodo, tecniche e problemi incontrati.

La mia prima ricerca antropologica la svolsi all’età di 26 anni. Mi ero laureato da poco e avevo appena iniziato il mio dottorato di ricerca. Avevo studiato molto bene. Mi ero preparato in maniera approfondita quasi tutti gli esami ed in particolar modo Antropologia Culturale, vista la passione che subito mi nacque per la materia.
Sapevo quindi, dagli studi effettuati, che la ricerca antropologica si articola in 4 punti: 1) l’osservazione partecipante; 2) i colloqui; 3) le procedure di censimento; 4) la raccolta di fonti scritte. Ma sapevo tutto questo in forma teorica. E’ stato affascinante allora “vivere” la ricerca sul campo, capire realmente il significato di quelle parole e quei principi che avevo letto sui libri. Capire e vivere sul campo il metodo etnografico è stato esaltante.
Ecco allora che andare in Tibet, per svolgere la mia prima ricerca, fu un’esperienza incredibile. Capire che la ricerca sul campo impedisce di abbandonarsi a opinioni soggettive e predeterminate, di illudersi di trovare una realtà come la si immaginava, di pensare che “gli umani” che interroghi attraverso i colloqui, sono come te li immaginavi con il tuo bagaglio di pregiudizi.
Ho iniziato, prima di partire, a raccogliere e studiare alcune fonti scritte, la storia e le testimonianze di altre ricerche.
Una volta arrivato in Tibet è iniziata la mia Osservazione Partecipante. Sono stato vicino ai tibetani per molto tempo, ho creato il mio corpus, ho raccolto i miei dati, ma soprattutto mi sono immerso tra di loro il più possibile, e il mio sapere si è sedimentato attraverso l’impregnazione. Ho toccato con mano “il loro modo di vivere”, le loro abitudini. Alcune cose le ho potute capire soltanto grazie ad alcuni sguardi, alcuni cenni, alcune espressioni. Ho sperimentato la dieta seguita dai monaci tibetani, i loro orari, la loro serenità. Ho potuto cogliere tutto questo con grande chiarezza soprattutto grazie all’impregnazione. Certo importanti sono stati i colloqui, soprattutto i colloqui come conversazione, ma la cosa che più mi ha avvicinato ai tibetani è stato il “respirare” con loro. Proprio per questo e per il grande amore che ho provato per questo popolo meraviglioso, il problema più grande che come ricercatore ho dovuto affrontare, è stato quello che Olivier de Sardan chiama “La soggettività del ricercatore”. Mi sono reso conto che la passione stava producendo una grande “mobilitazione” della mia soggettività. Mi sono trovato dinanzi un chiaro fattore di disturbo: il fattore individuale. Fortunatamente sono riuscito a gestirlo e controllarlo. Sono riuscito a mettere da parte l’aspetto romantico, l’idealizzare questo popolo, ideale che avevo già prima di partire e che in parte è aumentato con l’esperienza diretta. Tuttavia solo controllando il fattore individuale, sono riuscito a raggiungere ottimi risultati con la mia prima ricerca sul campo. Molte cose che ho scoperto, si sono rilevate diverse da come le immaginavo. In conclusione posso dire che la mia prima ricerca sul campo fu più che positiva.

Alessio Bernabucci ha detto...

PRIMA PARTE

La mia prima ricerca antropologica è stata piuttosto particolare e insolita. Non mi recai in luoghi esotici, ma ero interessato alla società in cui mi trovavo immerso. Dunque scelsi come campo di indagine la Linea Metropolitana A di Roma, per indagare le varie modalità con cui chi usufruisce il servizio si rapporta al servizio stesso e alla comunità con cui si trova a condividere le situazioni lì vissute.
La scelta di questo tema di indagine mi ha consentito senza dubbio di muovermi piuttosto agevolmente all’interno del sistema e della rete poiché la maggior parte delle informazioni istituzionali e la maggior parte delle persone che usufruiscono del servizio (almeno in specifici orari e periodi) sono italiane. Ma senza dubbio il fatto che io sia italiano ha anche recato in sé il rischio collaterale di non riuscire a staccarmi dalla rete di significati in cui mi trovavo immerso in quanto assuefatto a quel modo di vivere “naturale”.
Il primo passo dell’indagine è stato uno studio sistematico di libri, decreti comunali e aziendali e atti giudiziari in merito alle vicende dell’edificazione e della manutenzione della linea metropolitana. Dopodiché è stato necessario ricercare negli archivi ATAC (nome della società che gestisce il servizio) i dati riguardanti il numero di afflussi suddivisi per periodo dell’anno, mesi, giorni della settimana e orari del giorno, le tipologie di biglietti vendute, informazioni sugli abbonamenti e sulla suddivisione per età, genere e residenza degli abbonati. Già da questo primo passo di ricerca sono sorti i primi problemi burocratici: non è infatti consentito, per il rispetto della privacy, venire a conoscenza delle generalità degli abbonati ATAC. Dopo varie diatribe con i dipendenti e dirigenti , sono alla fine riuscito a ottenere delle statistiche generali che la stessa azienda elabora annualmente come rapporto da fornire all’amministrazione del comune di Roma. Non erano sicuramente dati della massima precisione statistica, ma potevano essere un punto di partenza per sapere da chi è frequentato l’ambiente metropolitano.
A questo punto, munito del mio preziosissimo taccuino, ho intrapreso le mie indagini. Le giornate di studio sia articolavano sia all’interno dei vagoni lungo tutta la tratta della linea A, sia lungo le banchine delle stazioni, sia agli ingressi dei tornelli, sia negli uffici della società. Il mio scopo era quello di vedere come le persone si disponessero e si muovessero (anche e soprattutto inconsciamente) all’interno del sistema metropolitano. Ho dunque iniziato ad osservare secondo quale disposizione si siedono nei sedili al capolinea (dove tutti i posti sono liberi), notando che prima qualcuno si siede a un margine dei quattro, poi chi lo segue si siede sulla fila e nell’estremità opposta a quella occupata dal viaggiatore che lo ha preceduto; dopodiché, chiunque si aggiunga, trova posto sempre nel sedile più lontano possibile da ogni altro viaggiatore. Vi porto questo esempio pratico soltanto per farvi comprendere quanto sia importante l’uso del taccuino, che consente di registrare, oltre ai discorsi dei viaggiatori (senza diventare troppo curioso o impertinente) anche dei disegni stilizzati che mostrano la disposizione degli stessi. Ma, oltre al taccuino, è necessario anche l’utilizzo del giornale di campo su cui appuntare in maniera più ampia le riflessioni sorte a partire dalle esperienze della giornata di studio.

Alessio Bernabucci ha detto...

SECONDA PARTE

Per sondare le opinioni dei viaggiatori in merito alla metropolitana in sé e al rapporto che essi hanno con gli altri passeggeri, oltre a delle classiche interviste con una lista di domande preparate, è estremamente efficace chiacchierare in maniera informale con alcuni individui. Alcuni dei viaggiatori sembrano troppo impegnati a leggere notizie irrilevanti su Facebook o a giocare infantilmente a Candy Crush, altri non udiranno nemmeno le domande porte perché le loro orecchie recepiranno soltanto la musica degli auricolari; ma si può trovare qualcuno che con occhi vispi si guarda attorno e aspetta volenteroso di intraprendere una conversazione con uno sconosciuto. E’ spesso grazie a questi incontri che possono sorgervi nuove idea precedentemente non ipotizzate e, tramite la ricorsività, dar vita a nuovi quesiti che allargano il campo di ricerca. Ho inoltre avuto modo di sperimentare varie volte l’impermeazione sulla mia pelle. E’ capitato che, osservando qualcuno premere freneticamente il bottone sulla porta del vagone (col fine di sollecitare l’apertura delle porte) una signora avesse rivolto uno sguardo di leggero rimprovero nei confronti del frenetico avventore, ignaro del fatto che la pressione del bottone non provoca in alcun modo un’apertura anticipata delle porte; lo sguardo della signora ha incrociato il mio sorriso, testimoniando il fatto che entrambi avevamo compreso il sistema culturale di riferimento e ci rendevamo conto di chi fosse estraneo alle considerazioni informali condivise dal sistema.
Insomma, sto tentando di riassumervi le procedure base da attuare in caso di ricerca antropologica. Ma il punto fondamentale è che alla conclusione dei vostri studi abbiate assunto una coscienza crtica nei confronti di aspetti che in precedenza ritenevate banalmente “naturali”.

Adriano Simei ha detto...

Ragazzi la mia prima ricerca sul campo dell’antropologia culturale è avvenuta in un piccolo ‘Barrio’ (frazione/quartiere) nei pressi della capitale Brasiliana di Brasilia dove una famiglia abbastanza povera del posto, non a conoscenza della mia antropologa intenzione, ha accettato la mia richiesta di vivere con loro, e da loro, qualche mese durante il periodo estivo.
Eccitato dalla conferma di questa anziana signora ho fatto i biglietti e sono partito verso il caldo tropicale-amazzonico del paese della Capoeira, pieno di grinta e determinazione ho archiviato le pratiche a casa mia e dopo due scali e tre aerei sono arrivato al paese in questione dove mi aspettava questa anziana signora con suo figlio che senza parlare troppo mi hanno caricato in macchina e mi hanno portato a casa loro, arrivando di notte mi hanno mostrato la stanza e senza dire una parola mi hanno dato una buonanotte nella loro lingua e mi sono messo in camera; eccitato dal momento il sonno era passato e così continuai il lavoro già intrapreso a casa qualche settimana prima, e continuato anche sugli aerei, di iniziare la ricerca per ricavare informazioni utili per la mia appena cominciata attività di etnografo.
La mia esperienza come antropologo era nulla ancora, ma capii che il tempo delle ricerche anticipate era finito, adesso cominciava l’osservazione partecipante e con il mio taccuino pronto dalla mattina sul comodino mi accingo a vivere ed illuminare la mia giornata come ospite a medio-lungo termine di questa sconosciutissima famiglia locale.
Dopo qualche settimana già avevo una memoria visiva allenata per ricordare gli appunti della abitudini base e dei cibi e dei movimenti dei componenti della famiglia, due per l’esattezza, madre anziana sui 78 anni e figlio di 53 anni divorziato con due figlie non a carico avute da due diverse mogli, così i colloqui diventarono all’ordine del giorno vista la minima padronanza della lingua Brasiliana.
Vivendo nella casa dei due sono arrivato in possesso delle foto vecchie della famiglia, così per ampliare il mio corpus sempre di più ho cominciato a parlare con l’anziana signora del loro albero genealogico e dei pregi, dei difetti e delle origini dei loro parenti, consapevole che la memoria non l’avrebbe fatta raccontare con dettagli specifici.
Così cominciai ad alternare i momenti di ‘lavoro’ o ‘ricerca’ antropologica con i momenti di vita personale che passavo insieme agli abitanti del paese, amici del mio ormai amico Brasiliano Fernando, una bravissima persona che viveva spontaneamente la sua vita malgrado la mia presenza, trattandomi come un amico e raccontandomi le vicende del posto, mentre eravamo in macchina a scorrazzare per le vie o mentre eravamo a giocare a biliardo con i suoi amici.
Ogni cosa che guardavo raccontava una storia, ogni persona che conoscevo aveva una storia, ed ogni momento che passava io creavo la mia storia, ed è forse così che va per tutti gli etnografi del pianeta.
Ed i problemi cominciavano ad arrivare perché non era possibile seguire tutto quello che accadeva, o lo si viveva e cercava di ricordare posteriormente o si stava lì a scrivere su ogni cosa nel taccuino perdendo altre cose.
Passai tre mesi intensi, tornai pieno di idee, pieno di altre avventure, e soprattutto pieno di scritti e appunti e notizie e molto altro sulla cultura Brasiliana; poi effettivamente cominciai a provare una sensazione strana qualche mese dopo il mio ritorno, mentre riordinando le informazioni sono lì che penso, mentre leggo, a quei momenti vissuti mesi prima, e solo allora che ho provato una sensazione più forte di quel momento, rileggere i miei appunti mi dava uno stato di ‘lontananza vicina’, un po’ come succede ai muscoli quando ad occhi chiusi pensi di correre e le fibre del muscolo si tendono, anche se le gambe non sono in movimento, ed è con quel brivido che ho capito che avrei fatto l antropologo per tutta la mia vita.

Simei Adriano

Eleonora De Bellis ha detto...

1) La mia prima ricerca sul campo è avvenuta qualche anno fa quando ancora frequentavo il liceo. Dopo aver studiato in grandi linee un argomento di pedagogia che riguardava il pensiero del pedagogista Don Zeno Saltini, fondatore della comunità familiare di Nomadelfia nel 1947; il nostro istituto ha organizzato una visita presso questa comunità per comprenderne meglio le dinamiche. La comunità è composta da gruppi familiari, ciascuno dei quali è retto da un capogruppo. Nel gruppo famigliare ciascuna famiglia ha l’abitazione indipendente, mentre sono in comune cucina, sala da pranzo e laboratori. L’attività lavorativa, prettamente agricola, è incentrata sulla coltivazione e sull’allevamento di animali. Si sviluppano anche attività manuali come l’officina, dove vengono messi a disposizione della comunità gli automezzi, la falegnameria e la sartoria. Per quanto riguarda il sistema scolastico, non esistono voti e non ci sono né promozioni né bocciature. I programmi sono sviluppati secondo le linee pedagogiche di Nomadelfia. La frequenza scolastica è obbligatoria fino a 18 anni. Se poi lo desiderano, i figli si presentano presso le scuole pubbliche per sostenere gli esami di maturità. All’interno della comunità non circolano i soldi, poiché si tratta di un sistema sociale basato sulla comunanza dei beni e del lavoro e soprattutto sull’autogestione. Tra le forme di produzione dei dati sulle quali si basa la ricerca antropologica alle quali ho fatto ricorso sono state sicuramente l’osservazione partecipante e i colloqui. Nell’osservazione partecipante, così come l’antropologo si immerge nel contesto della sua ricerca, osserva, ascolta e interagisce per poi registrare il tutto sul suo taccuino; allo stesso modo io mi sono immersa nel contesto di quella comunità osservando e interagendo con i suoi membri per poi registrare quel che ritenevo importante conservare. Dato che l’intento del colloquio è appunto quello di simulare una semplice conversazione e non una sorta di interrogatorio, avevo preparato una lista di tematiche poste sotto forma di domande da rivolgere agli abitanti della comunità al fine di capire il loro punto di vista riguardo determinati argomenti. Anche se molto spesso il loro punto di vista era in contrasto con il mio, capivo che era piuttosto normale dato che fondamentalmente vivevamo due realtà completamente diverse e sicuramente nessuna delle due poteva essere giudicata migliore dell’altra. Al termine della giornata mi sono resa conto di quanto avevo imparato da questa esperienza in una comunità della quale non sapevo l’esistenza.

Sara De Rosa ha detto...

Il mio primo lavoro etnografico da antropologa, è stato in Amazzonia tra le foreste della Bolivia.
Immergendomi e osservando la cultura del popolo indigeno degli Tsimane, costituita da allevatori e agricoltori, è organizzata in comunità che variano da 30 a 500 persone abitanti in circa 90 villaggi, che vivono in famiglie allargate. Queste tribù vivono isolate, senza acqua corrente, elettricità e con sporadici contatti con le città vicine. Studiandoli con vari ricercatori del team del Saint Luke's Mid America Heart Institute è ,emerso che è un popolo che ha il cuore più in forma di tutti gli altri, con tassi di aterosclerosi coronarica 5 volte più bassi rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti. Da qui è stato chiaro che un 80enne di questa tribù boliviana ha un’età vascolare paragonabile ad un 50 enne americano. Cosi insieme ai ricercatori, ho indagato sulle ragioni di questo singolare fenomeno, sviluppando anche dei dati statistici. Abbiamo iniziato a vedere il loro modo di mangiare . Parlando sia con le donne che con gli uomini è emerso che la loro dieta tipica è data da carboidrati che rappresentano il 72% delle calorie, derivanti da ciò che coltivano nelle fattorie a conduzione familiare in cui crescono riso, mais, radici di manioca (patata dolce) e platano (simile alla banana).Il 17% della loro dieta è un mix tra carni di cinghiale, tapiro e capibara rigorosamente magra. Il 7% è costituito da pesci di acqua dolce, come ad esempio il piranha o il pesci gatto; tutto è condito e integrato con frutta e noci. Quanto all’attività fisica, un uomo della tribù degli Tsimane percorre in media 17mila passi al giorno e le donne 16mila; raggiungono una livello notevole di esercizio fisico. Ma non solo sono una popolazione con il tasso più basso di malattie cardiovascolari, hanno anche una cultura musicale molto particolare. Infatti loro gradiscono sia i suoni consonanti che dissonanti , al contrario delle diverse culture orientali e occidentali che prediligono il suono consonate. Questo perché questa popolazione non è abituata a suonare in gruppo e nelle loro canzoni sono assenti sia armonia che polifonia. Sono quindi una cultura molto distante rispetto alle altre. Una lezione imparata vivendo con il popolo indigeno degli Tsimane è che anche vivendo nella semplicità , con poche cose offerte dalla natura, si può star bene ed essere felici; infatti sono un popolo non solo molto allegro, ma anche molto cordiali verso l’estraneo. Nonostante la loro solitudine dal mondo non diffidano delle altre culture.

Caterina Zarlenga ha detto...


prima parte
Durante la ricerca per il mio dottorato in antropologia, ho deciso di effettuare una ricerca sul campo nel mio paese. Tra le tante culture esistenti sul suolo italiano, ho scelto di soffermarmi sulla Comunità ebraica di Roma. Il ghetto ebraico di Roma è tra i più antichi ghetti del mondo. Tanto nei primi secoli quanto durante tutto il Medioevo, la comunità residente a Roma non ebbe particolari difficoltà di convivenza con la popolazione cristiana. La loro principale attività era il commercio. Ma i tempi si fecero duri nel tardo Rinascimento quando i papi, dopo lo scisma protestante e la Controriforma che segue, inasprirono il loro atteggiamento nei confronti di chiunque aderisse all’ortodossia cattolica. Il Ghetto Ebraico fu istituito nel 1555 da Papa Paolo IV per convogliare gli abitanti ebrei presenti a Roma in un unico quartiere, per poterli così meglio sorvegliare. La popolazione viveva in un luogo terribile, sporco, fatiscente e in condizioni drammatiche, senza diritti e sottostando ad assurdi obblighi, come il non poter uscire la notte, indossare contrassegni colorati sui vestiti per essere immediatamente riconosciuti o essere forzati ad ascoltare le “Messe Coatte”. Attraversando Via della Reginella, che rappresenta uno dei Vicoli più caratteristici del Quartiere Ebraico, si giunge nel punto centrale del Ghetto, il Portico d’Ottavia, l’antico monumento edificato dall’Imperatore Augusto e dedicato all’amata Sorella, all’interno del quale vi erano Sale per Concerti, Biblioteche ed una grande Piazza con i Templi. La Sinagoga che si trova all’interno del Ghetto è una tra le più grandi d’Europa, che fu costruita nel 1904 dagli architetti Armani e Costa, con uno stile Eclettico che fonde insieme il gusto Liberty con le tradizioni orientali, completamente aniconico, come la Religione Ebraica impone. Dopo un primo sopralluogo del quartiere, ho cominciato ad ascoltare e interagire con i membri appartenenti alla comunità, attraverso l’osservazione partecipante e annotavo sul mio taccuino ciò che ritenevo importante conservare. Attraverso i colloqui, con l’intento di metterli a proprio agio, ho preparato una check list di domande e tematiche da approfondire.

Caterina Zarlenga ha detto...

seconda parte
Un anziano del posto mi ha messo al corrente delle discriminazioni subite nel corso della storia: appena istituito il ghetto, al di fuori di esso, i membri della comunità dovevano indossare un segno di riconoscimento per distinguersi dai cristiani. Si tratta di un pezzo di stoffa o un velo di colore azzurrino che veniva detto sciamanno; gli uomini lo fissavano al cappello, mentre le donne lo portavano a mò di scialle. Tale voce è rimasta in uso nel dialetto locale per definire un capo di abbigliamento logoro. Non era permesso, inoltre possedere beni immobili; le case dove abitavano venivano prese in affitto da proprietari non ebrei, che le affittavano ai membri della comunità a prezzi imposti da una legge. Oltre alle discriminazioni, gli abitanti del ghetto dovevano sottostare a diverse tradizioni e rituali umilianti. Per esempio, durante le feste del Carnevale Romano, un certo numero di ebrei anziani veniva fatto correre lungo il centro della città, mentre la folla li beffeggiava e lanciava ogni sorta di rifiuti; questa tradizione fu poi trasformata nella corsa dei cavalli barberi. Anche la lingua subiva l'influenza della cultura di origine degli abitanti. Il dialetto giudaico-romanesco, che una volta era diffuso tra i membri della comunità, non era troppo dissimile da quello "classico" parlato altrove a Roma, ma faceva uso di molti vocaboli diversi, di chiara origine ebraica. Oggi nei vicoli del ghetto questo dialetto si ascolta sempre più di rado, avendolo ormai quasi completamente sostituito l'italiano. Va segnalato un lodevole tentativo di mantenerne viva la memoria da parte di un ristretto numero di studiosi, per mezzo di iniziative culturali quali letture in pubblico e opere teatrali. Oggi molti membri della comunità vivono in altri quartieri di Roma, sebbene tutti considerino ancora il ghetto come un luogo comune di incontro in occasioni speciali e festività religiose.

Famous Positive Quotes ha detto...

molto interessante
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Giulia Bonsangue ha detto...

- Metodo: Etnografico.
Nel cuore della giungla della Papua Nuova Guinea abitano circa 2500 Korowai, una delle ultime tribù cannibali rimaste sul pianeta. Il primo contatto con l’uomo bianco è avvenuto negli anni ’70, prima di questa data i Korowai credevano di essere gli unici abitanti sulla terra. L’ambiente in cui i Korowai hanno vissuto per millenni è un’area porco estesa, caratterizzata da pianure acquitrinose e dalla minacciosa presenza di due fiumi che frequentemente provocazioni gravi inondazioni. L’ambiente suggestivo, le usanze di questa tribù così legata alla natura primordiale hanno provocato in me una forte curiosità e il desiderio di studiarli da vicino. Nel fantastico viaggio che mi ha portato in quelle terre ancestrali più di dieci anni fa, ho potuto osservare dia vicino un popolo di cacciatori-raccoglitori organizzato in clan che hanno sviluppato un particolare tipo di abitazione collocata ad altezze variabili dal suolo e che può arrivare fino ai 45 metri. Queste case sull’albero sono costruite proprio per la possibilità di scontri tra clan rivali, sono abbastanza resistenti e possono accogliere famiglie numerose composte anche da una decina di persone con a carico animali ed effetti personali.
- Difficoltà incontrate: aggirare l’ostacolo della diffidenza verso l’uomo bianco.
Sono riuscita a superare la loro diffidenza iniziale grazie ad una guida locale che qualche anno prima si era era recato a visitare i Korowai. Lo avevano sottoposto a una prova per decidere se poteva rimanere o meno. Una notte gli hanno consegnato un pacco di carne umana; se l'avesse mangiata, sarebbe potuto restare con loro. Se non l'avesse fatto, allora sarebbe dovuto andar via. La guida mangiò la carne e così i Korowai lo accettarono.
- Osservazione partecipante: raccolta, analisi dei dati, e colloqui.
Grazie alla presenza della guida ho potuto dormire a pochi metri da loro, e ho cominciato a notare dei comportamenti ricorrenti quando qualcuno moriva. Ho fatto presente questa curiosa scoperta alla guida che a sua volta ne ha parlato con uno della tribù, il quale gli ha spiegato che quando uno di loro veniva ucciso in battaglia o moriva per cause evidenti, allora il corpo non veniva mangiato. Ma se le cause erano sconosciute (malattie, germi e microbi sono da loro cose del tutto ignorate), allora la credenza era quella che un khakhua, uno stregone proveniente dagli inferi, avesse posseduto il corpo e lo stesse divorando dall’interno. Come vendetta verso il khakhua, il corpo posseduto andava quindi mangiato dalla tribù, mentre la testa era destinata a chi avesse trovato il khakhua, essendo la parte più pregiata dell’uomo. I bambini al di sotto dei 13 anni però non potevano cibarsene, perché secondo i Korowai era una pratica troppo pericolosa per degli esseri ancora tropo piccoli e vulnerabili alla presenza del maligno. Oggi, secondo moltissimi antropologi, la pratica del cannibalismo è quasi del tutto inesistente fra i Korowai.

Sarah Dari ha detto...

Prima Parte:

Ho eseguito la mia prima ricerca sul campo, da antropologa, nel 2017 a Casablanca, in Marocco. Il mio oggetto di studio era una comunità italiana che si era insediata nella città nei primi anni del '900. Una vera e propria "little Italy" situata nel quartire Maarif. Mi traferii a Casablanca dopo aver raccolto quante più informazioni possibili sulla comunità e sulla sua storia: l'idea che mi ero fatta era quella di una comunità che, pur mantendendo le caratteristiche della cultura d'origine, si era ben amalgamata con i nativi del territorio, con i quali intratteneva, in particolar modo, frequenti scambi commerciali. La mia guida era Isham, un marocchino, che però parlava bene l'italiano e che avevo conosciuto durante un mio viaggio precedente in Marocco. Isham frequentava spesso la comunità italiana, faceva l'allevatore, e riforniva ristoranti e macellai. Fu di molto aiuto: mi presentava i suoi amici più cari, con cui cercavo di creare legami di fiducia; mi portava in giro per il Maarif, facendomi visitare i principali centri culturali: le chiese, perlopiù cattoliche, la piazza principale in cui era stato installato un mercato, ecc. Durante queste "gite" annotavo quanto più potevo, trattative commerciali, sprazzi di conversazioni udite per caso (la maggior parte delle quali in italiano), abitudini, modi di vestire, e chi più ne ha più ne metta. Con il passare del tempo, i componenti della comunità cominciarono ad abituarsi alla mia presenza, e, forte del comune fattore linguistico, potei creare dei veri e propri legami con loro, indipendentemente dalla presenza di Isham. In particolar modo strinsi amicizia con Alberto, un signore di settant'anni che gestiva il bar in cui ero solita fare colazione. Presto cominciai a passare pomeriggi interi in sua compagnia, chiacchieravo con lui mentre bevevo thè alla menta seduta a un tavolino del suo bar. Alberto si rivelò una fonte inesauribile di informazioni, grazie alla sua professione, infatti, conosceva a menadito tutti gli abitanti della comunità e le loro storie. Mi raccontò, inoltre, la sua storia personale: la sua famiglia era stata una delle prime ad approdare a Casablanca, ridotti alla miseria, avevano lasciato la Sicilia per trovare fortuna altrove. Così era stato: suo padre aveva aperto quell'attività, che poi Alberto aveva ereditato. Durante la mia permanenza mi recai spesso fuori dal Maarif, e mi resi conto che c'erano molte differenze con la comunità italiana, la quale conduceva uno stile di vita abbastanza "occidentale". Non solo, quando gli abitanti degli altri quartieri di Casablanca si rendevano conto della mia provenienza, mi guardavano con sospetto e mi trattavano freddamente. Decisi di andare più a fondo nella questione, perciò chiesi a Isham di accompagnarmi agli archivi comunali della città, volevo scavare nel passato fino ad arrivare agli albori dell'insediamento della componente italiana e capirne le dinamiche.

Sarah Dari ha detto...

Seconda parte:

Nonostante Isham mi fece da "lasciappassare", potei consultare ben pochi documenti, la maggior parte copie di giornali di cronaca locale. Non trovai molto, ma una notizia mi colpì particolarmente: lo stupro e l'omicidio di una ragazza marocchina di appena 15 anni, avvenuto quasi cinquant'anni prima, il principale sospettato era un certo Salvatore Marra, un italiano. Il caso però rimase irrisolto, e non venne mai catturato il colpevole. Chiesi a Isham se era a conoscenza dell'accaduto, ma seppe dirmi poco, notai anche che sembrava molto restio a parlarne. Tornata al Maarif decisi di rivolgermi ad Alberto, avevo abbastanza confidenza con lui, il barista inoltre si sentiva quasi in dovere di aiutarmi, essendo ormai una cliente affezionata del suo bar. Scoprii che era abitudine del padre quella di tenere un diario, ne aveva riempiti circa una ventina durante la sua vita e Alberto li aveva conservati tutti. Finalmente potevo accedere a delle testimonianze scritte in prima persona da uno dei primi fondatori della comunità. Non c'era scritto molto riguardo la notizia dell'omicidio, ma in compenso c'erano resoconti dettagliati di quanto fosse stato difficile instaurare una convicenza civile con i nativi marocchini. Gli italiani erano visti come impuri, seguivano una religione troppo poco rigida, mangiavano maiale e non rispettavano il ramadam. La situazione cominciò subito a farsi più chiara nella mia testa, collegai gli indizi e dovetti ricredermi rispetto alla mia ipotesi iniziale: la comunità italiana non era ben inserita nella città, la maggior parte dei suoi componenti continuava a parlare italiano (erano pochi coloro che sapevano lo spagnolo o il francese, le lingue franche della città), le donne non indossavano il velo, e molti di loro non uscivano quasi mai dai confini del Maarif, timorosi dell'ostilità che si poteva incontrare all'esterno. Era stato facile quindi, per la comunità marocchina, puntare il dito proprio contro un italiano, "figlio del peccato", come colpevole dell'omicidio. Chiesi ad Alberto se per caso era presente in quel momento qualche componente della famiglia Marra nella comunità, mi rispose di no. Immaginai che, dopo lo scandalo, erano stati costretti a spostarsi nuovamente. Da quel momento la mia ricerca divenne leggermente più tecnica. Mi concentrai sui dati numerici e esegui una serie di censimenti, scoprii presto che il numero di abitanti della comunità italiana diminuiva drasticamente con il passare degli anni e probabilmente non era destinata a sopravvivere. Passai dunuque il secondo anno della mia permanenza al Maarif in cerca dei motivi sociali e culturali che spingevano gli italiani ad andare via e ne trovai molti. Conobbi molte altre persone che mi fornirono un aiuto decisivo e tutt'oggi gliene sono grata. Una volta tornata in Italia elaborai la mia monografia "Culture esportate", sì, proprio il testo che dovete studiare per il mio esame. Sono tornata in seguito a Casablanca con delle copie del mio libro che ho regalato a Isham, Alberto e tutti coloro che avevano avuto un ruolo decisivo nella mia ricerca e senza le quali non avrei mai potuto portarla a compimento. Dopo averla letta Alberto, scherzando, mi ha detto: "Sembra un libro di fantascienza".

Giuliamaria Casella ha detto...

Nel 2057, sono ormai docente di Antropologia da molti anni. Per l'ennesima volta, racconto la mia prima esperienza di ricerca sul campo, che ricordo ancora come se fosse ieri.
Avevo 23 anni quando decisi, finalmente, di partire per cominciare la mia ricerca. Prima, però, mi ero già letta diversi articoli sugli standard di bellezza della Corea del Sud, e su quanto fossero rigidi al riguardo. Ma volevo indagare di più, per sapere come, effettivamente, la cosa fosse percepita dai coreani stessi.
Con il mio taccuino già pronto ad essere adoperato, arrivai in Corea del Sud, a Seul, nel Settembre del 2020. Immediatamente notai delle differenze nel modo di vestirsi delle persone, su come si comportano e, addirittura, su come camminano.
Come prima cosa, andai a casa della mia amica Soojung, coreana, che conobbi anni prima mentre era in Italia e che mi ospitò durante il periodo che rimasi a Seul. Fu lei la prima a parlarmi di questi standard, che lei stessa seguiva per poter essere considerata bella dalla società. Mi raccontò che lei veniva da un piccolo villaggio della Corea del Sud e che, nonostante in quel momento avesse una pelle molto chiara, era nata con una pelle leggermente più scura e che fosse quindi vista come una ragazza "bruttina". Per arrivare ad avere la pelle chiara cercò di stare il meno possibile sotto al sole e cominciò già da adolescente ad usare prodotti "skin whitening", ovvero prodotti, spesso poco naturali, che schiariscono la pelle. Dopo di che mi disse ci fossero persone che dovevano seguire gli standard in maniera talmente rigida da dover ricorrere spesso anche alla chirurgia plastica. Queste persone erano quelli che vengono chiamati ancora "idol", ovvero ragazzi o ragazze giovani che diventano cantanti in Corea del Sud, spesso debuttando in un gruppo musicale. Andando più a fondo, mi resi conto che questa degli "idol" fosse una vera e propria industria, dove ragazzi/e vengono proprio allenati a piacere al pubblico attraverso il loro talento, ma anche e soprattutto attraverso il loro carisma. Soojung mi diede allora il nome di un ex idol, Jaebum, per farmi raccontare la sua storia. Mi confermò la rigidità con cui questi standard venivano rispettati e imposti, e inoltre mi diede ulteriori informazioni su questa industria degli idol. Mi parlò di come durante il suo periodo di "training" fosse costretto per anni ad allenarsi per poter poi essere considerato pronto a debuttare in un gruppo musicale. Dopo aver debuttato, le ore in cui poteva dormire erano pochissime, e a volte passava addirittura i giorni senza dormire. Le uniche cose che gli era permesso di fare era allenarsi e partecipare ad eventi che potessero fruttare in favore dell'azienda per cui lavorava. Dopo di che mi diede nomi di suoi amici, altri idol, che mi raccontarono le loro faticose esperienze, tutte però abbastanza simili. Ascoltai poi le opinioni del pubblico coreano, anche se a volte sembravano restii a parlare con me, probabilmente dovuto ai miei evidenti tratti stranieri. In tutto questo, anche la televisione è stata una fonte di dati importanti, essendo uno dei principali trasmettitori delle strutture culturali del paese.
La mia ricerca sul campo durò circa due anni, anche se passai gli ultimi mesi a limitarmi ad osservare e ad assimilare senza però scrivere nulla. Una volta tornata in italia, organizzai i miei appunti in un libro che ebbi la possibilità di pubblicare e presentare durante dei convegni. Spedii anche una copia a Soojung che mi chiamò poi per darmi la sua importante opinione sul libro.

Matteo Cimaroli ha detto...

Si potrebbe pensare all'incontro con dei clochard. Seguendo il metodo antropologico, non basterebbe fare solo delle domande o dei questionari (come nella sociologia), ma anche vivere, o cercare di vivere, coi clochard per capire quali categorie mentali e linguaggi usino tra loro e con se stessi. Bisognerebbe prima vedere quello che gli altri studiosi hanno pubblicato in merito.Appuntarsi tutto su un taccuino e cercare di trovare un senso logico a quello che fanno e dei significati che ne vengono fuori. Descrivere sensazioni che al momento non si comprendono, e poi alla fine cercare un nesso logico. Per me, questo potrebbe essere un'ottima indagine antropologica.

Eleonora Segaluscio ha detto...

Avevo 47 anni quando mi ritrovai a raccontare davanti alcuni ragazzi, che stavano seguendo un corso di antropologia, la mia prima esperienza di ricerca sul campo.
Avevo 28 anni la prima volta che misi in atto l'etnografia come metodologia di ricerca.
Avevo deciso di studiare in una scuola di teatro che cosa spingesse i ragazzi ad intraprendere, o meglio a cercare di intraprendere, un mondo cosi difficile.
Mi presentai quindi dalla prima ora di lezione in una classe nella quale i corsi avevano già preso il via, per tanto non essendo la prima lezione i ragazzi sembravano molto uniti (almeno in parte).
Nell'aula c'erano 12 ragazze e 5 ragazzi per un totale di 17 allievi, i due insegnanti e me.
Seguii le lezioni per quasi tutto l'anno accademico. I primi due mesi furono quelli un po' più impegnativi. Non interagii molto con i ragazzi, molto di più invece con gli insegnanti che però non potevano raccontarmi molto su quello che volevo sapere, almeno secondo me (alla fine mi risultarono molto più utili di quanto pensassi), ma mi limitai ad osservare e a prendere appunti. Sapevo già in che realtà mi sarei immersa in una realtà abbastanza complessa, ma in realtà notai che a causa della mia presenza, i ragazzi non si lasciavano del tutto andare e quindi era quasi impossibile per me percepire le differenti personalità che caratterizzavano la classe e che quindi avrebbero potuto iniziare ad aprire i miei orizzonti.
Decisi quindi di mettermi in gioco del tutto. Dopo aver parlato, chiesto, agli insegnanti un po' di più su ogni singolo ragazzo, capii che dietro la partecipazione di alcuni di loro alle lezioni c'era qualcosa di nascosto, ma questo avrei potuto capirlo solamente interagendo con loro. Quindi, chiesi di poter prendere parte attivamente ad una e più lezioni per poter rompere quella parete (quarta parete in termini teatrali) che non mi faceva vedere con occhi fiduciosi da quei giovani ragazzi.
Mi accorsi che qualcosa stava cambiando. Mi trovavo spesso negli spogliatoi delle ragazze
e potevo quindi interagire più liberamente con loro. Iniziai quindi a chiedere ad alcune di loro alcune cose. Parlai con Francesca: aveva 16 anni. Era una ragazza un po' paffutella. Le chiesi per quale motivo seguisse da più anni lezioni di recitazione e canto, quale fosse il suo scopo finale. Mi rispose che il suo sogno più grande era quello di diventare attrice di teatro. Che anche se, era un percorso di studi difficile da mantenere economicamente, non poteva affatto rinunciarci perché solamente in questo modo poteva essere se stessa. La stessa cosa non potevo però dire dopo aver parlato con Camilla: Camilla aveva 17 anni quando la conobbi. Era la più timida del gruppo. Non si lasciava mai andare, o almeno non da sola, magari in gruppo. Le feci la stessa domanda che rivolsi a Francesca e la sua risposta fu più o meno la stessa dell'amica. Non ero sicura però di aver raccolto dati certi sulla sua storia e quindi chiesi ad altri informatori. Alla fine, sia dalle sue amiche che poi parlando con gli insegnanti è uscito fuori che in realtà Camilla avrebbe avuto ben altri progetti per la sua vita. Si trovava quindi a vivere una realtà non sua,costretta dai genitori che avrebbero voluto per lei un futuro pieno di successo.
Ovviamente la mia ricerca non si basò solamente sui due esempi qui presentati, ma il racconto risulterebbe troppo lungo. Facendo un breve riassunto posso quindi dire che, per la mia prima ricerca sul campo sotto vesti di Antropologa ho utilizzato i seguenti metodi e le seguenti tecniche: l'impregnazione (per sentirmi meno fuori luogo), i colloqui (con diversi informatori, che mi hanno portato anche ad aprire nuove piste sulla mia ricerca) e per una piccola parte anche le fonti scritte.
Dall'altro lato come esplicitato precedentemente ho riscontrato anche un fattore di disturbo non indifferente che è stato appunto quello di essere vista dai ragazzi con ostilità.

Flaminia Donnini ha detto...

Il concetto di “serendipity”, cioè il fatto che cercando qualcosa si trova a volte qualcos’altro di altrettanto interessante, si è spesso presentato in occasione di alcune famose scoperte scientifiche ed è ben conosciuto dagli antropologi. Oggi, al termine della mia carriera, cari studenti, vorrei parlarvi della mia prima esperienza di antropologo che si trovò ben presto a fare i conti con questo concetto. Lo studio di cui vorrei parlarvi riguarda le popolazioni della Sardegna. Mi recai sull’isola per il dottorato di ricerca e portai con me numerosi testi sulle civiltà nuragiche. Inoltre, ben conoscevo le vicende della dominazione fenicia, cartaginese e, in seguito, romana, dell’isola. Tuttavia, partendo da nord, mi trovai di fronte ad una curiosa scoperta che mi ha reso familiare il termine “serendipity”. Giunto nella città di Alghero, mi resi conto che i nomi delle vie erano spesso riportati in due lingue, l’italiano e il catalano. Non avevo con me testi che me ne spiegassero la ragione ed allora mi recai nella biblioteca comunale. Scoprii che ad Alghero, che conta circa 35.000 abitanti, è ancora viva una “parlata catalana”, i cui locutori sarebbero all'incirca ancora la metà della popolazione. Tale particolarità risaliva al 1323 quando Alonso d'Aragona iniziò la conquista dell'isola: Alghero, fedele alla Repubblica Genovese, cadde nel 1353. La popolazione locale, però, non accettò passivamente la presenza dei nuovi dominatori scatenando continue rivolte popolari che indussero la monarchia spagnola ad espellere, nel 1372, tutti i sardi del versante nord-occidentale ed a ripopolare la zona con genti provenienti da Valencia, dalle Baleari, Barcellona e da Tarragona. In seguito, il catalano divenne addirittura lingua ufficiale in tutta la Sardegna settentrionale ed Alghero divenne ben presto un'entità diversificata dal resto dell'isola. Anche dopo il passaggio dell'isola sotto il dominio dei Savoia e la conseguente introduzione dell'italiano nell'uso pubblico ed ufficiale, l'uso parlato del catalano continuò a sopravvivere. Come dovrebbe ormai essere noto ai miei studenti, la definizione ”ricerca sul campo” indica allo stesso tempo un luogo e un oggetto di ricerca. Spesso la sua efficacia consiste maggiormente in un apprendimento spontaneo piuttosto che in una ricerca consapevole. Quando ci caliamo in una cultura diversa dalla nostra, essa ci pervade per familiarizzazione o per impregnazione, un sapere che arriva appena alla nostra coscienza, ma che a volte fornisce la sensazione di conoscere lo scenario nel quale ci siamo inseriti. La prova del campo impedisce di abbandonarsi ad ipotesi suggestive ma indimostrabili, di vedere cioè in una realtà sociale ciò che si desidera vedere, di privilegiare gli interessi soggettivi. Si deve essere consapevoli del fatto che raccogliere informazioni non significa solo sintetizzare dati, ma anche modificarli, perché l’uomo tende a creare una rappresentazione della realtà vicina al proprio modo di pensare e vedere le cose. Decisi quindi di intraprendere un’estemporanea ricerca sul campo cominciando ad intervistare la popolazione locale e, cercando di calarmi nelle loro vesti in una sorta di “osservazione partecipante”, rimasi ad Alghero molto più tempo di quello che avevo preventivato. Parlando soprattutto con gli anziani, scoprii che molti di loro utilizzavano ancora alcune locuzioni catalane per salutarsi e per indicare situazioni e luoghi. Il “catalano locale” rimase infatti per lungo tempo chiave di integrazione sociale della città, almeno fino alla seconda guerra mondiale e agli anni ‘50, in cui tale minoranza linguistica (a sua volta parte di un territorio di lingua minoritaria) subì l’interruzione della sua trasmissione intergenerazionale nelle famiglie. La mia prima ricerca mi fece quindi capire che l'antropologo deve essere pronto a rapportarsi con realtà spesso inaspettate.

Flaminia Donnini

Eva Sara Donnini ha detto...

Cari studenti, quando avevo più o meno la vostra età e mi iscrissi all'università, l’antropologia era per me materia ancora semisconosciuta. Cominciai ad interessarmene quasi per gioco più che per passione ma in seguito è divenuta la mia ragione di vita. E’ per questo che, dopo trent’anni di insegnamento e di ricordi più o meno vividi, vorrei raccontarvi quella che fu la mia prima vera ricerca sul campo. Mi ero laureato da poco e decisi di regalarmi un viaggio alla scoperta di una terra sconosciuta ai più. Dopo aver valutato molte mete, partii quindi per il Madagascar, convinto che avrei dovuto affrontare grandi difficoltà, a causa del mio essere ormai pervaso dalla cultura occidentale. Il mio intento era lo studio delle popolazioni indigene della grande isola africana. La scarna letteratura allora esistente raccontava della presenza di ben diciotto tribù diverse, le quali erano derivate dalla fusione di varie popolazioni provenienti dall’Africa meridionale, dall’Indonesia e dai paesi della penisola Araba. Mi parve ben presto evidente che un simile crogiuolo di culture aveva dato origine ad una quantità sorprendente di tratti comuni e di dialetti che, tuttavia, a grandi linee potevano essere considerati parte di una nuova cultura che i testi denominavano “malgascia”. Avevo portato con me poche fonti scritte da consultare e pochissime ne trovai sul campo, quindi la mia ricerca si basò essenzialmente sulle interviste etnografiche agli indigeni e sull’osservazione partecipante. Inoltre, in quelle terre non esistevano censimenti effettuati e le genealogie erano tutte da ricostruire. Mi calai quindi nella realtà di una delle diciotto tribù che mi incuriosiva particolarmente, quella dei Vezo, popolazione di origine asiatica che vive nel sud-ovest dell’isola. Le mie difficoltà con la loro lingua furono enormi ma, cercando di metterli a loro agio e assimilando le loro abitudini e le loro modalità di vita, mi resi conto che erano abilissimi pescatori, capaci di resistere in mare aperto anche per molti giorni. Venivano infatti definiti “nomadi del mare” e le loro piroghe avevano un’importanza simbolica fondamentale poiché costituivano, oltre che il mezzo per il loro sostentamento, anche la loro casa. Quando, tra una battuta di pesca e l'altra, si fermavano a bivaccare tra le dune, erano soliti smontare le loro vele quadrate ed usarle come tende di fortuna. Tutta la loro economia si basava sulla pesca, i bambini venivano educati fin da piccoli a prendere confidenza con il mare e alla costruzione delle imbarcazioni. Lentamente assimilai le loro usanze, i loro riti davanti al fuoco, e alla fine chiesi loro di poter partecipare ad una battuta di pesca, nonché alla consumazione del pasto davanti al fuoco. Fu un’esperienza fondamentale per la mia nascente formazione di antropologo e ne scaturì uno studio che ancora oggi considero determinante per la mia carriera.

Eva Sara Donnini

Lorenzo Natella ha detto...

La mia prima esperienza di ricerca sul campo è stata nel 2012 a San Salvador de Jujuy, nel nord dell'Argentina, presso una comunità indigena autogestita dalla "Organizacion Barrial Tupac Amaru". Nei primi giorni di permanenza a Jujuy ho avuto modo di immergermi nella comunità, trascorrendo molte ore con i miei informatori e con i loro amici e familiari, arrivando presto a conoscere i leader del movimento di autogestione. Imparavo i loro modi di dire, sapevo cucinare le ricette locali, bevevo litri di "mate" e involontariamente iniziavo a interagire con loro attraverso gesti, parole dialettali e perfino in lingua aymara. Osservando e vivendo in quel luogo, prendevo nota di tutto ciò che potesse essere interessante per la mia ricerca o anche solamente ciò che mi colpiva. Iniziai a pormi domande sul perché la comunità svolgesse rituali religiosi pre-cristiani che non appartenevano a quel contesto geografico e non avevano nulla a che fare con il discorso politico del movimento che, ad un'osservazione superficiale, mi apparve tutto incentrato a rivendicazioni di tipo sociale e non di tipo etnico. Contemporaneamente prendevo nota dei rapporti sociali, della rete di gerarchie nella comunità e nella Organizacion, in modo da iniziare a capire chi avrei potuto contattare per le mie domande e cosa chiedere. Così appuntavo i temi generali che maggiormente avrebbero orientato i colloqui e le persone a cui rivolgermi. Nei colloqui (attraverso racconti personali e collettivi della vita quotidiana di leader, militanti e semplici abitanti) mi si svelavano nuovi temi e nuove prospettive, nonché nuove reti sociali, parentele e gerarchie, che mi facevano rielaborare passo dopo passo gli stessi colloqui. Nel frattempo, chiuso nel mio appartamento, iniziai a consultare la mole di documentazione che il movimento aveva prodotto e raccolto negli anni, dagli articoli di stampa, ai documentari girati da registi indipendenti, ai verbali che documentavano l'attenta opera antropopoietica della comunità: Alla fine, dalla combinazione dei dati osservati, mi è apparso chiaro come il movimento avesse adottato e riadattato una serie di rituali religiosi caratteristici delle Ande boliviane e peruviane, come il capodanno andino "Inti Raimi", ma a scopi puramente politico/civili, con l'obiettivo di ricercare in un'identità storica condivisa l'origine delle proprie rivendicazioni sociali, senza tuttavia minacciare la sensibilità cattolica della comunità. Il movimento ha così preso in prestito questi riti, laicizzandoli, e ha mescolato diverse fonti per la sua mitopoiesi, ad esempio il simbolo della Organizacion sono i volti di tre eroi fondatori: Evita Peron (identità nazionale), Che Guevara (identità continentale/rivoluzionaria) e Tupac Amaru II (identità indigena/andina). Un primo problema riscontrato è stata proprio l'interpretazione frammentata di queste costruzioni culturali, in un contesto fortemente politicizzato e suddiviso in sotto-insiemi sociali che si intersecano, ognuno dei quali rappresenta un "gruppo strategico" in merito alla questione dei riti religiosi, che legge in maniera non univoca il valore di questi riti (ad es. leader e militanti, bianchi e indigeni, marxisti e cattolici, peronisti e anti-peronisti, lavoratori sindacalizzati e non-sindacalizzati, ecc.). Un altro problema riscontrato è stata la difficoltà di accesso alle fonti governative - utili per me a comprendere meglio come si inserisce la comunità nei rapporti politici con il territorio circostante - a causa del cosiddetto fenomeno dell'incliccaggio: Essendo ormai considerato parte della Organizacon, subivo gli stessi pregiudizi che i membri di questa vivono nei rapporti con l'autorità, il che ha rappresentato un problema di agibilità della ricerca.

Lorenzo Natella

Mik Dedo ha detto...

Nel 2013 ho avuto l'opportunità di andare in Sri Lanka. L'oggetto della mia ricerca voleva essere lo studio dei rapporti tra la maggioranza singalese e la minoranza Tamil, quest'ultimo un popolo protagonista di una feroce guerra civile contro il governo per la rivendicazione della regione Eleam Tamil. Dopo la guerra civile terminata nel 2009 hanno avuto seguito controversie di carattere religioso: Infatti i singalesi rappresentano la maggioranza buddhista mentre i Tamil sono induisti e in piccola parte musulmani.
La mia intenzione era quella di capire bene la situazione politico-religiosa e di conseguenza le ragioni dei conflitti attraverso fonti singalesi per poi spostarmi nella parte Tamil alla ricerca dei loro motivi ideologici.
Ero ospite di Sunil, un contadino indiano che per rendere ricca la sua famiglia ha lavorato per 9 anni in Italia e dunque avevo un interprete importante nonché una fonte abbastanza informata dei fatti. Conoscevo Sunil già in Italia e tutto questo ha facilitato le cose.
Tuttavia l'approccio non è stato dei migliori: mi sentivo goffo e osservato e tutto questo comportava un ostacolo per la mia ricerca in quanto gli abitanti della regione del Mannar avevano verso di me un atteggiamento diffidente. Capii che era ancora presto e che dovevo adattarmi a quel contesto, e così mi limitati inizialmente a scrivere sul mio taccuino ciò che vedevo, cose che comprendevo e cose che mi sembravano anomale, chiedendo poi spiegazione a Sunil.
Improvvisamente cominciavo a fare miei i loro modi di interagire e in conseguenza di ciò avevo la possibilità di intrattenermi in interessanti colloqui dove sapevo da dove iniziare ma non dove sarei finito, affrontando temi diversi e poche volte attinenti alla mia ricerca, ma allo stesso tempo arricchendo il mio piano di ricerca. Venni a sapere da uno degli amici di Sunil, Jan, che era in stretto contatto con un Tamil ( ho scoperto che ci sono molte amicizie tra Tamil e singalesi).
Questa fu la svolta. Dopo mesi in una regione quasi soltanto singalese ero riuscito a trovare una chiave di passaggio.
Ospite di Jan, con la quale comunicavo con molte difficoltà, ero malvisto in una zona prevalentemente Tamil per via del mio modo di comunicare singalese.
Jan mi diede una mano e grazie a lui scoprivo importanti informazioni storiche, tra cui delle storie di lotte d'indipendenza Tamil scritte su carta. Passai ancora del tempo nella parte Tamil della regione, dove superai la diffidenza grazie all'aiuto di Jan. Riuscivo a verificare più fonti e dalle loro parole sviluppavo nuovi temi, scoprivo particolari interessanti e complessi e nel giro di un anno sapevo intrattenermi abbastanza bene con un Tamil.
Il mio piano di ricerca è stato sconvolto, ho passato molto più tempo nella parte Tamil perché più concentrata di ideologie relative a vicende storico-politiche che a contatto con le popolazioni singalesi non potevo conoscere.
I miei colloqui sono stati sempre più efficaci e i miei informatori sempre più confidenti.
Tornato in Italia ho scritto una monografia sulle idee politiche dettate dal rancore Tamil e la loro distanza dai modelli singalesi.

Michele De Dominicis

Ilaria Campaniello ha detto...

Avevo 27 anni quando, sempre più affascinata dalle molteplici letture circa il fiabesco mondo norvegese, decisi, in veste di antropologa, di trascorrere tre mesi nella città di Bergen. Fu quella la mia prima esperienza sul campo.
Negli anni precedenti avevo letto molto circa la civiltà di questo popolo, il suo liberismo e la cordialità dei suoi abitanti. Una città variopinta, declinabile nelle più minuziose sfumature, ciascuna riconducibile ad un quadro definito, congelato in un sentimento di vitalità, racchiuso nella bellezza del gelido paesaggio circostante.
Ma la cosa che più mi affascinava era tradotto in un profondo senso di libertà che caratterizza questo popolo nordico, una libertà a cui si è educati sin da bambini, e di cui tanto avevo sentito parlare. Ed è stato proprio questo l’oggetto della mia indagine. Volevo vivere, assaporare da vicino questa libertà, molto distante dalla cultura della nostra penisola, in cui si tende a lasciare le radici nel luogo di nascita per troppo tempo.
A Bergen sono stata ospite di una famiglia, composta da 4 membri : due genitori e i due figli, rispettivamente di 8 e 18 anni.
Non nego la difficoltà che ho riscontrato i primi tempi ad adattarmi alle temperature, a volte sotto lo zero, che caratterizzano quel luogo. Ma è stato solo questione di tempo.
Per quel che riguarda le relazioni sociali, i primi tempi mi sono limitata a racchiudere ogni impressione o fenomeno all’interno nel mio taccuino, avevo timore di risultare troppo invadente.
Ma, un giorno, Lucy, la figlia minore, prendendomi per mano mi invitò a giocare con lei nel parco ubicato qualche isolato più in là rispetto la residenza della famiglia presso cui ero ospite. La bambina iniziò a raccontarmi di ciò che faceva a scuola, delle amicizie che aveva costruito e di come, nel pomeriggio, si incontrasse con le altre bambine nel parco per giocare. Mi raccontò che, talvolta, quando i genitori non erano in casa, era lei ad occuparsi delle faccende domestiche. Mi disse che era proprio lei a preparare il ciambellone per la domenica e la cosa mi fece sorridere, riportandomi indietro nel tempo, alla mia infanzia. Fu in quel momento, attraverso un continuo colloquio, che mi sentii autenticamente parte della sua vita e delle sue esperienze, parte della sua cultura.


Anonimo ha detto...

Maria Spinella prima parte
La mia prima ricerca etnografica risale al periodo in cui avevo circa 23 anni, decisi di andare in Cina per completare la mia tesi di ricerca basata sulla divisione in caste della cultura cinese. Appena arrivata mi sono stabilita in città e ho iniziato a lavorare in un bar vicino casa. Ai fini della mia ricerca, mi consigliarono di analizzare anche i riti funebri, poiché è assolutamente rilevante, in Cina, indicare sulla bara del defunto il suo stato sociale occupato in vita.Dopo qualche mese, avevo stretto molta amicizia con una ragazza della zona Yuki e iniziai a frequentare casa sua. Un giorno, per pura casualità, sua nonna mi raccontò un episodio: mi disse che la sua vicina di casa era deceduta ma che la famiglia non era stata capace di organizzare il funerale e quindi sarebbe stata colpita dalla sfortuna. Era decisamente preoccupata per la famiglia, ma purtroppo, non poteva fare nulla per aiutarli. In un primo momento non riuscivo a comprendere il motivo di cotanta “sfortuna” perciò decisi di leggere qualche libro relativo all’argomento. Lessi che in Cina si da molta importanza ai riti funebri, un rito può durare anche più di 49 giorni ed inoltre, visto che coesistono numerosi gruppi religiosi, come il Taoismo, il Buddismo, il Cristianesimo e il Confucianesimo, le tradizioni variano da zona a zona.
A Singapore, la maggior parte degli abitanti seguivano il Taoismo, e dedussi che anche la nonna della mia amica faceva parte di questa categoria.Incuriosita, il giorno seguente, sono andata da casa loro per prendere un tè e con la scusa riaprire l’argomento, ma questa volta, portai con me il mio taccuino.Dopo qualche oretta, la donna mi disse che il loro sbaglio era stato quello di lasciare uno specchio scoperto in casa. Aggiunse che se ne era resa conto la figlia quando ormai era troppo tardi, ma che ad ogni modo, per evitare di far perdere l’anima del defunto aveva messo un foglio di carta bianco fuori casa. Nel frattempo io prendevo nota di tutto e le raccontavo episodi della mia vita in Italia per tenere viva la conversazione.
Uscendo di casa, notai che effettivamente la sua vicina di casa aveva un foglio bianco appeso fuori casa.
Nel frattempo io aggiornavo il mio diario di campo, inserendo tutte le esperienze che vivevo ogni giorno a Singapore.Al bar, lavoravo con Mariko, le chiesi cosa ne pensava del lutto dei vicini di casa di Yuki. Mariko sembrava abbastanza contrariata, non le piaceva Yuki, mi disse soltanto che la cura delle dita non è seguita per niente in modo corretto. Per evitare di indispettirla, cambiai discorso.

Anonimo ha detto...

Maria Spinella seconda parte
In seguito parlai con la cugina di Mariko, molto più socievole rispetto alla cugina, (soprattutto dopo che le avevo detto di essere andata in Cina per una ricerca) che riprese questo aspetto delle unghie. Mi raccontò che lei questo dettaglio non lo aveva Assolutamente sottovalutato, soprattutto alla morte della nonna in Corea.Facendo due chiacchiere al bar appresi anche che il colore dei funerali è il bianco.
Cercai di riunire tutte le fonti raccolte (colloqui, taccuino, libri, diario di campo) e capii che: in Cina esiste l’idea che un funerale mal organizzato possa portare sventura alla famiglia, in quanto la cultura cinese ritiene che lo spirito dei defunti continui la sua vita nell’aldilà. La preparazione del defunto è molto rilevante: secondo la cultura Taoista essa inizia ancora prima del funerale effettivo. La famiglia, secondo un’antica tradizione, deve coprire tutti gli specchi della casa per evitare che un membro della famiglia specchiandosi possa esser attirato dall’anima del defunto che ancora non ha lasciato la casa. Il corpo del defunto deve esser pulito in modo molto accurato e, secondo una tradizione Buddista (diffusa soprattutto nella cultura Coreana) al defunto devono esser curate le unghie. Il defunto, dopo una settimana dal funerale “ritorna” nella sua abitazione e per non farlo perdere si usa attaccare un foglio di carta bianco. Nella mia ricerca un fattore di disturbo è stata Mariko, coreana e buddista, avversa alla famiglia di Yukio, taoista. Fenomeno “incliccaggio”.La mia interazione è stata di tipo complessa: ho ricavato fonti da più informatori.Ho cercato di avere colloqui costanti dando e ricevendo informazioni al mio interlocutore. Sono partita da un’esperienza personale del mio interlocutore: nonna di Yuki con la quale avevo confidenza.Ho combinato i dati ottenuti secondo una triangolazione complessa: punto di vista di Mariko e della cugina relativo al funerale della famiglia della zona.Impregnazione: ho vissuto per un lungo periodo in Cina

Alessia Stirpe ha detto...

La mia prima ricerca sul campo condotta partecipando, osservando e registrando i dati della vita quotidiana di una cultura antropologica vissuta su un piano storico-politico, é stata quella di un piccolo paese periferico e decentrato rispetto al nucleo cittadino vero e proprio. Il piccolo paese, dopo l'interelazione delle forme di produzione di dati e quindi in seguito alla risultanza dei dati dell'osservazione partecipante, dei colloqui, delle procedure di censimento e della raccolta di fonti scritte, manifestava una netta spaccatura in due parti di territorio tra loro assolutamente contrapposte e ostili. La quota di cittadini che gravitava dalla parte di un antico monastero (che aveva avuto in passato un sistema cortense molto potente e quindi a sua disposizione una ricca manovalanza di coloni) aveva aderito in modo netto ed inequivocabile al vecchio partito della democrazia cristiana, perché essendo dalla parte dei monaci e della Chiesa, aveva fatto dell'indirizzo di fede cattolica e della politica un tutt'uno. L'altra quota di cittadini che gravitava invece intorno ad un nucleo cittadino (in cui era predominante e dettava le sue leggi il vecchio partito comunista italiano, appoggiato da un corpuscolo di sindacalisti della CGIL molto potente) manifestando il proprio ateismo si mostrava di tipo rivoluzionario e tendeva in tutti i modi a sganciarsi da qualsiasi forma di ingerenza manifestata dai monaci che in qualche modo continuavano ad avere l'usofrutto sui terreni che in passato avevano ceduto ai cittadini. Tra le due parti del paese c'era uno stato di tensione, di contrasto e di lotta continuo ed ostinato. Questo stato si manifestava in tutte le minime circostanze dalla vita quotidiana alle occasioni di visita da parte di esponenti politici in ricorrenza di elezioni politiche o in qualsiasi altra circostanza. Il mio lavoro è stato quello di registrare tutti i dati possibili servendomi di un taccuino di campo in cui avevo potuto sedimentare i corpus che avrei poi trattato in fase di elaborazione, di importanza fondamentale all'interno dei taccuini sono stati gli appunti attinti da conversazioni non osservabili. Mi ero fatta una lista di domande in vista dei colloqui e i canovacci di colloquio selezionavano una tematica che miravo a sviluppare nel corso dei colloqui stessi. I miei colloqui di natura antropologica avevano l'aspetto fondamentale della diacronia perché si basavano su dati che si succedevano in un arco di tempo storico-temporale. Ho avuto modo di osservare nel corso di innumerevoli anni che la variazione di condizioni politiche diverse e la trasformazione di partiti storici in altre organizzazioni politiche non ha eliminato più di tanto il vecchio stato di conflittualità tra le due porzioni cittadine del paese. Anche se i due grossi partiti iniziali della dc e del partito comunista si sono modificati, la nuova spaccatura continua ad esistere tra le formazioni politiche che in qualche modo hanno sostituito quei vecchi partiti. La situazione antropologica del paese osservabile e registrabile si allinea ad una condizione di potere e di interessi economici tra due istituti fondamentali: da una parte il vecchio monastero che non ha perso, in effetti, mai la propria influenza e dall'altra un blocco antropologico di opposizione che in qualche modo ha cercato da sempre di garantire la propria autonomia e indipendenza da quel vecchio cambio monastico.

Alessia Stirpe

Federico Vespoli ha detto...

Q1.

Sono nel mio studio quando sento bussare alla porta. È uno studente, timidamente si siede e inizia a parlarmi del suo percorso, dei suoi progetti e del fascino che sortisce su di lui l’antropologia culturale. Ha deciso di prendere il discorso alla larga ma è evidente che è venuto a chiedermi la tesi. Non l’ho mai visto prima, deve aver seguito i corsi con altri insegnanti, glielo chiedo e lui conferma. Mi chiede che tipo di tesi gli farei fare, è curioso ma non sa bene cosa lo aspetta. Ho tempo e decido di raccontargli di quando ero giovane e della mia prima ricerca sul campo.
«Ricordo che il mio professore di antropologia, dopo avermi seguito per qualche anno, mi propose come lavoro di tesi una piccola ricerca sul campo: il tema era il rapporto tra i giovani e il lavoro nelle periferie romane. Mi chiese se conoscevo già qualcuno che facesse al caso nostro e io proposi un amico (Cristiano) che abitava a Torraccia. Il giorno stesso chiamai Cristiano e gli chiesi di vederci: volevo raccontargli della tesi e chiedergli se conosceva qualcun altro con cui avrei potuto parlare. Mi invitò a prendere un caffè e dopo una breve chiacchierata mi face tre nomi di suoi amici e mi diede il loro numero di telefono, aveva da fare e l’incontro fu molto breve. Non ero mai stato prima a Torraccia e mi presi un po’ di tempo per passeggiare osservando il quartiere, peraltro molto piccolo e vicinissimo a San Basilio. Tornando a casa passai in biblioteca alla ricerca di qualche informazione sul quartiere, trovai un solo testo che faceva al caso mio e completai le ricerche su internet. Indagai su quando era stato costruito il quartiere, sulla sua posizione e sui collegamenti con il resto della città. Diedi un’occhiata anche ai servizi e agli annunci di lavoro della zona. Tutto poteva servire a capire meglio.

Nei giorni successivi comincia ad incontrarmi con Daniele, un altro ragazzo di Torraccia. Armato di registratore cominciai a parlargli e a conoscerlo: Daniele è un tassista e io gli chiesi come era finito a fare quel lavoro. Il racconto fu molto interessante e portò alla mia attenzione degli aspetti che non avevo neanche considerato, ad esempio il fatto che i tassisti tendessero a passare il lavoro ai figli tramite le licenze. Più tardi mi vidi con Nicola, un esperto in licenze e taxi consigliatomi da Daniele, e provai a raccogliere qualche dato per produrre un albero genealogico di licenze. Non fu possibile e mi resi conto che la mancanza del dato era un dato essa stessa: magari un lavoro futuro avrebbe potuto riguardare proprio i tassisti. I colloqui proseguirono e trovai molto fecondo il rapporto con un gruppo di adolescenti assidui frequentatori di un piccolo parco giochi abbandonato. Ogni sera riascoltavo le registrazioni e cercavo di cogliere i punti salienti, scrivevo qualche nota sul mio diario e già pianificavo il da farsi futuro.

L’annuncio dell’apertura di un grosso centro commerciale fu un’ottima occasione per provare a individuare quali fossero i gruppi strategici tra i giovani a Torraccia: come avevano saputo la notizia, se erano contenti o meno, se vedevano nel centro commerciale delle possibilità di lavoro concrete. Riuscii per fortuna a sentire la voce di alcuni ragazzi di San Basilio e di Casal Monastero, forse testimonianza di aver evitato l’incliccaggio, e iniziai a sentirmi anche un po’ parte dell’ambiente. Avevo imparato le scorciatoie, dove parcheggiare, i bar più accoglienti e i luoghi di ritrovo. Avevo perfino imparato a parlare a bassa voce in alcune zone: “rimbomba tutto e qua nessuno si fa li cazzi sua” mi aveva detto Daniele. A poco a poco mi sentivo meno un estraneo e non venivo più considerato come tale. Passarono alcuni mesi e arrivai alla saturazione del tema, ripresi tutte le note e cominciai ad esplicitare quel che avevo notato. Scrissi una tesi concisa ma interessante, rivedendola adesso noto tanti errori che all’epoca feci in buona fede cercando una certa rappresentatività delle mie fonti. Bene, ora sai cosa ti aspetta. Iniziamo?».

Federico Vespoli

Silvia Della Bella ha detto...

I PARTE
E mi trovo così, di fronte a un'aula gremita di studenti, tutti tesi ad ascoltare quello che, nella maniera più chiara possibile, cerco di trasmettere e di insegnare loro sull'antropologia culturale, prendendo spunto dalla mia esperienza personale. Oggi, la nostra lezione si focalizza su come fare ricerca etnografica e, dopo aver fornito nozioni tecniche riguardo il "field work" esercitato da un antropologo in un posto, racconto della mia prima esperienza con quella che ben presto sarebbe diventata la mia ragione di vita.
Ricordo ancora come, circa 30 anni fa, discutendo di antropologia con i miei compagni di classe, restassi affascinata dal modo in cui ognuno di noi la interpretasse. Il nostro prof insisteva molto sul fatto di non confondere il lavoro dell'etnografo con il semplice interesse del turista, ed è proprio per questo che decisi di condurre la mia prima ricerca etnografica in un posto molto vicino a me, nella mia stessa cittadina di provincia. Questa per me si rivelò essere anche una conferma del fatto che le culture non possono essere considerate dei pacchetti separati gli uni dagli altri, con dei confini ben definiti tra l'una e l'altra, in quanto, nella realtà dei fatti, sono in costante comunicazione tra loro.

Silvia Della Bella ha detto...

II PARTE
Avevo sempre nutrito una certa curiosità nei confronti della cultura cinese, un interesse che si accrebbe molto di più un lunedì sera, durante il consueto allenamento di pallavolo, quando arrivò una nuova ragazza cinese. Fin da subito notai un certo distacco da parte sua nei nostri confronti e questo fu lo stimolo principale che mi portò a interagire con lei per avvicinarmi a qualcosa che, nella mentalità comune, era lontanissimo dal nostro modo di essere e, in più, sarebbe stata un'opportunità per mettere in pratica tutto ciò che in quel periodo stavo ricevendo passivamente a lezione. Ci volle del tempo per poter raggiungere una certa INTIMITÀ tra noi, dal momento che non sembrava volenterosa di integrarsi nel gruppo e partecipare alle discussioni o ai vari incontri. Forse fu questa sua iniziale ostilità che mi spinse ad andare oltre, per capire da cosa potesse essere provocata.
Pian piano riuscimmo ad interloquire e lei si mostrò molto interessata e lusingata dell'attenzione che le stavo riservando. La cosa più soddisfacente per me, fu il fatto che si trattò di uno SCAMBIO RECIPROCO, il nostro fu un colloquio dal quale entrambe uscimmo arricchite. In effetti, ci fu un'INTERAZIONE che non banalizzava il mio 'lavoro' riducendolo a una semplice intervista e questo perché, attraverso la storia della vita di quella ragazza, riuscii ad individuare un'enorme quantità di materiale culturale, tutto nella maniera meno invasiva possibile, attraverso questa NEGOZIAZIONE INVISIBILE di sapere.
I nostri incontri divennero sempre più frequenti cosicché ebbi modo di confrontare i vari dati che, di volta in volta, presi nel mio TACCUINO. Con quello che mi raccontò riuscii a capire molti suoi comportamenti nell'ambito della vita quotidiana. Mi rivelò quanto fosse strano per lei giocare in una squadra, stare in un contesto in cui si suole manifestare affetto tramite il contatto fisico (baci, abbracci), dato che loro difficilmente si spingono oltre la stretta di mano o il semplice cenno del capo.
Mi parlò anche dell'importanza che loro attribuiscono a piccoli gesti come, ad esempio, l'uso delle bacchette durante i pasti. Mi disse che è irritante, nella sua cultura, assistere a scene di stranieri che usano "a caso" le bacchette nei ristoranti cinesi. Ad esempio, metterle in posizione verticale sul piatto pieno di riso, è un pessimo comportamento dato che ricordano gli incensi che bruciano durante i riti funebri.
Da quest'esperienza riuscimmo a ricavare entrambe un grande insegnamento che contribuì ad allargare il nostro orizzonte culturale e che ci portò alla pubblicazione di un libro nel quale, alternando il mio e il suo punto di vista, cerchiamo di stabilire un dialogo tra due culture separate da "muri culturali" inconsapevolmente instaurati dall'uomo.

Simone Perrone ha detto...

PARTE I

[Introduzione]
Il mio nome è Emiliano, Emiliano Franchi. Sono morto nel 2017, all’età di venticinque anni, a causa di un tumore incurabile. Non accettai l’idea di dover morire prematuramente, tanto più che mi ero da poco laureato in Antropologia culturale ed Etnografia all’Università di Bologna, e avevo ancora tutta la vita innanzi per mettere a frutto le competenze faticosamente acquisite nel corso dei cinque anni di studi universitari. Decisi dunque d’investire il mio denaro nella criopreservazione - una tecnica laboratoriale d’ibernazione ammessa in Russia, dove mi ero appena trasferito per compiere studi etnografici -, affinché potessi avere, in futuro, una ulteriore possibilità di vivere. Piacque a Dio di accordarmela: nel 2102 fui tratto fuori dell’azoto liquido e risvegliato dal Dr. Dostoj all’interno del laboratorio della società KrioRus, a Mosca.

Durante i due mesi di riabilitazione, non potendo uscire fuori del laboratorio e intendendo tuttavia farlo non appena fossero finiti gli interminabili controlli medici, consultai accuratamente diverse fonti scritte al fine d’iniziare la mia ricerca sul campo: lessi dunque alcune opere della letteratura locale contemporanea, la stampa locale, presi visione di film e documentari relativi alla Mosca contemporanea, del secolo scorso (XXI) e del precedente (XX) e studiai la produzione artistica russa degli ultimi cinque secoli. Sulla base di questi studi, iniziai ad annotare ipotesi e domande che da essi derivavano. Qualche giorno prima che mi venisse accordato il permesso di uscire fuori del laboratorio, un team di psicologi mi spiegò il delicato programma di reintegrazione sociale al quale sarei stato sottoposto, essendo parte di una minoranza sociale, all’interno della società russa e mondiale del tempo, volgarmente indicata come living dead, che già da tempo si stava cercando di reimmettere nel tessuto sociale.

[La ricerca sul campo]
Uscito fuori della sede della KrioRus, iniziai la mia ricerca sul campo al fine di comprendere meglio la civiltà contemporanea russa e, in particolare, quella di Mosca. Tramite l’osservazione partecipante, iniziai a sondare le reazioni dei locali alla mia presenza in qualità di co-attore e, insieme, di testimone, annotando di volta in volta le informazioni che mi derivavano dall’ambiente esterno, nonché le impressioni che in me si producevano, nel taccuino. La mia presenza suscitò reazioni diverse nei locali: taluni, riconoscendo il mio status, si mostravano o incuriositi o timorosi; talaltri, non sapendo chi fossi, mi trascurarono al modo in cui si trascura un usuale straniero, verso cui pure c’è diffidenza o interesse, ma non in misura tale da dar luogo a reazioni eccessivamente manifeste; altri ancora, infine, pur avendomi riconosciuto come forestiero e living dead, finsero di essere disinteressati alla mia presenza. Frattanto, continuai a consultare fonti scritte in concomitanza con la ricerca sul campo, man a mano che mi si presentavano le occasioni per farlo. Ciò mi permise di far entrare in sinergia i diversi modi possibili di raccolta di dati: trovandomi presso una edicola, avevo modo ad un tempo di produrre dati secondo la consultazione di fonti scritte, in questo caso la stampa locale, e l’osservazione partecipante. Questo nei primi tempi, in cui ancora non padroneggiavo adeguatamente il russo. Ma non appena ne fui capace, lo stesso luogo, l’edicola, esibì chiaramente l’eclettismo dei dati e divenne una risorsa incredibilmente preziosa, in quanto non solo consentiva la produzione dati secondo i due modi succitati, ma anche secondo i colloqui-consulenza che intrattenevo col giornalaio.

Simone Perrone ha detto...

PARTE II


C’è di più: con questi, man a mano che la nostra frequentazione cresceva in frequenza, ebbi modo di intavolare colloqui-racconti in cui ci trovavamo a ragionare delle sue sequenze di vita in riferimento ai temi che proponevo e dai quali, tuttavia, ne derivavano di altri, imprevisti e spesso dovuti all’off-topic del giornalaio, che mi consentivano di formulare nuove domande o, anche, di riformularne di vecchie alla luce delle nuove riflessioni emerse (ricorsività). Anche con i frequentatori dell’edicola ebbi modo di intrattenere colloqui, dapprima in forma di semplice interazione, i cui contenuti referenziali erano rimarchevolmente disturbati da più fattori, in primis le caratteristiche contestuali e culturali della situazione del colloquio, ma che, col tempo, riuscii ad avvicinare alla conversazione, la cui minore artificialità mi permise di ottenere informazioni più vicine al reale sentire dei miei interlocutori rispetto al tema trattato; in queste occasioni, mi avvalsi di un canovaccio di colloquio per avere un promemoria di alcuni argomenti che m’interessava approfondire, tra i quali la reintegrazione sociale dei reietti, in particolare i living dead. Confrontando il colloquio come interazione al colloquio come conversazione, riuscii ad individuare i comportamenti modificati dalla mia presenza ed i comportamenti inalterati da essa. Per cercare di ridurre i primi, avendo studiato durante la convalescenza alla KrioRus numerosi testi folkloristici russi, avviai un processo di “indigenizzazione” per rimuovere quanto di esteriore avesse il mio status di antropologo culturale aderente alla cultura occidentale del secolo scorso e, al tempo stesso, trassi profitto dai cambiamenti comportati dalla mia presenza, facendo di essi un ulteriore oggetto di studio della mia ricerca sul campo: ne risultò che sul mio taccuino coesistevano i comportamenti alterati con quelli inalterati, essendo ambedue paritetici sul piano dell’importanza ai fini della comprensione della realtà in cui mi trovavo, come pure lo erano i discorsi locali – nei quali non ero coinvolto - rispetto ai colloqui avviati da me. Man a mano che il mio soggiorno avanzava nel tempo, riuscì ad essere meno goffo nelle interazioni quotidiane, avendone acquisito, tanto formalmente quanto informalmente (impregnazione), i meccanismi regolatori: ciò mi permise di muovermi nella realtà russa, e in particolare di Mosca, con maggiore spontaneità. Fu proprio in forza di essa, e dei tanti colloqui, che riuscii ad ingraziarmi Andrey, un programmatore di sessant’anni, e Amos, un giovane ingegnere aerospaziale. Ci volle diverso tempo prima che entrambi mi accordassero la loro fiducia, ma, superati gli iniziali pregiudizi, essi divennero i miei informatori privilegiati. Con Andrey furono presto evidenti il fine e le modalità della negoziazione invisibile in atto nei nostri colloqui: egli aveva numerose preclusioni ideologiche nei confronti degli occidentali, e cercava con ogni espediente, specie all’inizio, di legittimare il suo punto di vista su di essi. Alle sue argomentazioni, pur essendo talvolta sospette, talaltre storicamente errate, accordai il mio assenso: in questo modo, da un lato potei capire meglio la sua rete di segni, dall’altro evitai io stesso di avere preclusioni verso le sue idee (realismo simbolico).

Simone Perrone ha detto...

PARTE III

A seguito della triangolazione complessa, appurai l’usualità delle rappresentazioni - in particolare quelle relative a specifici temi sociopolitici – fornite da Andrey: esse, infatti, erano condivise all’interno di un gruppo strategico i cui membri individuai per iterazione concreta, partendo dai colloqui col giornalaio e con Andrey stesso. Così facendo, sorsero inediti temi di ricerca, che mi portarono a modificare le ipotesi di cui disponevo e ad elaborarne di nuove (iterazione astratta). La gioventù e lo scetticismo di Amos portavano con sé il poderoso vantaggio di far pervenire in breve tempo la nostra interazione a confronti dialogici. La sua apertura al confronto fece di lui il mio assistente di ricerca, in qualità di traduttore semiologico. Rispetto ad Andrey, Amos era un informatore privilegiato di tipo tramite, in quanto aprì la mia ricerca a scene culturali difficilmente accessibili e rispetto alle quali ebbi modo di coinvolgere, nella triangolazione, anche gruppi invisibili, il cui punto di vista, in relazione al problema trattato, divergeva sia da quello di Andrey che di Amos, e tuttavia fu importante quanto il loro nella rielaborazione della ricerca, delle ipotesi, delle domande e nello sviluppo di censimenti genealogici, per redigere i quali mi avvalsi di procedimenti già sperimentati da altri colleghi antropologi. Nel giro di un anno, notai come le interazioni con i diversi attori sociali fornissero sempre meno informazioni nuove: capii, dunque, che il tema trattato era saturo.

[I problemi della ricerca sul campo]
Nel corso della mia ricerca sul campo incontrai molte difficoltà: anzitutto, il fatto che numerosi individui coi quali pure ho interagito mi etichettassero come appartenente al gruppo dei living dead, ragion per cui le informazioni che riuscii a trarre furono esigue. Ora, se queste persone mi si mostravano troppo dichiaratamente ostili, ve ne furono altre che, al contrario, non riuscirono quasi mai ad esporre il loro autentico punto di vista sul tema in esame, o perché cercavano di compiacermi rispondendo nei termini che ritenevano s’accordassero coi miei, o perché, diffidando eccessivamente di me, rispondevano laconicamente. Di più: la soggettività delle argomentazioni altrui mi permise di avvedermi, nella misura in cui la osservavo, della soggettività dei dati che di volta in volta producevo, della quale mi capacitavo sempre più tramite il mio diario di campo.



Cordialmente,
Simone Perrone

Eleonora Cericola ha detto...

La prima ricerca sul campo e' stata da me condotta quando ero ancora una giovane inesperta,appassionata e affascinata da sempre dalle tribù africane,che toglie l'occasione per poterle studiare grazie all'aiuto di un ragazzo che era gia' stato li' per precedenti studi. Prima della partenza svolgo alcune ricerche per informami sulla storia della tribù,in questo caso quella Masai, popolo nomade, se non per il gruppo di sedentari in Kenya dove andremo a svolgere le nostre ricerche.
I primi giorni in Africa osservo in un angolo senza disturbare, mi immergo pian piano nella loro quotidianità senza fare domande ma osservando a distanza e prendendo qualche appunto sostanziale. Poi grazie al ragazzo che mi aveva accompagnata, sono stata accolta e ho partecipato ad alcuni piccoli riti della giornata, dalla coltivazione di piante con i loro metodi all'osservare gli uomini che si occupavano del pascolo. La sera poi scrivevo le cose che vivevo (Osservazione partecipante). Il problema grande fu la comunicazione, il loro linguaggio molto complesso quanto antico, poche le parole apprese, ma molti i gesti che valevano piu' di tante parole, attraverso essi e le poche parole che riuscivo a pronunciare entravo in contatto con loro. Un giorno due Masai erano in lotta tra loro, gridavano parole che sembravano alquanto gravi. Una donna poi ci spiegherà, attraverso un colloquio e guidata dalle nostre domande, che uno dei aveva cacciato nel territorio dell'altro, e l'altro si era difeso dicendo che l'animale in questione era scappato dal suo territorio e di diritto era suo. Ma i confini tra un territorio e l'altro sono invalicabili. La donna poi ci informa che la questione sara' risolta dal consiglio degli anziani, che dara' una multa  in bestiame, come pena e risarcimento del danno all'altro. Tante poi le annotazioni sul diario, dalle differenze di religione, sulla donna e il matrimonio ai segni sul corpo che hanno significati specifici. Intenso studio che mi ha fatto scoprire molto, ha fornito nuove conoscenze e mi ha arricchita culturalmente.

Francesca Acostachioae ha detto...

Q1.
In questo periodo dell’anno mi sembra strano camminare per le strade e non vedere gioia e festoni appesi come quando ero in Messico. Ormai è passato tanto tempo da quei momenti; fu la mia prima ricerca sul campo come antropologa. A quell'epoca avevo solo 28 anni ed ero particolarmente affascinata dalla cultura messicana, un mix di civiltà precolombiane e ispanico cattolica. Partii così per lo Yucatan. Dopo un lungo viaggio e non poche difficoltà, arrivai finalmente in un piccolo villaggio di pescatori che oggi è più noto come Cancun. All’inizio era tutto difficile e incomprensibile, camminando per le case dei pescatori e nel porto, la gente mi guardava con curiosità e la cosa era reciproca. Per fortuna dopo le prime giornate dai rapporti umani non troppo “caldi” conobbi Gustavo, giovane del posto che a differenza di molti altri si aprì velocemente ai miei discorsi e alla voglia di creare un rapporto. Dopo un paio di caffè presi insieme, Gustavo mi invitò per una cena a casa della sua famiglia. Per me fu un’occasione molto importante perché entrai in contatto con i loro usi e costumi. Da parte sua c’era invece la volontà di farmi conoscere più in profondità la sua cultura. Il rapporto instauratosi con Gustavo e la sua famiglia fu tenero e amichevole. Nonostante fossi lì per analizzare e conoscere il loro stile di vita fu importante non farli sentire un elemento di studio ma semplicemente degli amici, soprattutto per instaurare quella fiducia necessaria a trarre dati utili per il mio taccuino, che quotidianamente andavo ad aggiornare. Un’altra base dei nostri colloqui, fu l’utilizzo di un piccolo registratore audio che portavo sempre con me, ma che gli mostrai solo dopo alcuni incontri spiegandogli l’utilità e l’importanza di esso legata alla mia ricerca. Gustavo non possedeva un oggetto simile e ne rimase molto affascinato, al punto che non provava nessun timore o fastidio nel vederlo ogni volta.

Settimana dopo settimana, con occhio critico e oggettivo, imparai di più sulla loro religione, la loro lingua, le loro tradizioni e il loro modo di pensare. All’inizio tutte le informazioni, trascritte, sembravano concetti e comportamenti distinti tra loro, ma con il tempo compresi che in realtà c’era un stretto collegamento tra tanti comportamenti, affermazioni e modi di fare.

Durante uno dei miei tanti colloqui con Gustavo rimasi profondamente colpita dal loro modo di vedere la morte e di venerarla in maniera molto differente rispetto alla nostra. Mi colpì e mi lasciò molto sorpresa questa loro considerazione della morte. Inoltre mi spiegò, che durante il periodo di inizio Novembre, come nel nostro paese si festeggia il giorno dei morti, anche in Messico avvengono festeggiamenti e riti in onore della morte differenti e contrari a quelli della nostra cultura. La morte viene venerata quasi come una dea, rispettata e vissuta con una sorprendente naturalezza.

In tutto questo, non nego che ebbi delle difficoltà con la cosiddetta soggettività del ricercatore e l’incliccaggio, che spesso mi portò a giudicare o considerare determinati racconti o fatti avvenuti, facendomi trasportare dalle mie emozioni e dal gruppo con cui entrai in contatto.

Dopo circa tre mesi dal mio arrivo, mi resi conto che i colloqui diventano sempre più sterili di nuove informazioni ed il mio rapporto con la famiglia e gli abitanti del villaggio non “fruttava” più nuovi dati. Fu così che mi resi conto della saturazione della mia ricerca. Colma di registrazioni audio, fotografie, appunti scritti ma soprattutto di un rapporto di fiducia e affetto che mi permise il raggiungimento dello scopo della ricerca.

Francesca Anna-Maria Acostachioae

Stefania Regoli ha detto...

La mia prima esperienza sul campo da antropologa è capitata quasi per caso, quando un’estate in cui mi trovavo a New York mi trovai ad accompagnare alcuni amici del posto ad un funerale. Essendo un’antropologa alle prime armi approfittai di questa occasione in cui potevo osservare da vicino un “rito” appartenente ad un contesto culturale diverso dal mio, tra l’altro un evento molto simbolico. Avevo così l’occasione di studiare il punto di vista dell’attore sociale (il nativo) e di condurre sul campo la mia prima piccola ricerca. Prima dell’evento ho condotto dei colloqui informali, delle conversazioni, con i miei amici, chiedendo particolari sulla religione di appartenenza del defunto e in quale chiesa si sarebbe svolto il rito. Come osservatrice partecipante ho cercato di fare uso dell’impregnazione, cioè quella condizione di sentirsi naturalmente parte di un’altra cultura poiché abituati ormai a decodificarne segni dopo una lunga esposizione, semplificata dal fatto che i miei interlocutori privilegiati erano miei amici. Il fulcro dei colloqui è stata la differenza della cerimonia nelle nostre rispettive culture.
Nelle nostre tradizioni un funerale è un momento molto privato e riservato, sebbene svolto in un luogo pubblico come una chiesa, dove il dolore non viene esibito ma è accettato in maniera composta e raccolta. Al contrario nel mondo anglosassone, il rito si compone di varie “fasi” ed ha un carattere quasi di festa. C’è la veglia, il rito funebre e per finire un piccolo rinfresco.
Dato il momento particolare, da ricercatrice non ho potuto utilizzare alcuni strumenti necessari alla ricerca sul campo, quali ad esempio il taccuino, e non ho potuto triangolare poiché mi sono affidata soltanto alle informazioni dei miei amici (consulenti esperti), pertanto la mia prima ricerca sul campo ha avuto delle limitazioni a cui in quel momento da inesperta non ho saputo far fronte.

Francesca Menelao ha detto...

PRIMA PARTE
Arrivai nel piccolo comune di Pagani, paese dell'Agro nocerino-sarnese, la mattina presto del 23 Aprile 2017, curiosa di cimentarmi nella mia prima esperienza di ricerca sul campo. Allontanatami dal parcheggio, mi diressi verso il nucleo del paese. Prima di iniziare avrei preso un buon caffè, imprescindibile "poesia della vita", avrebbe detto E. De Filippo (in "Questi Fantasmi") e anche mia nonna a dir la verità, la mamma di mio padre. Sì, come avrete capito, alcuni tratti tradizionali campani per me non erano affatto un mistero, anzi, quelle salernitane, a ben guardare, mi erano piuttosto familiari; tuttavia non sarebbero bastati ricordi e vagheggiamenti d'infanzia se avessi voluto sviluppare ed esercitare le mie abilità di ricerca: avrei dovuto iniziare ad esperirle, dosando e controllando l'empatia e avvalendomi del metodo etnografico. Avevo letto molto sulla storia della cittadina per potermi orientare all'interno della mia ricerca sul campo.
Dal venerdì dell'ottava domenica di Pasqua al lunedì successivo, a Pagani sarebbe stata celebrata la festa della Madonna delle Galline, organizzata dall'omonima Arciconfraternita e fortemente sentita dagli abitanti del paese. Il discreto silenzio venne rotto da due o tre scoppi. Scoppi, applausi e urla: erano fuochi d'artificio, che di giorno probabilmente non dovevano avere una funzione spettacolare, quanto di richiamare l'attenzione di tutti nel tragitto della processione. All'imbocco di Via Trieste la folla era incommensurabile (non ci sareste passati sicuramente senza urtarvi o dovervi spingere gli uni contro gli altri) e dai palazzoni anni '70 di cinque o sei piani, i membri di ogni famiglia (neonati, bambini, giovani, adulti ed anziani) si sporgevano elegantissimi dai balconi, addobbati a loro volta con le tovaglie del corredo migliori. A turno più di un famigliare suonava una tamorra, mentre dai balconi iniziarono a cadere coriandoli colorati, bigliettini benauguranti prestampati e petali. La gente salutava, letteralmente, la statua di Maria, parlandole dall'alto o dalla strada o avvicinandole i figli neonati; il livello di commozione saliva. Alla fine della stradona, la Madonna sul baldacchino viene fatta fermare per tanto sotto il balconcino di una famiglia meno numerosa, ma più composta e dalla gestualità teatrale: il marito in giacca e cravatta salutava, la moglie in abito lungo sembrava asciugarsi le lacrime con un fazzoletto di stoffa, le figlie con grandi occhiali da sole si stringevano .
La funzione riprese e sarebbe durata fino al rientro in Chiesa, passando per le vie del paese.
Staccandomi entrai nei vicoli, l'atmosfera cambiava ma la devozione continuava ad “esibirsi”in larghe tovaglie stese che toccavano terra dalle case basse, senza intonaco e quasi fatiscenti. Mi sedetti su alcuni gradini. Intorno a me giravano dei turisti e una signora, con un fazzoletto nero ricamato sulla fronte mi venne incontro, per rientrare in casa sua. Ci salutammo e le chiesi se avesse decorato lei una nicchia ai piedi delle scale con l'icona della Madonna del Carmine attorniata da centrini, fiori, lumini e incorniciata con piume di pavone dai tipici colori sgargianti. Le preziose spiegazioni di Giuliana, così si chiamava, avrebbero riempito le prime pagine del mio taccuino ed anche la difficoltà nel doverle filtrare. Mi disse che quegli spazi sacri, allestiti dalle famiglie annualmente, erano a capanna in cui ci si fermasse a mangiare o a semplice nicchia ed si chiamavano “toselli”. Mi raccontò che originariamente era stato un gruppo di galline razzolanti ad aver riportato alla luce una tavola lignea con il volto della Vergine e da qui il nome “Madonna delle Galline” e la nascita del suo santuario, luogo di miracoli. La conversazione andò avanti per vario tempo ed io cercavo di ricordare più particolari possibili per poi segnarli. Alla fine mi indicò dove avrei potuto vedere il più antico tosello di Pagani e con chi potessi parlarne: Gianni.

Francesca Menelao ha detto...

PARTE SECONDA.
Faceva “il fioraio da generazioni”, diceva; il suo tosello era all'interno di un vecchio cortile di un antico palazzo signorile, purtroppo in rovina (forse del 1800, ma non avrei saputo definirlo meglio): Un tosello molto più raffinato di quelli che avrei visto nell'arco dell'intera giornata e nottata, stuccati, dorati, rifiniti con collane, patchworks e brillantini (che un po' richiamavano l'abbigliamento comune che vedevo nei passanti, tra le bancarelle e nelle vetrine dei negozi. Avrei riconosciuto altri forestieri come me dal loro abbigliamento quasi sicuramente. C'era una chiara linea estetica imperante, poco sobria, che mi sembrava "forgiasse" soprattutto un determinato modello di femminilità). Gianni volle sapere da dove venissi e cosa stessi facendo lì, se ci fossi capitata per caso, per studio o per devozione e parlammo ancora. Tentavo di verificare alcune informazioni date da Giuliana senza che sentisse la pressione delle domande che avrebbe reso il colloquio totalmente unilaterale ed inutile.
Successivamente mi fermai in un angolo e un affresco sul muro catturò la mia attenzione: ritraeva un suonatore di tamorra e accanto recava: “Vulesse addeventare na tamorra/pe' scetare a tutta chesta gente/ca' nun ha capito niente/e ce st'a guarda'” [A Franco Tiano; il principe della tradizione]. Chiesi chi fosse ad un commerciante lì vicino e mi disse che si trattava di un un artista e cantore molto amato dai Paganesi per generosità e per grande devozione, morto nel 2008, proprio durante la festa della cui spiritualità si faceva conservatore. Era oggetto di leggende, ricordi e racconti suggestivi, ma paradossalmente quasi dimenticato nel resto dell'anno. Tuttavia, la frase era la strofa di una canzone popolare che io conoscevo nella versione dei “Musicanova” e mi accese subito molti interrogativi e riflessioni. Perché quella scelta? Era, ed è tuttora, un testo di forte cifra "identitaria": la dichiarazione di ciò che si “vulesse addiventare” seguita dalla motivazione/scopo: “per...”. E' così in tutte le strofe del testo e tutti i -perché- addotti sono a carattere di rivalsa e di riscatto, che tanto ha il gusto del risentimento meridionale di chi è lasciato a se stesso ad organizzarsi da solo, ad amministrarsi da solo. Talvolta ai limiti o fuori della legalità. Dunque, mano mano, iniziavo a tentare di combinare i dati che avevo e ad interpretarli: quanto sarebbe potuta essere collegata l'esteriorità del culto religioso con la voglia di sentirsi “vivo” di un paese dalle strade e dalle case per lo più in rovina? Sembrava ci fosse qualcosa che si desiderasse far vedere e, sotto, per occhi più attenti, ciò che realmente c'era o resisteva. Inoltre, trapelava la necessità di essere capiti e la consapevolezza di non esserlo abbastanza ("tutta chesta gente ca nun ha capito niente..."); nei confronti di chi? Mi chiedevo e, soprattutto, era una necessità giudicata allo stesso modo da tutti? O solo da alcuni gruppi? Iniziavo a comprendere quanto fosse dannatamente complessa la rete simbolica di segni che mi circonda e che devo cercare di interpretare. Non dovevo rimanere sola con le MIE domande, ma continuare ad interagire con gli altri e lasciarmi consapevolmente guidare verso delle soluzioni emiche.

Francesca Menelao ha detto...

TERZA E ULTIMA PARTE

Ad accompagnare le persone per l'intera giornata della domenica fino all'alba del lunedì successivo, sarebbe stata la Tammurriata, finché i devoti sarebbero andati a deporre ai piedi della Madonna le tammorre utilizzate durante la festa. Era una danza popolare campana che conoscevo, l'avevo imparata, mi piaceva molto ed avevo le mie castagnette, così decisi di provare ad entrare in uno dei cerchi; mi resi, però, subito conto che erano molto chiusi in loro stessi: la tradizione (per quanto costruzione, tant'è che io ho acquisito formalmente un tratto considerato identitario da loro) era gelosamente custodita. Tanto più che essendomi confrontata con un gruppo che teneva corsi di danze popolari, notoriamente malvisto da chi è giudica la tradizione in modo conservatore e monolitico, potrei essere incappata nell'inclickaggio.
Ad ogni modo, le danze sul prato a sfondo religioso (“Oh maronn' bella maro'...”) che seguirono per tutta la notte avevano il gusto tutto pagano di una libagione (vino ce n'era, cibo anche e anche poca lucidità mentale) se viste dall'esterno, che faceva trapelare l'innesto della spiritualità cristiana (espressa nella processione e nei toselli) su quella più antica (danze). Nei giorni successivi ebbi l'occasione di parlare con un ragazzo, Gennaro, un ventenne che lavorava al bar dove facevo colazione abitualmente. Mi chiese dove avessi preso casa, se mi trovassi bene, che ci facessi lì. Parlando delle nostre famiglie (numero di componenti, anni dei fratelli...), compresi subito come fosse importante per lui sentirsi "parte di un nucleo familiare" e quanta memoria aveva dei membri della sua famiglia. Riusciva a parlarmi dei bisnonni, pur non avendoli conosciuti, ma evidentemente avendoli conosciuti tramite altri, come “exempla”, modelli valoriali continuativi della sua famiglia. “E' l'unica vera certezza. Tutto passa, tutto cambia, ma la famiglia resta", idea non molto distante dal pensiero di mia madre o mio padre, in effetti, ma quando lo ricollegai al discorso di Gianni, che aveva contrapposto con indignazione “famiglie” (sicurezza) e “Stato”(incertezza e a tratti latrocinio giustificato, una linea di pensiero a cui siamo tristemente abituati), più di qualcosa mi si chiarificò. La famiglia, dunque, stando alle loro parole era una forma di tutela, un luogo sicuro, in contrasto sia conle angherie dei “preti, che passano col cestino e si prendono i soldi e io gliene direi tante", sia rispetto alla noncuranza dello Stato che è “buono solo a prendersi le tasse che so' troppe e io non ce la faccio più”. Ma lo Stato, pensavo, arriva fino alle amministrazioni comunali che sono suoi rami, eppure non ne avevano parlato mai, neppure per contrapporcisi. Erano insite nel calderone “Stato”, tutto era un “noi” privato, certo autorizzato magari, ma privato e familiare (dai balconi compatti, ai toselli, ai cerchi, alle tavolate sul prato). In cosa di più grande proiettavano i loro nuclei familiari, allora, per darsi delle regole sociali? Ricordai il solo balconcino sotto cui il carro della Madonna aveva sostato per più tempo, era una famiglia che evidentemente si era ammantata della difesa (ma di fatto dello sfruttamento) delle necessità di quell' "di più" identitario, di una zona d'Italia, tra le tante, sola.
Cominciava ad essere più chiara la ritrosia dei cerchi di tammurriata, l'affresco sul muro, il testo della canzone scelto come rappresentativo del paese e dei suoi abitanti e le implicazioni sociopolitiche che possono esserci. Stavo quasi arrivando a "saturazione" della mia ricerca.
Alla fine della permanenza, combinai tutti i dati. Tra triangolazioni ed iterazioni, che già avevo avvertito riflettendo come osservatore partecipante, rischiavo di perdere le fila, ma alla fine eccomi qui a riportarvi, spero, la significatività della mia esperienza.

Marianna Persia ha detto...

1 parte.Nel corso del mio percorso da antropologa c'è stata una ricerca che mi ha particolarmente segnata in quanto donna. Nel 2017, sessanta anni fa, è accaduto un fatto che ha creato accese discussioni: diverse star hollywoodiane e non hanno denunciato il noto produttore Harvey Weinstein di molestie sessuali, violenze e ricatti nei loro confronti. Anche attrici italiane, Asia Argento in prima linea, hanno denunciato l'uomo. In America la vicenda ha fatto molto scalpore, sono state lanciate campagne sui social per spronare le donne a non aver paura in nessun ambiente e a denunciare, presto o tardi. Insomma, lo scopo era creare una rete di solidarietà ed empatia. In Italia, su un giornale dell'epoca chiamato "Libero" Asia Argento è stata accusata di prostituzione e molti personaggi celebri, purtroppo perlopiù donne, hanno veicolato il messaggio che le attrici vittime delle violenze in realtà fossero solo delle arrampicatrici sociali e che quindi i rapporti sessuali fossero voluti da loro perché funzionali ad avere delle parti in un film. Mi ha turbato vedere come la questione fosse stata affrontata in modo diverso a seconda del paese. Ho deciso quindi di soffermarmi sul mio paese: l'Italia. Ho condotto la ricerca su due binari paralleli. Mi sono finta un'attrice esordiente per capire cosa ne pensassero gli esperti del settore e ho condotto simultaneamente delle ricerche sui social. Per quel che riguarda il primo aspetto, mi sono dovuta preparare molto sul percorso che segue un'aspirante attrice e ho frequentato per mesi dei corsi in una celebre scuola di recitazione di Roma, dalla quale sono usciti attori che forse voi nemmeno ricorderete. In questa fase, è stata essenziale l'osservazione partecipante. Infatti, mi sono immedesimata totalmente in una giovane attrice con tanta voglia di avere successo. Non è stato facile ma piano piano le mie compagne di corso si sono aperte con me. E c'è stata una forte impregnazione: dopo poco vivevo e capivo i loro stessi problemi. Tramite i numerosi colloqui, è emerso il loro forte senso di disagio nel parlare dell'argomento. Io gli ho raccontato la mia esperienza in veste di donna costretta a subire in continuazione forme di violenza più o meno esplicite e loro mi hanno raccontato le loro storie personali: ognuna di loro aveva ricevuto pressioni ed avances e nessuna le aveva mai cercate o apprezzate ma solo subite. É stato per me essenziale capire quali fossero le vittime della vicenda in Italia. A questo punto, è iniziata la parte difficile ossia capire la cosiddetta opinione pubblica. Innanzitutto, ho letto diversi testi sul tema della violenza e saggi storici che riflettono sulla cultura maschilista presente in Italia e sulla conseguente minimizzazione dello stupro in alcuni contesti. Questo ha costituito il mio background. Ho poi utilizzato Facebook (molti di voi sorrideranno nel pensare oggi ad un mezzo così arcaico!) per capire cosa ne pensassero le persone comuni.

Marianna Persia ha detto...

2 parte Credevo di poter ricavare un quadro omogeneo ma non è stato così. C'è stata una triangolazione complessa: ho esaminato come dei sottogruppi giudicassero l'evento. In coerenza con gli studi che avevo fatto, ho constatato che la maggioranza degli italiani prendeva le parti di Weinstein, ritenendo che quindi queste donne se la fossero cercata. Una percentuale, invece, sosteneva le attrici sottolineando l'importanza di denunciare e abbattere un sistema che continuava a considerare la donna come un involucro di carne da usare a piacimento. All'inizio della mia ricerca, credevo che fossero più gli individui di sesso maschile a sostenere Weinstein ma proseguendo la mia indagine sui social si sono aperti scenari diversi. Ho deciso quindi di concentrarmi sul genere femminile e ho avuto delle rivelazioni scioccanti. Le peggiori accuse venivano proprio dalle donne che ritenevano Asia e le attrici hollywoodiane delle prostituite e si ergevano a paladine della moralità. Quindi, al termine della mia ricerca è emerso che in Italia nel 2017 c'era ancora la cultura della colpevolizzazione della donna, non vittima ma novella Eva. La differenza rispetto all'America è stata in una netta differenza di genere. In Italia è emersa un'implicita gerarchia dei ruoli che legittima i soprusi dell'uomo sulla base di una logica di superiorità e possesso. Il dato sconcertante è stato che la maggioranza delle donne aveva assimilato questa cultura maschilista facendola propria e quindi assoggettandosi ad un sistema che tarpa le ali. E quindi, in sostanza, sono statele donne le vere maschiliste. Purtroppo, sapete tutti che anche dopo sessant'anni la situazione non è cambiata ma spero che il mio esempio vi aiuti a
vedere le cose con una nuova prospettiva.

Michela Fiorini ha detto...

Avevo 24 anni e dopo essermi laureata decisi di intraprendere la carriera d’antropologa,riuscendo finalmente a studiare quello che da tempo mi incuriosiva.
Entrai a far parte a tutti gli effetti nel mondo dell’antropologia quando feci per la prima volta la mia personale ricerca sul campo.
Come oggetto di ricerca avevo scelto la diversità del popolo italiano.
Tutti siamo coscienti che tra il nord e il sud Italia si è creata una differenza non trascurabile a livello sociale, politico e soprattutto culturale.
Studiando e interagendo con le popolazioni dello stivale ho capito che il primo fattore diversificante è il territorio stesso:più l’habitat è diverso e più le caratteristiche genetiche e abitudinali cambiano.
A ciò si unisce il fatto che l'Italia si trova al centro dell’Europa e non solo. Dati i suoi confini geografici allaccia rapporti con molti altri Stati:il nord con Svizzera,Francia,Austria,mentre il sud subisce l’influenza addirittura di un altro continente (e questa non è una cosa da poco).
Il Mediterraneo è stato da sempre luogo di forti flussi migratori che inevitabilmente hanno condizionato la cultura del bel paese,creando ulteriori differenze.
Le popolazioni prese in considerazione per la ricerca non sono state solo quelle appartenenti ai grandi centri abitati (Milano,Roma,Napoli) ma anche e soprattutto le più antiche e meno note(Gravina,Cameri,Gravisca).
Un altro fattore che contribuisce alla diversità culturale e sociale italiana sono le minoranze linguistiche come i Ladini,Occitani,Friulani e gruppi Sardi,inculcate nella nostra cultura.
Nei miei colloqui ho spiegato agl’informatori gli scopi della mia ricerca chiarendo dubbi e perplessità, cercando suggerimenti e curiosità, ma soprattutto spiegare il mio punto di vista così da riuscire ad instaurare una sorta di rapporto basato sulla fiducia,dove anche io esprimevo il mio parere.
Durante la permanenza all’interno delle comunità trovavo delle difficoltà nel parlare con gli anziani,specie quelli del sud; dovevo stare attenta con le parole e a volte se non condividevo la loro linea di pensiero c’era il rischio che si chiudessero “a riccio”.
Successivamente da parte ci sono state ulteriori ricerche per verificare la veridicità delle informazioni ottenute.
A questo sono seguite le varie pubblicazioni su riviste.

jessica ciuffa ha detto...

Cari studenti, per capire meglio alcuni concetti che abbiamo spiegato a lezione oggi, vi racconterò la mia prima esperienza da antropologa: avevo all'incirca 20 anni quando decisi di studiare una popolazione indigena che viveva all'interno della foresta amazzonica (non chiedetemi il nome che tanto non riuscirete mai a pronunciarlo). Come intuirete, la loro vita era basata su uno stretto rapporto con la natura circostante: non esistevano le "comodità" del mondo occidentale, come i cellulari,il wifi o i computer. Erano un popolo di cacciatori e agricoltori, riuniti in tribù governate da un capo villaggio, il quale veniva eletto per anzianità e saggezza. Lo studio di questa cultura non fu per niente semplice, incontrai svariati problemi all'inizio, dovuti soprattutto al colore della pelle,alla diversa lingua e alla normale diffidenza che gli abitanti della "mia" tribù avevano nei miei confronti. Del resto, per loro io ero "l'altro". Devo dire grazie al capo villaggio, il primo con cui riuscii a comunicare poichè era l'unico che capiva un pochino l'inglese; mi disse,infatti, che in gioventù era diventato amico di una gruppo volontari umanitari,che avevano una sede lì vicino, e da loro aveva imparato. Con il tempo, avendo capito un po' il loro linguaggio ed essendo entrata in confidenza con il capo tribù, riuscii a condurre un colloquio con lui. Scelsi come modalità di conversazione il racconto: il saggio mi raccontò la storia della sua famiglia fino a svariate generazioni addietro; ovviamente io la annotai sul mio taccuino, sul quale registrai anche tutte le pratiche quotidiane che vedevo: i momenti della caccia, dei pasti e dei riti religiosi durante i quali tutti si riunivano. Come vi ho accennato, l'integrazione fra i membri del villaggio non fu semplice per me,ma grazie al capo tribù,che mi diede qualche consiglio, e alla mia presenza costante nella loro vita,entrai in confidenza anche con loro e diventai una parte "normale" della loro quotidianità. Così,riuscii a condurre dei colloqui anche con gli altri abitanti della tribù, alternando il racconto alla consulenza. I dati raccolti con questa modalità si aggiunsero a quelli presi dalla quotidiana osservazione partecipante. Questa bellissima esperienza,durata un anno, mi insegnò veramente tanto e mi lasciò con la consapevolezza che,al mio ritorno a casa, non stavo più lasciando una "popolazione da studiare", ma una nuova famiglia.

Leonardo De Stefano ha detto...

Q1: La mia prima ricerca sul campo su fa a 18 anni quando feci una viaggio studio in Grecia con degli amici . Ovviamente prima di partire il professore ci consigliò di documentarci sui modi ed usi della popolazione greca. Quando atterrai la prima cosa che mi mise davvero in difficoltà era la lingua; era davvero complicato riuscire a comprendere quello che dicevano le persone e cosa ancor più complesso era leggere il greco costatando anche il fatto che non studiavo in un liceo classico ma in uno scientifico. Per fortuna in Grecia l'italiano è una lingua conosciuta quindi con alcune persone era possibile parlare e scambiare idee e pensieri. Arrivati in albergo io ed i miei amici leghiamo con un ragazzo che portava le valigie di nome Theodoros il quale non esitò di chiederci come era Roma e l'Italia e noi dall'altra parte a chiedere a lui come fosse Atene e la Grecia. Mentre parlava prendevo appunti con il mio cellulare per non dare troppo nell'occhio e ci raccontava di come la Grecia fosse cambiata da quando iniziò la crisi economica e di come le persone mutarono di fronte a questo avvenimento. Quando arrivo un gruppo di turisti Theodoros ci salutò visto che doveva riprendere il suo lavoro. Nel pomeriggio io e i miei amici ci spostammo dall'albergo e ci recammo in una delle molteplici piazze ateniesi ma una ci colpi in maniera particolare; nel centro della piazza un gruppo di persone di colore iniziarono a suonare ed a ballare uno dei classici greci il "Sirtaki" inizialmente erano solo 4 persone per poi unirsi altre persone e danzare tutto questo insieme , io ripresi tutto con il mio telefono. Sempre in un'altra piazza ,precisamente in piazza Syntagma, osservammo il cambio della guardia greca da parte degli Euzoni,ovvero, i corazzieri ellenici ovviamente sempre riprendendo il tutto con il mio smartphone . Dopo aver cenato mangiando un piatto tipico greco il pastisio di pasta andammo a fare qualche compra per portare a casa un souvenir della Grecia e sfruttai questo momento per poter parlare con qualche commerciante greco, la prima cosa che notai era il loro modo di non farmi sentire straniero e come per loro fosse importante trattare l'ospite in maniera perfetta cosa che mi venne confermata parlando con un commerciante , nonostante entrambi ,non parlassimo un inglese perfetto ma solo quel minimo per poter scambiare qualche parola alternandolo a qualche parola italiana. Quando tornai a Roma misi insieme tutti questi dati e compresi di più della loro cultura e usanze e mi resi conto che se mai dovevo tornare in Grecia di sicuro non mi sarei sentito fuori luogo.

Leonardo De Stefano

Noemi Grant ha detto...

I Grant, dalla Scozia in Sicilia:
La mia prima ricerca antropologica ebbe come scopo quello di soddisfare una mia personale curiosità, ovvero capire le origini del mio cognome. Da bambina mi capitò di sfogliare l'elenco telefonico della mia città (Palermo) e notai come dei Grant registrati c'era solo mio padre con i suoi due fratelli e mio nonno. Chiesi allora a mio nonno (il più anziano quindi nell'elenco) perché a Palermo c'eravamo solo noi. La mia ricerca cominciò proprio dalla sua risposta: mi disse che in realtà non eravamo gli unici solo a Palermo bensì gli unici in tutta la Sicilia e che in territorio italiano c'era qualche altro discendente (i fratelli di mio nonno con relativa prole) trasferiti da Palermo a Roma, tutti comunque figli del mio bisnonno (Franck, siciliano). Mio nonno aveva conservato in casa un piccolo albero genealogico fatto da lui in giovane età, e mi confessò che aveva sempre voluto risalire più in la nel tempo, ma negli anni 40 gli era economicamente difficile affrontare un viaggio e dedicare del tempo per una ricerca simile. Mi disse solo che per quel che lui sapeva il cognome era di origine scozzese. Raggiunta la maggiore età decisi di continuare la ricerca, partendo proprio dagli appunti di mio nonno ma avevo solo una lista di nomi, date e parentele. Le storie importanti per me erano quelle di Frank, padre di mio nonno e John nonno di mio nonno, nonostante i nomi stranieri erano tutti nati a Palermo. Cercando un pò alla cieca John Grant su internet mi apparve per omonimia uno scrittore scozzese ed esperto storico, coetaneo di mio nonno, riuscii a contattarlo via mail e gli esposi l'argomento della mia ricerca. John era felice di aiutare un Grant, ancor di più se si trattava di un Grant italiano e mi disse che aveva letto anni fa di una collaborazione nell'800 dei Grant per conto di un famoso conte di cognome Whitaker il quale aveva fatto diversi viaggi in Italia. Quel nome accese subito una lampadina, a Palermo c'è una villa rimasta chiusa per diversi anni dal nome Villa Whitaker ma comunemente conosciuta con il nome di Villa Malfitano e questa villa (con l'antica residenza del conte annessa) stava nello stesso quartiere in cui abitava Jhon Grant (nonno di mio nonno). Dovetti aspettare qualche anno prima di potervi entrare (esattamente nel 2015), e scoprìì che il conte Jopeh Whitaker (nato nel 1802) si era trasferito a Palermo nel 1819 per produrre ed esportare il vino di Marsala e che nel 1840 aveva aperto una ulteriore collaborazione con Vincenzo della nota famiglia sicula dei Florio. Con tempi estremamente lunghi riuscìì a contattare i Florio. Ovviamente i Florio erano (e sono) una famiglia nota a Palermo e non avevano molto interesse a collaborare alla mia ricerca ad esclusione di Giovanni Florio il quale invece prese a cuore la mia curiosità e vedendomi giovane e determinata decise di aiutarmi. Dopo svariati mesi di attese riuscìì grazie a Giovanni ad accedere al loro archivio. I Florio avevano conservato alcune carte delle varie associazioni strette negli anni. Non trovai quelle con gli Whitaker ma trovai una pagina di un registro notarile del 1846 firmato: Albert Grant. Trovai in quel documento le risposte che cercavo, Albert Grant era uno dei notai del conte Whitacher e aveva accompagnato quest'ultimo nei suoi viaggi a Palermo, rimasto qui si innamorò e diede origine alla mia discendenza.


Noemi Grant (magistrale LeFiLing)

simone magi ha detto...

Parte 1
“Per la mia primissima esperienza, ancora da studente, scelsi di indagare la popolazione di una piccola isola di un arcipelago siciliano. Mi aveva colpito la notizia che non avevano l’energia elettrica, e non per problemi logistici, ma perché la avevano rifiutata boicottando il tentativo di una impresa di impiantarvi le condizioni, per farne poi una meta turistica. L’acqua per usi domestici era in serbatoi che riempiva periodicamente una nave cisterna, per il gas avevano le bombole. Ed inoltre avevo saputo che la esigua popolazione era longeva. Quando decisi di andare in quel posto innanzitutto cercai di documentarmi, ma non c’era niente nella biblioteca della mia città, così dovetti approfittare del mio amico G. che abitava a M. - lo stesso che mi aveva accennato di questa isola, non lontana dalla sua terra, nella quale egli era passato solo come un turista. Trascorsi dunque alcuni giorni da lui e così potei recarmi presso la biblioteca del comune di cui faceva parte quell’isola, ma non riuscii a scovare granché: in pubblicazioni più generali di carattere storico-culturale o turistico della Sicilia potei trovare solo alcuni cenni di quell’isola: in una area verdeggiante di pochissimi kmq vi erano poche decine di abitanti, tutti pescatori che poi quotidianamente si recavano al mercato generale a M, mentre le donne erano casalinghe che coltivavano allo stesso tempo i loro orti o piccolissimi fertili terreni assieme ai consorti, e infine i figli a seconda della età stavano per lo più con gli uni o le altre. L’istruzione allora era già obbligatoria, ma in molte realtà del Paese non era presa in considerazione, e del resto gli indigeni intuivano quello che sarebbero diventati da grandi. Comunque nell’isola un edificio era adibito a scuola e 2 o 3 giorni a settimana un maestro incaricato dal comune si presentava, ma senza troppo seguito. Testimonianze storiche di rilievo non ce n’erano, forse vi aveva soggiornato un console romano e non per motivi strategici. In un libro ricette si accennava dei loro capperi saporitissimi, e infine nell’archivio storico emersero solo i nomi di alcuni partecipanti alla guerra anche se, non essendo censiti, probabilmente nel complesso sarebbero stati disertori, per come diremmo oggi. Non erano dunque selvaggi, sia perché conoscevano il valore del denaro – e difatti ripeto commerciavano il pesce per acquistare altri beni da portarsi a casa – sia perché avevano avuto contatti nella stessa loro terra con turisti occasionali, seppure con molte riserve se non con manifesta ostilità. Grazie a G. ed al suo gozzo approdammo all’isola; il suo aspetto mi era di aiuto – era palesemente un meridionale, non un estraneo come me - così scaricammo tutto il materiale e cominciammo a fare un giro. In breve, vi dico che avevo portato una tenda (G. mi aveva rassicurato totalmente sulla assenza di fenomeni, come dire, di delinquenza o di pericolo) e del cibo per un breve soggiorno. Sapevo che ci vorrebbe un anno almeno di convivenza per uno studio etnografico serio su un fattore antropologico, ma io volevo e potevo provare solo in estate. Se fosse andata bene quella prova. Certo è che la permanenza sarebbe dipesa dal mio successo, altrimenti in capo a due settimane sarei partito. Dunque facemmo un giro, come dire, senza meta, o meglio senza pretese, una sorta di perlustrazione alternata da alcuni bagni vista la temperatura. Costa bassa e per lo più rocciosa, tanto verde, case in tufo di cui poche intonacate, qualche barca ormeggiata qua e là. Di adulti uomini non ne vidi nessuno in quella mattinata, solo ragazzini che girovagavano e spesso ci osservavano curiosi, donne affaccendate e anziani più pigri. A un certo punto esordii con un anziano che stava armeggiando attorno a una piccola imbarcazione. “Bella barca” - gli dissi, e lui rispose “a cu cia cunt?” G. poco dopo mi tradusse “ma a chi lo dici?”, spiegandomi che il dialetto imperava specie fra i vecchi, ma che tutti bene o male parlavano italiano, e che per il tale la barca non era

simone magi ha detto...

parte 2
evidentemente in buono stato. Mi tranquillizzai. Dopo alcune ora G. mi salutò e cominciò la mia prima avventura etnografica. Decisi di fare leva sulla curiosità dei ragazzini, ed ebbi ragione: me ne stavo seduto cercando di raccogliere le idee e di immaginare un canovaccio di un colloquio che avrei voluto fare, mentre man mano ritornavano a riva alcune imbarcazioni, quando si avvicinarono alcuni ragazzini, solo inizialmente timidi come animali incerti, che in certo senso conquistai mostrando alcuni oggetti che mi ero portato. In seguito venne Bartolomeo Foiani, uomo sui cinquanta, che poi avrei saputo era di una famiglia più in vista, di quelle che “pensavano” per la comunità. Soprattutto perché aveva l’imbarcazione più grande e nuova che gli permetteva più pesca e di conseguenza più guadagni e più prestigio. “Salve” - fece alzando con un gesto il volto “che fai?” “Buongiorno. Studio” - dissi. “Ma non sei vecchio per studiare?” -disse ridendo. Ero riuscito fortunatamente a innescare un impatto familiare, tanto che mi disse subito che se volevo imparare, c’era da imparare a fare l’uomo. E cioè a lavorare, dunque mi permise di seguirlo per aiutarlo, e secondo le sue indicazioni lo aiutai a scaricare provviste e spesa varia che aveva fatto sulla terraferma, con la promessa che l’indomani sarei andato al rientro delle barche- della sua barca- a sciorinare le reti e predisporre il pesce nelle cassette per il mercato di M. e, così avvenne (devo dire che in quel mercato feci la comparsa, mi pareva di stare in Africa, comprendevo solo i prezzi quando parlavano!), comunque quella volta, il secondo pomeriggio dal mio arrivo mi invitò a seguirlo a casa sua. Così mi ritrovai a passare dall’ esser la notte da solo in tenda al giorno seguente in casa sua. All’arrivo a casa una donna domandò “cu è chistu’” e lui, sempre scattando col volto, rispose “muta! Cummia iddu!”. Per farla breve mi aveva invitato a cena, oltre alla moglie di prima c’erano due figli, ma solo lui ed io parlavamo, e se gli altri volevano intervenire, lo guardavano e lui faceva sempre quel gesto. Quindi ebbi la conferma, come notato già in giro, che gli uomini comandavano in una impostazione patriarcale, e concedevano o pretendevano o chiedevano con quel gesto secco del volto. Glie lo feci notare e mi rispose “in barca e a casa un solo capo, se no si affonda”…. un’altra caratteristica fra le prime notate è che gli uomini giovani o vecchi andavano tutti rigorosamente scalzi, ed io li imitai subito, non senza dolori all’inizio, come poi avrei imparato a interloquire con quel gesto, ma inizialmente con una certa ritrosia. Anche quando la moglie o i figli volevano intervenire, perché giustamente curiosi, lo guardavano finché con quel gesto acconsentiva. Comunque a cena ci fu uno dei nostri primi colloqui, che io, siccome “studente”, mi appuntavo sull’immancabile taccuino. E lui per mia fortuna un po' mi ci prendeva in giro ma consentiva di prendere appunti. Feci un errore quando gli chiesi se i miei borsoni erano in pericolo dentro la tenda: con uno sguardo mi fece intendere che erano persone ospitali ed oneste, e per poco persi il mio principale narratore. Quella prima sera mi spiegò un po' come consistevano le giornate sull’isola, il fatto che erano cristiani ma che c’era un particolare rispetto, anzi una devozione e timore verso il mare, che li nutriva ma che poteva punirli, e infatti da allora feci caso come un po' tutti, prima di partite con la propria imbarcazione – ma solo i capi per ogni rotta e non gli aiutanti, come nel caso di Bartolomeo suo figlio Gennaro – guardassero per qualche secondo il mare, come per aspettare un consenso, con una contemplazione intensa come se fossero loro ed il mare e niente altro al mondo, proprio come quando si prega.

simone magi ha detto...

Parte 3
Le mie domande, alcune previste altre impreviste, vista la naturale interazione dei colloqui, trovavano sempre disponibili repliche. Mi spiegò che il posto non era occupato per i naturali movimenti migratori e colonizzatori umani, ma che dai suoi antenati si era tramandata la storia che una prima coppia progenitrice era sfuggita da una qualche epidemia e, accasandosi sull’isola, aveva generato una progenie moltiplicata nei secoli fino alla popolazione attuale. Ad ogni sua parola era divertente come i familiari annuissero ogni volta. Mi
propose di dormire in una stanza che aveva l’ingresso esterno, e di poter utilizzare il bagno, a condizione di aiutarlo quando potevo. Insomma iniziò una specie di amicizia, ed io lo avrei seguito moltissime volte, tranne alla pesca vera e propria perché “era riservata a loro”- mi disse laconico una volta. Insomma ero più adatto ai lavori di fatica e manutenzione barca o pulizie, ma dovevo adattarmi. Già dopo due o tre giorni altre persone mi rivolgevano saluti, o mi parlavano, e in quella fase della osservazione partecipante, più che le laconiche parole che mi arrivavano mi colpiva il modo di lavorare degli uomini che, come dire, se la prendevano comoda, con movimenti serafici, espressioni pur se talvolta stanche sempre serene, pareva che respirassero intonati alle leggere onde del mare( eccetto certo i giovanissimi che correvano e facevano il bagno, ma già gli adolescenti non si tiravano indietro dal darsi da fare). Forse era nell’assenza di stress il segreto della longevità di cui avevo letto. Effettivamente tutti dimostravano più giovani dell’età anagrafica. Poi una sera Bartolomeo mi propose di seguirlo. E dopo poche centinaia di metri di un percorso, sempre alla luce delle candele, arrivammo a uno spiazzo dove c’erano alcuni uomini a parlare, bere del vino, a giocare a carte. Così mi elencò i nomi di 3 o 4 persone, tutte apparentemente socievoli (ormai che mi vedevano con lui), tranne una un po' più restia, che poi si sarebbe rivelato un rivale di Bartolomeo, ma meno carismatico. Chiesi della mancanza di energia elettrica e mi fecero capire che così come si sentivano protetti dal mare che li delimitava, dissero proprio “una madre protettiva che nutre” preferivano accettare il buio naturale che faceva riposare le anime. E mi confermarono in 2 o 3 che anche loro sapevano dell’origine (fuga da epidemia) della popolazione indigena, dunque presi quel dato come attendibile vista la positiva triangolazione, anche se qualcuno disse che il primo a venire fu un eremita in seguito a una visione, ma gli altri lo derisero. Bartolomeo mi aveva spiegato della giornata tipo della famiglia e degli approvvigionamenti quotidiani post vendita pesce, ma non mi aveva parlato dello “spaccio” che vidi l’indomani: in pratica a turno una famiglia dell’isola gestiva periodicamente una specie di negozio di alimentari, o meglio un magazzino rifornito di viveri. Per farla breve, tutti versavano una quota, si facevano ordinazioni, e dalla costa di M. partiva periodicamente una grossa imbarcazione che portava un sacco di roba, poi traghettata a terra con barche locali.

simone magi ha detto...

parte 4

Insomma oltre che magazzino in caso di maremoti, di necessità impellenti o utile per anziani e o chi non poteva andare a pescare e poi al mercato (ma avrebbe fatto diversamente la sua parte, come es. da ormeggiatore o simile) era comunque un servizio utile per la comunità. E’ chiaro che appena lo seppi tirai fuori tutti i miei soldi per partecipare. Poi seppi che quella società, antropopoieticamente considaratasi pura e distante dal mondo, si era organizzata in maniera gerarchica, nel senso che una quindicina di uomini, tra cui il mio Bartoleomeo, si riunivano per le decisioni generali, e solidale perché si elargiva aiuto a chi ne aveva bisogno, e nei casi più difficili dopo decisione del consulto appena citato. Quando poi trovai occasione di chiedere al mio narratore prediletto del rifiuto della energia elettrica, mi spiegò che si erano riuniti, e le decisioni erano contrastanti, ma fu lui a prendere in mano la situazione e a convincere l’assemblea. Non seppi poi se del tutto vero, comunque quando ci fu qualcuno che ci provò – intendo a portare la corrente elettrica - lo cacciarono con le minacce o un sacco di legnate. “Ma scusa, anche la tua barca funziona con la corrente” - dissi una volta. “Si, ma non entra nell’isola, rimane in mare”. Era come se la sentissero una oasi protetta. La domenica finalmente venne, e tutti rimasero a riposo, poi una barca portò un prete, e in moltissimi si radunarono presso una specie di chiesa malconcia. Allora mi venne in mente di alcune considerazione a padre-padrone di Bartolomeo, e per quella ricorsività intuii d’un tratto che i matrimoni dovevano essere combinati nell’isola; e così mi confermò il prete, quando prima di partire mi concesse una manciata di minuti. “Si raccomandano più al mare che al padreterno, mi pare che siano quasi mezzi pagani” – aveva detto ridendo – “però a messa non mancano mai le offerte...”
Riguardo al maestro elementare, quando lo incontrai mi parve molto più scoraggiato. “Il problema non è che vengo solo due volte a settimana, come un volontario” – mi disse – “il problema sono loro. Un po' come dire, ignoranti… e se non fosse perché il mondo va avanti e che hanno capito che conviene che i figli imparino un po' a fare i conti per vendere il pesce, magari per comprare del latte piuttosto che allevare capre, non vedrei mai nessuno...”Imparai altre caratteristiche del posto. A tavola nessuno ti propone un piatto o offre il vino, come dalle mie parti. Ma va letto anche quel comportamento nel senso “quel che vuoi te lo devi prendere da solo, nel senso ti devi impegnare”, ma in quel periodo (che durò tutta l’estate) non mi capitò di partecipare ad alcun rito oltre alle messe, eccetto due: nel giorno del solstizio d’estate tutti cucinarono delle crepes, che mi dissero simboleggiavano il sole che dava sostentamento, poi un’altra volta a ferragosto portarono un palo sul porticciolo e lo unsero di grasso. In sostanza a piedi senza scivolare si doveva raggiungere una bandiera all’estremità, era riservato ai i ragazzi che, scivolando dapprima- finché un po' di grasso non se ne andava sotto i loro piedi – poi sempre più avvicinandosi alla meta, fino a che uno riuscì. Io chiesi, mi dovevo interessare a ogni forma di realismo simbolico…

simone magi ha detto...

parte 5
Era segno di buon auspicio, mi dissero, e rappresentava un modo di affrontare il mare a testa alta verso il proprio obiettivo.Devo dire una cosa importante: un giorno finalmente riuscii a parlare con quel tizio restio, diciamo che ero entrato con fatica e tanti giorni in confidenza. Rosario si chiamava, e lui mi disse un punto di vista diverso: Bartolomeo per lui non era un “capo carismatico” perché più bravo a pescare, più intelligente e portavoce, come però altri ritenevano. No, secondo lui semplicemente perché aveva avuto fortuna, una barca delle migliori( grazie forse a qualche specie di truffa, dato che non si capiva come la aveva ottenuta) e che la decisione di impedire alle ditte esterne di impiantare la corrente elettrica era stata maturata dalla maggioranza di quel consiglio e non dai suoi incoraggiamenti...Ma ancor più spiazzante, visto che ritenevo di essere un fase di saturazione e di aver saputo tutto, un giorno mi mostrò alcune monete e un paio di anelli, ossidati. Antichi. Spiegò dunque la sua teoria: nessuna bella coppia, ma l’isola originariamente era stata occupata da briganti che fuggivano e vi si nascondevano, e quelle cose da lui trovate ne erano la prova! Insomma, in questa sorta di triangolazione complessa le carte in tavola si erano ben mischiate e le ipotesi di partenza mutate, o comunque opinabili… Comunque il mio tempo era scaduto, non avevo neppure immaginato all’inizio che sarei resistito tre mesi, dunque decisi di andarmene e da Bartolomeo fui accompagnato a M. dove cercai il mio amico G. Del resto avevo già molto materiale che dovevo riorganizzare. Gli appunti dei colloqui e di quello che avevo osservato, i dati del censimento delle famiglie e delle tipologie di case e pertinenze(che mi aveva occupato diversi giorni), selezionare parti del mio diario che ogni sera scrivevo prima di dormire al lune di candela… E’ stata una esperienza interessante e intensa. Ah, una ultimissima cosa: ho commesso gli errori del principiante, primo fra tutti sono rimasto incliccato da Bartolomeo e solo alla fine con Rosario ho capito che non necessariamente un colloquio con una persona o col suo sottogruppo sociale di appartenenza sia autentico. Poi ho sottovalutato la mia memoria, nel senso che non sempre scrivevo sul taccuino, specie quando lavoravo con Bartolomeo, ma poi qualche cosa devo aver dimenticato… Poi certo, l’adattamento fisico iniziale, e l’iniziale sfiducia degli indigeni potevo gestirli meglio...Però, ripeto: ne è valsa la pena. Grazie a tutti per l’attenzione.”

Simone Magi
ps devo scusarmi e precisare che non ho rispettato la richiesta, non ho letto il testo di De Sardan perché solo venerdì potrò tornare a Roma per la dispensa (ma poi lavorerò sabato e domenica, insomma ho pensato di sfruttare oggi che avevo qualche ora libera, altrimenti non so quando avrei potuto elaborare un esercizio così lungo e difficile). Insomma mi sono basato sugli appunti, ritenendoli sufficienti.

Erica Blandino ha detto...

Ricordo ancora la mia prima ricerca sul campo. La mia indagine ebbe luogo in Tunisia, precisamente nella capitale.
Provate ad andare in vacanza a Tunisi e la prima domanda che vi verrà posta su qualsiasi donna, che sia vostra figlia, che sia la vostra ragazza o addirittura vostra moglie, sarà “quanti cammelli vuoi per lei?”
A primo impatto può sembrare una domanda un po’ scomoda, ma dovete sapere che in passato possedere cammelli era segno di vera ricchezza. Inoltre non bisogna vederlo come un baratto, ma come una vera e propria dote.
Ora, la prima domanda che mi sorse spontanea, però, fu: se i cammelli sono considerati come una vera e propria moneta, quanto effettivamente valgono questi animali e in base a cosa ci si attiene?
Ho iniziato osservando e vagando nel mercato più caotico della città, più nello specifico, nella Medina. Secondo le mie annotazioni, capii che c’era una forte differenza di “prezzo” tra due tipi donne: quelle formose e quelle magre.
Approfondendo questo punto sono risalita ad uno dei più discussi indumenti della storia: il burqa. La tradizione islamica prevede, infatti, questo indumento fondamentale per la donna; l’uomo quindi non ha molte possibilità di vedere la sposa prima del matrimonio ed è per questo motivo che spesso, a decidere la moglie del figlio, è sua madre perché tra donne ci si può vedere. Viene attuato quindi un tipo di passaparola tra la madre e il figlio. E qui entra in gioco il prezzo: più la donna ha “curve”, più ha valore.
Leggendo alcuni fonti storiche, è molto chiaro comprendere che un beduino, che ha vissuto sempre nel deserto, non conosca il significato di abbondanza.
Ma questa non è l’unica differenza che esiste. Parlando con un po’ di gente del posto, sono risalita al fatto che c’è una distinzione anche tra more e bionde.
Le donne dai capelli chiari, infatti, valgono di più delle donne scure. Il motivo principale è ovviamente la frequenza numerosa nel trovare donne brune rispetto alle donne bionde.
Un altro fattore che determina la valuta di un cammello è il posto in cui ci si trova. Secondo alcune fonti, se vi trovate in un deserto, il cammello potrà costare dai 5.000 ai 15.000 euro, mentre se vi trovate in città la stima dell’animale calerà drasticamente per via della presenza di numerosi mezzi di trasporto.
Ritornando alla mia domanda originaria, mi sono posta un altro interrogativo: il mercato dei cammelli ha dei ribassi?
Secondo Mohamed Taleb, un beduino con cui ho avuto il piacere di parlare proprio nella Medina, sì. Egli mi ha spiegato che attualmente la quotazione del cammello è in forte ribasso. Questo è dovuto dal fatto che il dromedario sia più veloce di un cammello ed è per questo che si è creata una sorta di concorrenza.
“È una questione di moda”, mi spiega Mohamed. Egli è speranzoso e sa che prima o poi il cammello ritornerà ad essere di nuovo tra i guinness dei primati e ad essere il più gettonato.
Infine, raccogliendo questi dati, sono arrivata alla conclusione che non c’è un vero prezzo da affibbiare a questo prezioso animale se non analizzando varie situazioni, ma sono comunque consapevole di essermi arricchita e di aver avuto una bellissima esperienza che ancora oggi porto nel cuore.

Marilisa Di Crosta ha detto...

La mia prima ricerca sul campo è avvenuta la scorsa estate quando, per un’intera settimana (dal 21 al 27 Agosto), ho avuto modo di seguire i Riti settennali di penitenza in onore dell’Assunta, nel piccolo comune sannita di Guardia Sanframondi (BN): un’intensa e complicata manifestazione di fede da parte di un popolo compatto e dalla storia antica. Quella che sto per raccontare è stata in assoluto la mia prima “esperienza sul campo”, un ulteriore motivo per cui sapevo (già prima di cominciare) che quella settimana avrebbe cambiato la mia vita e il mio modo di essere per sempre. Tutto ha avuto inizio il 21 Agosto quando, con un’ansia indescrivibile mista ad un’irrefrenabile curiosità, ho mosso i miei primi passi tra le intricate stradine del paesino campano che, nonostante non sia poi così distante dal luogo in cui vivo da sempre, era per me una fonte di mistero. Prima di recarmi nel piccolo borgo avevo letto molto sui Riti, attraverso il sito del comune, documentandomi nelle biblioteche, o semplicemente chiedendo chiarimenti al punto informazioni allestito per l’occasione: sapevo che si trattava di un rito pagano, che aveva luogo ogni sette anni e che, sostanzialmente, consisteva in una sorta di inusuale “processione” in cui si mostrava un’innata devozione alla Madonna dell’Assunta, il tutto attraverso lunghi cortei di penitenza.
Con la consapevolezza che tutto quello che avevo letto era un qualcosa di molto approssimativo, mi sono avventurata in questa nuova esperienza camminando tra le persone e osservandone minuziosamente gli atteggiamenti in merito a questa tradizione, cellulare alla mano per annotare tutto quello che mi incuriosiva e che poteva tornarmi utile per la ricerca. Per un’intera settimana ho osservato i quattro rioni in cui è diviso il paese (Croce, Piazza, Portella e Fontanella) mettere in atto circa 20 “misteri” a testa, ovvero 20 quadri plastici rappresentati da figuranti di ogni età (sia guardiesi che forestieri) che, in pose statuarie (a tratti surreali) e in religioso silenzio hanno attraversato le intricate stradine del borgo mostrando scene legate all’ambito della fede religiosa ma non solo, anche più attuali. Al seguito delle varie processioni , nel corso della settimana, vi erano anche i flagellanti, misteriose figure incappucciate che in segno di devozione si percuotevano le spalle con delle particolari catene. La domenica,a questi criptici personaggi si sono aggiunti i battenti (incappucciati a loro volta) che con una spugnetta ricoperta di spilli si percuotevano il petto. (continua nel prossimo commento)

Marilisa Di Crosta ha detto...

Sapevo che l’osservazione attenta di ogni dettaglio non mi avrebbe portato a molto, così ho cercato di dare una risposta alle tante domande che affollavano la mia mente. Le prime risposte le ho trovate in un giovane figurante del Rione Piazza: mi stupiva il fatto che un ragazzo così giovane potesse prestarsi a un qualcosa di simile (in realtà ho poi notato che i giovani a parteciparvi erano davvero parecchi). Il giovane Domenico (questo il nome del mio interlocutore) ci ha tenuto a sottolineare come la fede per la Madonna dell’Assunta sia un qualcosa che accomuna tutti coloro impegnati in qualche modo in quell’atto di penitenza, un qualcosa di davvero troppo serio, intoccabile per il popolo guardiese: “Tutti possono partecipare, basta essere devoti alla madonna”. L’inaspettata affermazione con la quale si è chiusa la nostra conversazione ha così trovato risposta a più di una domanda: perché vi partecipano in tanti? Perché anche dai paesi limitrofi e addirittura dall’estero vengono qui per questo evento? Chiedendo in giro mi è apparso chiaro fin da subito come già da piccolissimi i guardiesi (ovviamente i più numerosi fra i partecipanti) vengano “ abituati” alla devozione per quella figura sacra, abituati fin da piccoli alla penitenza richiesta dai Riti settennali, abituati ad amare la Madonna dell’Assunta come fosse una loro “seconda madre” (espressione ricavata dalla conversazione avvenuta con un’altra giovane guardiese, Raffaella).
Nel corso del mio viaggio attraverso questa cultura (così vicina a me eppure così lontana) ho avuto modo di confrontarmi con opinioni contrastanti: non solo coloro che mi hanno fatto notare l’importanza e la sacralità dell’evento, ma anche coloro che mi hanno confidato il loro scetticismo e la loro opinione negativa in merito. Non ci ho impiegato molto a confrontarmi con persone che vedevano il tutto come un qualcosa di banale, di barbarico, inutile e riconducibile ad antiche e cruente pratiche medievali. Alcuni dei miei interlocutori hanno paragonato l’atto dell’infliggersi delle penitenze (talvolta corporali) per una figura sacra, all’atto dell’immolarsi in nome di un Dio dei terroristi islamici. Al termine di questa esperienza posso dire con certezza che mi ha di sicuro cambiato e insegnato molto e, in particolare annotando questi commenti contrastanti, mi ha permesso di notare come talvolta due culture possano essere tra loro incongruenti, un’incongruenza che se esplicitamente resa nota da entrambi le parti può portare ad una vero e proprio conflitto: il tutto evidenzia quindi un’incapacità da entrambi le parti di abbandonare le proprie convinzioni e provare a comprendere quelle dell’altro.

Francesco Pisani ha detto...

La mia prima esperienza da antropologo la ebbi all'età di 18 anni quando andai a visitare il paese originario dei miei nonni. Mi recai quindi in Sicilia, in un piccolo paesino in provincia di Enna, dove solo con il mio taccuino cercai di ripercorrere tutte le tappe della vita che mio nonno aveva svolto nel paese prima di venire definitivamente a Roma. Non dissi alla gente del posto di essere il nipote, avevo paura che dicendo ciò le mie indagini poteressero venire falsate, magari la gente avrebbe mentito per accondiscendere. Cercai anche di non cadere nella trappola del incliccaggio, in molti paesi del Sud Italia un "forestiero" viene ancora visto talvolta con sospetto, specialmente quando si reca in un determinato luogo senza un motivo preciso, con uno scopo che esuli dal campo familiare o religioso. Inoltre in questi paesi notai che era uso comune criticare il proprio vicino aspettandosi dallo straniero di turno altrettanto ma io cercai di tenermi a distanza da tali dinamiche e piuttosto che parlare mi limitavo ad osservare lo svolgersi degli eventi. Il modo di parlare, le gestualità di quella terra antica mi affascinavano ma nello stesso tempo mi erano estranee le loro usanze, la loro mentalità, il loro modo di condurre la vita. Facendo domande riguardo a mio nonno le risposte che mi venivano date erano delle più disparate ma generalmente positive. Solo il racconto di un anziano del posto mi colpì particolarmente e credo che simboleggi uno dei grandi problemi ancora presenti al sud Italia, ossia la questione dell'onore. Questo signore mi raccontò di essere stato amico di mio nonno ma di non aver più voluto parlare con lui dal giorno in cui mio nonno non lo aiutò a "difendere l'onore di sua figlia" che secondo lui era stato macchiato dal fatto di essere stata guardata con insistenza da un giovane ragazzo. Cercai di non adottare la mia concezione etica nel giudicare il pensiero di quest'uomo, tentai al contrario quella che gli antropologi definiscono la prospettiva emica. Decisi infine di riordinare gli appunti sul mio diario da campo e trassi infine le mie conclusioni. Ero venuto in Sicilia per conoscere meglio la vita di mio nonno e nello stesso tempo senza averlo forse previsto mi sono imbattuto nei costumi, nelle usanze e soprattutto nella mentalità del luogo. FRANCESCO PISANI

Giorgia Papasidero ha detto...

GIORGIA PAPASIDERO - BENI CULTURALI
PARTE 1 (Q1)

Ero da poco in pensione, lontana da lezioni in Università, studi e ricerche antropologiche. Ovviamente continuavo l' attività nel mio piccolo studio.
Un giorno il nipote di un mio caro amico, che seguiva lezioni di Antropologia Culturale, insieme al suo gruppo di studio, vennero da me in studio.
Quel giorno mi chiesero come ebbi condotto la mia prima ricerca sul campo. Quali metodi, quali tecniche e quali problemi incontrati.
Ero molto giovane quando feci la mia prima ricerca sul campo, avevo 25 anni, piena di sogni e ambizioni. Accadde in un modo molto spontaneo.
Un giorno mentre ero su un autobus di Roma assistetti ad uno scippo: una zingarella, più o meno 14 enne, derubò in estrema tranquillità un ragazzo di fronte a lei. Tutti si resero conto dell'accaduto quindi lo scippo non andò a buon fine. La zingara scese dall'autobus urlando, tutti iniziarono a dire la propria opinione sull'accaduto.
Io ovviamente ero arrabbiata quanTo loro e mi domandai: “Perchè fanno così?”.
Quella domanda mi cambiò la vita.
Mi interrogai sul perchè facevano “così” gli zingari dando pian piano un senso a quel “così”.
Studiai notte e giorno, studiai da dove provenivano, studiai il perchè provenivano da quelle parti e cosa li spingeva a muoversi. Trovai delle risposte ma non erano sufficienti a capire il fatto di quel giorno sull'autobus.
Andai di nuovo su quell' autobus ma quella volta con un altro intento: le zingare non le volevo evitare, le volevo avvicinare. Così fu. Non era facile, quel primo giorno le feci solo delle domande per spezzare il ghiaccio ma non fui ricambiata nel giusto modo.

Giorgia Papasidero ha detto...

GIORGIA PAPASIDERO - BENI CULTURALI
PARTE 2 (Q1)

Cominciai a prendere ogni giorno quell'autobus, quelle ragazzine mi riconoscevano, ma non mi salutavano. Non potevo trovare risposte alla mia domanda in quel modo.
Poi mi decisi. Andai sul campo provvista di taccuino, macchina fotografica, mp3 e videocamera.
Cominciai ad andare sempre più spesso per lo più in due comunità zingare: gli xoraxenè e sloveni.
All'inizio osservavo atteggiamenti, gestualità, modi di fare, di dire, le loro abitudi
Fotografavo volti, giravo piccoli video per far vedere gli accampamenti.
Ovviamente mi sentivo estremamente fuori luogo e sentivo che loro percepivano il mio disagio e questo mi rendeva ancora più fragile.
La socializzazione non era facile, io non ero zingara e loro mi isolavano.
Capii che non avrei dovuto guardare gli zingari con gli occhi di un'italiana, dovevo guardarli come una di loro.
Feci piccoli colloqui, davo degli spunti per iniziare un discorso e loro rispondevano, a volte più disinvolti altre meno, io registravo tutto nell' mp3. A fine chiacchierata annotavo sul mio taccuino delle osservazioni che avevo visto e sentito.
Poi cominciai a parlare con altre ragazze della mia età della loro famiglia, del loro albero genalogico per capire anche le loro provenienze. Venne fuori che gli zingari sloveni erano in Italia da più di 50 anni e non avevano più problemi di lingua mentre gli Xoraxanè erano da meno tempo in Italia, infatti avevano accenti molto forti.
In questo periodo di ricerca sul campo però, ovviamente riscontrai un isolamento da parte degli zingari perchè ancora mi vedevano “diversa”, “strana”.

Giorgia Papasidero ha detto...

GIORGIA PAPASIDERO - BENI CULTURALI
PARTE 3 (Q1)

Decisi di spingermi oltre e trasferirmi lì per un periodo in modo da vedere davvero da dentro la loro situazione. Cominciai ad avere una grande quantità di fonti scritte, tra diari, lettere, quaderni, materiale audiovisivo e mi distaccavo sempre di più, quasi completamente dalla mia soggettività, non guardavo più gli zingari come zingari.
Rispondevo sempre più alla domanda iniziale per cui feci tutta questa ricerca sul campo, infatti gli Xoraxanè attuavano strategie economiche considerate da noi illegali come: la mendicità infantile e femminile, furti, ecc; mentre gli Sloveni erano commercianti di ferro, cavalli, ecc;
Vivendo lì capii che per loro il tempo era relativo ma molto importante, per questo spesso non accettavano lavori salariati.
Cominciai a far parte di loro, non mi isolavano più ma anzi, manifestavano molta solidarietà nei miei confronti. Elemento tipico. Nacquero delle amicizie che mi tornarono anche utili per sapere ancor di più di queste comunità sconosciute.
Avevo acquisito grazie al metodo di impregnazione cose importanti per capire la loro realtà guardandola sempre dall'interno e quindi in maniera neutrale.
Finii la mia ricerca conckludendo il mio diario di campo che scrivevo ogni notte, in cui appuntavo le osservazioni oppure le annotavo in mente e le scrivevo quando avevo più tempo.
Posso dire di aver applicato il metodo di ricerca sul campo suddivisa in quattro punti (quattro tecniche):
1. Osservazione partecipante (impregnazione)
2. I colloqui
3. Le procedure di censimento (albero genealogico)
4. Raccolta di fonti scritte (lettere, quaderni, diario, materiale audiovisivo).

Giulia Testani ha detto...

Frequentavo l'università quando entrai in contatto per la prima volta con questa disciplina. Vi potrebbe sembrare strano ma amavo studiare, lo studio suscitava in me una forte attrattiva ed un grande interesse.
L'antropologia svegliava la mia mente, andava a toccare quelle corde che mi portavano a ragionare in profondità. Spesso mi capitava di uscire da quell'aula frastornata, confusa, con innumerevoli dubbi ma al tempo stesso con la voglia di saperne ogni giorno di più.
Sentivo che stava nascendo una passione in me, una passione fino ad allora sconosciuta. Senza alcun dubbio era stata alimentata da chi avevo di fronte. Ora dopo ora, lezione dopo lezione.
La mia prima esperienza di ricerca sul campo avvenne nel lontano 1988 a Frye Island nel Maine (Stati Uniti D'America). Decisi di intraprendere questo viaggio dato che quest'isola sperduta mi aveva sempre affascinata. Volevo saperne di più, non mi bastava leggere dei "Banali" articoli oppure vedere foto sbiadite e documentari. Avevo un imminente bisogno di recarmi lì, sul campo.
Ovviamente non mi recai a Frye Island come semplice viaggiatrice ma come antropologa per questo mi documentai come si deve nell'oscurità del mio studio. Entrai nelle diverse biblioteche della mia città studiando giorno e notte e reperendo sempre qualche informazione in più che mi sarebbe risultata poi fondamentale sul campo. Il bagaglio che mi stavo portando dietro per quest'esperienza non era né leggero né pesante. All'interno c'era il mio immancabile e prezioso taccuino, quello regalatomi dai miei genitori il giorno della mia laurea con all'interno una dedica:" Che tu possa spingerti sempre oltre, che la tua passione accenda in te sempre forti emozioni". Ecco, lasciai lo spazio proprio per queste forti emozioni, per la conoscenza che senza alcun dubbio al mio rientro sarebbe "pesata".
L'antropologia è un pò detective ed un pò psicoanalista. Cerca simboli ed indizi. Laddove l'utilizzo del taccuino si interrompeva iniziava l'impregnazione ovvero l'acquisizione subconscia di modelli culturali.
Ero consapevole del fatto che, per fare un buon lavoro avrei dovuto perdere un'infinità di tempo sul campo.
Appena arrivai sul luogo mi gettai a capofitto nella comunità. Provando, sperimentando immergendomi completamente nella loro cultura. Modi di dire, di fare, pietanze del luogo, riti che fino ad allora erano per me sconosciuti li elaborai e metabolizzai. Lo studio delle popolazioni del posto mi entusiasmava. Dai colloqui reperivo una grande quantità di informazioni, questa relazione reciproca mi permetteva di andare oltre, proprio come mi auspicavano i miei genitori in quell'augurio di laurea. Imparai a ricostruire i significati, silenziosamente.
Quello che in un primo momento mi appariva strano ed indecifrabile con i vari colloqui, la negoziazione invisibile ed il gettarmi a capofitto nei differenti vissuti mi fece capire la vera essenza delle cose.
Ad esempio, tutte le mattine si recavano, attraversando delle lunghe passerelle, verso il lago portando con loro dei fiori di pesco. Una volta saliti su delle barchette costruite artigianalmente dalla comunità si spingevano fino al centro del lago e li gettavano.
Quando lo vidi fare le prime volte non riuscivo a capire il perché, quale fosse il motivo di questo rito ma andando avanti nella mia ricerca sul campo arrivò il momento in cui dissi:" Ah ecco" e ricostruii il significato.
Non voglio anticiparvi nulla di questa scoperta per questo, per chi avrà il piacere, potrà leggere la pubblicazione sulla mia prima esperienza sul campo a Frye Island.

Giulia Testani ha detto...

SECONDA PARTE
Queste relazioni reciproche (colloqui) spesso erano scandite dalle varie usanze del posto come il sorseggiare un "Margarita" nel pomeriggio oppure dagli "appetizer" al calar del sole. Quando mi aggiravo per l'isola venivo esibita come una sorta di vanto. L' europeo aveva una sua attrattiva. Furono mesi indimenticabili, mesi che hanno arricchito moltissimo il mio essere antropologa e quando fai della tua passione il tuo lavoro credo non ci sia cosa più bella ed appagante.
Al mio rientro quel bagaglio pesava un pò di più ma era un peso che meritava di essere portato con se, perché da quella volta è sempre vivo in me il ricordo della mia prima esperienza sul campo.

GIULIA TESTANI

Martina Schettino ha detto...

Q1: PARTE PRIMA
Essere qui oggi è per me un onore. Voi siete gli antropologi di domani e se anche qualcuno tra di voi un giorno, dovesse scegliere una strada diversa, spero di tutto cuore che lo spazio fisico ed emotivo che condivideremo qui oggi, possa esservi utile nel vostro percorso di vita, qualunque esso sia. Questo perché quello che apprendete qui non è mai fine a se stesso, non è mai solo "quello che devo studiare per superare l'esame". Noi vi diamo gli strumenti per essere degli uomini e delle donne in grado di porsi domande a cui poter dare delle risposte, uomini e donne che vanno oltre la superficie per dare forma e sostanza alle esperienze che vivono, al mondo che li circonda e voi avete qui il potere di farli vostri.
Oggi condivideremo un po' di tempo assieme ed è mia precisa volontà sfruttarlo al meglio raccontandovi la prima esperienza da antropologo. Voi direte perché? perché se farete bene attenzione a quanto vi dirò avrete compreso e fatto vostra, una parte fondamentale di quello che c'è da sapere per fare antropologia. Dunque, all'epoca avevo 27 anni e mi trovavo a Tokyo. Sono sempre stato affascinato dalla cultura orientale e in particolar modo dal Giappone e terminati gli studi decisi che avrei condotto lì il mio primo studio di antropologia. La domanda che dovete porvi è una: cosa vi ha spinto qui? Io ero attratto da quella cultura come una calamita e dovevo saperne il più possibile. La curiosità spinge alla conoscenza, è il carburante di cui si nutre. Il dovere non porterà mai alle grandi scoperte: siate appassionati e l'amore per ciò che fate vi porterà lontano. Ma torniamo a noi. Mi rendevo conto che il modo migliore per comprendere quella cultura era viverla. Diedi il via alla prima fase del mio percorso, a quella che chiameremo osservazione partecipante. L’osservazione partecipante come la parola stessa ci suggerisce è osservazione e partecipazione. Ma attenzione l’osservazione di cui parliamo non è quella di un semplice osservatore ad es. un turista. Chi è qui il partecipante? E’ l’antropologo. L’antropologo osserva e prende nota di tutto (il corpus e i dati che avrete modo di ampliare anche successivamente) ciò che percepisce e che vive. Questo cosa vuol dire? Che si affiderà solo ed esclusivamente a ciò che avrà osservato e segnato accuratamente sul suo taccuino? No, ed è questo il punto fondamentale dell’osservazione partecipante: l’interazione. L’interazione dà luogo a quella che definiremo impregnazione. Vale a dire che tutto quello che ho appreso su quella cultura è stato anche il risultato di “dati” acquisiti in maniera inconscia, “limitandomi” a viverla. Come dicevamo pocanzi però, parte del lavoro svolto sul campo prevede anche l’interazione con le persone che provengono da quella realtà. Ed è qui che arriviamo ai miei primi colloqui in veste di antropologo.

Martina Schettino ha detto...

Q1: PARTE SECONDA

La questione dei colloqui è strettamente connessa a quello dell’interazione, chiaro no? Parte dei miei colloqui si sono svolti sotto forma di consulenza al fine di carpire informazioni senza dare l’idea al nostro interlocutore di essere sotto “interrogatorio” ma a me questo ragazzi, non poteva bastare e l’incontro che feci di lì a poco mi portò dritto a quello che cercavo. I primi tempi ero solito andare al Satei Hato una nota caffetteria del posto, uno dei miei prediletti anche per lo svolgimento del mio lavoro. Ebbene qui feci la conoscenza di Josuke, un giovanotto che – all’epoca – lavorava in caffetteria. Costui, per farvela breve, non poté non notare il fatto che fossi sempre lì e soprattutto, da bravo osservatore, non notare il mio taccuino. Un giorno dunque, mi si avvicinò tutto intimidito e estremamente composto come suo solito, nel prendere la comanda mi chiese incuriosito, cosa annotassi con tanto fervore. Quell’incontro per me è stato fondamentale. Josuke oltre ad essere tutt’oggi un grandissimo amico di cui serbo un ricordo bellissimo, è stato anche la persona che mi ha permesso di avere quelle informazioni di cui avevo bisogno. Con Josuke ho intrattenuto da quel momento tantissime conversazioni, quelle che definiremo canovaccio di colloquio e che mi hanno permesso di conoscere buona parte degli usi e costumi giapponesi nonché curiosità insospettabili. La straordinarietà di questa forma di colloqui informali è la ricorsività: la risposta a una domanda posta mi portava a riflettere su altre questioni, sollecitava altre curiosità e quindi altrettante domande. Tutto questo in un colloquio sotto forma di consulenza non si sarebbe mai potuto verificare. Anche perché ragazzi, tenete conto di un dato fondamentale che distingue le due forme di interazione: il grado di intimità. Quanto pensate che avrei potuto ricavare da uno sconosciuto? Uno sconosciuto non mi avrebbe invitato a cena a casa sua, non mi avrebbe permesso di comprendere concetti come ‘Ohashi Jouzu’ , il senso delle bacchette per i giapponesi o ancora il concetto di ‘dosoku’, l’importanza di togliersi le scarpe entrando in una casa o una scuola e le motivazioni dietro questa regola. Come non mi avrebbe permesso di conoscere questioni ben meno note ai tanti come quella delle superstizioni o dei numeri fortunati e sfortunati ad esempio.

Martina Schettino ha detto...

Q1: PARTE TERZA

Attenzione: veniamo qui ad un altro punto fondamentale della ricerca. Le informazioni, come direbbe Olivier De Sardan, vanno verificate. Non pensate mai di affidarvi ad un unico interlocutore, non lo farete voi, come non lo feci io all’epoca sebbene io del mio caro amico Josuke mi fidassi molto. Il lavoro dell’antropologo si sviluppa su diversi livelli ed anche quello che sto per introdurvi è un passaggio fondamentale. Apro una piccola parentesi, altrettanto importante. Come vi dicevo all’inizio non si lavora soltanto sui dati acquisiti sul campo interagendo con le persone e l’ambiente ma anche su quelli già in circolazione, quindi innanzitutto feci le mie dovute ricerche anche in tal senso acquistando di volta in volta riviste locali ma anche rivolgendomi a biblioteche del luogo. Tutto ciò che potevo sapere dovevo saperlo mi capite? Bene, come vi dicevo le informazioni vanno verificate, confrontate e quella che io misi in pratica é la cosiddetta triangolazione: con essa il ricercatore mette a confronto le varie informazioni ricevute al fine di avere un punto di vista più oggettivo possibile. Durante il vostro percorso avrete modo di scegliere se operare per triangolazione semplice o complessa. Io all’epoca mi affidai a quella semplice, ma il tempo e l’esperienza mi hanno insegnato che è altrettanto importante lavorare anche con quella complessa, sulla varietà di informazioni e non sull’autenticità di un’unica informazione.
Il tempo a mia disposizione stringe, e tengo a far luce su un’ultima questione importante della mia esperienza: il percorso della mia ricerca non ha avuto andamento lineare, anzi è stato tortuoso. I giapponesi sono persone discrete e riservate e questo non rende il lavoro di ricerca semplicissimo, ma del resto se avessimo voluto lavorare su cose semplici non avremmo scelto di fare gli antropologi no?

Martina Schettino

Gianluca Evangelista ha detto...

La mia prima ricerca sul campo si è svolta a Siena e aveva l’obiettivo di comprendere cosa volesse dire appartenere ad una contrada e in che modo ciò influisse nei rapporti tra gli abitanti della città. Prima di partire mi sono documentato sulla storia della città e sulla sua organizzazione attraverso libri, immagini e filmati e ho consultato alcune fonti scritte prodotte da autori senesi sul tema delle contrade. Mi sono trasferito a Siena nel mese precedente al Palio e al mio arrivo ho conosciuto subito Marco, un trentenne della contrada della Torre che mi ha aiutato ad orientarmi in città e mi ha trovato un alloggio nella sua contrada. Girando per la città ho avuto modo di assistere a tutti i preparativi tradizionali del Palio e parlando con le persone che ho incontrato sono riuscito a capire come viene vissuta l’appartenenza ad una contrada e la rivalità nel periodo precedente all’evento; grazie a Marco ho potuto assistere a tutta l’organizzazione dall’interno della contrada della Torre, ho allargato la mia rete di conoscenze e sono riuscito a parlare con Roberto, il Capitano della contrada, al quale ho chiesto di parlarmi più approfonditamente di tutta la gestione ufficiale del Palio. Per avere un quadro più completo delle dinamiche cittadine, ho cercato di entrare in contatto con membri di più contrade possibili: la familiarità che avevo raggiunto con la contrada della Torre mi ha facilitato nei rapporti con gli alleati del Bruco, mentre è stato più difficile guadagnarmi la fiducia dei membri della contrada rivale, quella dell’Oca; parlando con i miei principali informatori, inoltre, non ero stato preparato all’ostilità che ho riscontrato da parte della contrada dell’Onda, che poi ho scoperto essere rivale unilaterale della Torre senza che quest’ultima riconosca tale condizione. I racconti della “vita di contrada” che sono riuscito a raccogliere in quei giorni sono stati appuntati sul mio taccuino, ma per una maggiore completezza di dati ho consultato gli archivi del Comune per scoprire la storia delle contrade, la loro estensione territoriale e i censimenti della popolazione nel corso degli anni; grazie a Marco sono riuscito ad avere un colloquio anche con il Priore della sua contrada, il quale mi ha parlato di come viene gestita l’organizzazione della contrada durante tutto l’anno e mi ha poi consigliato di rivolgermi al Consorzio per la tutela del Palio di Siena per scoprire gli aspetti più tradizionali della città. Prima del Palio ho assistito sia alla benedizione del cavallo della Torre, sia al tradizionale Corteo storico che precede la corsa, e, nonostante la delusione per la sconfitta della Torre alla quale mi ero ormai affezionato, sono stato invitato ad unirmi ai festeggiamenti dei vincitori, la contrada alleata del Bruco. Terminato il Palio ho deciso di prolungare la mia permanenza in città, poiché dai colloqui con le persone che avevo incontrato avevo capito che l’appartenenza alle diverse contrade (che nel mio diario di campo ho definito “etnie cittadine parallele”) è qualcosa che va oltre la rivalità della corsa e che incide sulla vita cittadina tutto l’anno; nel periodo successivo, infatti, ho scoperto quanto fosse importante il senso di appartenenza ad una contrada indipendentemente dal Palio e ho assistito alla cerimonia del battesimo contradaiolo, un vero e proprio rituale di passaggio che sancisce il legame a vita con la propria contrada. Dopo tre mesi ho deciso che era arrivato il momento di tornare a casa, poiché avevo compreso e vissuto in prima persona il senso di appartenenza ad una contrada e avevo partecipato a sufficienza alla routine quotidiana, e dopo aver confrontato e interpretato tutti i dati che avevo raccolto ho scritto la mia monografia “Concittadini federati. La vita di contrada a Siena”.

Gianluca Evangelista

Simone Battistoni ha detto...

12/04/2080 Università di Tor Vergata , Roma

Mi chiamo Simone Battistoni , sono antropologo da sessantatré anni , cioè da quando ho rimesso piede a Roma dopo la mia prima esperienza sul campo , ad Alofi nell'isola di Niue . Lo stato insulare di Niue si trova nell' Oceano Pacifico , duemila e quattrocento chilometri a nord-est della Nuova Zelanda , dalla quale è dipendente . Nel 2015 il numero di abitanti era 1398 , e tale , se non con poca differenza , è rimasto . Quando sono partito ero già laureto da 3 anni ma non mi sentivo antropologo , era chiaro che mancasse qualcosa , probabilmente la parte più importante . Vi chiederete quale strano motivo mi abbia convinto a scegliere proprio un isola sperduta nell' Oceano ma vi deluderò ; non sono un pazzo che ha puntato un dito sul mappamondo per scegliere dove andare , anche perché quel puntino sulla mappa non l'avrebbe notato nessuno . In realtà il mio motivo è tra i più vecchi al mondo , ed è l'amore . Lo so , che poteva avere a che farà una ragazza di Roma con un isola che si trova dall'altra parte del mondo ? Anche lei era un' antropologa . Si era laureata con me tre anni prima , un giorno le capitó di leggere per sbaglio di questo posto su una rivista e decise di partire spinta dalla curiositá . Come è chiaro io scelsi di seguirla , per motivi che con l' antropologia c'entravano ben poco . Fu la decisione migliore della mia vita . Ma iniziò nel modo più tragico . Dopo pochi giorni li lei ebbe un'incidente e morì . Ero sconvolto é chiaro , ma scelsi di rimanere per portare a termine ciò che lei così tanto aveva desiderato .
Iniziai subito a cercare un appartamento per lasciare la stanza di un piccolo hotel vicino al porto , nella quale avevamo passato le prime notti. Ero ad Alofi , la capitale , divisa in parte nord e parte sud dove si trova l' unico ospedale dell'isola , da dove per quel tragico episodio era iniziata la mia ricerca . Grazie all' aiuto di un medico dell'ospedale trovai un piccolo monolocale , l'affitto era basso ed era l'unico disponibile nella zona sud , dove le persone parlavano anche l'inglese , lingua ufficiale ma ovunque superata dal niueano , che al tempo era ininterpretabile per me .
Sapevo bene poco di quel posto perché era stata la mia compagna a prepararsi e nei miei piani c'era la prospettiva di un'apprendimento sul posto , quindi il primo passaggio per la giusta ricerca sul campo l'avevo già sbagliato e quello si presentò come primo grande ostacolo . Per recuperare passai letteralmente le prime tre settimane nell'unica biblioteca del posto , leggendo un numero esagerato di pagine sulla storia di quel posto , nonché dei giornali degli ultimi anni . Ne uscii sicuramente più adatto a iniziare una discussione con qualcuno del luogo senza incorrere errori compromettenti .
Per tutto quel tempo ovviamente non ero passato inosservato , in tutta la capitale c'erano 639 abitanti , nella parte sud 420 . Ero diventato per tutti lo strano europeo che passava le giornate in biblioteca.

Alessandra Marcelli ha detto...

Q1. Dopo aver letto attentamente il testo di Oliver de Sardan, simulate di essere un anziano antropologo/una anziana antropologa che racconta a un gruppo di giovani studenti come ha condotto la sua prima ricerca sul campo. Metodo, tecniche e problemi incontrati.

Avevo 32 anni quando ho condotto la mia prima ricerca etnografica, ed ho capito finalmente cosa significasse essere un’antropologa. Il lavoro sul campo, la ricerca di informazioni e la diretta partecipazione alla vita quotidiana di una cultura differente dalla mia… che ricordi meravigliosi. Mi ricordo che avevo sempre con me una agenda rosa regalatami da una mia amica per il compleanno, piena di annotazioni e descrizioni di tutto ciò che osservavo. L’obiettivo? Volevo cercare di capire e di spiegare come fosse possibile che nel paese nativo di mia madre, Ameglio (una frazione di Marzano Appio, in provincia di Caserta) vivessero solo trecentodieci abitanti, dei quali centoquarantuno maschi e i restanti centosessantanove femmine. Preparo le valige e parto, trovo ospitalità da mia zia, la sorella di mia nonna, che ha l’età di 89 anni. Vive da sola in una casa di tre piani, esce, fa la spesa, va in chiesa. Ad Ameglio , però, non c’è niente di tutto questo: ecco perché tutti i giorni mia zia si fa accompagnare da un ragazzotto, Mario, per sbrigare le faccende. Una sorta di autista, se così si può definire. Le giornate le passo con lei, entro nella sua quotidianità: al mattino una buona colazione, poi la cura dell’orto, il pranzo, la visita ai parenti che abitano a pochi metri da lei nel pomeriggio. Mi guardo intorno, e vedo un’atmosfera surreale. I bambini (pochissimi) che corrono per la strada, un bar vicino la chiesa con anziani che giocano a carte, macchine praticamente inesistenti, silenzio. Questa è Ameglio, la minuscola frazione che avevo deciso di analizzare. Accompagnata da mia zia, vado da altri parenti di mia madre residenti anch’essi in questo paesino. Mi siedo con loro, prendo un caffè e rimango incantata ad ascoltarli. Mi raccontarono di quando, ai tempi della guerra, i tedeschi rubarono loro tutti gli animali, di quando solo una famiglia di Ameglio riuscì ad acquistare la prima televisione e tutti i ragazzi ed i bambini si recavano in quella casa per vedere le prime immagini in bianco e nero. Una sorta di “cinema” era diventato. Ed ancora la storia di mia nonna, partita all’età di 25 anni, destinazione Roma. Sognava una vita diversa da quella che gli si prospettava davanti. Ho visto sue vecchie foto, quando era ancora solo una bambina. D’altronde, come vivere in un paese in cui non ci sono scuole, non ci sono chiese, non ci sono farmacie né ospedali. É bastata una settimana di convivenza con mia zia e con il resto della sua famiglia per entrare nell’atmosfera di un paese “fantasma”, di una civiltà rimasta fortemente indietro rispetto a quella moderna ed urbanizzata che sono abituata a vivere. Lontano dal frastuono della Capitale, dagli incidenti automobilistici, dagli scandali e dalla cronaca, dallo smog e dal traffico, ho scoperto un nuovo mondo. Un mondo che vive di poco, eppure vive bene. Ovviamente, per forza di cose, mi sono recata nel comune di Marzano Appio per avere dati concreti della popolazione ed un censimento degli abitanti. Ma, soprattutto, ho aperto gli occhi per guardare in modo diverso una realtà distante dalla mia. Mi è bastato ascoltare ed osservare i parenti di mia madre e mia nonna (tutti anziani) per capire quanto loro siano fieri delle proprie origini, e quanto siano orgogliosi di aver scelto di essere rimasti lì.

Simone Battistoni ha detto...

Parte due .

Iniziai dal surf . Si esatto ! "Molti" ragazzi passavano le giornate a praticare quello sport , io lo avevo imparato qualche anno prima durante una vacanza in Spagna e pensai che poteva essere un ottimo modo per approcciare . Dopo poco tempo la giovane età e le buone capacità sportive mi permisero di entrare a far parte di quel gruppo , con il quale iniziai a passare le giornate .
Sapevo che c'era il pericolo di perdere quel punto di vista oggettivo con il quale ero arrivato , ma d'altra parte avevo notato che quell'impregnazione derivante dal tempo passato con i ragazzi mi aveva aiutato a capire meglio come potevano vedere il mondo quelle persone che praticamente vivevano in 260 chilometri quadrati di terra in mezzo al mare .
In sei mesi imparai il niueano e molte regole non scritte sulla prossemica e sulle risposte fisiche a precisi inneschi linguistici .
Fu solo a quel punto che decisi di iniziare a registare materialmente ciò che scoprivo ogni giorno . Mi piaceva disegnare , e tra gli appunti di quaderno buttavo giù anche qualche schizzo perché rendeva più vivo ciò che scrivevo e in poco tempo avevo nel mio quaderno ritratti di quasi tutti gli abitanti e dei luoghi più belli del posto .
Decisi poi di fare un altro passo . Uno dei ragazzi era diventato il mio migliore amico , gli avevo raccontato tutto e mi aveva ospitato a vivere da lui . Suo nonno era una delle figure più esponenti dell' isola ed ebbi dopo molto tempo la possibilità di rimare solo a parlare con lui . Come avrete capito non ero forte in organizzazione e decisi di non preparare nulla per quella tanto attesa occasione , tranne un foglio bianco e delle matite , perché lui non aveva voluto che lo ritraessi , fino a quel giorno , che mi cambió la vita .
Suo padre aveva combattuto per il Regno Unito nella Prima Guerra e per mia fortuna l'aveva fatto riempendo ogni giorno un diario , che quel giorno l'uomo mi regaló . Fu in quel momento che iniziai a sentire la necessità di tornare a Roma per mettere insieme i pezzi di quell'esperienza , durata due anni , che mi aveva cambiato la vita . Contro qualsiasi tipo di immaginazione , il nonno di quel ragazzo mi chiese di portarlo con me in Europa per passare i suoi ultimi anni li , chiaro é che lo feci con grande gioia e per i quattro anni successivi , fino alla sua morte , girammo il continente presentando insieme il libro che avevo avuto la possibilità di scrivere grazie soprattutto a lui .

Matilde Tramacere ha detto...

In questi quarantacinque anni di carriera ho fatto molte esperienze, ho viaggiato molto, ho incontrato persone, sono cambiata. Nulla mi ha segnato di più, però, della mia prima vera esperienza sul campo, la mia prima ricerca etnografica. Fresca di laurea triennale, ingenua quanto entusiasta ho deciso di partire, desiderosa di fare la mia prima esperienza come antropologa. Destinazione: Francia. La mia scelta è caduta su una realtà francese spesso ignorata e sconosciuta: i banlieue. Il termine (traducibile come “periferia”) indica i quartieri poco lontani dai grandi centri francesi, sobborghi poveri caratterizzati dalla criminalità e da una bassa qualità della vita. Spesso popolata da immigrati, la banlieue è diventata nella percezione comune sinonimo di ghetto, precarietà sociale e pericolo. La mia ricerca si è concentrata sui giovani, sulla percezione che avevano dell’ambiente in cui vivevano e di come vedevano il loro futuro.
La prima cosa che ho fatto è stata informarmi. Ho cercato quali fossero queste zone, come si sviluppassero, quali caratteristiche avessero ognuna di esse. Alla fine ho scelto un quartiere abitato principalmente da rumeni, chiamati in Francia "gitans", "tsiganes" or "manouches", quelli che da noi verrebbero chiamati “zingari”. Dopo aver raccolto più materiale possibile su di loro e sulle loro usanze, sono partita.
Il mio obiettivo era quello di integrarmi il più possibile e vivere a stretto contatto con i gruppi giovanili. Ho esercitato il metodo dell’osservazione partecipante. Ho iniziato a frequentare i luoghi più affollati, principalmente autobus e treni, i luoghi frequentati dai tantissimi ragazzi pendolari della zona. Ho cercato la collaborazione di maestre ed istituti, scontrandomi spesso con diffidenza e burocrazia infinita. Uno dei miei obiettivi era quello di raccogliere fonti scritte: l’elenco dei ragazzi frequentanti le scuole del quartiere, gli articoli di cronaca riguardanti la criminalità giovanile o al contrario i meriti di alcuni ragazzi, gli annuari scolastici. Indispensabile il censimento della zona, una fonte di dati oggettiva e sicura, che mi ha anche permesso di ricostruire alberi genealogici e studiare l’arrivo e lo spostamento (o al contrario, dell’insediamento) delle famiglie straniere. La fase cruciale è stata, però, il contatto diretto con quei nomi all’apparenza privi di significato. Il passo più importante è stato inserire le persone nella mia esperienza.

Matilde Tramacere

Matilde Tramacere ha detto...

Seconda parte

Una difficoltà inziale è stata quella della lingua: i ragazzi parlavano un dialetto, la langue de la banlieue, un gergo che mescolava il francese, il verlan e la lingua del paese da cui provenivano. Il francese era usato pochissimo, a scuola principalmente, per rivolgersi ad adulti sconosciuti o autorità. Per integrarmi il più possibile, ho dovuto imparare in fretta. L’acquisizione del loro modo di parlare (che è stato anche un nuovo ed inaspettato oggetto della mia ricerca, in quanto sinonimo di un’ulteriore ghettizzazione) ha permesso di accelerare il mio processo di accettazione. Questa integrazione e la nuova acquistata fiducia mi ha permesso di utilizzare uno strumento di enorme importanza per noi antropologhi: il colloquio. Ho iniziato a parlare con i ragazzi, conversazioni spontanee, a volte su temi ben precisi, a volte del tutto improvvisate. Ho chiesto della loro famiglia, della scuola, del loro futuro. Quando sorgeva un argomento nuovo che scatenava in me interesse, assecondavo la nuova piega del discorso, abbandonando spesso le mie intenzioni iniziali, chiedendo anche a chi potessi rivolgermi per saperne ancora di più. Malika mi ha raccontato che a scuola preparano le ragazze a lavorare come receptionist e che questo la mortifica un po’. Lei avrebbe voluto diventare una ballerina, ma non ha mai avuto soldi per frequentare una scuola di ballo, a malapena ne conosce l’esistenza. A casa di Julien, una sera, è scoppiato un incendio. Quando ha chiamato i pompieri, questi non sono potuti intervenire fino all’arrivo della polizia. Non avevano l’autorizzazione di agire senza la loro presenza, in quel quartiere. E intanto la casa di Julien andava a fuoco. Samir mi ha raccontato di mantenere la madre spacciando e di aver lottato tanto per avere questo incarico. Ha faticato per “entrare nella cerchia”, per essere ritenuto di fiducia ed è fiero del suo risultato, delle zone di lavoro che ha conquistato. Quando gli ho chiesto come si vedeva tra dieci anni, mi ha risposto che si vedeva a capo della banda. Gli ho chiesto se non avesse vergogna o paura per quello che lo aspettava e lui mi ha risposto con un tono di sfida dicendomi che a lui interessava solo “essere ricco” e che quella era l’unica via che aveva per riuscirci.
Il mio taccuino mi ha seguito fedelmente in tutto il mio viaggio, custode di tantissime voci e pensieri, scrigno prezioso della mia esperienza. In lui ci sono pezzi di realtà congelata e ancora lo conservo, insieme al mio diario di bordo, luogo dei miei ripensamenti teorici e di dialoghi con me stessa. È stato un viaggio prima introspettivo, oltre che tra la gente e i luoghi sconosciuti, che mi ha costretta a mettere “la testa fuori dall’acqua”. Qualcosa che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita.

Matilde Tramacere

Giada Giorgi ha detto...


" (...) All’età di vent’anni, mi ritrovai per la prima volta a fare l’antropologa in un paese straniero.
Ero al terzo anno di università, e ne approfittai per scrivere la tesi di laurea.
Mi recai in erasmus in Nuova Guinea, in Polinesia Francese, a Numea. Lì vive l’etnia aborigena melanesiana Kanak, in tribù all’interno della foresta. Le città sono abitate principalmente dagli eredi dei coloni Francesi e le due identità coesistono e coabitano non senza scontri.
La tesi di laurea consisteva nell’analisi delle memorie di un forçat, un bagnard, tale Ernest Sain-Paul, un uomo che nella seconda metà dell’ottocento fu spedito nella colonia francese come pena per il reato di truffa, in un carcere speciale, come ce ne erano tanti all’epoca nelle colonie. Il manoscritto si trovava nella biblioteca di Numea e su quello dovevo lavorare.
Restai a Numea per nove mesi. Fu l’esperienza che mi svezzò come antropologa e mi cambio la vita.
L’approccio con la nuova realtà fu un vero trauma per me, che non parlavo il francese e non mi ero mai avventurata così lontana da casa!
Al principio non facevo che muovermi confusa tra la biblioteca e casa, colloquiando solo con i miei compagni Erasmus. Appresi molte realtà del luogo: la gente girava scalza per la strada, vi erano dei conflitti tra i nativi e gli eredi dei coloni e si consumavano strane bevande considerate droga, solo in parte legali, come la Kava.
Cercai il più possibile di concentrarmi sul manoscritto, svolgendo lavori di traduzione e di comprensione attraverso altri documenti inerenti la realtà storica dell’epoca, trovati negli archivi oceanici di Numea.
Nonostante il mio lavoro per la tesi dovesse essere prettamente un lavoro sul testo, quel che avevo intorno mi aiutò sensibilmente nella comprensione di determinati aspetti raccontati dal bagnard!
Ovunque andassi portavo con me un taccuino, sul quale annotavo quello che osservavo, comprando oggetti, parlando con le persone del luogo, ascoltando le loro storie sul come e sul perché vivessero in Polinesia Francese, le loro impressioni sulla popolazione indigena (osservazione partecipante tramite dati).
La vera svolta la ebbi quando incontrai quello che sarebbe stato il mio grande amore a Noumea: tale Mathieu, un ragazzo proveniente dalla Francia e trasferitosi a Noumea per lavorare come intagliatore d’Ebano (intimità). Egli mi mostrò la sua casa e le sue abitudini, mi fece conoscere dei ragazzi che frequentavano i Kanak, ai quali chiesi informazioni come conoscitori delle storie della tribù (colloquio come consulenza); Mathieu mi mostrò dei video di cantanti, che mostravano come la cultura Kanak e la cultura francese vivessero a stretto contatto https://www.youtube.com/watch?v=qYMWZoIF6-Q) (corpus autonomi) . In poco tempo mi trovai immersa in un’altra dimensione, bevevo Kava, provavo ad intagliare il legno e cercavo di venire in contatto io stessa con la popolazione indigena (impregnazione). La popolazione Kanak fu molto sfuggente e , se non avessi avuto delle conoscenze e stretto amicizie con gente del luogo, probabilmente non sarei mai arrivata a parlare con uno di loro. Ero affascinata dalla fierezza con la quale mostravano i loro corpi, tanto più pieni di cicatrici quanto considerati un vanto; dal loro modo di vivere in stretta connessione con la natura, dalle abitudini e dai rituali che mi vennero raccontati ma che non ebbi mai tempo di vedere di persona, poiché al momento del mio rientro dall’erasmus ero loro ancora troppo estranea.
Restai così affascinata da quel tanto che avevo scoperto e da quanto ancora ci fosse da scoprire dell’etnia Kanak, che due anni dopo, per la tesi della Laurea Magistrale, decisi di recarmi nuovamente a Numea per fare, stavolta, una ricerca sul campo specializzandomi in antropologia medica: studiare come i Kanak si relazionassero con i concetti di malattia, di morte e, di conseguenza, di vita.
Ma questa è un’altra storia e ve la racconterò al prossimo incontro."

ILENIA FALSONE ha detto...

Alla veneranda età di 74 anni, mi ritrovo dentro una grande aula di un istituto d'istruzione secondaria di Roma, a raccontare a un gruppo di studenti, la mia esperienza da antropologa.
Ero giovanissima, quasi trentenne, quando decisi di preparare le valigie e partire per la Russia. Premetto che, avevo ed ho tutt'ora un'amica di origini Russe, la quale per svariati anni è venuta a vivere in Sicilia, nel mio paese d'origine. Grazie a lei, è iniziato a sorgere in me un forte desiderio di scoperta, di quelle che sono le tradizioni, gli usi e le abitudini del popolo russo, a me del tutto sconosciuti. Parto per Vladivostok, dove vengo ospitata dalla sua famiglia. Sin da subito, ho iniziato ad osservare tutto. Prima ancora di arrivare a casa loro, mi è capitato di vedere per la prima volta, due ragazzi che si sono incrociati per strada, si sono velocemente stretti la mano senza nemmeno guardarsi o proferir parola: tra uomini si fa così. Mai dare la mano ad una donna: non è buona educazione russa. Questo mi venne spiegato, subito dopo, dalla madre della mia amica. Altra cosa che mi ha lasciata "stupita" è stata quella di dover togliere le scarpe, una volta arrivata a casa della famiglia. Se in Italia entriamo a casa di persone con le quali non abbiamo confidenza e subito ci togliamo le scarpe siamo dei gran maleducati ma in Russia è esattamente l’opposto. Quando entriamo in casa di qualcuno la prima cosa da fare è togliersi le scarpe: è una buona abitudine che aiuta a mantenere la casa pulita.
Tutte queste piccole cose, hanno iniziato ad arricchire la mia cultura e farmi percepire la bellezza di una cultura totalmente diversa dalla mia. Abbiamo iniziato ad arricchirci a vicenda. Si presentava il grande scoglio da superare, ovvero quello della lingua. Non è stato semplice, ma con molta pazienza e volontà, giorno dopo giorno iniziavamo a comprenderci meglio. Ho soggiornato in Russia, per tre mesi e portavo sempre con me, quaderno e penna, guide alla città, raccontate in alcuni libri. Quindi, grazie all'attenta osservazione, all'ascolto e al minuzioso studio che ho dovuto affrontare, dopo aver raccolto il materiale, sono riuscita ad ottenere buoni risultati. Tutto quello che ho trovato e vissuto in quel paese, era inizialmente apparso ai miei occhi come "estraneo", "assurdo". Ma soltanto dopo averlo vissuto e studiato, ho capito quanto sia stata importante e formativa questa esperienza, sia per la mia sfera personale che professionale. Alla fine del mio racconto, riguardante questa meravigliosa esperienza di vita, ho visto gli occhi dei ragazzi meravigliati, stupiti e interessati.

Giada Giorgi ha detto...

RETTIFICA AL PRECEDENTE COMMENTO, CHE NON RIESCO A CANCELLARE:
*Sostituire Nuova Guinea con Nuova Caledonia


scusi,

Giada Giorgi

Giulia Sellati ha detto...

PARTE PRIMA

La mia prima ricerca antropologica avvenne in occasione di un progetto universitario. Tornando a casa, già mi scervellavo per programmare in tempi brevi un viaggio Londra: avrei contattato Patricia, un’amica di mia madre che viveva a Toronto e che mi aveva ospitata anni prima per un periodo di studio, e magari avrei svolto una ricerca sui nipoti degli immigrati italiani degli anni ’50 e sulla loro concezione di cittadinanza. Non potevo sapere che il mio futuro progetto mi stava aspettando a molti meno chilometri, proprio nel quartiere dove vivevo.
Decido, prima di rincasare, di fermarmi a fumare una sigaretta nella piazza del mio quartiere; scendo dalla macchina e scopro di non avere l’accendino. Per mia grande fortuna (non solo perché aveva l’accendino, ma perché mi avrebbe fatto risparmiare un viaggio transoceanico) su una panchina fumava un ragazzo che doveva avere più o meno la mia età. Gli chiedo di accendere e mi siedo accanto a lui, chiacchieriamo un po’ del più e del meno finché arriva un gruppo di ragazzi che avrei imparato a chiamare “la comitiva”.
È in quei dieci minuti che resto vicino a loro che scopro l’esistenza di una realtà sociale di cui avevo letto solamente nei romanzi di Pasolini. Basta poco per entrare in confidenza e mi salutano definendomi “quella che studia”. Nei giorni seguenti nel tragitto tra casa e l’università mi fermo spesso a chiacchierare con loro e conosco così Matteo, Davide, Federico, Razvan, Chiara, Sofia. Dopo qualche caffè insieme capisco che la mia ricerca sarebbe dovuta essere su di loro, e decido di indagare sul comportamento degli adolescenti nella mia borgata, alla periferia di Roma.
Scopro così l’esistenza di due realtà diversissime che pure convivono nello stesso quartiere: la mia, fatta di studio e di educazione sportiva, e la loro, fatta di pomeriggi di dissolutezza in piazzetta. Solo col tempo e frequentandoli ho imparato a superare la mia iniziale diffidenza verso quei ragazzi che più o meno inconsapevolmente identificavo come “scarti”.

Giulia Sellati ha detto...
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Giulia Sellati ha detto...

PARTE SECONDA

Avevo deciso che non avrei usato alcun taccuino per la mia fase di “osservazione partecipante” e decido di imparare ad usare il loro codice comunicativo e il loro codice comportamentale.
Questo (e qualche passaggio in macchina all’R10 di Torbella per prendere da fumare) mi ha permesso di familiarizzare al punto da essere invitata al compleanno di Davide. In quell’occasione, anche grazie alla notevole quantità di erba e alcol, ho avuto modo di ascoltare le loro storie di vita.
Vengo a sapere dal “Ciccio” che suo fratello è morto qualche settimana prima, che si è buttato dal cavalcavia del raccordo per debiti di droga; Razvan, in Italia da due anni, mi dice come sia solo grazie a Davide e a Federico che ha trovato la forza di restare e di non tornare in Romania, e mi racconta di come sia qui perché spera di avere più possibilità per il suo futuro; Matteo mi parla di Mirko, che era della comitiva, morto per aver guardato troppo la ragazza di Silvio, uno zingaro di zona, e mi racconta di come il gruppo non è riuscito a fermare la lite.
Parlo poi con Sofia, che mi dice che lei è invidiosa della mia vita, ma che non può studiare, che ha dovuto lasciare scuola perché sua madre si fa di eroina e lei deve badare ai suoi due fratellini più piccoli; mi racconta del ragazzo che ama, Mois, fratello di Silvio, e di come non può dirlo al gruppo perché dopo la storia di Mirko verrebbe allontanata.
Torno a casa quella sera piena di storie potenti, diverse tra loro, e decido di appuntarmele tutte sul diario. La mia indagine procede e insieme a Sofia conosco anche qualche zingaro tra cui Mois, che mi racconta anche la sua versione sulla morte di Mirko, e mi dà la sua versione: i due gruppi, quello degli zingari e quello della piazzetta stavano sulla stessa stradina a fumare e Mirko aveva fatto un apprezzamento sulla ragazza di Silvio; Silvio aveva fatto per andarsene ma allo spintone di Mirko ha dovuto difendersi e difendere la sua credibilità, colpendolo. Mi dice che nessuno si era messo in mezzo, perché i regolamenti di conti funzionano così dalle loro parti: uno contro uno.
Scopro quanto sia facile comprare e vendere la droga, quanto sia facile nasconderla e quanto sia difficile smettere di farne uso.
Scopro che ragazze e ragazzi hanno regole di comportamento diverse, hanno modi di trascorrere la giornata diversi, anche modi di farsi diversi.
La mia indagine iniziale si allarga e mi porta a scoprire una fitta rete di relazioni che non possono prescindere l’una dall’altra: quella tra giovani e droga, quella tra ragazzi della piazzetta e zingari, quella tra ragazzi e ragazze. Il mio campo di indagine ha rivelato la sua complessità man mano che lo esploravo. Questo periodo di ricerca è durato due anni e mezzo: due anni in cui ho registrato storie, luoghi, date sui miei diari; due anni in cui ho conosciuto una realtà di disagi, disordini, paure, sogni e speranze; due anni di discussione e confronto.

Anastasia Di Giuseppe ha detto...

PARTE PRIMA
Era una gelida giornata di gennaio quando ho condotto la mia prima indagine etnografica, in realtà più che un'indagine etnografica è stato un colloquio con una persona, Elèna, che mi è entrata dentro e che è diventata per me una presenza fondamentale della mia vita. Mi ha cambiato, ragazzi. La vita cambia tutti, ma quando ci si lascia cambiare dalle persone..aaah allora si che è ancora meglio. Comunque, tornando alla giornata di gennaio, ero a Budapest, appena atterrata all'aeroporto quando tutta presa dall'assaporare luoghi e persone non mi accorgo che mi hanno rubato la borsa. Incredibile, senza soldi e senza documenti cosa avrei potuto fare? In una città di cui conoscevo appena la lingua e pochissimo la geografia? In uno stato di ipernervosismo scoppio a piangere. Al che, mi si avvicina una signora "Ce faci? Dece plangi?" Capisco che mi stava chiedendo il motivo di tali lacrime e che mi invita a seguirla, io evidentemente diffidente, provo ad evitare ma mi rendo conto di non avere altra scelta. La seguo. Entro a casa sua, definirla casa effettivamente è un eufemismo, la signora mi fa sedere e mi dice che mi aiuterà con i documenti. Dopo avermi fatto mangiare degli involtini di verza e carne macinata, iniziamo ad interagire. La freddezza dei primi momenti era palpabile, io venivo percepita come qualcosa di "altro" da loro; "piacere Anastasia" dico io per rompere il ghiaccio e lei "placere, Gabi Lepadatu", dopo essermi sentita particolarmente stupida per non aver detto anche io il mio cognome, provo a chiederle di lei, se ha dei figli, se ha delle sorelle e cose così. Lei risponde con tono sempre piuttosto distaccato di avere due figli e di essere separata dal marito che non la rispettava come donna e per questo di aver ripudiato il cognome del marito e dopo 16 anni, di essere riuscita a riottenere il suo cognome da ragazza, "è stata una lunga battaglia ma ce l'ho fatta", nei suoi occhi si vedeva tutta la soddisfazione di una donna che aveva lottato per qualcosa di importante e aveva vinto. Poco dopo, continuando a chiacchierare del più e del meno, arriva una signora che mi specifica più in là essere la dottoressa che dicendo qualcosa di incomprensibile per me, la chiama "Elena"; allora ho pensato che le possibilità potessero essere due: o mi aveva mentito sul nome, o ne aveva due e non me lo aveva detto. Cercando di essere quanto più delicata possibile le chiedo spiegazioni e lei mi dice "Vogliono decidere tutto loro". "Loro chi?" mi chiedo e dopo un po' le chiedo.. "I Russi", vedendo la mia faccia piuttosto perplessa, mi spiega che da quando la Romania, sotto Ceausescu era diventata comunista vi erano delle norme per chiamare i figli, infatti c'era una lista di nomi che era buon costume utilizzare per le bambine ed un'altra per i bambini, ma che loro furbamente avevano architettato un sistema secondo cui ogni bambino/a il giorno del battesimo assumesse anche un altro nome: quello del padrino per i maschi e quello della madrina per le femmine, tentando così di sovvertire il sistema; il problema però rimaneva perché lo Stato non riconosceva loro questi nomi sui documenti, nonostante le loro lotte legali, ma potevano utilizzarli così solo in contesti intimi e familiari e avendo di fatto due nomi: uno "statale" (Elèna) ed uno "familiare" (Gabi). La sera prima di addormentarmi ho riflettuto sulla grande importanza che la Romania attribuisce ai nomi (ed ai cognomi) e al fatto che avesse voluto sottolineare la vittoria ottenuta sul suo cognome, mentre la sconfitta sul nome sarebbe rimasta nascosta se non fosse arrivata la dottoressa.

Anastasia Di Giuseppe ha detto...

PARTE SECONDA
. Al mio risveglio, la tavola era già pronta per la colazione, abbondantissima ed ipercalorica; infatti Gabi mi spiega che loro sono soliti fare due pasti fondamentali durante la giornata: la colazione e la cena. Verso le 14 però, quando lo stomaco inizia a brontolare stuzzicano qualcosa per aspettare la cena verso le 18, mi spiega che tutto ciò è per una questione di praticità, infatti interrompere il lavoro dei campi per cucinare non avrebbe fatto comodo ad alcuno. Tornando alla colazione, infatti, in primis c'era un bicchierino di tzuika, una grappa fortissima fatta in casa e consumata soprattutto d'inverno come riscaldamento "naturale". Ed ancora: salam de Sibiu (salame di casa), breanza (formaggio di capra), sarmalute (involtini di verza del giorno prima). Gli involtini mi piacciono molto e chiedo allora la ricetta, Gabi mi dice che la "ricetta è dentro", toccandosi la testa. Spiega che non può scriverla perché questa è un piatto tipico della Jugoslavia, quindi è vietata da cucinare in Romania, in realtà la fanno tutti perché la considerano una loro di ricetta e che poi, gli Slavi modificandola, se ne sono appropriati, però non c'è da scriverla da alcuna parte, ed anche le sarmalute stesse vengono nascoste una volta fatte. Incuriosita dalla questione la mia giornata passa tra librerie, biblioteche ed archivi per saperne di più. Il dato interessante che scopro è che effettivamente i ricettari sono pieni di botvin'ja, rassol'nike e borsh, insomma, tutte pietanze russe. Nessuna traccia di cibo rumeno, allora entro in un ristorante per vedere da che lato si fossero schierati i commercianti in merito a questa faccenda e chiedo delle sarmalute. Il proprietario minaccia di denunciarmi se non me ne fossi andata via subito. Insoddisfatta, amareggiata e piuttosto spaventata torno a casa di Gabi, le racconto l'accaduto e lei mi dice arrabbiata di non farlo mai più, che lei ci ha messo una vita per farsi una buona reputazione e che non potevo rovinargliela io. Chiedo scusa, comprendendo solo ora la gravità di ciò che avevo provato a fare e vado in camera mia. Dispiaciuta per non aver ottenuto la famosa ricetta, l’arte culinaria infatti mi interessava molto..

Camilla Antonini ha detto...

PARTE I:
Svolsi la mia prima ricerca etnografica intorno ai 30 anni: dopo aver trascorso una vita intera rinchiusa nella frenesia dell’universo urbano, dei palazzi altissimi e del caos delle automobili (anche da turista avevo sempre visitato grandi città), sentii l’esigenza di immergermi in una realtà diversa e più ristretta. Devo premettere che, all’epoca, nonostante sulla carta fossi un’antropologa, non ero ancora riuscita a fare dei miei studi una professione per necessità ovvie di sopravvivenza. Vivevo a Roma e la disponibilità economica era scarsa, quindi scelsi di trascorrere un po’ di tempo in un paesino del centro Italia, distante da casa mia 120 chilometri circa, che trovai, per caso, studiando qualche carta geografica. Prima di partire avevo raccolto, in un diario, delle fonti scritte che mi fossero utili a non muovermi alla sprovvista sul territorio, qualche informazione propedeutica all’approccio mi sarebbe servita: di fatto, su Fiamignano sapevo che fosse parte di una sub-regione del Lazio, il Cicolano, situato nella bassa provincia di Rieti, al confine sud-est con l’Abruzzo. Il paese stesso, il cui territorio è composto prevalentemente da montagne, compende 30 frazioni, di cui un paio sono disabitate, per un totale di 1.377 abitanti: la proporzione tra frazioni e numero di abitanti mi convinse definitivamente del fatto che fosse il tipo di ambiente che cercavo. Tentai di partire senza aver raccolto troppe notizie sulla storia del paese perché speravo di poterla ricostruire attraverso le informazioni che avrei registrato una volta essermi inserita nell’ambiente.
Arrivai a Fiamignano nel giugno del 1960. Trascorsi le prime notti in un ostello nella città più vicina, Rieti, spostandomi ogni mattina in paese. Dopo qualche settimana convinsi una famiglia del posto ad affittarmi una piccola casa di loro proprietà, adiacente alla loro, nella frazione di Santa Lucia. Si trattava di contadini e allevatori che avevano sempre prodotto per la propria sussistenza e, solo da qualche anno, in seguito al miracolo ecomico che dal decennio precedente contribuiva a cambiare il volto dell’Italia, stavano cercando di mettere su una piccola azienda agricola e di vendere i propri prodotti. La cordialità di quella gente mi spinse, solo per un po’, a mettere da parte i miei scopi e a legare molto con la famiglia, che non sembrò essere disturbata nella sua quotidianità dalla mia presenza: le loro ambizioni nel mercato agricolo, però, competevano con quelle di altri piccoli nuclei familiari della zona, tutti intenti a trasformare le proprie attività, fino ad allora circoscritte, in fonti di guadagno. Questa competizione accesa mi mise, inizialmente, in una situazione di “incliccaggio” e per un po’ non riuscii ad avere legami con molte altre persone del posto, già fuorviate, per la mia presenza in quella casa, da pregiudizi e cicalecci tipici di una mentalità molto ristretta di paese.

Camilla Antonini ha detto...

PARTE II:
Per scelta non mia, dunque, ebbi per qualche settimana degli informatori privilegiati: avevo abbastanza confidenza con la famiglia presso cui abitavo per permettermi di appuntare sul mio taccuino alcune delle loro conversazioni, spiegazioni sul dialetto locale (che riportò a galla vecchie conoscenze di linguistica e al quale mi scoprii particolarmente interessata, contro ogni aspettativa), ricette tipiche e abitudini quotidiane: scrivevo di come la giornata era scandita dai ritmi degli animali, più che dell’uomo, di come le ore di sonno, specialmente nel periodo estivo, fossero regolate dai ritmi della semina, della ranghinatura (che alcuni contadini del posto, i più poveri, svolgevano ancora con un rastello a scarico trainato da un cavallo) e della raccolta. Tendenzialmente, però, mi lasciavo trasportare dal calore del contesto familiare in cui, ormai, ero entrata a pieno titolo (ricordo che nei primi giorni di settembre, la signora bussò alla mia porta per offrirmi un intero cesto di funghi porcini raccolti sugli altipiani delle montagne circostanti ricche di faggi, abeti e querce – un gesto che imparai presto essere d’affetto e confidenza): la maggior parte del sapere appreso su quella cultura contadina, sulla vita dura di montagna fu inconscio per me, acquisito per impregnazione.
Fortunatamente la mia esperienza ebbe risvolti migliori dopo qualche settimana: il tempo che impiegai per inserirmi in comunità fu indice, per me, della particolare diffidenza della gente del posto. Essendo umana, per un periodo, soffrii molto di questa esclusione, mi sentivo spesso sola e fui costretta ad appuntare su un diario come questa condizione influisse sulla raccolta dei dati, sui tentativi di iterazione e sulla mia ricerca. D’altronde ero determinata a comprendere come fosse la vita in una realtà così piccola e lontana da quella che avevo sempre conosciuto, quindi restai.
Durante il mese di agosto presi parte a molte delle feste patronali organizzate nelle varie frazioni del paese che, non solo mi permisero una maggiore inclusione, ma arricchirono di molto le pagine del mio taccuino: da antropologa riconosco la religione come costruzione culturale, ma in paese mi integrai completamente anche nelle pratiche rituali, partecipai a processioni, alle messe, alle cene comuni nelle piazze e alle preghiere colletive, per poi arrivare a sera, quando tutta la comunità, ringraziato il santo protettore, si lascia andare ai festeggiamenti: lo strumento tipico della zona è (ancora oggi!) la fisarmonica, che accompagna balli molto simili a tarantelle, stornelli in dialetto, il tipico ballo della “pantasima” (una pupazza di cartone che, a turno, viene indossata dai paesani per farla ballare in mezzo ad un cerchio di persone in festa mentre spara in aria i fuochi d’artificio che le attaccano sul capo) e le “satire”: in posti così circoscritti tutti si conoscono tra loro e ogni anno qualcuno è soggetto alla messa in canto dei propri comportamenti, qualora risultassero ridicoli, divertenti o canzonatori. In questi momenti scoprii la stretta familiarità che la gente del posto ha con l’alcool: quasi mai riuscii a tenere il passo dei più forti bevitori del paese.

Camilla Antonini ha detto...

PARTE III:
In ogni caso, compresi quale fosse davvero la quotidianità di quel paesino di montagna solo con l’arrivo della stagione autunnale: i primi freddi (particolarmente acuti in quella zona), modificano i ritmi della vita delle persone e la realtà comincia a comporsi solo di lavoro, “passatelle” al bar per gli uomini (gioco di carte in cui chi perde beve, appunto) e cura della famiglia per le donne, i cui corpi erano resi forti dai chilometri percorsi con conche piene d’acqua raccolta alla fonte e i caratteri foggiati da una vita faticosa e, perlopiù, povera. Notai ben presto che le famiglie della zona sembrassero avere uno stampo piuttosto matriarcale, non per la debolezza del maschio che, come in tutta la cultura italiana in generale, ha un ruolo dominante, ma per la forte presenza delle donne nel nucleo familiare e per la dipendenza che l’intera famiglia ha nei confronti della figura della madre.
I colloqui che svolgevo con la gente del posto prendevano luogo principalmente al bar, l’unico della zona; gli allevatori e i contadini di montagna non sono i più aperti al dialogo, quindi avevo bisogno di uno spazio sicuro, in cui potevo essere certa di non infastidire nessuno o interrompere il lavoro: al bar prendevo nota di storie personali, racconti su intere generazioni, chidevo consulenze in generale sulle tradizioni culinarie, sullo svolgimento delle feste comandate, per cui ogni volta mi preparavo un rapido canovaccio delle tematiche di cui sarei stata curiosa. Mi riuscì essere più “tecninca” quando cercai informazioni, per segnare qualche dato di censimento, sull’andamento del nuovo mercato agricolo di zona, sulla crescrita delle neonate aziende locali, mi interessava calcolare se la realtà povera della zona avesse possibilità di evoluzione, in questo senso.
Seppure dopo mesi di convivenza fui libera dalla condanna dell’ ”incliccaggio” e del pregiudizio che ne conseguiva, ogni volta che dovevo fare il punto e riferire tutti i dati raccolti ad un caso sociale specifico, lo facevo sempre con la famiglia con cui vivevo, il mio “gruppo testimone”. Ma questo non ha fuorviato la mia ricerca, perché mi resi conto, attraverso procedimenti di triangolazione semplice, che in quella realtà ogni famiglia era un microcosmo all’interno del quale si svolgevano eventi più o meno simili tra loro: era un piccolo paese e la vita, lì, era la stessa per tutti. L’eccezione, però, mi si palesò davanti quando conobbi un gruppo di uomini che non vivevano come gli altri: si trattava di un caso di “gruppi invisibili”, cioè individui marginali e non coinvolti nella vita della comunità agricola, che abitavano in paese ma trascorrevano parte della propria giornata a spostarsi per andare a lavorare in città, e poi tornare. Cercai di capire quale fosse la scelta che li aveva spinti a continuare a vivere lì e compresi che l’ambizione di lavorare in città, per loro, non corrispondeva affatto alla necessità di abbandonare il luogo natìo: quel paese era, per la comunità, un posto sicuro. Solo quando provai sulla mia pelle quella stessa sensazione di appartenenza e sicurezza capii di essere giunta a saturazione e che, sebbene non sarebbe stato mai completo, il mio lavoro si avvicinava ad un termine.

Ilaria Piacenti ha detto...
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Ilaria Piacenti ha detto...

ILARIA PIACENTI

La mia prima ricerca sul campo risale a circa 30 anni fa. Per alcuni mesi mi recai a Castrillo de Murcia, un piccolo borgo nella provincia di Burgos nella Spagna del Nord, con l’intenzione di studiare culti e tradizione spagnole. Questo paesino si prestava ai miei studi perché mantiene in vita, da più di 400 anni, una strana e antica usanza locale. Per alcuni mesi fui ospite di una famiglia del posto allo scopo di collezionare una serie di dati che mi avrebbero reso possibile la comprensione di questa tradizione.
Mi concentrai soprattutto sull’esperienza personale di un giovane del posto, Thiago, che nell’anno precedente aveva interpretato “el Colacho” (il diavolo) personaggio principale che anima la festa. Mi raccontò che la manifestazione ha origini antichissime, dal 1620 si svolge ininterrottamente nel giorno del Corpus Domini. Mi accorsi dai nostri lunghi colloqui, di quanto fosse fiero di essere stato tra i prescelti; mi raccontò dell’emozione provata nell’aver indossato l’abito tradizionale e nell’aver rincorso passanti e bambini, frustandoli giocosamente con una sorta di gatto a nove code. Sempre con grande entusiasmo, Thiago mi parlò anche della seconda fase della festa, la più impressionante, durante la quale vengono preparati dei materassi, su cui sono adagiati dei bambini, tutti rigorosamente nati nei dodici mesi precedenti. Una volta pronti questi affollati lettini, El Colacho prende la rincorsa e comincia a saltarli, uno dopo l’altro, atterrando a pochi centimetri di distanza dalle testoline dei piccoli.
Annotai sul mio taccuino ogni singolo passaggio che mi veniva raccontato per cercare di capire cosa fosse veramente significativo dentro quella rete di simboli a me inizialmente incomprensibile. Non riuscivo a capire come una madre potesse posizionare il figlioletto di pochi mesi sul materassino, affinché un uomo vestito da diavolo vi salti sopra. Durante il soggiorno ho cercato di ascoltare più testimoni e confrontare più versioni; Thiago non fu il mio unico informatore, in quei mesi infatti ebbi modo di conoscere alcune mamme del posto. Tutte, indistintamente, non sembravano in alcun modo preoccupate, al contrario, erano ben felici della loro scelta. Ebbi modo di constatare la grande devozione dell’intera popolazione, ipotizzai quindi in un primo momento che le mamme fossero spinte dal forte sentimento religioso ma la frase ricorrente in tutti i colloqui era “Si è sempre fatto così, e tutti coloro che battezzano i propri figli in questo strano modo sono stati a loro tempo sottoposti al salto del Colacho”. Cambiai la mia ipotesi iniziale che avevo annotato sul mio diario di campo e giunsi ad una nuova conclusione. I genitori e i partecipanti sono spinti da un attaccamento al rito come simbolo culturale, piuttosto che da un sentimento religioso. Gli abitanti di Castrillo de Murcia, non rinuncerebbero per niente al mondo alla loro tradizione. Nuove interviste non portarono a nessuna altra ipotesi e di conseguenza decisi che per il momento avevo raggiunto un livello di saturazione accettabile su quell’argomento.






Arianna Tuni ha detto...

Arianna Tuni

PARTE PRIMA
“La mia prima ricerca sul campo, ragazzi, è stato un qualcosa che ha superato le mie aspettative. Da ragazzina, e devo dire ancora oggi, ero appassionata di manga, i fumetti giapponesi, avete presente? Beh grazie a quei fumetti mi sono totalmente innamorata della cultura giapponese. Non mi bastava più leggere quelle cose, io dovevo vederle con i miei occhi. Per questo motivo, all’età di 28 anni, decido di andarmene un mese in Giappone. Un mio cugino a quel tempo viveva lì, così gli chiedo se in qualche modo poteva essere il mio contatto e darmi una mano. Edoardo accetta volentieri e trova una famiglia disponibile ad ospitarmi essendo interessata a conoscere, anche se in minima parte, la cultura italiana poiché l’anno seguente la figlia sarebbe andata in Italia per un anno. E chi meglio di un’italiana per aiutarla? Questo perché i nostri colloqui non dovevano avvenire solo per il mio vantaggio ma dovevano diventare delle vere e proprie negoziazioni invisibili. Ovviamente prima di partire cerco di informarmi il più possibile su cosa mi aspettava, leggo diversi libri, faccio ricerche su internet e parlo con un mio amico che per motivi lavorativi è andato qualche settimana a Tokyo. Insomma mi avvalgo di fonti scritte. Prenotato volo e ultimate le ultime cose, la prima settimana di Agosto arrivo all’aeroporto di Tokyo. Trovo mio cugino ad aspettarmi e mi dice che mi avrebbe accompagnata a casa della famiglia Tanabe. Arriviamo ed entrando noto che Edoardo si toglie le scarpe, senza rendermene conto lo faccio anche io. A casa c’erano ad aspettarmi i signori Tanabe con i figli, il maschio Yuki e la femmina Emiko. Tutta la famiglia, appena vede me e mio cugino, fa un piccolo inchino. Io allora contraccambio, mi presento e inizio a ringraziarli per l’ospitalità. Ovviamente tutto ciò in inglese. Panico. Non parlano inglese, i figli pochissimo. Ecco qui la mia prima grande, enorme, difficoltà: non mi capivano e io non avevo mai studiato la loro lingua. Per un mese, la maggior parte del tempo, ho avuto bisogno di Edoardo per parlare con i Tanabe, e non solo. “Superato” questo ostacolo inizio la mia convivenza. Chiedo qualunque cosa mi venisse in mente, ogni volta che i Tanabe mi spiegavano un aspetto della loro cultura mi sorgevano puntualmente altre domande. Allora anche loro mi chiedevano se in Italia ci fossero certe usanze e ci divertivamo a fare paragoni. Sapete che in Giappone ci sono 3 alfabeti? I kanji, l’hiragana e il katakana. I nomi di persona vengono scritti in kanji e ogni kanji ha il proprio significato. Così chiedo a Yuki ed Emiko cosa significassero i loro nomi: Yuki significa “neve”ma anche “fortuna”, Emiko significa “bambina sorridente”. Segno tutto sul mio taccuino ma dopo cena, nel mio letto, è sul mio diario che esprimo veramente le mie emozioni, è lì che metto nero su bianco quanto tutto quello mi stava entrando dentro e ammaliando.

Arianna Tuni ha detto...

Arianna Tuni

PARTE SECONDA
Ho amato fin da subito la loro cucina così chiedo ad Emiko di portarmi da qualcuno a cui poter chiedere maggiori informazioni. Con Emiko ed Edoardo andiamo allora in un ristorante molto piccolo in cui avevi la possibilità di magiare al bancone dove il cuoco cucinava davanti ai tuoi occhi. Inizio a parlare con il cuoco, sempre con l’aiuto di mio cugino, e chiedo cosa ci stesse preparando; inoltre voglio sapere tutto ciò che poteva dirmi sulla cucina giapponese e, dopo avergli detto di essere italiana, il cuoco mi chiede di voler mettere nel suo menù un dolce tipico del nostro paese. Gli suggerisco il tiramisù, semplice e infallibile. Devo dire di aver riscontrato un certa difficoltà ad ottenere la fiducia degli anziani del quartiere dei Tanaba, non erano molto ben disposti nei confronti degli stranieri. Ma è normale incappare in qualche fase di incliccaggio. Una cosa di cui non mi sono resa conto subito, ma che mi ha fatto notare Edoardo solo alla fine del mio viaggio, è che anche io, fin dal primo giorno, ho salutato le persone facendo un piccolo inchino come consuetudine della cultura giapponese. E’ come se avessi acquisito quella cosa inconsciamente, attraverso un processo di impregnazione. Volendo avere informazioni anche sull’istruzione nel loro paese poiché da pochi anni mi ero laureata, grazie a Yuki sono riuscita ad ottenere un colloquio con i suoi professori che mi hanno spiegato quanto difficile possano essere i test di ammissione per i licei e università; così difficili che vengono istituiti dei dopo-scuola per preparare i ragazzi. Ho chiesto allora a Yuki quale fosse stata la sua esperienza personale e mi ha detto che il periodo di preparazione per entrare all’università è stato molto stressante ma sicuramente i corsi del dopo-scuola lo hanno aiutato molto. Non accontentandomi, tuttavia, della sola opinione di Yuki ho deciso di cercare altre fonti, di sentire cioè l’esperienza di altri ragazzi, la cosiddetta triangolazione semplice. Devo dire che molti hanno confermato l’idea di Yuki, ma tanti ragazzi mi hanno detto che quei corsi, che spesso finivano anche alle undici di sera, erano davvero devastanti portandoli ad avere una minore concentrazione nelle ore di scuola mattutina.
Grazie a questa rete di informatori, alla fine del mio percorso (ero ormai giunta ad un giusto livello di saturazione), il mio taccuino era pieno di dati e una volta tornata a casa iniziai a rielaborare questi dati, a rivedere le mie interpretazioni arrivando così alla stesura del mio saggio “La cultura giapponese nella quotidianità di Tokyo”.

Ilenia Scaccia ha detto...

1: Facendo affidamento su cosa oggi so cos'è l’antropologia e cosa dovrebbe fare un antropologo per considerarsi tale, mi viene in mente quando avevo 15 anni che con un gruppo di compagni di classe abbiamo aderito ad un progetto, che ogni anno c’è nella nostra città: “il premio Roberto Cocco” (un ragazzo morto durante un incidente stradale). Lo scopo era quello di individuare strade dissestate nella nostra città, studiarne i problemi e successivamente trovare una soluzione. Abbiamo scaricato una mappa della città e abbiamo deciso la strada più idonea al progetto: via Caio Mario, una strada apparentemente con un nome, mai stata inaugurata, e già con mille problemi. Ci siamo divisi i compiti e siamo andati sul posto per toccare con mano la situazione (osservazione partecipante). Abbiamo chiesto alle persone che risiedevano in quel posto: molti erano scontenti di non avere un nome ed altri erano arrabbiati per i disagi che si creavano nel ricevere la posta. Altri ancora erano irritati per il mal funzionamento della strade e le molteplici buche che si incontravano (colloquio). Dopo aver annotato i vari problemi abbiamo deciso di ricavare più dati per realizzare quello che sarebbe stato il progetto. C’è chi ha scattato foto, chi ha contato le buche presenti in 1 km di strada e chi ha controllato lo stato di manutenzione (erbacce, immondizia, etc..) (procedimento di censimento). Infine ci siamo seduti a tavola con il nostro piccolo diario di campo, le foto e un taccuino con tutti gli appunti presi ed abbiamo creato la nostra brochure con illustrazioni fotografiche e scritte dei problemi e soprattutto mettendo in risalto i racconti di chi quella realtà di disagio la vive tutti i giorni (fonti scritte). Terminato il lavoro abbiamo esposto la nostra ricerca con le eventuali soluzioni per risolvere i problemi presenti, vincendo il primo premio.

Emanuele Ietto ha detto...

DOMANDA 1

La mia prima ricerca sul campo risale a molti anni fa, ma la ricordo ancora perfettamente. Avevo 22 anni e gli studi antropologici tenuti all'università fecero crescere in me un notevole interesse verso l'etnografia. Come primo luogo di ricerca etnografica, scelsi un piccolo paese in provincia di Lecco, Morterone, grazie ad un involontario suggerimento di un mio amico, che era nativo di quel paese e vi tornava nei mesi estivi. Il mio amico era solito parlarmi molto bene di tale paese, e in seguito scoprii che si trattava del comune più piccolo dell'intera Italia (insieme a Pedesina, situato un po' più a Nord, in provincia di Sondrio e che avrei visitato di lì a poco) e ciò fece crescere ulteriormente la mia curiosità.
Decisi allora di partire alla volta della Lombardia. Arrivato ai piedi del Resegone, "armato" di penna e taccuino, mi trovai di fronte ad uno spettacolo praticamente inedito: abituato al caos della capitale, ero di fronte ad una situazione completamente nuova, e devo confessare che l'impatto non fu dei migliori. Cercai di capire come era vissuta la situazione dagli abitanti (pochi) del paese, e cosa provavano nel vivere in un paese così piccolo (appena 13 chilometri quadrati) e isolato.
Per la mia inchiesta utilizzai il metodo d'indagine e il metodo di colloquio. Fu fondamentale per il sottoscritto, aspirante antropologo ancora inesperto, il supporto dello zio del mio amico (che a differenza del fratello non ha mai lasciato il paese natio). Egli mi guidò all'interno del piccolo comune e soprattutto mi permise di accedere ad alcuni dati fondamentali per la mia inchiesta: ebbi modo anche di parlare col sindaco del paese (oltre che con la maggior parte degli abitanti) e di accedere alle carte del comune.
Riuscii, dopo due settimane di indagini, colloqui ed osservazioni, a concludere la mia ricerca, a comprendere le abitudini e lo stile di vita della popolazione del posto e a capire le dinamiche di un sistema culturale chiaramente opposto a quello della mia città (Roma) e più in generale di molte altre città.
Inoltre, conversando con gli abitanti, ho compreso che nonostante l'isolamento e l'arretratezza (basti pensare all'assenza di una scuola, con i pochi bambini costretti a recarsi nelle scuole delle vicine Lecco e Ballabio, o al fatto che gli abitanti si procurano autonomamente i beni di prima necessità, vista l'assenza di un supermercato nel paese), gli abitanti di questo piccolo comune non provano assolutamente invidia per gli abitanti di altri paesi più grandi; senza usare nuovamente Roma come termine di paragone, basti pensare a Lecco, il capoluogo a cui il borgo fa riferimento. Tale scoperta mi spiazzò profondamente e mi fece riflettere profondamente sul mio stile di vita.

Lisa Del Nero ha detto...

circa 30 anni fa nell'ambito della mia stesura della biografia di Francesco Guccini, ho intrapreso la mia prima indagine etnografica. Mi sono trasferita a Pavana per un anno. Il primo passo in realtà, è stato lo studio a casa, ho letto tutto il possibile sulla storia e la geografia del posto, consultando anche carte geografiche. Non da ultimo, mi sono documentata sulla vita di Francesco Guccini. Una volta sul posto, non ho faticato ad inserirmi. Andavo in giro sempre con carta penna e macchina fotografica. Sempre pronta a fare due chiacchiere con gli abitanti del posto e sempre disponibile a farmi coinvolgere in tutte le iniziative. Nel giro di poche settimane avevo conosciuto tutto il paese e ovviamente avevo avuto modo di incontrare guccini, al quale però non ho rivolto domande dirette. Ho preferito costruire un rapporto con pazienza e soprattuto ho l'ho lasicato libero di aprirsi con me e di accettarmi. Non ho solo scavato nella realtà pavanense, ma ho tessuto rapporti sociali con tutti, più o meno giovani, per avere un quadro completo. Tuttavia il dialogo e lo scambio quotidiano , richiavano di disorientarmi, così ho passato molto del mio tempo nell'archivio comunale, nel museo della chiesa e ho racimolato in giro testimonianze fotografiche della storia passata. Al termine del mio lavoro e della mia raccolta dati, sono tornata a casa e ho riordinato appunti ed idee. Prima della stesura finale del libro, ho chiesto a Guccini, la possibilità di rivolgergli alcune domande dirette, per colmare alcuni vuoti. E' stata la mia prima esperienza sul campo ed ha segnato tutta la mia carriera. DEL NERO LISA

Martina Gerace ha detto...

Cari studenti e care studentesse, oggi voglio parlarvi della mia prima ricerca sul campo, avvenuta 45 anni fa. All’epoca avevo solo 25 anni e mi ero da poco laureata. Il corso di Geografia delle lingue incentrato sulla questione arabo-isrealiana mi aveva appassionata e quello di Antropologia culturale ancor di più; perciò dopo la laurea magistrale decisi di fare una ricerca sul campo, analizzando la minoranza dei cristiani a Gerusalemme e in generale quelli presenti in Palestina e in Vicino Oriente. Mi recai a Gerusalemme essendo una città unica al mondo, luogo santo per le tre più grandi religioni monoteiste del mondo e punto di incontro e di scontro di tutte queste religioni perché la città vecchia consta di quattro quartieri: cristiano, ebraico, musulmano e armeno. Innanzitutto mi avvalsi della procedura di censimento perché avevo bisogno di dati sistematici, di capire numericamente a quanto ammontavano i cristiani presenti in Terra Santa. In Israele i seguaci di Gesù erano 120 mila (su 8 milioni di abitanti), nei territori palestinesi 48 mila (su 3 milioni) dei quali 1.212 nella Striscia di Gaza; in sostanza meno del 2% della popolazione complessiva. Fino alla conquista araba nel 638 la Terra Santa era tutta cristiana e fino al 1948, anno della nascita d’Israele, la minoranza rappresentava ancora l’8% della popolazione. Dopo quell’anno un gran numero di cristiani arabi fuggì per vari motivi: il 32,6% lo ha fatto in seguito alla perdita della libertà e della sicurezza, il 26,4 per ragioni economiche, il 19,7 per l’instabilità politica, lo 0,8 per l’estremismo religioso e il 2 in seguito alla nascita del Muro (o barriera di protezione, nella definizione israeliana) che circondava Betlemme per tre quarti, chiusa anche dalla continua espansione degli insediamenti ebraici.
Andando sul campo mi avvalsi soprattutto dell’osservazione partecipante, con quest’ossimoro intendo dire che non ero solo una mera osservatrice che si limitava a registrare quello che vedeva ma ero anche testimone, ero partecipe. Perciò osservavo i cristiani del luogo per capire come fosse organizzata la loro quotidianità in un contesto così complesso. Nel taccuino mettevo per iscritto tutte le mie osservazioni, le mie annotazioni. Io mi guardavo intorno e raccoglievo dati registrandoli nel taccuino che mi permetteva di congelare pezzi di realtà così come erano stati da me percepiti e selezionati.
Molto importanti per la mia ricerca sul campo furono anche i colloqui. Parlo di colloqui e non di interviste perché voglio farvi capire che in questi colloqui c’era una relazione reciproca, c’era un dare e avere e poi non avevo un set chiuso e pre-ordinato di domande ma spesso le domande da fare sorgevano nel momento stesso del colloquio, cioè mi venivano sul momento. A volte ho utilizzato come consulenti quelli che erano considerati degli esperti perché erano preti che ben mi spiegavano il punto di vista di un cattolico del luogo o ferventi cattolici; altre volte ho raccolto storie di vita, quindi esperienze personali. Il ricorso alle interviste è avvenuto solo nel momento in cui, dopo tre mesi di ricerca sul campo, avevo ormai stretto un legame più intimo di confidenza con un paio di persone. Infine mi sono avvalsa anche dell’aiuto delle fonti scritte, ovvero di ciò che è registrato al di fuori della memoria fisica biologica, perciò ho utilizzato videocassette conservate da vecchi signori cristiani oppure scambi di lettere, alcune molto datate, per farmi un’idea di com’è stata la situazione dei cristiani nel corso dei vari anni da prima della nascita dello Stato d’Israele fino all’anno della mia ricerca.
I problemi riscontrati sul campo sono stati vari. Innanzitutto una difficoltà di tipo comunicativo, perché non tutti sapevano parlare inglese, soprattutto alcune persone molto anziane. Un fattore di disturbo in cui mi sono imbattuta è stato quello dell’incliccaggio, essendo stata identificata con un gruppo strategico.
(Parte 1) Martina Gerace

Martina Gerace ha detto...

Questo problema mi si è presentato quando ho avuto bisogno di colloqui con persone musulmane per avere il loro punto di vista, capire come convivevano coi cristiani e perché si veniva a creare un clima di tensione tra i vari quartieri di Gerusalemme. I musulmani si mostravano restii a collaborare con me e darmi informazioni perché io tendevo a ottenere informazioni perlopiù da persone di religione cristiana, essendo la mia ricerca orientata sui cristiani; inoltre erano ancor più restii nei miei confronti visto che io alloggiavo nel quartiere cristiano presso una famiglia cristiana, quindi ero guardata con ostilità da quest’altro sottogruppo. Rapportandomi coi musulmani mi sono resa conto anche di aver fatto uso dell’impregnazione, di un’acquisizione informale e subconscia di modelli culturali. Dico ciò perché per esempio non mi stranivo quando nei colloqui conversavo con donne coperte col burqa. Se per un occidentale parlare con una persona che è tutta coperta è un segno di offesa perché vogliamo avere il contatto visivo con l’altra persona che deve essere ben visibile, lì avevo acquisito questa regola culturale per cui le donne devono essere coperte e anzi mi sembrava normale vedere una donna che non fosse scoperta.
Altro problema che ho riscontrato sul campo è stato quello della triangolazione semplice, ovvero la verifica della realtà di un certo evento. All’inizio tendevo ad avere come informatori privilegiati la famiglia presso la quale alloggiavo perché ero entrata in confidenza con loro, ma poi ho capito che non potevo avere degli informatori unici, così ho cominciato a rivolgermi anche ad altri informatori per fare un incrocio delle fonti e avere un quadro dell’evento più chiaro. Altro problema rilevato sul campo è stato quello dell’iterazione semplice cioè la capacità del campo di restituirmi pezzi della sua complessità mentre ci lavoravo. L’iterazione non era mai finita, ogni volta una fonte di dati mi stimolava in un’altra direzione; andavo da un informatore ma mi rimandava a un altro informatore che sapeva di più su un determinato tema, il quale a sua volta mi rinviava da un altro informatore che era più esperto. Ultimo problema rilevato sul campo è stato quello della saturazione. Dopo sei mesi di ricerca sul campo mi sono resa conto che ogni intervista, tra le ultime realizzate, non mi portava a nulla di nuovo, nessun nuovo dato rispetto all’intervista precedente, sintomo che il tema era stato saturato e che avevo raccolto abbastanza informazioni, per cui la mia ricerca terminò in quel momento.
(Parte 2) Martina Gerace

Alice Dionisi ha detto...

Parte 1

Ricordo la mia prima ricerca antropologica sul campo, avevo poco più di 30 anni e mi recai a Londra per studiare la componente extracomunitaria nella capitale inglese. Soggiornai nel quartiere di Crystal Palace, a sud della città, dove vivevano i miei zii Neno e Wendy (lui italiano, lei americana) e decisi di condurre lì la mia ricerca essendo un quartiere estremamente multietnico. All'inizio non sapevo come muovermi e da dove iniziare, così optai per la più ovvia via, intraprendendo conversazioni con i miei zii (informatori privilegiati) e saltando quindi momentaneamente la prima parte, quella dell'osservazione partecipante. Già da qui iniziai ad annotare le varie differenze tra i due, i loro sentimenti riguardo la madrepatria, i motivi che li spinsero ad espatriare e come erano stati accolti. Naturalmente per mia zia la vicinanza linguistica e il passaporto statunitense furono un bonus che le permisero subito di integrarsi al massimo nella nuova città. Il mercoledì sera al White Hart Pub era Quiz Night, così Wendy mi propose di andare con lei per conoscere alcuni suoi amici. Conobbi Guillaume, proprietario francese del negozio di vestiti accanto al bus stop e Padmini, impiegata indiana in un'agenzia di viaggi. Essendo una serata di svago ed essendo ancora del tutto estranea ad i miei nuovi interlocutori, decisi di limitarmi ad osservare ed ascoltare. La serata continuò tra birra e domande divertenti, che mi permisero di poter poi dialogare meglio con i miei nuovi informatori. Qualche giorno dopo andai a trovare Guillaume nel suo negozio, con la scusa di dover comprare qualcosa per il freddo inaspettato londinese anche in estate e chiacchierando tra una felpa e una giacca il francese ammise che essendo il negozio piccolo e di sua proprietà, era l'unico a lavorarci, il che non lo aiutò molto a conoscere nuove persone, pur essendo un lavoro di contatto con il pubblico, fatta eccezione per i clienti abituali e quelli "estremamente socievoli" (riferendosi a mia zia), il tipico atteggiamento britannico di distacco e il marcato accento francese non gli aveva reso possibile l'inserimento appieno all'interno della nuova comunità, affermando che a volte pensava di tornare a Lione. Padmini invece era molto entusiasta di aver intrapreso quella strada e affermò che sarebbe tornata in India solo per le vacanze ma che non avrebbe mai pensato di lasciare Londra. Lavorando per una grande agenzia, aveva molte colleghe che le permisero di conoscere da subito persone e luoghi, inoltre proprio per il suo lavoro di agente di viaggio, la sua provenienza da un luogo così lontano e sconosciuto a molti era motivo di interesse e non di allontanamento.

Alice Dionisi ha detto...

Parte 2

Continuai ancora per alcune settimane annotando le conversazioni sulla mia ormai piena Moleskine e iniziai ad ingraziarmi anche alcuni dei camerieri nei ristoranti etnici che circondavano l'appartamento dei miei zii. All'inizio non fu facile per difficoltà linguistiche da ambo le parti, ma poi la mia frequente presenza aiutò l'instaurarsi di un rapporto più aperto. Nel "Thai Crystal", ristorante thailandese proprio accanto all'appartamento dove risiedevo io, feci la conoscenza di una ragazza che mi permise di utilizzare le lettere che il nonno, giunto a Londra con i figli molti anni prima, inviava alla nonna, rimasta temporaneamente a Phuket per problemi di documenti. Questa fonte integrata mi permise di guardare il quadro generale in maniera più ampia, anche dal punto di vista temporale. Tipico di Crystal Palace è l'Overground festival che fanno ogni anno e accedendo agli archivi del distretto grazie ad una rete di contatti della zia Wendy, ho potuto notare nelle locandine come fosse numerosa la lista di stand di varie nazionalità presenti ogni anno, alcuni tra i preferiti dagli inglesi (soprattutto quello italiano, che grazie alla vendita di alimenti tipici nostrani, ha potuto espandersi di anno in anno). In un pomeriggio piovoso e freddo, decisi di andare a suonare porta per porta agli abitanti del palazzo dove abitavano i miei zii. L'idea iniziale era di fare un sondaggio su scala più ampia, ma non avevo calcolato l'inconveniente dell'ora del thè, che mi occupò per più tempo del previsto. Forse era ormai tipica di quel quartiere la presenza così massiccia di stranieri, ma nessuno degli inglesi si lamentò -se non per l'odore proveniente dai ristoranti- dei loro "nuovi" vicini. La ricerca mi rivelò una fonte di disturbo che non avevo preso in considerazione, ovvero la mia soggettività, anch'io in quanto straniera mi trovavo a vivere molte delle situazioni vissute dai miei interlocutori e questo a volte mi portava a ritenere molte cose giuste, scontate o sbagliate senza poterle prima analizzare a priori e con occhio antropologico. La mia intera ricerca poi portò alla stesura del mio primo libro, "A casa tua".

Elettra De Giuli ha detto...

«Compito ingrato, per un antropologo, è spiegare cos’è l’etnografia». Esordisco così, davanti alla mia classe universitaria, per illustrare questa metodologia di ricerca finalizzata alla raccolta di dati sul campo. Come ogni anno, per esporre la teoria, inizio dalla pratica: dal primo “fieldwork” che ho effettuato. Nel 2016, un episodio mi colpì particolarmente: Cree Ballah, 20 anni, commessa di origine afro in uno degli store Zara di Toronto - geolocalizzato presso Scarborough Town Centre – venne invitata, da uno dei manager, ad abbandonare l’edificio, per via della sua acconciatura: «Non vogliamo offenderti, ma pretendiamo un look più professionale, pulito, in ordine. E le tue treccine non sono adatte per lavorare da Zara… » le dissero. Cree si licenziò, denunciò l’accaduto alla Commissione dei Diritti Umani dell’Ontario e, nel giro di un mese, la vicenda divenne internazionale. La storia di Cree è stata fonte d’ispirazione per la mia prima ricerca: a tal proposito, scelsi di analizzare quale fosse, in Italia, il giudizio sulla capigliatura afro. Prima di cimentarmi in quest’impresa, come richiedeva la prassi, mi documentai: oltre alla consultazione di un ampia bibliografia, funzionale ad acquisire i principali rudimenti sull’argomento, navigai in rete e, con gran sorpresa, scoprii la storia di NappyItalia, una community fondata da Evelyne Afaawna, nata in Francia da genitori ghanesi e arrivata in Italia – in Brianza – all’età di un anno. Intenzionata a saperne di più, partii per la Brianza: quì, ottenni un colloquio Evelyne. La ventisettenne mi raccontò la sua storia: stanca di lisciare i suoi ricci, fitti e voluminosi, per uniformarsi al modello occidentale, aveva deciso di mettere in risalto le sue ciocche afro. All’epoca, Evelyne trasformò una sfida personale – l’accettazione del suo look – in una battaglia sociale. È così che, nel 2014, fondò Afro Italian Nappy Girls – “nappy” è una crasi fra “naturally” e “happy” – una pagina facebook rivolta a tutte le ragazze – figlie di seconda generazione - stanche, come lei, di stirature chimiche e decise a mostrare il proprio capello naturale. Grazie ai Nappy hour tour – incontri organizzati in tutta Italia – allargai la mia rete di contatti: raccolsi cioè, annotandole sul mio taccuino, numerose testimonianze, oltre a quella di Evelyne. La mia presenza rappresentò, costantemente, un’interferenza – non vi era, d’altra parte, possibilità di mimetizzarmi tra le partecipanti, poiché avevo i capelli lunghi, lisci, e di color biondo cenere – e, inizialmente, faticai a capirne la ragione. Quest’ostilità, però, fu utile alla mia ricerca: sul mio diario di campo, infatti, iniziai a riconsiderare la mia ipotesi. Scoprii, infatti, che questa diffidenza derivava dall’occidentalizzazione subita – in senso letterale - dal capello afro. Da questi racconti, appresi che - nel tempo - gli stravolgimenti storici avevano cambiato il modo di vedere la virtù del capello africano. La schiavitù, in particolare, impedì l’importazione di pettini per capigliature afro ed é proprio questo il motivo per cui le donne africane arrivarono a lisciarsi i capelli, stirandoseli come le donne occidentali. In definitiva – ed è questa la prima dote per un antropologo – modificai l’ipotesi di partenza: cambiai l’oggetto di studio analizzando la correlazione (e l’ovvia contrapposizione) tra il capello afro e il capello liscio, attivando – come insegna il mestiere – quella “negoziazione invisibile” tra le parti che è stata, è e sarà alla base di questa professione.

Elettra De Giuli

Mery Mastandrea ha detto...

1)"Condussi la prima prima ricerca sul campo quindici anni fa, quando terminati i miei studi teorici, tentai finalmente di metter in pratica tutto ciò che avevo imparato.
Scelsi per il mio primo piccolo viaggio da antropologa Forìo, una delle località più a nord ovest dell'isola d'Ischia.
Scelsi quella località perchè ero stata da sempre affascinata dalle piccole isolette che costeggiano l'Italia, in particolar modo perchè vedevo in esse forti caratteri della cultura italiana, che però si mischiavano a qualcosa di più, forse il mare gli donava quel fascino che le faceva sembrare ai miei occhi così interessanti.
Andai ad alloggiare per qualche mese nel centro di questo paesino, nella casa di una donna che da subito si mostrò con me gentile ed accogliente.
Essendo la mia prima ricerca sul campo (fase centrale e indispensabile del lavoro antropologico che consiste in una esperienza personale, orientata da aspettative e finalità conoscitive particolari) avevo messo nella valigia oltre a tutto il materiale tecnico (penne,fogli, quaderno per il diario di viaggio, macchina fotografica e registratore), anche tanta passione e curiosità.
Sapevo, grazie ai miei studi universitari che avrei dovuto far riferimento a moltissimi elementi come :l'osservazione delle azioni (osservazione); la raccolta di oggetti di uso comune; l'ascolto di storie ,opinioni e racconti popolari (colloqui); la lettura di qualche dato scritto; e cercare inoltre di costituire intorno a me interazioni con un gruppo di informatori privilegiati da quali cercare sempre di apprendere qualcosa di nuovo, di sconosciuto e di interessante.
Inizialmente fu Anna, la padrona di casa, ad indirizzarmi sui luoghi più suggestivi da visitare, e ad accompagnarmi in alcuni locali per poter aver un approccio con gli abitanti del paese.
Portavo sempre con me penna, taccuino e registratore (semmai mi sfuggisse qualcosa almeno l'avevo registrata!) e al ritorno in casa tentavo di rimettere in ordine tutte le informazioni nel mio adorato diario di viaggio.
Passavo moltissimo tempo con tutti coloro che si mostravo propensi a raccontarmi la loro storia, la storia della loro famiglia e di cosa significhi vivere su un isola.
Il mio diario di viaggio si arricchiva sempre di più, io ero sempre più dentro le storie di quelle persone alle quali ormai ero affezionata, e il tempo passava...
Conobbi la loro cultura di "isolani", i loro detti, i loro piatti tipici; quasi imparai l'accento e il loro modo accogliente mi piaceva sempre di più. Pensai di aver appresso molto, di essere entrata in contatto con un piccolo paese che aveva al suo interno un mondo.
C'è un momento durante il percorso di ricerca sul campo che viene chiamato di saturazione, dopo 6 mesi pensai che quel momento fosse arrivato poichè ormai la produttività delle osservazioni che facevo e dei colloqui che intrattenevo andava sempre più affievolendosi.
La cosa che più sentii come fattore di disturbo (elemento che sempre è più o meno presente nell'ambito della ricerca sul campo) fu la mia personale cultura (la mia soggettività), che tentai però di tenere a bada.
Di quell'esperienza oggi non ricordo più tutto, come ogni cosa che il tempo contribuisce ad ad offuscare, certo è però che il mio diario di viaggio è ancora qui con me pronto a ricordarmi sempre quella mia affascinante avventura.

Andrea Martini ha detto...

1) PRIMA PARTE
<Dopo aver conseguito la laurea magistrale decisi che era giunto il momento di vivere la mia prima esperienza etnografica, e scelsi come destinazione la regione del Mandostan, situata a ridosso della parte nordorientale della Cina. Alcuni anni prima un mio amico, appassionato di esotismo e della cultura orientale in generale, Si era trasferito da circa un anno in Cina, a Pechino, e per un breve periodo di tempo, circa una settimana, era andato a visitare quella regione ai margini dello stato cinese, quindi da molto tempo cercava di convincermi a partire con lui. In Cina inoltre aveva imparato anche qualche parola in mandostano, cosa che io non potevo fare qui in Italia. Quindi fu per me un grosso ostacolo, volendo comunicare con gente del posto per saperne di più sulla loro cultura. In particolare avevo nutrito una certa curiosità per quanto riguarda la distinzione in quella regione tra i diversi gruppi sociali: Daniele mi raccontava spesso di quel bizzarro modo degli uomini adulti di famiglie benestanti di distinguersi dal resto della popolazione povera: da ciò che egli aveva capito in quei pochi mesi trascorsi lì, dagli abiti che indossavano e dalle abitazioni che possedevano, gli uomini adulti di quel posto che avessero un certo peso nella società erano tutti grassi e molto robusti, rasati in testa, e con la barba folta. Inoltre solo questi uomini possedevano un cavallo, mentre tutti gli altri andavano in giro o a piedi o in sella ad un asino. Pare che queste caratteristiche fisiche fossero esclusive di questi uomini altolocati, mentre ad esempio, come mi diceva sempre il mio amico, chi lavorava nei bar o nelle edicole erano abbastanza magri, tutti senza barba e con acconciature diverse, ma assolutamente non rasati. Da buon turista aveva capito che tutto questo rispecchiasse la distinzione tra ricchi e poveri nel Paese. Incuriosito da questo strano modo di essere cercai qualche fonte scritta qui in Italia, una qualche letteratura del Mandostan, ma non trovai nulla se non qualche breve citazione nei libri di storia e in qualche documentario che parlasse della Cina e delle regioni limitrofe, ma nulla di particolarmente interessante.

Andrea Martini ha detto...

SECONDA PARTE
Decisi di partire infine con il mio amico, portando con me solo il mio bagaglio culturale, gli insegnamenti del professore di antropologia culturale, il mio taccuino, un diario, e quelle pochissime parole sella lingua mandostiana apprese da Daniele, giusto quelle necessarie per non fare la figura del marziano, come le prime cose che si imparano della lingua inglese. La prima tappa del nostro viaggio non fu però il Mandostan, ma la città di Hegang, in Cina, vicino ai confini mandostiani, per vedere se almeno lì c’erano fonti scritte da poter studiare prima di approcciarsi con quella nuova cultura. Ovviamente prima di partire avevo studiato per mesi e mesi il mandarino, ma comunque feci affidamento a Daniele che aveva molta più dimestichezza di me. Grazie a lui riuscimmo a scoprire dagli abitanti della città e da alcuni testi di letteratura popolare delle informazioni molto importanti: la lingua ufficiale del Mandostan era la stessa dello Sato Cinese, ma i parlanti di quella regione utilizzavano un proprio dialetto che era un misto tra cinese e russo, con accenti molto diversi. La lingua cinese veniva usata soltanto sui testi, veniva usata solo in forma scritta. Gli abitanti del Mandostan, poche decine di migliaia, vivono in piccoli centri sparsi nel territorio, coperto per la maggior parte da boschi e vegetazione. Sono una società chiusa, non hanno rapporti con le regioni vicine; si sposano soltanto con gente del luogo, vivono di agricoltura e pastorizia. In un certo periodo storico la regione fu occupata dai cinesi, ma poi per varie vicende storiche rimase isolata. Anche lì a Hegang non ne sapevano poi molto, gli abitanti della cittadina cinese non vedevano di buon occhio i mandostiani, considerati quasi come dei barbari, con pratiche culturali fuori dal mondo. Un anziano di Hegang ci raccontò di come una volta vide uno di questi “ricchi” mandostiani pescare sulla riva di fiume a mani nude, per poi cavare gli occhi del pesce e mangiarli, lasciando il resto dell’animale alla donna che era lì con lui. Altri ragazzi ridevano raccontando di quando si inoltrarono nel bosco e videro una carovana di carri addobbati con donne e uomini nudi, e altri che allestivano una tenda per il circo. Normalmente o non ne parlavano affatto, oppure ce li descrivevano soltanto negativamente o deridendoli. Quindi decidemmo di dirigerci in Mandostan, dopo aver trovato per fortuna una guida che decise, dietro pagamento, di accompagnarci e farci da traduttore. Potete capire la doppia fatica nell’interpretare le parole della gente del posto, a loro volta interpretate dalla guida. Ma non fu il solo ostacolo che trovammo in Mandostan; ce ne fu uno ancora peggiore: giunti nella prima cittadina che incontrammo lungo il cammino, notammo subito la diffidenza della gente del posto nei nostri confronti, forse perché ovviamente riconosciuti come stranieri, anche se qualcuno di loro ricambiava il nostro saluto.

Andrea Martini ha detto...

TERZA PARTE
In effetti erano tutti molto magri, come li aveva descritti il mio amico Daniele, che mi disse che come potevo vedere erano i poveri di cui mi parlava. Ad un certo punto vidi uno di loro portare per le briglie un cavallo vicino ad un edificio molto simile ad un bar. Il mio amico mi disse che sicuramente dentro era presente uno di quei “ricchi” , quindi decidemmo di andare a vedere. Fuori dall’edificio un ragazzotto del posto ci bloccò subito dicendo che non potevamo entrare, né noi due, né la guida. Il nostro accompagnatore non seppe dirci il perché, ma solo che non potevamo. Ci indicò però un altro edificio simile dall’altra parte della strada, per prendere qualcosa da bere in attesa che qualcuno uscisse dal “bar” di fronte. Appuntai la cosa sul taccuino come se si trattasse di un locale esclusivo, ma che non portava alcun segno particolare che lo differenziasse da quello in cui eravamo appena entrati. Chiesi alla guida di chiedere al signore dietro il bancone cosa fosse quel locale per noi inaccessibile, ed egli rispose che si trattava di un altro locale di ristorazione proprio come quello in cui ci trovavamo in quel momento. Spiegò che molto probabilmente all’interno c’era un mandostiano ricco e che non è possibile entrare nello stesso locale pubblico in loro presenza, se non si è come loro. Spiegò anche che sono inavvicinabili, disse che uno come noi non può rivolgergli neanche la parola, a meno che non sia proprio da loro richiesto. Non aveva molto tempo di parlare con noi perché aveva altra gente da servire, quindi ci liquidò molto velocemente. Riuscì ad indicarci però un posto dove passare la notte. Capite subito che il grosso problema di questa esperienza era il fatto che potendo parlare soltanto con alcuni membri della società non avrei potuto mai capire bene la realtà che avevo davanti. Ragionando sui miei pochi appunti che avevo preso, cercai di capire un modo per entrare in contatto con quei “ricchi” mandostiani, e quindi dovevo capire prima quale fossero le condizioni per cui esisteva questa differenza all’interno di quella società, per cercare poi di avvicinarli in qualche modo. Avevamo pochissimo tempo a disposizione per usufruire della guida, solo tre giorni, un’altra grande difficoltà per la mia ricerca. Il giorno seguente decisi di cercare un qualche archivio che contenesse letteratura del posto, o comunque di parlare con qualche anziano che sapesse dirmi molto sulla cultura della regione. La mattina seguente, dopo aver passato la notte in questa specie di pensione, io e Daniele, accompagnati sempre dalla guida, chiedemmo al “portiere” di indicarci un luogo o delle persone dove avere delle informazioni maggiori riguardanti la regione. Il ragazzo ci consigliò di visitare il tempio al centro del paese. Un’altra cosa che ho notato in quelle poche ore trascorse in quella cittadina del Mandostan e che ho subito annotato era il fatto che in giro vedevo soltanto uomini abbastanza giovani, ragazzi o bambini, ma nessun uomo “adulto” o anziano.

Andrea Martini ha detto...

QUARTA PARTE
Di donne ce ne erano pochissime, e sempre per lo più bambine, ancora meno ragazze. Chiesi il perché non ci fossero anziani o donne adulte in giro. Rispose che le donne sono tutte in casa, e che gli anziani li avrei trovati al tempio. Pensai subito a una sorta di società suddivisa in una specie di caste, o meglio avevo raccolto una serie di dati che mi portarono a pensare che fosse una società così suddivisa, con una mobilità abbastanza assente, e con una suddivisione spaziale abbastanza rigida: I ricchi per conto loro, le donne solo in casa, gli anziani nel tempio, i poveri che lavorano in città e nei campi. Ma mi era ancora tutto poco chiaro. Ma già potete vedere come io fossi partito con una mia idea, una mia ipotesi, quella di capire il senso della suddivisione tra ricchi e poveri nel Mandostan. Poi man mano che raccoglievo dati e che osservavo la situazione lì sul campo, mi sono subito sorte altre domande: c’è una suddivisione sociale anche spaziale? Perché ci sono solo giovani in giro? Inoltre volevo saperne di più anche sul fatto del “circo” e della pesca a mani nude. Ma le domande non finirono lì. Infatti una volta giunti nel tempio, nel quale riuscimmo a entrare senza ostacoli, riuscimmo a incontrare uno di questi anziani, vestiti come dei sacerdoti, che fortunatamente sapeva parlare anche in mandarino, e con il quale riuscii a parlare direttamente senza intermediari. Inizialmente non sapevo come approcciare un colloquio: sapevo che era un luogo sacro, e magari in quel momento erano anche in un momento di meditazione o preghiera, ma vedendo che questo anziano sorrise al mio saluto, mi avvicinai a lui. Non sapevo se essere diretto o meno, ma corsi comunque il rischio: con la scusa di essere un regista e di allestire un documentario su quella popolazione dimenticata (cosa che ho fatto moltissima fatica a fargli capire) accettò di rispondere ad alcune domande. Il rischio era proprio quello di essere buttati fuori per il fatto di essere stranieri invasori di quel luogo sacro, o magari per una questione di riservatezza semplicemente avrebbe potuto zittirmi non volendo far sapere al resto del mondo la loro storia. Ho diciamo “scommesso”, e per fortuna andò bene. Ovviamente non si trattò di un’intervista, che come abbiamo visto non è il lavoro dell’antropologo, cioè non è con l’intervista che un antropologo può raggiungere il suo obbiettivo. Feci subito la prima domanda che mi venne in mente: ovvero cosa ci facesse lui, insieme agli altri anziani, lì in quel posto, piuttosto che stare in qualche bar o da qualche altra parte. L’anziano sorrise e mi spiegò che tutti gli uomini, raggiunta la condizione di anziano, si recavano in una specie di ritiro nel tempio. Ogni città del Mandostan ha il suo tempio in cui questi anziani, in un certo momento della loro vita, va via di casa per ritirarsi nel tempio per trascorrere gli ultimi anni di vita in meditazione. La condizione di anziano non è solo un fatto di età, ma oltre a questo requisito si deve anche essere sposati per essere riconosciuti come tale.

Andrea Martini ha detto...

QUINTA PARTE
La domanda mi venne spontanea: come avviene il matrimonio? Dove sono le donne, che non ho visto ancora da nessuna parte in città? Mi spiegò quindi come si uniscono i mandostiani, e da lì riuscii a capire moltissime cose della cultura e della divisione sociale della regione. Alcune delle cose che mi disse e che io appuntai sul taccuino, le ritrovai scritte in maniera più organica nei libri di storia locale conservati all’interno del tempio, e dovetti ricredermi sulle ipotesi iniziali: l’uomo mandostiano viene cresciuto in casa e istruito nel tempio dagli anziani fino al quattordicesimo anno di età, così come la donna. Superata quella soglia, il ragazzo lascia i suoi genitori, lascia la sua casa, per andare a lavorare nei campi, o nei boschi, in città ecc. Diventa per così dire autonomo, si fa una sua vita. Le ragazze continuano ad occuparsi della casa, fino al momento in cui ha le prime mestruazioni. Da quel momento in poi è considerata una donna adulta. Quindi la condizione per essere riconosciuta come donna adulta è solo di natura biologica. Per l’uomo è diverso: infatti dopo aver lasciato la casa alla giovane età di quattordici anni, scandisce la sua vita dal lavoro. Dopo aver lavorato per venti anni, ha raggiunto il primo requisito per la maturità, per essere adulti. A questo punto deve superare una prova che gli farà cambiare ufficialmente status. Sceglie la sua donna, e insieme si recano alla riva del fiume accompagnati da uno o più anziani del tempio. Il ragazzo deve riuscire a pescare un pesce a mani nude, e dopo averlo fatto, mangia i suoi occhi e lascia il resto del pesce che poi verrà cucinato durante il resto delle celebrazioni delle nozze. Solo in quel momento l’uomo diventa adulto, cioè la raggiunge la maturità al momento stesso del matrimonio, che quindi avvengono contemporaneamente. Quello che i ragazzi cinesi di Hegang avevano visto con i loro occhi, e che mi avevano raccontato con tanto di grasse risate, non era affatto l’allestimento di un circo, bensì la preparazione di un matrimonio, come lo era quella pratica barbara della pesca osservata dall’anziano cinese. Gli abitanti di Hegang che videro con i loro occhi quelle scene mai viste prima, cosa hanno fatto? Hanno applicato la loro rete di significati a quella situazione, a quel contesto altro, non avendo capito proprio nulla, capendo fischio per fiasco come si dice da noi. Dopo un po' di tempo trascorso nel tempio, l’anziano ci disse che era il momento di andare via. Tornato al nostro alloggio con i miei appunti, rielaborai i dati sul mio diario per dare un senso alle cose che avevo mi avevano detto i miei informatori e che avevo trovato sulle fonti scritte nel tempio. Cominciai a sospettare che quella che il mio amico Daniele, e che anche io pensavo fino a quel momento, credeva fosse essere una suddivisione tra ricchi e poveri, in realtà non era una distinzione in questo senso come lo intendiamo noi. Né l’anziano saggio, né i testi letti, parlavano di ricchezza o povertà, ma solo di adulti e giovani. Il giorno seguente, l’ultimo a disposizione, tornai al tempio per un’altra chiacchierata con l’anziano. Era l’unico che sapeva parlare cinese, ed era una fonte importantissima di notizie su quel luogo.

Andrea Martini ha detto...

SESTA PARTE
Non potevo parlare con un uomo adulto perché non ero uno di loro, quindi decisi di tornare da lui. Il colloquio confermò i miei sospetti: non ci sono ricchi o poveri. Gli uomini adulti governano il paese, prendono le decisioni importanti in assemblee, e la comunità gli riconosce questo status. Uno dei simboli di questo riconoscimento è proprio il cavallo, ma non perché siano ricchi. Loro non sanno neanche cosa sia la ricchezza in denaro o in beni come la concepiamo noi. Nessuno mai aveva mai parlato di queste cose con lui, nessuno gli aveva mai chiesto della storia del luogo, perché lì tutti la conoscevano, tutti la davano per scontata, non avevano bisogno delle sue storie. Così fu molto contento anche di raccontarmi la sua storia personale, di come aveva conosciuto sua moglie e di come non riuscì a pescare la prima volta alcun pesce. E che dovette aspettare un altro anno per riprovarci, sperando che nessun altro uomo scegliesse quella donna come sua sposa. Mi disse tante altre cose che furono importantissime se non necessarie per la comprensione di quella cultura.
Negli anni successivi ho avuto modo poi di tornare nel Mandostan, imparando abbastanza bene la lingua, e riuscii anche a entrare in contatto con uno degli adulti, ma dovetti fingermi uno del gruppo dei “giovani”: trascorrendo più di un mese nella regione, appresi le varie tecniche degli “stallieri”, e colsi l’occasione di un matrimonio per presentarmi io come il ragazzo della comunità che consegnasse il cavallo all’uomo adulto. Così entrai in contatto con lui, accompagnandolo per qualche tempo tra le strade della città e accudendo il suo cavallo nelle stalle. In questo modo riuscii anche a scoprire altri aspetti, e la visione di un altro gruppo sociale dello stato delle cose. Mi capitò anche di parlare con sua moglie, che mi raccontò la sua storia, scoprendo anche che la sua visione coincideva con quella degli uomini, e che tutti accettavano lo status quo. Tutto ciò stando a stretto contatto con l’intero tessuto sociale, colloquiando lentamente con diversi informatori, di età e di gruppi diversi, studiando le fonti, imparando nuovi vocaboli, e mostrando di volta ai miei informatori con i quali ormai ero entrato in confidenza il prodotto delle mie indagini. Quindi ragazzi è molto importante capire cosa sia un lavoro etnografico, seguendo le linee guida che ho cercato di insegnarvi io, e gli antropologi prima di me, quei punti di cui abbiamo poco prima a lezione, nonostante il Mandostan non esista e io abbia inventato tutto, solo per farvi capire in modo sommario ciò che ho appena spiegato>.

Andrea Martini

Francesca Rita Apicella ha detto...

PARTE I
Alle mie spalle la lavagna è imbrattata di nomi e termini tecnici. Ho appena smesso di scrivere i passi principali per quanto riguarda la ricerca sul campo, e le mie dita sono sporche di gesso sulle punte. Indico il primo punto in alto, FONTI SCRITTE, e dopo una breve spiegazione di ciò che intendo do come esempio una delle mie prime esperienze.
Ventiquattro anni fa ho viaggiato due secoli nel futuro.
Sapevo bene a cosa stavo andando incontro, non ero certo la prima ad intraprendere un viaggio temporale, e altri ricercatori avevano lasciato diversi scritti, che per la verità non mi avevano particolarmente entusiasmata. Vi si descriveva in termini molto crudi una società terribilmente regredita rispetto ad un presente che vedevo come apice dell’umanità intera. Non riuscivo a capire come milioni di persone potessero rimanere rinchiusi in torri di acciaio sotterranee tutta la loro esistenza, senza vedere mai la luce del sole o un qualsiasi orizzonte. Gli altri ricercatori mi raccontavano di uomini terrorizzati che vedevano nella luce solare un male, che si raccontavano storie allucinanti su cosa si svolgesse all’aria aperta, trascorrendo la loro intera vita in affollatissime metropoli sotto terra. La mia IPOTESI INIZIALE è che si ritrovino lì per semplice ignoranza, ma in che modo è potuta nascere una credenza così sentita? Da cosa è nata questa paura viscerale per l’ambiente esterno?
Dopo il noioso viaggio temporale, la mia capsula arriva su una terra nuda, spoglia di qualsiasi costruzione. È vagamente rossiccia, e le uniche impronte sembrano essere quelle lasciate dal vento. Il clima tiepido e il silenzio assoluto. Seguendo le indicazioni ricevute trovo il corridoio per arrivare alla città sotterranea che mi ospiterà per sei mesi durante la mia RICERCA ETNOGRAFICA.
Le autorità locali mi assegnano una casa che penso appartenga alle periferie, ma non riesco ad interagire propriamente con nessun dipendente affidatomi. Sembrano vogliano sbarazzarsi di me il prima possibile, e capisco che la mia presenza non è voluta e avrà inevitabilmente un effetto distorsore sulle comunicazioni che instaurerò.
“La mia prima reazione alla metropoli sotterranea è: soffocamento, angoscia, claustrofobia”, leggo dal mio taccuino. Mi viene di nuovo in mente il soffitto basso della città, i palazzi che facevano anche da colonne sostenendo con le loro cime di cemento il cemento del cielo. Risento l’aria viziata del gigantesco sotterraneo e istintivamente prendo aria. La mia palazzina è identica a tutte le altre, nessuna si distingue a dire il vero. Do per scontato che saranno identiche anche le persone, e, erroneamente, mi decido a prendere in considerazione come GRUPPO SOCIALE TESTIMONE soltanto alcune delle famiglie che vivono nel palazzo, decisa a sbrigarmi con quella ricerca e tornare al più presto possibile al mio tempo. Non sapevo ancora che in questo modo avrei compromesso la validità della mia ricerca, impedendomi di ricostruire un quadro di senso completo attraverso processi di TRIANGOLAZIONE.
Entrata nell’appartamento scopro di doverlo condividere con una famiglia – donna, uomo e bambina. Anche loro sembrano sorpresi vedendomi entrare, e inizialmente temo di aver sbagliato porta. Balbetto delle scuse, ma l’uomo mi interrompe dicendo che non c’è stato nessun errore. “Non c’è spazio”, risponde quando gli chiedo perché siamo nella stesso appartamento.

Francesca Rita Apicella ha detto...

PARTE II
Dopo aver messo in ordine i miei bagagli porto nel soggiorno una scatola di dolci, e li offro ai miei coinquilini in un improvvisato segno di pace. Il mio obiettivo è entrare in intimità con una popolazione che a quanto ho capito si è disabituata anche dall’intrattenere relazioni sociali flessibili, gente che non sente effettivamente il bisogno di molte interazioni al di fuori delle proprie pareti domestiche. La bambina chiede il permesso ai genitori e prende una caramella alla fragola, guardando pensierosa la carta colorata. Quando chiedo cosa voglia dire che non c’è spazio, è proprio lei a rispondermi: “Non c’è spazio da nessuna parte in città, si sta un po’ stretti. Ma ne stanno costruendo una più grande, oltre le pareti a ovest”. I suoi genitori annuiscono debolmente, immagino abbia appreso da loro questa notizia. “Si starà molto meglio poi, molto molto meglio”.
Chiedo da chi hanno sentito questa notizia, e dopo alcuni attimi di incertezza mi danno nomi di altri nel palazzo, che appunto per una successiva ITERAZIONE.
Con registratore alla mano, e altro cibo da offrire, vado in uno degli appartamenti che mi hanno indicato, abitato anche questo da una piccola famiglia. Donna, uomo, bambino. Tralascio la domanda iniziale per la quale ero andata da loro, e dopo aver tentato una base minima di intimità chiedo se sia comune che le famiglie siano così ristrette. Noto che alla domanda anche il bambino strabuzza gli occhi. “Hai voglia!”, risponde la donna, che si è mostrata la più loquace di quel tempo. “Non penserai mica che si fanno figli di qua e di là come al suo tempo, non siamo scellerati. Si deve controllare il numero di nascite, non più di un bambino per coppia … ma come perché, suvvia. Non vede che c’è poco spazio per vivere? Dopo tutte quelle guerre poi, non siamo neanche in tanti ad abitare qui, tutta colpa di …” Mi ricordo allora dell’ipotetica nuova città in costruzione a ovest, e le chiedo se lì ci sarà abbastanza spazio per tutti. “Ma sì, certo! Ma non siamo mica scellerati, anche dopo continueremo ad avere figli unici”. Scrivo un promemoria, per ricordarmi di fare un CENSIMENTO del tasso di natalità, che metterò in relazione al modo in cui è organizzato dallo stato e alla unanime accettazione da parte della popolazione delle limitazioni.
Sinceramente non stavo capendo più niente: prima di partire avevo costruito una scaletta di problematiche da affrontare, ma adesso le domande sbucavano fuori come funghi e non sapevo da dove cominciare, o quanto le risposte rispecchiassero la realtà oggettiva (e se davvero la realtà oggettiva avesse qualche importanza alla fine dei conti).
Sfoglio nervosamente gli appunti che avevo preso prima del viaggio, rendendomi conto della loro inutilità. Balbetto incerta l’unica domanda che mi sembra avere ancora del senso, pur sentendomi un’idiota nel farla: ho in qualche modo appreso la naturalità delle loro azioni, pur non comprendendola affatto. “Perché viviamo sotto terra?”, ripete la donna stupita. Il piccolo soggiorno, identico a quello del mio appartamento, cade nel silenzio. “Dove diamine dovremmo vivere? Non sai delle radiazioni? Degli animali antropofagi? No, no. Non ritornerei su per nulla al mondo, non sono mica pazza”. Capisco di non essere più la benvenuta in quell’appartamento, e mi alzo dalla tavola sotto lo sguardo contrariato dei due coniugi. Prima di uscire sento il bambino chiedere cosa voglia dire “sotto terra”.

Manuele Margani ha detto...

Siamo dicembre del 2053, sono passati 36 anni dal mio conseguimento della laurea in Scienze della Comunicazione nell'Universita di Tor Vergata.
Oggi é 24..la Vigilia di Natale e mi trovo nello studio di casa mia..preparando e spolverando quel che resta per accogliere i miei ospiti quando facendo un Po di ordine qui e li trovo una vecchia agenda rossa impolverata in uno dei cassetti nei quali tenevo oggetti di qualsiasi genere.
Circa 5 anni dopo il conseguimento della Laurea,in attesa di decidere cosa fare del mio futuro,presi la decisione nel frattempo di intraprendere un viaggio di sola andata,o almeno per quanto bastasse per il mio scopo,per la Sierra Leone! Si lo so,un azzardo,molti di voi diranno, un pericolo per l'incolumità della propria salute,altri penseranno.. Ma io in quegli anni avevo maturato un interesse particolare di mettere in atto quello che il nostro professore,qualche anno prima, ci presentò come un esercizio da svolgere a casa quale metodo per constatare la nostra capacità di aver assorbito i suoi insegnamemti,sicuramente non sarei stato così sprovveduto da partire senza essermi vaccinato e altre precauzioni.
Il viaggio è snervante Ma poi arrivo a destinazione..Aereoporto Lungi,Sierra Leone.
L'impatto con l'ambiente che mi circondava,venendo dalla capitale romana,fu abbastanza forte ma senza perdere di vista l'obbiettivo mi dirigo in un accampamento italiano con 3 - 4 tende al massimo dove sistemai le mie cose e trascorsi la prima notte.
Il giorno seguente al risveglio mi pongo in essere una procedura di censimento per fornirmi quantomeno un approccio piu consapevole di quanto stessi facendo. Mi dirigo verso il primo centro abitato,dove inizia la prima fase:l'osservazione partecipante.
All'inizio ero scostato e mi limitavo a osservare comportamenti,orari,modi di parlare,litigate e semplicemente l'organizzazione lavorativa di uomini e donne,riportando delle prime abbozzature sulla mia agenda rossa.
Mano mano che trascorro tempo con quella gente comincio a farmi conoscere per via delle mie ricorrenti domande sparse e di carattere generale che facevo un Po a tutti. Dopo qualche settimana conosco una famiglia locale dove racconto la mia storia e lo scopo del perché mi trovassi Li,erano molto cordiali con me e si prestarono gentilmente ad un colloquio che feci con discrezione nel rispetto delle loro usanze ma che nello stesso tempo,in base alle conoscenze acquisite alle quali dovevo attenermi, avevo trasformato di natura ricorsiva.
Ormai erano passati 3 mesi il mio diario era colmo di appunti,simboli,disegnini e fogli attaccati,insomma avevo abbastanza materiale raccolto in varie occasioni anche grazie a persone di una certa impronta,avevo documentato anche con file audio e video alcuni rituali che si tenevano prima di cenare ed altri elementi del genere.
L'esperienza è stata del tutto positiva se non qualche episodio in cui non me la sono vista poi così bene.. in quanto dal momento in cui le ultime settimane decisi di spostarmi incontrai un altro piccolo distretto distante pochi kilometri da quello in cui avevo alloggiato. Anche qui incontro una donna che lavorava la sua terra alla mi avvicino con discrezione e dopo poco racconto della mia esperienza nel suo territorio ma in una località differente,la sua reazione fu molto violenta tanto che altra gente mi suggerì di allontanarmi.
Non ho mai capito che ostilità ci fosse tra i due ma il materiale che avevo raccolto fu necessario per quella che era partita solo come un'avventura sperimentale.
MANUELE MARGANI

Francesca Rita Apicella ha detto...

PARTE III
Dopo sei mesi di ricerca, la quantità di nuovi dati appresi va scemando. Capisco che la mia ricerca è prossima alla SATURAZIONE. Attraverso altri COLLOQUI sono riuscita tra consulenze e racconti a ricostruire vagamente il quadro di senso intersoggettivo, finendoci dentro in qualche modo. Per compensare la soggettività del mio punto di vista mi sono messa in comunicazione con altri esperti del campo, e arrivo ad una ipotesi finale molto diversa rispetto a quella che avevo all’inizio. Se si vuole capire perché uomini e donne vivano sotto terra si devono prendere in considerazione due linee principali, i fatti oggettivi e l’impatto che questi fatti hanno avuto sull’immaginario collettivo. Le guerre nucleari hanno sì ridotto la terra a un grande e unico deserto, ma di fatto gli effetti della radioattività sono rimasti presenti soltanto in alcune zone specifiche in cui il conflitto si era particolarmente inasprito. L’umanità di quel tempo può benissimo tornare in superficie quando vuole, e molti sanno che si può, ma questo è il cuore del problema: la gente non ha nessun interesse nel tornare su. Nel cambio repentino di stile di vita si è cercato di dare un senso preciso agli eventi, si è cercato un responsabile alla catastrofe, e poi una giustificazione per la loro rimanenza sotto terra, e da qui le varie leggende urbane sugli effetti catastrofici della luce solare, per non parlare della sistematica revisione del passato in luce delle nuove esigenze culturali: ogni cosa che appartiene alla vecchia vita, al vecchio mondo, è intrinsecamente sbagliato e “immorale”, di contro ad una vita nei sotterranei strettamente controllata dallo stato, dove ogni vizio e passione è messo al bando, una vita quindi “morale”.
È il significato di protezione, come di un grande ventre materno, dato alle città sotterranee a mantenere le città stesse, nonostante le difficoltà di spazio (nessun’altra città sotterranea può essere costruita a partire da un’altra sotterranea, né ad ovest né ad est) e di sostentamento.
Lancio di nuovo uno sguardo alla lavagna alle mie spalle. Mi rendo conto di aver dimenticato l’IMPREGNAZIONE, ma preferisco tralasciare. So che è un passo fondamentale per la comprensione profonda del contesto culturale da esaminare, ma spero vivamente che nessuno me lo chieda. Alla fine di quei sei lunghi mesi sotto terra tremavo all’idea di dover tornare in superficie. Era lo stesso senso di oppressione che avevo provato inizialmente scendendo nella città soffocante. Una parte di me mi suggeriva che forse le dicerie erano vere, che forse il sole uccideva davvero, ma mi sforzavo di mettere tutto a tacere. Dati alla mano, cercavo di mantenere il controllo tra oggettività e intersoggettività, di comprenderle entrambe, ma nel mezzo la mia soggettività era stretta in una morsa terribile. Così, pur dicendomi di dover prendere le distanze ed essere razionale, risalivo al termine della mia ricerca in piena notte, evitando di guardare lo spazio infinito senza ostacoli che mi si apriva intorno e le stelle.

Simona Antuoni ha detto...

Tutto è iniziato quando avevo venti anni ed ero al primo anno di università. Stavo partecipando ad un Laboratorio progettuale di Urbanistica del corso di laurea di Ingegneria Edile dell’Università di Roma La Sapienza. Per questo laboratorio si lavorava in team, erano presenti ingegneri, architetti, sociologi, antropologi e storici. Ognuno aveva da svolgere il proprio lavoro tenendo conto del lavoro svolto dagli altri e cercando di risolvere al meglio le evidenti problematiche che quel determinato quartiere presentava. Il progetto prevedeva una riqualificazione urbanistica e architettonica del famoso “chilometro del cemento” di Corviale. In qualità di antropologa non ho esitato a cercare quella giusta intimità che mi avrebbe permesso di capire il “punto di vista del nativo” e quindi ho deciso di trasferirmi per un periodo lì. Non ho stabilito fin da subito quanto ci sarei stata, quanto tempo avrei “perso” per la mia ricerca, o meglio per la mia “identificazione empatica”, forte del fatto che, tutto mi spaventava, tranne la “seduzione etnografica”, per cui non mi sono imposta limiti temporali. Ho iniziato quindi ad osservare da vicino gli abitanti del chilometro di cemento, appuntandomi tutto ciò che attirava il mio interessa e la mia curiosità sul taccuino, alcune tematiche le avrei affrontato poi con più calma, altre le avrei approfondite subito ma tutto era comunque appuntato nel mio taccuino di campo. Ho poi tenuto dei colloqui con alcuni di questi abitanti, in realtà mi sono aperta subito con il dirimpettaio che a sua volta mi ha fatto conoscere gli inquilini del piano di sopra e insomma così ho iniziato ad intrattenere diverse conversazioni in romano “de roma” cercando di seguire sempre lo stesso canovaccio di colloquio. Essendo numerose le conversazioni svolte ho buttato giù un primo censimento delle persone incontrate il primo giorno, poi il secondo e così via aiutandomi con le strutture matrimoniali. Alcuni di loro si mostravano più timidi e a stento mi salutavano, altri invece addirittura mi portavano ritagli di vecchi articoli di giornale che parlavano “di loro”, dei tanti progetti di Corviale ipotizzati e non portati avanti, di atti vandalici, del quartiere dormitorio, di occupazioni eccetera, mi stavano fornendo del materiale per me indispensabile, fonti integrate nel campo che ho apprezzato e che sono state la base per la mia ricerca del “corpus autonomi”. Ciò che è emerso dalla triangolazione di questi dati è stato un risultato simile a quanto riscontrato dagli altri professionisti del team. Gli storici con i loro archivi, i sociologi con le loro inchieste tramite questionari ed io con il mio “campo”: tutti eravamo arrivati a risultati simili. E questo non di certo perché “lo straniero vede solo quello che già sa”. Ci siamo confrontati e, insieme ad architetti e ingegneri, abbiamo cercato di progettare “un chilometro di verde” da sostituire, almeno in parte, e da affiancare al chilometro di cemento, facendoli dialogare e soprattutto facendo in modo che si completassero.

Federico Dinella ha detto...

DOMANDA 1: Soffermandomi sull'idea di cosa fosse l'antropologia ed in particolar modo cosa accade quando un antropologo deve condurre una ricerca mettendo in atto tutte le sue conoscenze mi ritorna in mente quando avevo all'incirca venti anni, frequentavo l'università ed avevo preso parte ad un progetto che riguardava uno scambio culturale. Era la prima volta che affrontavo una cosa simile e ne ero entusiasta, la meta che mi era stata assegnata era il Giappone, Tokyo per la precisione. Ero molto spaventato ma al contempo incuriosito della destinazione che avevo, poichè li in Oriente il "mondo" è completamente diverso rispetto al nostro, dalle usanze, i costumi, fino ad arrivare alle abitudini. Ovviamente in questi casi la permanenza è stata lunga, un mese, ed ero ospitato, insieme ad un altro ragazzo italiano della mia stessa università, all'interno di una famiglia del posto. Visto che era un'occasione unica quella che mi stava capitando la volevo sfruttare a tutti i costi per capire meglio e per "studiare" il comportamento, le usanze e tutto ciò che riguardava una popolazione completamente diversa dalla mia, la cosa mi affascinava molto. Avevo portato con me una specie di diario, un taccuino dove mi ero promesso di annotare tutto ciò che ritenevo importante per conservarne traccia, per far ciò ho dovuto instaurare una certa intimità con la famiglia che mi ospitava, un certo attaccamento emotivo che mi permetteva di ottenere quello che effettivamente cercavo (OSSERVAZIONE PARTECIPANTE). Man mano che passavano i giorni acquisivo sempre più confidenza con loro, in particolare con uno dei due figli della famiglia, un ragazzo che aveva 17 anni, quindi quasi mio coetaneo, e con questa confidenza facevo sempre più colloqui con loro, annotando tutte le loro risposte e le loro idee sul mio taccuino grazie anche a delle domande che mi ero preparato prima di partire, domande sulle loro usanze e credenze che nella nostra cultura non avevano risposte perchè non erano pertinenti ma nella loro invece avevano un significato (COLLOQUIO). Annotavo tutto, volevo sapere più cose possibili, fino ad arrivare addirittura a sapere da dove provenivano; infatti mi ero fatto spiegare anche il loro albero genealogico perchè pensavo discendessero da qualche famiglia importante o da qualche stirpe guerriera, magari i samurai... ma sfortunatamente mi sbagliavo, provenivano da una modesta famiglia di contadini (PROCEDURA DI CENSIMENTO). La cosa che mi ha creato più disturbo è stato l'adattamento che ho dovuto fare riguardo la lingua ed il cibo, è stato veramente difficile perchè sono entrambe completamente diverse dal modello "europeo" a cui ero abituato, ma per ovviare a questa cosa mi sono informato precedentemente prima di affrontare questo viaggio (RICERCA FONTI SCRITTE). La ricerca si è conclusa con grande successo dal mio punto di vista, infatti è stata un'avventura che mi ha profondamente segnato e che la consiglio vivamente a tutti gli studenti ed ai giovani per poter aumentare il proprio bagaglio culturale ed imparare cose, culture nuove ma soprattutto diverse da quelle che siamo abituati a vedere, che possono risultare molto interessanti e che ti aprono la mente.

FEDERICO DINELLA

Andrea Martini ha detto...

Avendo scritto prima su Word(per l'eccessiva lunghezza del mio commento) mi sono accorto che probabilmente c'è stato un errore di copia e incolla, e manca la parte in cui mi viene spiegato che i mandostiani adulti, una volta quindi che hanno cambiato il proprio status grazie al matrimonio e al particolare rito, si rasano i capelli e fanno crescere una folta barba, mentre si lasciano andare ai piaceri di gola, diventando di fatto grassi. Mentre al resto della popolazione giovane questo è vietato, e devono mantenere la giusta linea, restando magri, non devono avere barba sul viso, e possono avere qualsiasi acconciatura tranne che rasarsi.
Andrea Martini

Gianni Schioppa ha detto...

PARTE PRIMA
[…] “…quindi, all’età di trent’anni partii alla volta di Sydney. Gli scritti (ormai obsoleti) di Walter Baldwin Spencer, il fascino di quella terra remota e la speranza di trovare continuità diacronica nella cultura aborigena, una qualche sopravvivenza fino alla modernità, mi spinsero a fare i bagagli e raggiungere l’Australia. Avevo in mente di rintracciare la continuità, la permanenza della cultura aborigena in un contesto urbano. Fu davvero la mia prima esperienza etnografica sul campo…ed in effetti anche la più complessa della mia carriera. Era il 1970. Erano passati solo tre anni dalla fine delle procedure di “civilizzazione forzata” operate dal governo australiano nei confronti della minoranza aborigena. Prima del 1967, gli aborigeni australiani non erano considerati cittadini: i loro diritti erano disciplinati dalla “legge della flora e della fauna”. Forse saprete che solo l’anno scorso, nel 2008, il governo australiano si è scusato per i danni arrecati alla “Stolen Generation”, tema sul quale tornerò più tardi. La mia ricerca si svolse prevalentemente nell’area di Redfern, una realtà caratterizzata dal degrado, nella periferia della città, dove risiedeva un gran numero di aborigeni. Trascorrevo le mie giornate in strada, osservando questi uomini e donne uscire da grigi, squallidi edifici la mattina presto e rincasarvi la sera tardi; fu per me estremamente ostico trovare un informatore: gli aborigeni che incontravo durante il giorno erano estremamente schivi e circospetti; quelli che incontravo di sera quasi tutti ubriachi. Un giorno, tuttavia, incontrai Josh, trentanovenne aborigeno che in breve tempo sarebbe divenuto il mio informatore privilegiato. Fu sin dal principio estremamente cordiale e ben disposto a conversare con me (parlava un ottimo inglese); mi mostrò in seguito grande ospitalità: fu anzi lieto di condividere con me i suoi pochi averi, conducendomi nel suo appartamento, che non esiterei a definire cubicolo, in cui vi erano solo un materasso a terra, un fornello da campo a gas, un tavolo con due sedie, qualche stoviglia sparsa e qualche rivista; un gabinetto era disposto in una sorta di cabina armadio, che Josh tentava di tenere premurosamente sempre chiusa durante la mia permanenza in casa. I nostri colloqui si svolgevano di sera, quando rincasava dopo il lavoro: durante i nostri primi incontri parlammo di esperienze vissute, ci fu un vicendevole scambio di opinioni sull’Australia, mentre condividevamo pasti o passeggiavamo per il quartiere; con l’instaurarsi di un rapporto di mutua fiducia, decisi che era giunto il momento di azzardare un vero e proprio colloquio, al fine di raccogliere dati utili alla mia ricerca. Il fatto che prendessi appunti sul mio taccuino, man mano che Josh mi raccontava la sua storia, non sembrava infastidirlo. Con l’addentrarmi nei meandri oscuri della sua esperienza, però, quel taccuino che avrebbe dovuto assistermi nella raccolta dei dati divenne per me fonte di angoscia: tanto più scoprivo di Josh, tanto più mi era difficile prendere la distanza emotiva necessaria al fine di razionalizzare i dati; l’empatia ottenebrava la mia lucidità.

Gianni Schioppa ha detto...

PARTE SECONDA
Fu solo dopo molte notti insonni che riuscii ad analizzare antropologicamente la triste vicenda del mio informatore. Josh apparteneva a quella che è tristemente passata alla storia come “Stolen Generation”, “generazione rubata”, cui accennavo prima: figlio di madre aborigena e padre “bianco” ed ignoto, in base alle leggi di “integrazione coatta”, fu sottratto alla madre appena nato, nel 1931. Venne cresciuto in un orfanotrofio (nel quale gli venne attribuito il nome Josh) e vi rimase fino ai diciannove anni. Imparò a leggere e a scrivere. (Mentre mi raccontava la sua infanzia, lo ricordo lucidamente, Josh, tra le lacrime che gli solcavano il volto, mi chiese una sigaretta. Non fumava abitualmente). Subì violenze e scherno non solo da parte dei coetanei, ma anche da parte dei tutori. Non conosceva il suo vero nome, non conosceva sua madre, e non conosceva nulla della cultura aborigena. (Potete immaginare l’effetto di questo colloquio sulla mia ricerca). Uscito dall’istituto, cercò lavoro, puntualmente negatogli per motivi razziali; rimase coinvolto in atti di microcriminalità, iniziò a fare uso di droghe; fu reiteratamente arrestato. Lavorava, ormai da anni (e continuava a farlo durante il periodo del nostro incontro), come bracciante, pagato un dollaro e mezzo al giorno. Tracciare un albero genealogico mi era impossibile, così come trovare dei dati anagrafici precisi: per trentasei anni, nonostante fosse un elemento del processo di “integrazione”, agli occhi dello Stato Josh non aveva alcun diritto, alcuna identità sociale riconosciuta. A causa del mio coinvolgimento emotivo, fu difficile per me separarmi da lui. Ciononostante decisi di approfondire la questione e di raccogliere quindi altri dati necessari per effettuare la triangolazione (realizzai solo in seguito che stavo compiendo una sostanziale deviazione dal mio campo di indagine). Mi recai presso uno degli orfanotrofi che avevano accolto in passato infanti aborigeni ed incontrai Adele, la direttrice: non senza riluttanza, mi garantì l’ottimo trattamento riservato ai minori all’interno dell’istituto e la sostanziale “opera socialmente utile” che lì vi si compiva. Con il poco materiale raccolto, tuttavia, cercai altri informatori. Feci la conoscenza di Alinta, una giovane donna che, al lato della strada, su un cartone sudicio, chiedeva l’elemosina; conobbi Marcus, cinquantenne alcolizzato; entrambi avevano in comune (insieme a Josh) l’infamia di appartenere alla “generazione rubata”, la sfortunata contingenza di essere stati gli attori inconsapevoli di un processo di integrazione coatta in una società che, per razzismo, non li ha accolti, causandone l’emarginazione. Non riuscii a rintracciare nulla sulla cultura aborigena (se non un vago accenno al Tempo del Sogno), non riuscii a tracciare genealogie; la stampa locale sembrava glissare volutamente l’argomento dell’integrazione forzata. Giunsi così alla completa negazione della mia tesi di partenza: la continuità culturale, la memoria collettiva aborigena era stata duramente, radicalmente spezzata dall’opera di “civilizzazione”; la tesi che ho sostenuto, e sulla quale ho pubblicato il mio riferimento bibliografico, è diametralmente opposta: la perpetrazione dell’annichilimento della memoria, la rottura della continuità culturale presso gli aborigeni “integrati” della Stolen Generation. Tuttora non temo di definirlo il peggiore e più imperdonabile danno causato a tali generazioni rubate.” […]

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi, prima parte: La mia prima ricerca sul campo è avvenuta anni fa’, quando per un periodo mi sono trasferita a casa di Vittoria, una signora sorda di Frosinone. Io ero una giovane ricercatrice, appena diplomata nella lingua dei segni italiana, nonché da poco laureata. Avevo studiato molto, chiudendomi ore ed ore in biblioteca ed “affliggendo” la mia famiglia, riportando praticamente ogni sera a casa quello che studiavo, tanto che, alla fine, anche loro erano diventati esperti della materia!!!!! Avevo studiato fonti secondarie, in italiano ma soprattutto in inglese; questo, almeno in parte, mi limitava in quanto il materiale si riferiva alla Asl e i dati degli studi americani non sempre erano attinenti alla Lis. Avevo raccolto anche molto materiale non accademico in Lis, spettacoli teatrali, poesie, la produzione artistica propria della comunità. Ricordo uno spettacolo molto divertente dal titolo “PA-PA” di Gabriele Caia, il quale metteva chiaramente in evidenza come l’umorismo sordo viaggi su canali completamente diversi dai quelli di noi udenti, avvalorando la mia ipotesi . Ma c’era ancora tanta strada da fare… In realtà, più che la lingua dei segni in quanto tale, il mio campo di interesse era la comunità sorda, il mio obiettivo era quello di dimostrare che, all’interno del nostro Paese, i Sordi costituiscono una comunità di minoranza, un sottoinsieme solo in parte appartenente al gruppo che solitamente pensiamo come Italiani. E’ pur vero che il senso comune comunque ci inganna, quindi dire Italiani è sicuramente troppo estensivo, per poter racchiudere la nostra estrema eterogeneità costitutiva , ma i Sordi sono un caso veramente unico, in quanto veicolano la propria identità prima di tutto attraverso una lingua che viaggia su un canale sensoriale assolutamente diverso, ovvero la vista e non l’udito.

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi, seconda parte: Conoscevo Vittoria da tempo e così ho avuto questa grande occasione, per sei mesi ho frequentato ogni giorno la comunità sorda, prendendo nota sul mio taccuino e lasciandomi “attraversare”, impregnare da tutto ciò che vivevo: una chiacchierata al bar, una serata tra amici davanti alla partita, una passeggiata. Quello che mi colpiva lo riportavo sul quaderno, non avevo bene in mente dove mi avrebbe condotto la ricerca, certo avevo chiaro un obiettivo, ma come ogni buon etnologo dovrebbe sapere, io ero consapevole che il mio percorso avrebbe potuto prendere direzioni diverse da quelle che io mi ero prefissata. Spesso mi facevo raccontare “storie di vita” dai membri della comunità, per esempio come la famiglia, quando erano piccoli, aveva scoperto la loro sordità, come l’avevano vissuta, l’esperienza del collegio, l’ingresso, con tutte le sue difficoltà, nel mondo del lavoro, la discriminazione, quasi sempre in atto, nei loro confronti. Era molto difficile non farsi coinvolgere personalmente, ma in fondo uno dei privilegi più grandi dell’antropologia è proprio di permettere allo studioso quel contatto empatico con i propri informatori, che invece altre discipline evitano fortemente, come fonte di disturbo all’oggettività dei dati. Questo certo non significa che l’antropologo debba peccare di sentimentalismo o lasciarsi così coinvolgere dalle persone con le quali entra in contatto, al punto di non essere più in grado di condurre una ricerca autonoma e scientifica, facendosi invece promotore delle posizioni e delle rivendicazioni della popolazione studiata. L’antropologo è sì “dalla parte dei nativi”, empaticamente coinvolto, ma comunque scienziato, osservatore e co-agente: è “uno straniero simpatizzante o un compagno di viaggio. La sua integrazione è relativa ma reale. Ciò comunque non lo dispensa dall’osservare gli effetti indotti dalla sua presenza, ivi compresa la forma di integrazione che viene attribuita”. (Oliver de Sardan).

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi, terza parte: Il mio informatore privilegiato è stata Vittoria, la quale mi ha raccontato nel dettaglio la storia della sua vita e della sua famiglia. Sul canovaccio di temi che mi ha fornito lei stessa, ho intrapreso una serie di colloqui, conversazioni informali ma ricche di spunti e fatto dei censimenti, che mi hanno permesso, per esempio, di mettere in evidenza come, all’interno della comunità sorda, vi sia un’altissima percentuale di matrimoni tra membri della comunità stessa. Inoltre, ho effettuato delle riprese video, questo mi ha permesso di fissare più efficacemente il materiale delle narrazioni raccolte, tanto che il corpus della mia ricerca era ricco e variegato. Ho cercato di individuare altri informatori privilegiati, che, su determinati temi , potevo considerare esperti: per esempio la figlia di Vittoria, Claudia, che gioca a pallavolo con una squadra di udenti. Inoltre ho individuato dei sottogruppi significativi, come i ragazzi del laboratorio di teatro autoprodotto o la squadra di calcio, tutta composta da Sordi. Ho operato una vera e propria triangolazione dei dati raccolti, sia semplice (in base a quanto fornito dai singoli) sia complessa ( cercando di calibrare le posizioni dei diversi sottogruppi). Qualsiasi conversazione non era mai “neutra”, ma impregnata da tutta una serie di aspettative e di scopi sia miei che della persona con la quale entravo in contatto. Gli incontri erano spesso reiterati , anche diacronicamente: sarebbe veramente ingenuo credere che basta chiacchierare poche ore con una persona per conoscere il suo punto di vista. Forse questo poteva avere un senso solo con Vittoria, che conoscevo da molti anni e con la quale esisteva una tale confidenza che mi permetteva di trascendere alcuni steps, andando, almeno su argomenti specifici, diretta alla domanda. Alla fine, è arrivato il momento in cui il campo si è saturato, le informazioni che continuavo a raccogliere erano ripetitive e non aggiungevano niente di nuovo al corpus della mia ricerca. Così, ho cominciato a lavorare sui dati, incrociandoli e tirando le fila del mio lavoro…ma questa è un’altra storia!!!!!!!

Alessia Mauri ha detto...

Ho condotto la mia prima ricerca sul campo in un piccolo paese, X, nel continente Y.
La ricerca sul campo prevede due momenti: quello in cui produciamo dei dati e quello in cui li organizziamo (processo che poi si sedimenta nel prodotto etnografico, che in questo caso è il mio libro). Prima di recarmi in questo paesino ho studiato a fondo la storia della regione, perché un antropologo non va mai sul campo 'vergine': è necessario conoscere il contesto per dare significato a ciò che osserviamo. Una volta giunta sul campo, armata di taccuino, ho raggiunto Z., la mia informatrice: una vecchia signora che mi era stata indicata come esperta sul tema a cui ero interessata. Il colloquio con Z. (perché non c'è stata un'intervista ma un colloquio, un'interazione) è stato una consulenza, ovvero un particolare tipo di colloquio in cui c'è un focus specifico di interesse, per cui ci si rivolge ad un esperto. Una volta terminata la conversazione, ho chiesto a Z. se potesse indicarmi un'altra persona esperta sull'argomento (iterazione semplice): Z. mi indicò C. e T. e mi disse anche che quest'ultimo disponeva di fonti scritte sull'argomento (un vecchio diario del padre ed una foto). Ricavai importanti informazioni da entrambi i colloqui e dalle fonti scritte e chiesi, di nuovo, di altri esperti sul tema: mi vennero indicati A., R. e nuovamente Z. e C. Dai colloqui con A. e con R. non ricavai nessun dato nuovo, ma mi venne indicato un altro esperto: L. Parlai con L. ma non ottenni informazioni nuove né sull'argomento né su altre persone esperte. Erano ormai già due mesi e mezzo che mi trovavo in quel paese e nessuno riusciva a darmi nuove informazioni: potevo ragionevolmente dire di aver saturato quel tema, di conoscerlo.
Nell'organizzare i dati, raccolti con il taccuino, sul diario di campo (che è appunto il luogo dell'esplicitazione interpretativa), un momento importante è stato quello della costruzione dei descrittori (ne troverete un paio nel mio libro): concetti elaborati dall'antropologo per definire ciò che ha osservato.
Condurre una ricerca sul campo è complicato. Innanzitutto bisogna trovare il punto di equilibrio tra osservazione e interazione, perché se siamo troppo “dentro” l'evento non riusciamo a trarne fuori i dati, ma se siamo troppo “fuori” non riusciamo a comprendere l'evento culturale: la nostra deve essere un'osservazione partecipante. Un'altra difficoltà che si può incontrare sul campo è quella dell'incliccaggio: tutti i miei informatori, esperti sul tema, appartenevano ad un ceto sociale basso e ciò causava l'ostilità del ceto alto nei miei confronti.

Alessia Mauri

Martina Luciano ha detto...

La mia prima ricerca sul campo è avvenuta 35 anni fa, era il 2017. All’epoca avevo quasi 25 anni e mi ero da poco laureata con una tesi sull’emigrazione. A quei tempi le emigrazioni erano molto diffuse, lo erano già da tempo, ma quello che mi interessava particolarmente era capire cosa spingeva giovani studenti del sud Italia a decidere di studiare fuori la propria regione per poi rimanere nelle città di studio o addirittura trasferirsi all’estero. Era la cosi detta “fuga di cervelli”. Ho deciso di concentrare la mia ricerca sulla Calabria, avendo molti colleghi universitari provenienti da li e dove, mi dicevano, ogni anno al loro rientro, le città era sempre più vuote.
Nella primavera del 2017 decisi di capire qualcosa in più. Inizia cosi il mio studio. Il mio metodo di ricerca etnografica consisteva nell’andare sul territorio, quindi la Calabria, e da li cercare di prendere più informazioni possibili. Prima di giungere sul posto cercai di trovare del materiale, per non arrivare del tutto impreparata, consultai quindi alcune fonti già scritte prima. Iniziai il mio studio dalle scuole superiori e decisi di parlare con i ragazzi dell’ultimo anno tramite dei colloqui. Per evitare che si sentissero a disagio partecipavo anche io alla conversazione, perché volevo evitare di cadere nella “trappola” dell’intervista, in cui a trarre informazioni sarei stata solo io e in cui sarei passata da una domanda all’aItra senza partecipazione. Munita di taccuino iniziai cosi a raccogliere dati; nomi, date, e annotavo quello che secondo me erano le cose più importanti. Notai che ad accumunare la maggior parte di quei ragazzi era lo stesso problema, quasi tutti avevano intenzione di studiare fuori perché in Calabria secondo loro non c’era futuro. Alcune delle loro risposte mi suscitavano domande che non avevo “preparato”, e da qui capii che la ricerca etnografica stava andando nel verso giusto. Una volta ascoltata la voce dei giovani, volevo poi ascoltare altri punti i vista (triangolazione complessa), come le altre persone, “i grandi”, giudicavano questo evento. Decisi quindi di parlare con le famiglie di questi ragazzi e quelli che ebbi furono dei discorsi contrastanti. La maggior parte affermava che i “giovani d’oggi” non erano più interessati ai lavori manuali o di artigianato, che non ne volevano sapere di coltivare la terra o di proseguire le attività di famiglia (piccole botteghe, mini market, negozi), che erano “troppo” ambiziosi e che infondo quella terra giudicata da loro “arida”, qualcosa da offrire ancora aveva. Parlando invece con genitori professionisti (medici, avvocati, ecc) notai che non la pensavano allo stesso modo degli altri genitori, ma avevano piuttosto un punto di vista in comune con i giovani, volevano da loro qualcosa in più.
Si erano dunque venuti a formare due gruppi strategici differenti in base alla classe sociale, con conseguente frammentazione al suo interno sull’argomento.
In tutto questo un’altro strumento, oltre al taccuino, che mi è stato molto utile è stato il diario di campo, in cui riversavo ripensamenti teorici, dove potevo dialogare con me stessa, era il momento dell’esplicitazione interpretativa.
Dopo quasi un anno di ricerca sul campo, trascorso con non poche difficoltà dovute anche alla poca collaborazioni di colleghi che non mi permettevano di consultare le loro fonti, potevo dire che il mio lavoro era finito, saturo, in quanto dal momento in cui intervistando più gruppi di persone non riuscivo più a ricavare niente di nuovo. Ciò significava che sul tema dell’emigrazione dei giovani in Calabria avevo raccolto abbastanza informazioni.

MARTINA LUCIANO

Francesca Calisi ha detto...

Oltrepassato la soglia dei settant'anni, mi ritrovai a dover raccontare ad una classe di giovani studenti, la mia prima esperienza etnografica, con i metodi, e le tecniche che avevo utilizzato nel condurla. La mia ricerca antropologica iniziò nel 1991, in Giappone, in particolar modo mi concentrai su una particolare disciplina di arti marziali,l' "aikido".  Ero giovanissima, quasi trentenne, quando decisi di preparare le valigie e partire per il Giappone. Premetto che, avevo ed ho tutt'ora un'amica di origini giapponesi, la quale per svariati anni è venuta a vivere a San Felice Circeo, nel mio paese d'origine. Grazie a lei, è iniziato a sorgere in me un forte desiderio di scoperta, riguardo in particolar modo, una disciplina praticata da quest'ultima. Per prima cosa raccolsi molti documenti riguardo questo oggetto di studio: dalle testimonianze di persone del luogo a libri raccolti in biblioteche sparse per il paese. Dopo la raccolta delle fonti scritte procedetti con la raccolta dei dati ,stilando una lista di tutti gli abitanti che praticavano questo tipo di disciplina attraverso dei questionari. Tra le ampie possibilità che il campo mi offriva, scelsi di cominciare a raccogliere, inizialmente tramite colloqui e successivamente in forma di intervista con domande ben precise, testimonianze sul perchè i giapponesi davano tanta importanza a questa disciplina. Procedendo con le varie interviste arrivai alla conclusione che lo scopo dell' "aikido" non è l’agonismo o la difesa personale, né tantomeno l’annientamento dell’avversario, ma la crescita spirituale di chi la pratica. Chi vuole praticare "Aikido" non deve pretendere di aumentare il potere o la forza sugli altri, deve invece comprendere che la vera sfida è con se stesso. Questo significa massima collaborazione con i compagni, disciplina e concentrazione nel momento della pratica. Nessuna pretesa verso il mondo esterno, ma impegno e ricerca di armonia e comprensione. In cambio il praticante ottiene, oltre a un certo benessere psicofisico, una maggior padronanza di se stesso, migliorando il rapporto mente-corpo e la sua capacità di concentrazione e reazione agli eventi. Da qui, si può dedurre come una semplice disciplina vada ad incidere, profondamente, su una cultura di un paese dedito alla riflessione e alla meditazione. Dopo svariati mesi, soddisfatta della mia ricerca tornai a casa, portando con me la bellezza di una disciplina che ,inconsapevolmente, identifica una cultura totalmente diversa dalla mia. Dopo aver avuto modo, di praticare questa disciplina, ho capito quanto sia stata importante e formativa questa esperienza, sia per la mia sfera personale che professionale.

Francesca Calisi

Luca Renzi ha detto...


Quando avevo circa la vostra età, decisi di sfruttare le mie nozioni di antropologia culturale, che avevo appreso in sede universitaria, per svolgere una tentativo di messa a frutto di quelle stesse conoscenze.
Decisi quindi di partire per un paese lontano, non prima di aver ricavato quelle informazioni di base che mi sarebbero servite sul campo: Lingua parlata, strumenti di registrazione (Taccuini) cartacei o digitali per riprese video e audio e tutti i vari strumenti che mi avrebbero aiutato nel soggiorno in questo paese.

Una volta raggiunto il paese in questione, cercai i punti aggregativi maggiori, trovai un mercato molto frequentato e un grande locale, dove si mangiava e si sorseggiava tè.
Frequentando abitualmente i due luoghi sopracitati venni a contatto con una cultura personale, quella dei singoli individui con cui parlavo e di un identità popolare, che riscontravo simile nei vari racconti e discorsi uditi.
Quando trovai un interlocutore soddisfacente, mi concentrai sulla sua storia e su ciò che culturalmente poteva offrirmi.
Questa persona, un uomo che chiameremo A. Aveva profonde conoscenze tradizionali e di politica sociale, per non parlare del fatto che la sua famiglia era di origine molto antica e ben radicata nel territorio.

Il signor A. Aveva però un grave difetto, che per la mia ricerca risultò un ostacolo: era terribilmente smemorato e spesso correggeva i propri racconti aggiungendo particolari essenziali al mio lavoro di ricerca o ancor peggio distorcendoli e modificandoli a distanza di poche ore.

Decisi quindi di frequentare anche un suo parente, che definiremo signora B.
La signora B. confermava alcuni dei racconti del signor A. e essendo vissuta a contatto con quest'ultimo ricordava più lucidamente aventi essenziali alla mia ricerca.

Grazie all'aiuto della signora B. Riuscì a stilare anche un albero genealogico di questa straordinariamente longeva famiglia.
Passai due anni in compagnia della famiglia del Signor A. e della Signora B. e riuscii ad ottenere notevoli informazioni di carattere sociale e tradizionale: partecipai a diversi riti, da quello matrimoniale a quello interpretabile come funerale e presi parte a diverse riunioni importanti per il tessuto politico del paese in cui ero ospite.

Tornai a casa con un discreto quantitativo di informazioni scritte e filmate ed alcuni inestimabili diari della signora B. che mi permise di copiare previo pagamento di una somma esigua.

alessia tardioli ha detto...

Salve ragazzi,il mio intento oggi è quello di farvi comprendere cosa si intende con "ricerca sul campo". A tal fine,ho pensato di raccontarvi quella che è stata la mia prima esperienza di ricerca sul campo,avvenuta quando avevo poco meno di trent'anni in occasione di un viaggio per fare volontariato in Africa. Ho sempre amato i progetti di volontariato perché questi non solo permettono di renderti utile verso chi ne ha bisogno,ma permettono anche di arricchire la propria persona,la quale entra in contatto con culture diverse dalla propria. La ricerca etnografica si è basata soprattutto sull'osservazione partecipante dato che dovevo inserirmi in modo diretto nel contesto perchè ero lì per rendermi il più utile possibile. Ciò che subito mi saltò all'occhio fu il ruolo di protagonista rivestito dalla donna: è la madre del futuro,una delle poche certezze. Ho fotografie di tantissime donne,più o meno giovani,che trasportano l'acqua,che allattano e educano i propri figli. Qualcos'altro di cui subito mi resi conto fu la grande presenza dei bambini e del loro grande sorriso che nasceva nel momento in cui ci vedevano arrivare (anche questo momento sono riuscita ad immortalarlo con la mia macchina fotografica). E' proprio dei bambini che mi sono occupata maggiormente: ho cercato di conversare con loro nel modo più informale possibile,annotando tutto ciò che mi dicevano sul diario che avevo portato con me. I bambini mi hanno raccontato di quanto raramente litigano e di quando si prendono cura l'uno dell'altro. Questo aspetto mi è stato raccontato anche dalle donne,quando ho avuto la possibilità di conversare anche con loro. Queste mi hanno detto che lo spirito di collaborazione coinvolge tutti,dai più grandi ai più piccoli. Mi sono servita di osservazione,di appunti scritti,di fotografie e video per arrivare a una conoscenza più profonda di ciò con cui ero a contatto,incontrando alcune difficoltà come quella della lingua ma anche come quella di "non sapere dove mettermi le mani": i problemi che lì le persone affrontano sono talmente tanti (per esempio la mancanza di acqua potabile o di un educazione per i bambini) che all'inizio non sapevo da dove iniziare per aiutarli. Ho cercato di aiutarli nel mio piccolo e di partecipare alla loro vita quotidiana,provando a comprendere il loro punto di vista,le loro usanze,i loro problemi,insomma il loro stile di vita. Una bellissima esperienza i cui momenti non sono solo riportati sul mio diario o sulle foto che ho a casa,ma nel mio cuore.

Slawka G. Scarso ha detto...

PARTE 1)
Feci la mia prima ricerca antropologica, per così dire, con la pubblicazione del mio secondo libro, Il vino in Italia (edito da Castelvecchi nel 2011). Il libro era una raccolta di storie di vita di produttori del vino in giro per l'Italia. Ora, essendo l'orizzonte di azione molto ampio, dovetti procedere con la definizione dello spettro di azione: mi sarei concentrata solo su poche realtà per ogni regione italiana, e solo su aziende a conduzione familiare dove il racconto della storia di vita permettesse, secondo la mia ipotesi iniziale, di raccontare il vino stesso.
Gli strumenti che ho utilizzato sono stati soprattutto il colloquio con il singolo produttore. Per essere sicura che questo colloquio fosse il più naturale possibile, ho evitato di usare un registratore ma ho cercato, per quanto possibile, di impostare l'incontro come una chiacchierata usando solo il mio taccuino e la macchina fotografica per la raccolta dei dati. Da questo punto di vista il lavoro era facilitato dal fatto che andavo a trovare i produttori direttamente in azienda, e questo li rendeva ben disposti nei miei confronti visto che avevo fatto un viaggio relativamente lungo per raggiungerli. Prima ancora del colloquio, tuttavia, mi affidavo a fonti scritte - articoli di giornalisti sugli stessi produttori o sulla zona di produzione, guide. Questo da un lato mi permetteva di selezionare i produttori, dall'altro di arrivare preparata, con un canovaccio di domande da fare. In realtà spesso poi mi facevo guidare nell'intervista dallo sviluppo stesso delle risposte cosicchè nessuna intervista era uguale alla precedente.
Tra le difficoltà incontrate, il fatto che avrei di sicuro dovuto passare un periodo più lungo con ciascun produttore e non poche ore, dall'altro il rapporto umano che si creava immediatamente con le persone che intervistavo. Visto che mi raccontavano la loro vita era facile che si creasse un'interazione e anche dei meccanismi di simpatia (a volte con i produttori e le loro famiglie non c'era molto feeling, altre capitava che mi chiedessero di fermarmi a pranzo con loro e le loro famiglie). Per questo, nell'elaborare poi i dati, ho cercato di risolvere il problema aspettando qualche settimana prima di tornare sul taccuino e organizzare i dati in un capitolo, e ho cercato di essere quanto più possibile distaccata soprattutto nella seconda stesura del volume.
Quanto all'osservazione partecipante, probabilmente quello che potrei assimilare nella mia ricerca era il fatto che, avendo già lavorato nel settore nel mondo del vino per qualche anno, avevo acquisito implicitamente una conoscenza del settore che mi guidava. Inoltre, per citare un esempio di iterazione e interazione, capitava che le domande e le risposte fatte a un produttore una settimana influenzassero quelle che avrei fatto a un altro la settimana successiva. A volte erano gli stessi produttori a suggerirmi chi visitare in un'altra regione italiana. A tal proposito, per quanto riguarda gli informatori privilegiati in alcune regioni che conoscevo meno, come la Valle d'Aosta o la Calabria, mi sono affidata a contatti maturati nel corso del tempo, persone esperte (sommelier, blogger) a cui, dopo aver spiegato gli obiettivi della mia ricerca, mi affidavo per andare a individuare i produttori che più rientrassero nei canoni che avevo stabilito inizialmente.

Slawka G. Scarso ha detto...

PARTE 2
Ovviamente il mio studio non aveva nessuna ambizione di rappresentatività, ho solo raccontato le rappresentazioni di ciascun produttore, di come era produrre vino nella loro zona in base alla loro esperienza, sia nel caso di lunghe tradizioni familiari, sia nel caso di produttori con una storia più recente. Per dare però una bussola di riferimento e uno spettro più ampio che facilitasse la lettura del volume, prima delle storie di vita dei produttori in una data regione ho sempre inserito alcune pagine introduttive che davano un contesto sulla produzione vitivinicola della zona, la sua storia, le caratteristiche principali della regione.
E' stata un'esperienza molto faticosa visto che ho passato sei mesi in giro per l'ITalia mentre continuavo il mio lavoro di freelance grazie a internet, per non parlare dell'isolamento durante la stesura per riuscire a consegnare in tempo il libro, ma credo che mi abbia arricchito tantissimo e molti degli spunti trovati durante questa ricerca li ho utilizzati in ricerche successive e continuano a influenzare il mio lavoro e il mio approccio al settore.

Simone Longobardi ha detto...

PARTE 1

Avevo compiuto da poco 25 anni quando mi decisi a trascorrere un periodo di tempo in Africa, precisamente nella parte sud del continente per effettuare la mia prima vera e propria ricerca sul campo. L'oggetto di questa mia ricerca mi era stato chiaro fin da subito, e non esitai un attimo a fare la valigia e partire. L'Africa è il continente più povero del mondo e paradossalmente è allo stesso tempo il più ricco: animali unici e selvaggi, ecosistemi incredibili, curiosità infinite e soprattutto una gran ricchezza etnica. Fu proprio quella incredibile varietà etnica e culturale a stimolare la mia curiosità di scoprire un mondo, che si celava dietro le numerose tribù che vivevano e tutt'ora risiedono in Africa. Quello che sapevo era che ogni tribù (o anche gruppo etnico) si differenzia per cultura, lingua, tradizioni e religione.
Scelsi di studiare più approfonditamente la tribù Zulù, che è il gruppo etnico più numeroso del paese. Quando arrivai nel villaggio, mi trovai di fronte a numerose capanne ad alveare disposte circolarmente. Appena mi avvicinai di qualche passo si voltarono tutti e provai uno stato di profonda soggezione in quel momento. Uomini, donne, bambini, mi fissarono ed io ero come impietrito e non sapevo proprio come comportarmi in quanto ciò che per noi è usuale, per loro poteva non esserlo.
Alcuni di loro ruppero il silenzio e cominciarono a dirmi qualcosa in una strana lingua che non avevo mai sentito fino a quel momento. Parlavano ma io non capivo e l'agitazione cresceva. Forse ero stato visto come una minaccia, forse come un turista indesiderato. Uno di loro, un uomo anziano con delle pitture rosse sulla faccia ed uno strano copricapo mi si avvicinò con passo deciso finché una volta che fu di fronte a me, mi strinse la mano e disse in inglese "Io mi chiamo Mbuyazi. Sei il benvenuto nella nostra casa". In quel momento tirai come un sospiro di sollievo. Parlavano anche la lingua inglese e potevo così dialogare con loro. Mi disse che loro parlano la lingua isiZulu, una lingua bantu. Ovviamente non sapevo una parola di quella strana lingua ma lui mi disse che non era un problema. Con il tempo mi accorsi poi, che la lingua non mi sarebbe stata indispensabile per diventare parte integrante di quel gruppo. Anche altri componenti del gruppo si avvicinarono e mi tesero la mano, in segno di saluto. Strinsi la mano a tutti i componenti della tribù che ordinatamente si erano disposti in fila. Era quasi sera e una volta sistematomi in una capanna, mi venne incontro lo stesso anziano che mi aveva dato il benvenuto in precedenza. Mi disse che era il capo tribù e che era loro usanza dare il benvenuto ad un nuovo ospite tramite una cerimonia. Non chiese neanche per quale motivo fossi li, a lui non sembrò importare nulla quindi in quel momento non dissi niente.

Simone Longobardi ha detto...

PARTE 2

Arrivai di fronte a un falò. Intorno stavano in piedi uomini con indosso un gonnellino frontale di pelle d'animale, con gambali e bracciali di pelliccia. Stringevano tra le mani scudo e lancia. Mbuyazi invece teneva in mano una zucca, aperta da un lato con all'interno un liquido. Era birra e quando me la offrirono mi spiegarono che era questa la loro cerimonia di benvenuto. Rifiutare quella birra avrebbe significato respingere l'ospitalità. Tornai nella mia capanna con tante emozioni. In quelle poche ore avevo provato sulla mia pelle cosa significasse osservazione partecipante. Mi ero già calato nella loro vita anche se ero arrivato da pochissimo. Quella notte non riuscivo a dormire e decisi che avrei dovuto annotare quanto più possibile sul mio taccuino. Non potevo prescindere da questo in quanto prendere appunti, annotare fatti e dialoghi sul taccuino è l'arma principale di un antropologo, un archivio dove poter raccogliere tutte le informazioni di cui avevo bisogno.
La mattina seguente chiesi a Mbuyazi se fosse disposto a scambiare due parole con me. Non esitò un attimo ad accettare e decisi di approfittare della sua disponibilità. Cominciai con il chiedergli come era diventato capo tribù, per poi addentrarmi più nello specifico sul quel loro gruppo etnico che tanto mi sembrava diverso e strano rispetto alla nostra cultura occidentale.
Passarono giorni, mesi, anni senza nemmeno accorgermene. Quella diventò la mia famiglia, la mia vita. Riuscirono a farmi superare le mie paure, la mia incertezza mettendomi a mio agio e colmando di saperi le pagine del mio taccuino. Quando fui soddisfatto della mia esperienza, ossia una volta trascorsi quasi due anni da quando arrivai quel giorno, possedevo un bagaglio di saperi che mi derivava sia da quanto raccolto in forma di “colloquio” tramite Mbuyazi e gli altri membri della tribù, sia per quanto avevo vissuto sulla mia pelle tramite l'osservazione partecipata. Mi ero totalmente calato in quella realtà e senza neanche rendermene conto ero diventato uno di loro.
Salutai tutti a malincuore ma dovevo tornare alla mia vita e sopratutto, avevo il dovere di condividere con il mondo la mia esperienza e le storie di ognuno dei membri di quella tribù perché tutti, dall'anziano saggio fino al bambino di 7 anni, lasciarono in me cicatrici indelebili che mi hanno accompagnato nella mia vita fino ad ora, che ne sto parlando con voi, giovani studenti a cui auguro con tutto il cuore di vivere questa mia stessa esperienza. Non c'è fortuna più grande.

Flavia Romagnoli ha detto...

Avevo 17 anni, avevo deciso di partire per uno scambio culturale, era la prima volta che affrontavo una cosa simile e ne ero entusiasta, la meta che mi era stata assegnata era l’Olanda, Amsterdam per la precisione. La permanenza non è stata poi così lunga, sono stata ospitata da una famiglia per un mese, da una famiglia che per quanto riguarda cultura, usi e abitudini era completamente diversa dalla mia. Avevo portato con me il mio iPad, che utilizzavo come fosse un taccuino su cui annotare tutto ciò che avevo vissuto e che ritenevo importante, per conservarne ogni traccia: per far ciò ho dovuto necessariamente instaurare una buona intimità con la famiglia che mi ospitava, un certo attaccamento emotivo che mi avrebbe permesso di ottenere quello che effettivamente cercavo (OSSERVAZIONE PARTECIPANTE). Man mano che passavano i giorni acquisivo sempre più confidenza con loro, in particolare con la figlia più piccola Annebell, che aveva 17 anni proprio come me. Tale confidenza mi portò ad avere sempre più dialogo con loro, e mi annotai tutte le loro risposte per me assurde e le loro idee culturali lontane dalle nostre, grazie anche ad alcune mie domande sulle loro usanze e credenze (COLLOQUIO). Annotavo tutto, volevo sapere più cose possibili, fino ad arrivare addirittura a sapere da che tipo di famiglia provenivano: infatti mi ero fatta spiegare anche il loro albero genealogico, poiché viste le loro auto e la loro immensa struttura abitativa, pensavo discendessero da qualche famiglia importante o da qualche stirpe nobile, ma mi sbagliavo perché provenivano da una modesta famiglia di agricoltori (PROCEDURA DI CENSIMENTO). La cosa che mi ha creato più disturbo è stato l'adattamento che ho dovuto fare riguardo il cibo, è stato veramente difficile perché completamente diverso dal modello "italiano" a cui ero abituata, ma per ovviare a questa cosa mi sono informata, precedentemente alla mia partenza, su cosa mi sarei dovuta aspettare dalla tradizione culinaria olandese (RICERCA FONTI SCRITTE).

FLAVIA ROMAGNOLI

Sara Spada ha detto...

Svolsi la mia prima ricerca antropologica per puro caso all’età di 19 anni. Io insieme alla mia famiglia ci eravamo recati a Londra per il matrimonio di una coppia di vecchi amici di famiglia presso Goldes Green. Questi amici erano di religione ebraica e quindi per la prima volta ebbi la possibilità di assistere ad un vero e proprio matrimonio ebraico. Innamorata fin da bambina dei matrimoni in generale, avevo preso quest’occasione come un’opportunità per indagare di più sulle varie culture. Eravamo arrivati a Londra qualche giorno prima del matrimonio e non avendo nessuna conoscenza della religione ebraica cominciai a chiedere agli altri invitati (che ovviamente conoscevo) qualche informazione circa la cerimonia e decisi di appuntare le varie informazioni su un quaderno che avevo portato con me. Questi mi avevano parlato di una cerimonia particolarmente affascinante che comprendeva momenti di grande impatto visivo ed emotivo oltre che di grande valore simbolico. Nonostante i vari racconti però, vederlo dal vivo fu tutta un’altra cosa. Ciò che piu di tutto mi colpì fu la scelta della lingua di celebrazione del rito. Nonostante il matrimonio ebraico potesse essere celebrato nella lingua della coppia, la scelta di quest’ultima fu comunque l’ebraico. Potete immaginare la mia difficoltà nel capire cosa stessero dicendo. Un’altra cosa che mi colpì del rituale ebraico è che questo cerca di preparare gli sposi ad eventuali ostacoli futuri, e lo fa con l'usanza di rompere un bicchiere di vetro, che anticamente simboleggiava la distruzione del tempio di Gerusalemme. Durante i festeggiamenti poi, gli invitati nei loro abiti eleganti da cerimonia bellissimi e impeccabili, portavano in spalla i due sposi che tra musica e balli dovevano riuscire a darsi un bacio. Quando andai a chiedere ai due sposi il senso di quel gesto essi mi spiegarono che era una sorta di “buon auspicio” , un augurio affinché essi potessero da quel momento in poi affrontare tutti gli ostacoli della loro vita insieme. Fu questa un esperienza estremamente importante per me che mi ha fatto scoprire la bellezza della diversità.

Marta Grant ha detto...

All’età di 85 anni mi trovai durante un pranzo in famiglia a raccontare ai miei nipoti la mia prima ricerca sul campo avvenuta circa 60 anni prima. Da giovane feci un viaggio durante il quale visitai moltissimi paesi della Sicilia in quanto l’oggetto della mia curiosità e del mio studio erano le numerose feste popolari siciliane. Rimasi particolarmente affascinata da Bordonaro, un piccolo paese in provincia di Messina. Visitai il paese durante i mesi di gennaio-febbraio del 2016. Durante il mio periodo di permanenza notai come la popolazione locale era intenta nell’organizzazione accurata di una festa popolare chiamata “U Pagghiaru”, essendo per me una festa del tutto sconosciuta iniziai a chiedere informazioni ai locali, partendo dalle persone che incontravo durante il mio soggiorno. Mi spiegarono che si tratta di una festa che si svolge durante la giornata del 6 gennaio. Appuntai su un quaderno che portavo sempre con me le informazioni che i vari passanti mi davano riguardo alla festa oggetto del mio studio. Notai che l’uso di un registratore metteva in soggezione gli interlocutori per cui optai per dei brevi appunti su carta durante le nostre conversazioni; in seguito quando tornavo a casa ero solita appuntare su un altro quaderno altre idee e suggestioni che scaturivano dal mio pensiero personale. Successivamente decisi di recarmi da quella che era considerata nel paese la più anziana e saggia, chiamata Maria, che conosceva con precisione la storia di quella festa. Maria divenne il mio informatore privilegiato in quanto conosceva con esattezza ogni minimo particolare di quella festa. Mi raccontò che fin da bambina partecipava attivamente alla festa e che da adulta si impegnò nella realizzazione di ciò che era necessario ai fini della riuscita della festa popolare. Parallelamente a ciò inizia anche a documentarmi, studiando testi accademici, facendo riferimento a fonti scritte. In particolar modo di grande aiuto furono i saggi del Professor Buttitta che aveva analizzato le varie tradizioni popolari siciliane. Maria mi spiegò che il “pagghiaru” è uno strumento a metà tra l’albero di Natale e l’albero della cuccagna. La struttura viene preparata giorno 4 gennaio. Si tratta di una complessa struttura di legno fatta da un palo di castagna. Assume una forma conica con rami intrecciati sui paletti. Alla base vi è la crucera: una struttura circolare fatta da due ruote sovrapposte. L’albero infine viene addobbato con arance, limoni, ciambelle di pane e in cima viene posta una croce. La mattina del 6 gennaio la banda musicale gira per il paese, in seguito si celebra la messa e alle 16:30 circa iniziano i giochi. I giovani si arrampicano sul pagghiaru e vince chi prende per primo la croce posta in cima. Infine l’albero viene spogliato e durante la sera iniziano le danze. Durante la mia ricerca sul campo incontravi vari ostali, primo tra tutti è quello riguardante la comunicazione. La signora Maria parlava in un dialetto siciliano tipico del Messinese, le mie conoscenze linguistiche di questo dialetto erano davvero scarse per cui più volte appuntai la terminologia da lei utilizzata e andai a chiedere a dei giovani che comprendevano il dialetto ma che riuscirono a spiegarmi i termini in italiano. Inoltre cercai di evitare un’eccessiva soggettività da parte mia in quanto notai che potesse essere fonte di disturbo. Per evitare quindi questa problematica parlai a lungo con il Professor Buttitta, confrontandoci e discutendo insieme riguardo l’oggetto della mia ricerca sul campo.

Marta Grant
Matricola: 0230643
Scienze dell’educazione e della formazione

SOFIA RONCHINI ha detto...

PRIMA PARTE
L’interesse nei confronti dell’etnografia mi ha accompagnato durante tutto il percorso della mia lunga vita, sin dai tempi dell’università. Oggi sono qui per raccontarvi, a posteriori, quella che è stata la mia prima esperienza sul campo. Subito dopo aver conseguito la mia laurea in antropologia, decisi di partire alla volta della Danimarca per cercare di capire la cultura e il modo di pensare di un popolo che mi aveva sempre affascinato. Inizialmente non posso negare di aver avuto delle difficoltà poiché tutto quello che sapevo e il bagaglio che i miei studi mi avevano lasciato, si limitava ad essere puramente teorico. Solo dopo mi resi conto che tutto ciò di cui avevo bisogno per perfezionare le mie conoscenze, era un po’ di pratica. Il luogo specifico in cui ho condotto le mie ricerche è stata una cittadina che si trova vicino a Copenaghen, chiamata Hillerød. Rimasi lì per circa due anni durante i quali alloggiai presso una famiglia di origine turca che viveva in Danimarca da ormai venti anni. Questo elemento è stato estremamente significativo perché mi ha consentito di indagare la realtà danese non solo dal punto di vista di persone nate e cresciute in quel luogo, ma anche da quello di persone che avevano appreso quella cultura più tardi, cercando quindi di capire quali fossero le sue peculiarità e come le vive e percepisce una persona che viene da un luogo con delle tradizioni totalmente differenti. Nella prima fase della mia ricerca mi sono limitata ad osservare la realtà senza eccessivi interventi per comprenderne le abitudini e cercando di non risultare invasiva al fine di instaurare un contatto amichevole. Prendevo anche degli appunti su un taccuino, che è lo strumento professionale di base per un etnografo, per cercare di conservare e memorizzare ciò che ritenevo significativo per me. Più passava il tempo, più mi rendevo conto che molti dei luoghi comuni che vengono solitamente raccontati su di loro, non erano veri, come lo stereotipo secondo il quale i nordici sono freddi. Io al contrario ho potuto riscontrare un grande senso di ospitalità da parte loro nei miei confronti. Mi sono trovata costretta a modificare le ipotesi che mi ero costruita prima di partire leggendo delle fonti scritte trovate in varie biblioteche. Durante questa prima fase notai che, nonostante cercassi di non essere invasiva e di far passare la mia presenza inosservata, questa comunque influenzava alcune loro azioni e ho quindi dovuto provvedere a capire fino a che punto. Mentre al principio mi sentivo particolarmente fuori luogo e notavo una grande differenza tra le mie abitudini e le loro, con il tempo ho subito un processo di impregnazione che ha cominciato ad annullare alcune di queste differenze. Per esempio, inizialmente, andavo sempre a mangiare intorno alle 20:00 e notavo come tutti, anche gli stessi camerieri, mi guardassero in modo strano, essendo abituati a cenare due ore prima.

SOFIA RONCHINI ha detto...

SECONDA PARTE
Dopo alcuni mesi, senza rendermene conto o comunque senza volerlo, ho iniziato anche io ad andare a cena sempre prima, avvicinandomi alle loro usanze. Nella seconda fase della mia ricerca etnografica, invece, mi sono dedicata a conoscere ancora meglio quelle persone, conversando con loro o intrattenendo quelli che sono tecnicamente noti come colloqui, nei quali è fondamentale instaurare una relazione reciproca. Non gli ho fatto delle vere e proprie domande mirate, ma gli ho chiesto di raccontarmi la loro esperienza personale. Così facendo ho scoperto, per esempio, che i ragazzi danesi tendono ad emanciparsi molto prima rispetto ai ragazzi italiani grazie a delle sovvenzioni fornitegli dallo stato. Ogni volta che parlavo con qualcuno, mi venivano in mente nuovi dubbi e nuove domande. Ho incontrato anche persone che non mi hanno raccontato tutta la verità ma che hanno cambiato i fatti per apparire diversi dalla realtà e ho dovuto successivamente prestare molta attenzione per capire a cosa credere e a cosa no. Mi sono vista con queste persone più volte cercando di far avvicinare sempre di più i nostri incontri a delle semplici conversazioni tra conoscenti. In seguito mi sono affidata anche a dei censimenti dai quali ho tratto solo ciò che ritenevo rilevante. Ho combinato i miei dati con dei colleghi che avevano svolto un lavoro simile, basandomi anche su documenti precedentemente scritti e utilizzando sia il procedimento di triangolazione semplice che complessa, valutando quello che essi stessi pensano della loro cultura e delle loro abitudini. Ho cercato, in pratica, di capire se erano consapevoli di cosa significasse essere danesi e se erano felici di esserlo. Grazie alle conoscenze delle persone con cui parlavo, alla fine di ogni colloquio riuscivo sempre a farmi rimandare ad altre persone disposte a dedicarmi un po’ del loro tempo così che alla fine del mio soggiorno lì, avevo raggiunto un certo grado di saturazione. Ho scelto anche degli informatori privilegiati che mi aiutassero nel livellare le competenze diseguali dei miei interlocutori con i quali, al termine della mia ricerca, mi sono nuovamente confrontata per verificare di aver capito bene ciò che mi avevano detto, chiedendo anche consiglio ad alcuni colleghi.

Antonio Mendicino ha detto...

La mia prima ricerca sul campo, avvenuta ormai parecchi anni fa, non fu su un vero e proprio popolo con una specifica cultura, ma su un sottogruppo culturale: quello dei camionisti. In quel periodo in Italia ci fu un boom di trasporti soprattutto su gomma, furono costruite le grandi autostrade. C'era sempre una più grande richiesta di beni di consumo e il trasporto su camion permetteva questo spostamento di merci in tempi accetabili e soprattutto a prezzi contenuti. Così cominciai informandomi giuridicamente sulla professione dell'autotrasportatore, e qualche altra informazione economica e sociale. Poi tramite un amico conobbi personalmente un camionista, Mario, che accettò di portarmi con lui nel suo prossimo viaggio. Partimmo da Roma e viaggiammo per 4 settimane per mezza Europa. Durante tutto questo tempo, la maggior parte del quale tempo morto, ebbi modo di prendere sempre maggior confidenza con Mario. Sul mio taccuino scrissi molto riguardo sia la storia personale di Mario sia la condizione generale dei camionisti, sul loro modo di comunicare, di vedere le cose. Momenti molto importanti erano quelli in autogrill, dove potevo interagire con altri camionisti e avvalorare o meno quello che mi era stato detto. Fui molto favorito dal viaggiare con un camionista, perchè in poco tempo anche gli altri mi vedevano come uno di loro ed erano più sinceri. Da questa stretta relazione riuscii ad acquisire informalmente tratti del loro modo di relazionarsi, di vedere le cose. Continuai il mio progetto facendo colloqui ad altri camionisti, riuscendo ad avere altri dati dalla Motorizzazione e dall'Albo. Quello che alla fine scoprii fu una strana commistione tra: da una parte una lungissima carrelata di storie personali diversissime tra loro, e dall'altra una comune condizione, a cui erano stati portati per simili motivi, che portava con sè un insieme di segni e significati caratteristici di questo determinato gruppo.

Aurora Celima ha detto...

Avevo 15 anni quando ho avuto la mia prima esperienza di ricerca etnografica, giovane e inesperta sicuramente, ma significativa per la mia crescita e la mia formazione.
L’opportunità di fare questa nuova esperienza mi è stata offerta dalla mia professoressa di inglese, la quale ci portò con lei ad Oxford con un entusiasmo tale da coinvolgerci tutti e farci appassionare a quello che avremmo dovuto fare di lì a poco.
Ho vissuto una settimana a casa di una donna di origini africane che aveva due bambini e si erano trasferiti in Inghilterra per questioni economiche.
A vivere con me questa esperienza c’era una mia compagna di classe: entrambe masticavamo l’inglese discretamente e non abbiamo avuto grosse difficoltà nel muoverci all’interno della città. Al contrario, con la padrona di casa facevamo una fatica assurda per cercare di comprendere il suo inglese “inquinato” e viceversa.
Le abitudini alimentari così diverse dalle nostre furono la prima cosa che notammo, oltre alle scarse condizioni igieniche, alla moquette, al bagno senza il bidet.
Ma il modo di relazionarsi mi era familiare: sentivo lo stesso calore di “casa” e la gentilezza della gente del Sud, e ciò ci è stato di notevole aiuto per colmare quel forte imbarazzo dovuto dal fatto che riuscivamo a comprenderci molto poco.
Nonostante avessimo difficoltà a dialogare, il colloquio è stato fondamentale per comprendere meglio le abitudini di quella famiglia, i loro modi di fare, di vedere il mondo.
E’ stato così interessante trovarsi in una città impregnata della cultura inglese e provare a guardarla non dai miei occhi (ragazzina di 15 anni che fa la sua prima esperienza all’estero), e né dal punto di vista di una signora inglese che prende il ‘tea’ ogni giorno alle cinque, ma dal punto di vista di una giovane donna africana che si ritrova a vivere in questa città per necessità.
Da inesperta qual ero, non ho studiato a fondo la storia di quel posto e non conoscevo il contesto per dare un significato a ciò che avrei osservato. Ero arrivata ad Oxford completamente all’oscuro di dove sarei andata a vivere, di chi avrei conosciuto, ero convinta di essere ospitata da una famiglia inglese, con moglie marito e dei figli, eppure mi sono ritrovata in una situazione completamente diversa da come la immaginavo all’inizio.
Avevo già in mente tutta una serie di domande a cui sottoporre i miei interlocutori, e una volta lì, nel modesto appartamento della mia ‘host family’, mi ero resa conto che tutta la scaletta che mi ero prefissata di rispettare era ormai inutile.
Ho cercato più volte di entrare in intimità anche con i bambini che vivevano in casa con noi, cercare di scoprire quali cartoni li piacessero guardare in tv, quali giochi volessero fare, cosa facessero a scuola. Ma se il dialogo con la padrona di casa era complicato, quello con i suoi figli lo era ancora di più: scrivevo sul cellulare a mia madre che per me era già complicato comprendere i bambini italiani, che con la loro scarsa proprietà di linguaggio confondevano le coniugazioni, il plurale e il singolare e così via, figuriamoci dei bambini stranieri che vivono ad Oxford e parlano anche la lingua del paese di origine della madre.
Per questo sono stata indirizzata dalla padrona di casa, dalla quale ho ricevuto dei consigli su chi avrei dovuto intervistare per saperne di più sul posto, sulle tradizioni e la mentalità degli abitanti, rispettando cioè la fase tipica della ricerca etnografica, ovvero l’iterazione.
Ho ricavato importanti informazioni presso una scuola frequentata da ragazzi della mia età, ho appreso che il sistema scolastico lì è completamente diverso da quello italiano, ho scoperto quali sono mediamente le abitudini e i passatempi dei giovani e così via.
Non avevo con me un taccuino o un diario, per questo scrivere sms alla mia famiglia è stato fondamentale per riportare quello che vivevo ogni giorno per iscritto.
Dopo molti anni di esperienza a riguardo mi rendo conto di aver svolto una ricerca etnografica molto superficiale, comprensibile data l’età.

Simone De Socio ha detto...

Due anni fa sono partito per la Cina in un paesino vicino Hong-Kong. Avevo sempre avuto un interesse profondo per l'etnografia, sviluppato nel percorso universitario dopo aver affrontato alcuni esami di antropologia. Il mio intento era di partire per comprendere cosa rappresentasse la festa del dragone in Cina. Ero a conoscenza però che questo paesino dove ancora era viva la tradizione era situato vicino ad un altro piccolo paese, un piccolo paesino cattolico che ovviamente rifiutava questa festività cinese. Quello che rischiavo era un fattore di disturbo. Temevo che nell'andare a fare ricerca sarei andato incontro all'incliccaggio e sarei finito per essere preso in antimpatia dal paesino che praticava la festa del drago perché considerato cattolico. Per risolvere il problema ed essere accolto dalla piccola società ospitante fui costretto a prendermi una casetta nel centro del loro paese e ad assumere lentamente qualche loro abitudine. Un mese dopo inizia con il colloquio di un vecchio abitante del paese, famoso per il suo attaccamento alla festività. Con il mio taccuino riuscì a catturare un insieme di dati molto interessanti, ma per molti versi senza un vero significato. Il vecchio mi aveva parlato di alcuni imperatori dragoni raccontandomi della loro forza sovraumana. Lasciai alcune di queste informazioni da parte continuando nei giorni successivi ad intrattenere colloqui con il vecchio. Fù dopo qualche giorno che il vecchio mi indicò un giovane che in diverse sfilate aveva rappresentato la testa del drago, fortunatamente avevo già trovato qualcun altro con cui parlare. Iniziai il colloquio con il ragazzo che mi presentò altri ragazzi che componevano il dragone durante le sfilate. Ecco che iniziò a verificarsi una triangolazione complessa: i vari sottogruppi che mi parlavano dell'evento avevo tutti delle opinioni diverse. Alcuni mi parlavano di sfilate riuscite meglio, altri mi dicevano che era una tradizione ormai inutile e che aveva conservato solo un aspetto di festa altri invece credevano in un valore sacrale della sfilata. Avevo iniziato a raccogliere una serie di informazioni così grande che la mia ipotesi di partenza era ormai completamente cambiata. Il campo era praticamente esaurito avevo organizzato tutte le informazioni catturate e mi ero accolto che ormai i miei scambistavano diventando ripetitive proprio per la saturazione raggiunta. Ero riuscito a capire il sensodel dragone e avevo capito il vero significato della festività. Avevo capito perché era così importante. Ero perfino riuscito ad intendere le parole del vecchio ( Il drago viene spesso appellato come "Sacro", a causa della sua immagine che incute gran rispetto. Gli imperatori della Cina antica consideravano sé stessi dei draghi, trasformando quindi l'animale nell'emblema dell'autorità imperiale.).
Avevo capito che la festa risaliva ai tempi in cui la popolazione presente sulle sponde del Fiume Azzurro venerava il totem del drago chiedendo protezione e che questa protezione era affidata all'imperatore.

Giulitti Giulia ha detto...

PARTE 1: La mia prima ricerca sul campo risale a più di vent’anni fa a Budapest, Ungheria.
Intrapresi questo viaggio assieme ad un gruppo di aspiranti antropologi che come me erano interessati alla cultura ungherese. Il mio obiettivo era però scoprire la cultura intrinseca di Budapest e come anni di “separazione” hanno influenzato la cultura della moderna città.
Prima di partire decidemmo di creare una specie di gruppo di studio sulla cultura, storia, lingua e geografia ungherese; si instaurò una specie di competizione su chi fosse il più preparato.
Partimmo per il nostro lungo viaggio lasciando i nostri cari all’aeroporto di Roma per poi arrivare all’aeroporto di Budapest-Ferihegy. Venimmo subito accolti dalla famiglia che ci avrebbe accolto nella loro casa nei mesi successivi. Facemmo subito amicizia, soprattutto con i figli più giovani (avevano all’incirca la nostra età).
Appena arrivati a casa i genitori ci offrono una tazza di thè nero ed iniziamo fin da subito a fare conoscenza e a chiacchierare. Cercai di fare un quadro generale della cultura che si era instaurata a Budapest e il padre ci raccontò subito un po' della storia della città e di come Budapest sia la storia di tre città: Obuda (antica Buda), Buda (la città alta) situata sulla riva sinistra del Danubio, e Pest (la città bassa) che si trova sulla riva destra del fiume. Cercai di appuntare il più possibile sul mio taccuino, sperando di catturare più informazioni possibili.
Il giorno seguente, dopo una giornata passata per la città ad osservare, i due ragazzi della famiglia più giovani ( Csaba e Demeter) ci invitarono ad uscire con loro in uno dei ritrovi più tipici per la gioventù ungherese: i ruin pub, ovvero, i pub in rovina.
Una volta entrati nel pub (caratterizzato da un’atmosfera scura e di gusto avanguardistico) continuai la mia ricerca ed intrapresi un colloquio con Demeter e Csaba, tra una Pálinka e un'altra.
Mi resi subito contro della mia goffaggine nell’interagire con i due ragazzi ma cercai di nascondere la cosa scrivendo nel mio taccuino le risposte dei due.
Alla fine del colloquio mi resi conto che, nonostante le risposte che ricevetti, mi ritrovai con ancora più domande di prima.
Tornammo a casa e nonostante l’ora tarda ricordo che mi misi subito a scrivere le mie riflessioni e pensieri sul mio diario di campo; mi chiesi come avrei potuto rispondere alle ulteriori domande che mi erano sorte e come avrei potuto capire quelle parti dei miei appunti così indecifrabili.
Cercando una risposta alle mie innumerevoli domande mi recai il prima possibile alla biblioteca nazionale, ricercando più informazioni e dati possibili tra censimenti, alberi genealogici ecc.. e ricordo chiaramente che ampliai la mia ricerca non solo ad archivi scritti ma anche al materiale audiovisivo presente.
Intervistai Csaba e Demeter sulla base di quello che avevo appreso; i due mi consigliarono un paio di loro conoscenti che a detta loro erano “esperti” in materia di storia e cultura di Budapest.

Giulitti Giulia ha detto...

PARTE 2:Decisi di avere un colloquio con questi due conoscenti e notai fin da subito che mi sentivo meno goffo di quanto lo fossi prima (ormai ero in Ungheria da un po' di tempo e si può dire che “assimilai” gli atteggiamenti comuni e le “regole” sociali abbastanza da non sentirmi goffo nel parlare con un natio oppure abbastanza da capire certe espressioni che si utilizzavano solo in alcune zone di Budapest).
Il colloquio con i due conoscenti durò a lungo, soprattutto perché, avendoli appena conosciuti, era importantissimo stabilire un certo grado di conoscenza ed amicizia. Come sempre appuntai ogni dato ed informazione che mi sembrava importante sul mio taccuino e fotografai gli oggetti storici ungheresi che uno dei due ragazzi collezionava. Non c’è bisogno di dire che la passione di quel ragazzo si rivelò una fonte inestimabile per la mia ricerca.
Alla fine del colloquio capii finalmente quelle domande e quegli elementi che mi erano tanto oscuri all’inizio. Mi riunii con il mio gruppo e ritornammo in Italia a malincuore, lasciando alle nostre spalle un paese ed un popolo meraviglioso. Una volta in Italia decisi fin da subito di sedimentare tutto ciò che avevo appreso ed osservato e iniziai a scrivere il libro che pubblicai qualche anno dopo.

Francesco Santini ha detto...

La mia prima esperienza sul campo è avvenuta molti anni fa si parla del lontano 2016 quando avevo solo 18 anni. Il mio liceo organizzò un progetto di volontariato di tre settimane alla mensa della Caritas ad Ostia, a quei tempi in Italia c’ era tanta povertà per via di una crisi economica molto pesante . A quei tempi Ostia era considerata un luogo pieno di stranieri ma anche di famiglie povere, infatti alla mensa venivano principalmente queste due classi sociali . Venendo da una realtà molto differente dalla loro, ero indubbiamente impaurito ,perché avevo paura di essere derubato o malmenato , all’ epoca se ne sentivano tante di storie su questi “immigrati” , comunque sia presi coraggio e andai . La prima persona che incontrai fu Antonio padre di famiglia cinquantenne e volontario della Caritas da quasi vent’anni che era incaricato di spiegarmi come dovevo agire e reagire ad ogni eventualità che mi si presentasse .Da qui iniziò la mia prima ricerca sul campo mettendo in atto l’etnografia come metodologia di ricerca. Avevo deciso di studiare le varie cause che portano un individuo alla povertà e volevo approfondire la conoscenza di questi individui.
La Caritas era il luogo perfetto per la mia indagine, così armato di taccuino e registratore ,mi buttai in questa esperienza. Appena Antonio mi vide mi fermò subito e mi disse che non potevo andare a parlare con queste persone con il taccuino e il registratore perché non mi avrebbero detto nulla anzi si sarebbero innervosite. Cocciuto come ero non lo ascoltai e decisi di andare a parlarci comunque , provai a parlare con tutti ma nessuno mi disse una parola anzi ricevetti solo parolacce . Deluso tornai da Antonio che mi disse che se volevo ottenere delle risposte dovevo farmi “accettare “ dal gruppo, magari iniziando con un sorriso poi con un “come stai?” ed infine magari avrei potuto ottenere nel tempo delle risposte. Il giorno seguente mentre lavoravo iniziai a salutare tutti e a qualcuno chiesi “come va?” ma senza ricevere alcuna risposta ,i giorni seguenti continuai fin quando un uomo , un bell’ uomo di nome Giuseppe mi disse di sedermi accanto a lui perché voleva raccontarmi la sua storia . Non mi sembrava vero, così corsi subito a prendere il mio taccuino ed iniziai ad annotare tutto quello che mi raccontò. Era stato un uomo molto ricco anni fa ma perse tutti i suoi soldi per colpa del gioco, poi continuò a raccontarmi altre sue vicende e alla fine della storia mi disse che se avessi voluto sentire altre storie utili alla mia ricerca dovevo rivolgermi al suo amico Giovanni che si trovava lì perché sua moglie lo aveva cacciato di casa e perché aveva perso per l’ennesima volta il lavoro .Quando anche lui finì di raccontarmi le sue vicende personali, iniziai a notare che la gente nei giorni seguenti mi guardava in modo diverso e aveva voglia di venire da me per raccontarsi , per sfogarsi, così piano piano riuscii ad avere tutte le informazioni necessarie per la mia ricerca grazie al colloquio e all’ essere riuscito ad integrarmi nel gruppo.

Francesco Santini

Bianca Bisciaio ha detto...

La mia prima ricerca sul campo è iniziata quasi per caso. È stata lei a trovare me più che il contrario. Per motivi di studio, durante il periodo universitario mi sono trasferita a Roma e più precisamente nella periferia est. Qui mi sono trovata in un ambiente sociale completamente diverso da quello in cui ero cresciuta, dove vigevano regole differenti e la normalità non era la mia normalità. Ho così deciso di studiare questo nuovo gruppo sociale in cui mi ero trovata immersa: i romani di Tor Bella Monaca. Ho iniziato la mia ricerca sul campo cercando delle informazioni statistiche (procedure di censimento) per capire la composizione della popolazione. Un dato che mi è stato molto utile è stato ricostruire alcuni alberi genealogici. Nel palazzo in cui abitavo ad esempio vivevano ben quattro generazioni della stessa famiglia. Questo mi ha fatto balzare agli occhi una prima particolarità dei romani che abitano la periferia est: è consuetudine fare i figli molto giovani, anzi giovanissimi. Per avvalorare questa tesi ho utilizzato lo strumento dell'osservazione partecipante. Concretamente questo ha significato sia passeggiare per il quartiere notando la giovane età delle ragazze che spingevano le carrozzine, sia stringere rapporto con una mia coetanea che abitava nel mio stesso palazzo (della famiglia di cui già ho parlato). Grazie a questa ragazza ho sperimentato il processo dell'impregnazione, siamo entrate piano piano in confidenza e ho potuto osservare la loro realtà sociale quasi dall'interno (endo-etnografia). Con lei ho avuto modo di utilizzare lo strumento del colloquio molte volte, e di lasciarla libera di raccontarmi la sua quotidianità. La natura ricorsiva delle nostre conversazioni, che definirei spontanee, ha portato alla luce un altro aspetto della cultura dei romani di Tor Bella Monaca che mi ha colpito: ancora a quel tempo, nonostante la globalizzazione e la modernizzazione dilagante, la visione del ruolo della donna era ferma a quella dei secoli precedenti. La ragazza infatti nonostante avesse la mia stessa età, con tutta la vita davanti, aveva già messo su famiglia (tre bambini) e reputava ovvio che non avrebbe mai lavorato, mai si sarebbe occupata di qualcosa di diverso dalla gestione dei figli e della casa. Il lavoro era considerato un compito affidato ai mariti, agli uomini.
Ho poi avuto modo di utilizzare lo strumento dei colloqui anche con un ragazzo poco più grande di me (per completezza di indagine e triangolazione) e ho scoperto ad esempio che per lui era normale, ed era una cosa comune per gli abitanti di Tor Bella Monaca, aver acquistato una pistola ad aria compressa (legale in Italia) e averla poi modificata per renderla una pistola normale (fatto illegale perché ovviamente non aveva il porto d'armi). Nonostante fosse consapevole di andare contro la legge, trovava questo fatto assolutamente legittimo: voleva solo essere in grado di difendere la sua famiglia. Nel relazionarmi con queste persone ho dovuto imparare a parlare come loro, è vero che parlavamo la stessa lingua nazionale ma mi rendevo conto che certe espressioni erano per loro totalmente fuori luogo, o prive di senso.
Durante tutta l'indagine sul campo non ho mai mancato di annotare le mie osservazioni e le mie piccole scoperte sul taccuino che portavo sempre con me. Questo ha reso possibile, una volta saturata la mia indagine, di raccogliere le mie idee e rielaborarle in modo da produrre una ricerca attendibile e valida.

Bianca Bisciaio, matricola 0229645

Francesco Minni ha detto...

Quando ero poco più che ventenne decisi di andare a visitare dei ghetti statunitensi, per studiare al meglio la psicologia dei ragazzi afroamericani e il perchè di certi atteggiamenti che ritrovavo essere molto lontani da me. Pensai che Detroit, e più specificamente i suoi sobborghi più degradati, sarebbero stati un più che adeguato campo di ricerca. La "MotorCity" mi appariva come un deserto di cemento, con palazzi pericolanti e aree transennate. Per prima cosa entrai in un bar e parlai con il proprietario, un vecchio nostalgico. Egli mi rivelò che il declino della città trova le sue cause nel boom economico degli anni '50: nel resto degli Usa si registrava un aumento del lavoro mentre a Detroit l'industria dell'automobile si avventurava verso la globalizzazione, si spostava lontana dalla città verso lidi più floridi. Questo inevitabilmente portò a un ridimensionamento prima finanziario e, di conseguenza, demografico. Inoltre mi aprì gli occhi su una caratteristica della città a cui io non avevo mai pensato: Detroit era una città nata attorno all'industria. Al centro della città vivevano i più poveri, ovvero i neri; le zone residenziali invece si trovavano intorno alla città, sempre più lontano dai sobborghi e tutto ciò favorì una sorta di ghettizzazione. Dopo questo breve ma illuminante colloquio tornai in albergo e segnai tutto sul mio taccuino. Comprese ora le cause, cercai di andare a studiare più da vicino il prodotto di questa situazione, e provai a entrare nei sobborghi per raccogliere qualche testimonianza direttamente dall'interno della realtà degradata. Entrai nella 8Mile Road, rigorosamente di giorno, e non vi nascondo che avessi molto timore ma la mia voglia di studio e di campo mi portava avanti. Molti ragazzi afromericani non sembravano molto accoglienti, per usare un eufemismo. Incontrai una gentile signora, sulla cinquantina, che accettò subito la mia richiesta di intervistarla. Mi confermò gran parte delle informazioni ricevute il giorno prima ma ne aggiunse altre. Mi raccontò di come i bianchi facoltosi avessero abbandonato la città, lasciandola praticamente morire. Ormai l'80% delle persone erano di origine afroamericana, la maggior parte senza un lavoro poichè la città stava effettivamente morendo. I ragazzi non potevano far altro che vivere in perenne lotta con "l'altro", sempre in competizione. Restai alcune giorni lì, instaurai dei rapporti con alcuni ragazzi, gli stessi che mi guardavano male pochi giorni prima, si resero disponibili e mi fecero (quasi tutti) entrare nel loro mondo. Capii molte cose: erano costantemente arrabbiati perchè non avevano il diritto di vivere una vita "normale" e questo li portava a scegliere strade non consigliabili. Non consigliabili forse altrove, ma non lì, lì era la loro unica opportunità; non avevano alternative, non avevano scelta. Me ne andai e continuai il viaggio in altre realtà degradate dell'east coast americana: Philadelphia, New York, Boston ecc. Anche qui strinsi contatti, ricevetti informazioni tramite colloqui e interviste, tramite giornali e libri, osservai certe realtà e partecipai attivamente alla loro vita. Alla fine del viaggio ero ormai saturo di informazioni, ora non mi chiedevo più quale fosse il motivo di certi comportamenti ed atteggiamenti, mi chiedevo quale potesse essere il miglior modo per comprenderli; ma soprattutto far comprendere agli altri che dietro ogni comportamento c'è sempre una causa scatenante.
FRANCESCO MINNI

Francesco Baldini ha detto...

Parte 1: Sono passati anni dalla mia prima esperienza sul campo, ma ne ricordo ancora nitidamente i dettagli, probabilmente perché, come ogni prima volta, di qualsiasi ambito si tratti, non si dimentica mai. Ero euforico, in quanto appena laureato e pronto per misurarmi con la vera antropologia, non quella che si apprende sui libri, in aula o a casa, con silenzio e concentrazione, bensì tramite esperienze concrete e personali. Ho la fortuna di avere un cugino, all'epoca trentenne, che faceva il barman in uno degli hotel più noti di Barcellona, sposato, da ormai tre anni, con una coetanea del luogo. Pertanto decisi di partire alla volta della Spagna, Paese che mi ha sempre affascinato ed incuriosito per vari motivi, consapevole di potermi trattenere alcune settimane a casa di mio cugino Giacomo. Già molto prima di prendere l'aereo mi ero informato (RICERCA FONTI) in merito agli argomenti che più mi incuriosivano, in particolare lo stile architettonico dell'edilizia urbana e di alcune costruzioni particolari; ma anche la cucina, per via del fatto che i miei genitori avevano una coppia di amici spagnoli e quando ero piccolo ci recavamo spesso a casa loro, dove la donna, Maruca, preparava spesso un piatto tipicamente catalano, la Paella, una pietanza squisita. Tornando a mio cugino, ricordo che rimasi presso di lui per 6 o 7 settimane, ma non impiegai molto ad ambientarmi, nonostante lui e la moglie vivessero nella stessa abitazione dei genitori di lei, due "spagnoli DOC", dato che essi erano molto anziani. Come dicevo, mi ambientai velocemente, anche perché non c'è un'enorme distanza fra la nostra cultura e quella ispanica, calcolando anche la vicinanza geografica fra i 2 Stati. Ciò mi rese più semplice il compito di prendere nota, sul mio taccuino (OSSERVAZIONE PARTECIPANTE), rigorosamente disordinato e pieno di note a margine, di ogni novità o chiarimento che riuscivo ad ottenere a contatto con i membri della casa in cui alloggiavo, ma anche girando per le strade, i negozi, il centro storico...

Francesco Baldini ha detto...

Parte 2:Ma non bastava, avevo bisogno di qualcos'altro: così iniziai ad intrattenermi frequentemente (COLLOQUIO) con Aura (la suocera di Giacomo) e Andrès (il suocero). Alla signora, ex cuoca, ponevo soprattutto domande sulla tradizione culinaria e riuscii persino a farmi spiegare e, successivamente, a mettere in pratica, la ricetta della famosa Paella, che non mi venne proprio benissimo, ma ne rimasi comunque soddisfatto. D'altra parte, con il suocero parlavo soprattutto di storia, di cui era un ex docente universitario, politica e non solo. Mi spiegò il significato di certi monumenti, come la Sagrada Familia (enorme cattedrale nel centro della città), i veri motivi della voglia di indipendenza del popolo della Catalogna, l'influenza del genio Gaudì sull'edilizia e via discorrendo. Molte più cose mi risultavano chiare, mi immedesimai completamente nel loro mondo socioculturale, nella storia e nelle tradizioni, cosa che non credevo sarebbe mai accaduta, in quanto soggettivamente e da antropologo quale sono amo viaggiare, ma allo stesso tempo amo la mia terra e le mie origini, da cui non mi è mai stato facile prendere le distanze. Uno degli ultimi giorni della mia permanenza presso di loro, la signora Aura mi fece vedere (CENSIMENTO) diverse foto di famiglia, nelle quali comparivano nonni, zii, cugini e parenti vari. Grazie a queste preziose immagini fui in grado di ricostruire, con buona accuratezza, la storia della loro famiglia, senza titubanze. Ricordo ancora, con grande gioia, che mi ero talmente tanto amalgamato con il nuovo ambiente e impregnato dei loro usi e modi di fare, oltre all'evidente coinvolgimento emotivo instauratosi fra me e i familiari di mio cugino, che i suoceri di Giacomo fecero di tutto affinché mi trattenessi qualche giorno in più. Così posticipai di 5 o 6 giorni il ritorno a Roma e, ironia della sorte, il giorno della partenza feci suonare a vuoto la sveglia, arrivando tardi in stazione e perdendo il treno. Credo fosse stata una mossa inconscia, dettata dalla voglia di restare, che mi permise di rimandare ancora un po' gli "arrivederci".

Federico Pomponi ha detto...

La mia prima ricerca etnografica sul campo risale ad ormai 30 anni fa, quando, dopo aver terminato il corso di laurea in discipline etno-antropologiche decisi che fosse giunto il momento di vivere in prima persona quanto finora letto sui libri; ero intenzionato a voler utilizzare quella "cassetta degli attrezzi" che docenti e numerosi autori mi avevano fornito. Scelsi come oggetto di studio la cultura della popolazione eschimes, residente in maggioranza in America settentrionale, con particolare interesse verso il gruppo etnico degli Inuit, abitanti le zone dell'Alaska, della Groellandia e del Canada, dove mi recai. Giunsi in Nunavut, nella citta di Iqaluit e, dopo essermi ben coperto, mi misi subito a lavoro. Dopo rapidi ma attenti sguardi, attorno a me constatai con rammarico quanto già mi aspettavo: il contatto con la civiltà aveva trasformato usi e costumi di quella popolazione, che ora viveva in villaggi stabili con abitazioni moderne, che utilizzava barche a motore per la pesca e che mandava a scuola i propri figli per ricevere un'adeguata istruzione. ciò nonostante chiesi disperatamente qua e là qualche traccia di quella forte tradizione che tanto mi affascinava e tutti mi indirizzarono verso una piccola abitazione all'estremo nord della città, dove viveva un certo Kinoi con la propria famiglia. E così feci, con taccuino sotto braccio dove avevo già congelato quei mutamenti economico-socio-culturali, giunsi a destinazione. L'abitazione si presentava già in maniera differente, in pietra e ossa di balena, ricoperta di pelli , torba e neve. Ad accogliermi uscì quel tale Kinoi e mi invitò ad entrare; c'era più gente di quanta pensassi, tutti vestiti con pelle di caribù. Iniziai a colloquiare cercando di non sembrare troppo invadente, spiegando le ragioni del mio viaggio e non ponendomi come uno scienziato che studia animali in laboratorio. Ciò avvenne grazie ad un interprete, studioso dell'Inuktiut, lingua da loro parlata. Compresi che si trattava di due famiglie riunite, e non una sola, che andavano a formare un coeso gruppo operativo, ed osservando le interazione interne tra i membri si denotava che non vi fosse alcun tipo di gerarchia di ruoli, non c'era un capo che tutti ascoltavano, per intenderci, queste persone erano in grado di autogestirsi e collaborare. Nonostante qualche imbarazzo iniziale, il gruppo si mostrò molto accogliente e ciò giocò certamente a mio vantaggio per quanto riguarda l'identificazione empatica con la fonte, che consideravo fondamentale ai fini di una valida ricerca sul campo. Kinoi mi invitò a partecipare ad una battuta di pesca insieme a lui e suo figlio, ma non prima di un rito propiziatorio, al quale io stesso partecipai: ritenevano infatti che venerando un animale prima della caccia, questi diveniva più propenso a farsi catturare. Trascorsi così varie settimane con questo gruppo, imparai molte cose, anche senza averne immediata contezza, soprattutto ad apprezzare determinati aspetti di quella cultura che tanto mi appariva distante dalla nostra, come l'efficiente e collaborativa anarchia, la libertà cui venivano abituati da piccoli nel caso dell'educazione, senza limiti ed inibizioni di alcun genere, etc. Finii però con l'immergermi troppo nella situazione, dimenticando di preservare una distanza critica adeguata, che mi avrebbe tutelato dal cadere in un'analisi troppo soggettiva e poco attendibile. Ad aiutarmi in questo fu lo stesso interprete, che divenne una sorta di collaboratore, col quale potei scambiare dati e impressioni preziosissime. Conclusa l'esperienza, salutai tutti calorosamente e tornai a casa soddisfatto di aver portato a compimento una reale ricerca etnografica.


Federico Pomponi

Ilaria Iannuccilli ha detto...

La mia prima ricerca antropologica condotta sul campo risale agli anni della mia giovinezza. Fin da piccola amavo ascoltare i discorsi che mio nonno e suoi fratelli affrontavano nei lunghi pomeriggi estivi, nel salone della casa dove la sua famiglia era cresciuta e dove ogni anno la famiglia al completo si ritrovava per trascorrere le vacanze. Spesso l’argomento cadeva sugli anni della guerra, che essi avevano attraversato da adolescenti o da giovani appena affacciatisi all’età adulta. Affascinata da quanto sentivo raccontare decisi di raccogliere in maniera sistematica le loro testimonianze, prestando particolare attenzione al tema dell’alloggiamento dei soldati tedeschi che ogni cittadino del paese era costretto a garantire, mettendo a disposizione una parte della casa. Data la delicatezza dell’argomento e il rapporto che intercorreva tra me e i soggetti che avrei dovuto interpellare –non solo membri della mia famiglia ma anche anziani del luogo-, mi affidai più alla tecnica del colloquio che a quella dell’intervista. Così facendo i soggetti si mostrarono più a loro agio, lasciandosi andare a racconti più spontanei e dettagliati. Nel dettaglio raccolsi i discorsi di mio nonno, dei suoi fratelli e di due loro amici. Avrei voluto basarmi su un campione di testimoni più cospicuo ma a circa settant’anni dagli eventi narrati non erano molti i sopravvissuti disposti ad aiutarmi in questa ricerca. I soldati ospitati dai testimoni erano tre: uno assegnato alla famiglia di mio nonno, e due alle famiglie dei suoi amici. Sia mio nonno che i suoi due amici ammisero fin da subito di essere stati fortunati, perché i soldati in questione si erano mostrati, per quanto possibile, rispettosi nei confronti di chi li ospitava, mentre sapevano di altre famiglie in cui non erano mancati episodi di soprusi e violenze gratuite. Fu però interessante constatare come i resoconti dei fratelli di mio nonno, all’epoca poco più che bambini, pur se riferiti allo stesso soldato, fossero assai differenti dagli altri nei toni, assai più negativi. Il soggetto in questione appariva come una figura temibile, estranea ai ritmi e alle dinamiche della famiglia, per il cui equilibrio si manifestava come un costante pericolo. Lo stesso era capitato ai fratelli minori dei due amici di mio nonno. La ricerca dimostrò quindi come la differenza di età possa modificare notevolmente la percezione oggettiva degli eventi vissuti.

Ilaria Iannuccilli

Alessia Concetti ha detto...

La mia prima ricerca antropologica risale a ben 75 anni fa: all’epoca lasciai il mio piccolo paese per arrivare nella grande città di Roma. Quando arrivai non sapevo esattamente cosa mi aspettasse di preciso, a differenza di oggi non c’era una buona rete di informazione: i giornali si limitavano a riportare solo le notizie principali. La mia prima ricerca sul campo la condussi sulla prima cosa che mi impressionò appena arrivata in stazione: i senzatetto. Cercai di evitare ogni tipo di barriera con loro, non volevo che percepissero che stessi studiando il loro stato o che li osservassi dall’alto. Volevo solo che mi vedessero al loro stesso livello e soprattutto desideravo che arrivasse il mio vero interesse a capire la loro quotidianità. Cercai di analizzare diverse fasce orarie: a volte stavo dall’alba al tramonto mentre altre volte affrontavo con loro la notte. Giorno dopo giorno si iniziò ad instaurare un rapporto solo con alcuni: raccontando qualcosa di me permettevo loro di sentirsi a loro agio e di conseguenza loro mi rivelavano sia della loro vita passata che presente. Spesso evitavo di scrivere davanti a loro sul mio taccuino: non volevo che si sentissero dei dati per una ricerca. Quando non ero con loro approfondivo le mie conoscenze su quello che mi accennavano, per esempio di una cerimonia islamica a me sconosciuta o di un piatto tipico bulgaro. Due dei problemi principali furono instaurare dei colloqui con molti di loro e non infastidire troppo chi ha apportato la propria testimonianza.

Mirko D ha detto...

Mirko Donati

La mia prima ricerca sul campo l’ho effettuata in Romania. Ero partito con l’idea di indagare le differenze culturali presenti a Brasov, una delle città più grandi e importanti della Transilvania.
Dovete sapere che Brasov è stata fondata dai sassoni nel XII secolo e ha occupato una posizione strategica per il commercio, poiché fungeva da ponte tra l’impero ottomano e l’Europa occidentale. Successivamente, nel XVII secolo, è passata sotto la dominazione asburgica e ci restata fino al 1918, dopo la fine della prima guerra mondiale, quando la Transilvania è stata annessa al resto della Romania.
Per darvi un quadro generale della situazione, mi permetto di offrirvi qualche dato demografico precedente alla Grande Guerra: nel 1910 il 43% della popolazione era ungherese, il 26% era tedesco e la popolazione rumena rappresentava solo il 28%.
Tuttavia dopo la seconda guerra mondiale, e con l’avvento del regime comunista, molti tedeschi sono stati costretti a emigrare in Germania ma è rimasta a Brasov, e in tutta la Transilvania, una forte componente ungherese. Inoltre c’è da dire che Brasov ospitava una nutrita comunità ebraica che nel secondo dopo guerra ha visto ridurre notevolmente i suoi membri. Questo per farvi capire quanto Brasov sia stata, e lo è tuttora, una città multietnica.
Quando sono arrivato a Brasov, nel gennaio del 1977, la città era ricoperta di neve. Ho scelto il mio appartamento nel quartiere della stazione ferroviaria perché era comodo per gli spostamenti. Inizialmente avevo pensato di sistemarmi nel bellissimo centro storico della città che però era abitato principalmente da ungheresi. Io volevo evitare a tutti i costi l’incliccaggio, cioè di essere assimilato a una fazione locale, cosa che avrebbe potuto rendere diffidente i membri delle altre culture. Andavo in giro sempre con il mio taccuino per registrare tutte le informazioni che ritenevo utili alla produzione di dati. Capitava a volte che io mettessi da parte il taccuino, che mettessi da parte la mia professione, per rilassarmi un po’ e devo confessarvi che quei momenti sono stati i più prolifici per acquisire una serie di informazioni che altrimenti non avrei potuto acquisire ( per esempio mi accorsi che due uomini dovevano avere una distanza maggiore di quella a cui ero abituato). In una taverna, mentre facevo una pausa, mi sono messo a parlare con il proprietario del locale e mi ha raccontato che era ungherese. Mi ha detto che il regime opprimeva gli ungheresi e che tutte le minoranze venivano bistrattate e mi ha parlato della sua storia personale. Ho cercato allora di registrare più pareri possibili sulla situazione politica, anche degli altri gruppi etnici. Volevo effettuare una triangolazione più complessa perché volevo capire quali erano i punti di vista comuni e opposti e capire il senso delle rispettive posizioni. Cercavo qualcuno che mi narrasse le proprie storie perché non volevo che la mia presenza mutasse il loro atteggiamento abituale e non volevo realizzare delle interviste o fare dei questionari. Per questi motivi lasciavo che le persone mi raccontassero il loro vissuto. Più approfondivo la loro conoscenza e più loro si concedevano con disinvoltura e a volte mi permettevo di chiedere cose più specifiche. Una volta tornato a casa ho cercato di condividere i dati raccolti con i colleghi per dare spazio ad altre interpretazioni e, quando sono tornato a Brasov, ho cercato di restituire il mio lavoro alle comunità che avevo coinvolto e ho cercato un loro riscontro.

Valentina Deidda ha detto...

PRIMA PARTE

Durante la mia carriera universitaria ebbi modo di avvicinarmi alla straordinaria disciplina dell'antropologia culturale tanto da prendere la decisione di farne una professione per il resto della vita. Per completare il mio percorso di studi decisi di andare a studiare da vicino la popolazione dei Pigmei, situata principalmente nell'Africa centrale in prossimità degli stati del Camerun, Repubblica del Congo, Uganda. Fu proprio lì che si svolse la mia prima ricerca sul campo, come è solito chiamarsi il metodo di lavoro degli antropologi.
La prima cosa che feci quando seppi che nel giro di qualche mese avrei dovuto lasciare il mio paese per questa avventura, fu studiare tutto ciò che era stato scritto (dunque precedentemente studiato) relativamente a questa popolazione mediante le cosiddette fonti scritte, in modo tale da non arrivare sul posto completamente disorientata. Ero a conoscenza del fatto che i Pigmei fossero un popolo di cacciatori e raccoglitori nomadi ma ero intenzionata a scoprire molto di più sui rapporti familiari ed economici fra le diverse tribù.
Fu molto difficile farmi accettare da queste persone perché si capiva bene che ero diversa da loro e che provenivo dal continente europeo: il loro primo istinto fu quello di considerarmi un pericolo per la loro cerchia, una a cui non avevano intenzione di dedicare il loro tempo, probabilmente pensavano ad una specie di colonizzatrice che li avrebbe poi sottomessi duramente alle proprie esigenze. Un altro fattore di disturbo era il fatto che mi trovavo ad alloggiare in una tribù che, proprio accanto, ne aveva un'altra nemica dalla quale io, però, avrei potuto trarre altre importanti informazioni. Per evitare questo problema di “incliccaggio”, scelsi una capanna che si trovava quasi al confine tra le due tribù; inoltre, quando tutti seppero il motivo per il quale mi trovavo lì, non ci fu alcun tipo di problema e riuscii ad ottenere informazioni da entrambe le parti.
Durante le prime settimane mi dedicai ad un intenso lavoro osservativo: mi svegliavo molto presto e prestavo attenzione a tutto ciò che mi accadeva intorno, annotando ogni cosa sul mio taccuino che per un antropologo è uno strumento imprescindibile di raccolta dei dati. Al termine della giornata, invece, scrivevo sul mio diario di campo, in cui dialogavo con me stessa sulle impressioni avute, sulle ipotesi fatte, sulle domande a cui ancora non riuscivo a dare una risposta.
Dopo un po' che mi trovavo sul posto cominciai a notare anche i frutti di un altro fattore, l'impregnazione, vale a dire l'insieme di tutte quelle conoscenze che avevo appreso inconsciamente durante una prima permanenza sul campo. Questo significa che avevo appreso, senza studiarlo, il loro modo di salutarsi o di rivolgersi l'un l'altro per chiamarsi e questo fu un punto a mio favore perché in questo modo potevo muovermi sempre più liberamente, parlare con alcuni di loro e soprattutto perché non mi consideravano più un pericolo ma avevano capito che ero lì per saperne di più sul loro modo di vivere. Entrai in confidenza con un gruppo di donne che ogni mattina si occupavano di ripulire lo spiazzo centrale, e con i loro bambini che si divertivano a giocare con i miei lunghi capelli sciolti a cui non erano abituati. Conoscevo un po' la loro lingua e cominciai a dialogare con loro, essendo le conversazioni uno strumento molto più importante per l'antropologia perché, in primis, permettono di accedere a numerose informazioni necessarie alla ricerca. In secondo luogo, le rappresentazioni degli attori locali permettono di comprendere il “punto di vista del nativo”, vale a dire la dimensione emica che potrebbe invece essere mal interpretata dall'etnografo che osserva attraverso la propria rete di significati. Il colloquio è infatti il mezzo privilegiato per produrre dei dati discorsivi dal punto di vista locale, indigeno.

Valentina Deidda ha detto...

SECONDA PARTE

Alcune donne si confidarono con dei veri e propri racconti personali sul loro passato, sulla gestione familiare, sull'organizzazione tribale che non tardavo ad appuntare sul mio taccuino senza tralasciare alcun dettaglio. Posso dire certamente che divennero il mio “gruppo sociale testimone” in quanto con gli uomini non riuscivo ad interagire se non per poco tempo visti i loro impegni, principalmente di caccia. Le ascoltavo dando credito ad ogni cosa che dicessero, mostrando tutto il mio interesse nonostante mi risultasse difficile concepire alcuni comportamenti che, nel mio quadro interpretativo, erano completamente privi di senso. Dare credito ai discorsi ascoltati è, però, la condizione di accesso all'universo di senso di coloro che un antropologo studia ed è solo in questo modo che è possibile combattere i propri pregiudizi e preconcetti. È il cosiddetto realismo simbolico: la realtà che si deve accordare a ciò che dicono gli informatori sta nel significato che costoro ci mettono. A parte le donne, c'era un altro giovane ragazzo su cui potevo contare e che consideravo il mio informatore privilegiato. Aveva da poco ricevuto un'iniziazione che, mediante un rito di passaggio, lo consegnava al rango degli adulti ed era quindi fresco di segreti relativamente alla caccia, disciplina prettamente maschile. Mi raccontò che, nel suo gruppo, erano soliti cacciare con arco e frecce avvelenate e che conoscevano molto bene l'ambiente naturale dal quale potevano ricavare piante curative e veleno per le frecce. Nel villaggio lavoravano l'osso e il legno e praticavano modesti scambi commerciali con altri popoli ma questo potevo vederlo anche con il mio osservare partecipativamente. Infatti, oltre ad essere l'antropologa-ricercatrice che osserva, scruta ed è testimone, ero anche co attrice: mi dedicavo alle attività di pulizia e di raccolta di erbe insieme alle donne e passavo il mio tempo con i bambini che mi insegnavano a cantare nella loro lingua e a suonare il bongo.
È stato grazie alle informazioni di Badu, uno dei miei informatori privilegiati, che ho potuto trarre maggiori dettagli relativamente alla gestione economica. Badu mi aveva detto che tenevano molto alla natura, per questo non intendevano sfruttarla al punto da trarne profitto. L'ipotesi che mi ero prefissata di dimostrare, ovvero che ci fossero relazioni economiche e di guadagno tra le varie tribù di Pigmei, si rivelò fallace. O meglio, per mezzo dell'iterazione che prevede un va e vieni tra l'ipotesi e i dati raccolti, sono arrivata a modificare completamente l'idea di partenza constatando che gli uomini di queste tribù hanno limitato volutamente l'uso del denaro nel loro territorio, preferendo mantenere pratiche di baratto con i vicini agricoltori (essendo loro cacciatori e raccoglitori). Essi rinunciano in tal modo al profitto e all'accumulo perché, mi raccontarono, se avessero cacciato sempre più per vendere la selvaggina, avrebbero impoverito la fauna della foresta in cui vivono e squilibrato i rapporti tra le specie animali.
Quando decisi di essere arrivata alla conclusione del mio studio, cioè alla “saturazione”, tornai a casa con tutto il materiale che avevo raccolto e mi dedicai alla stesura della mia prima opera etnografica.

Valentina Deidda

Sara Mercuri ha detto...

Q1
“Salve ragazzi oggi sono qui per raccontarvi la mia prima esperienza antropologica che si e’ svolta in India, più precisamente a Mumbai.
Sono andata in India ben 47 anni fa ci sono stata solo 50 giorni , un po’ poco ma essendo la prima esperienza mi sono bastati.
Ho scelto l’India perché li avevo una mia cara amica, era la mia vicina di casa a Roma, che era andata lì per visitare Mumbai ma se ne innamorò e si trasferì , mi chiedevo come un paese ti potesse portare a cambiare totalmente vita.
Arrivata a Mumbai, facevano ben 36 gradi, la mia amica mi venì a prendere in aeroporto, in paese ci spostammo con una sorta di risciò, subito notai che il modo di guidare dell’autista,ma in generale degli indiani, era molto spericolato.
I primi giorni mi limitai a osservarli e a osservare le loro case in realtà non erano altro che una sorta di baracche molto piccole, non tutte avevano il rubinetto dell’acqua, ne il letto, ma aprivano il materasso prima di andare a dormire.
Non vi erano ne sistemi di fognature ne bagni privati in casa ma usavano dei bagni pubblici sparsi nella città.
Per lavare i panni avevano grandi spazzi con molti lavatoi di pietra, con persone, per lo più uomini, che sbattevano i panni su queste rocce, per le alte temperature veniva usano il fuoco e per stirare il carbone.
La mia amica mi presentò tante persone con cui feci molti colloqui, alcune informazioni le avevo apprese dalle decine di fonti scritte che mi ero letta in precedenza e le altre informazioni le annotavo nel taccuino.
Mi spiegarono che il sistema castale indiano era una suddivisione della società indiana “varṇa”, che significa "colore" e ad ognuna di queste caste era assegnato un colore simbolico.
Alcune famiglie, appartenenti ad una casta alta proibiscono il matrimonio con un partner della casta più bassa.
Gli induisti non hanno un solo Dio ma migliaia , Shiva, Vishnu o la Shakti sono però delle divinità supreme.
La cosa più affascinante era mangiare con loro , le caste più ricche avevano il tavolo,le sedie, e le forchette mentre le caste più povere mangiavano per terra, come posata usavano i chapati , pane che ha generalmente l'aspetto di schiacciatine o piadine.
Era importante non andare a tavola con le scarpe , in realtà la maggior parte del tempo la passavano scalzi, bisognava mangiare esclusivamente con la mano destra, poiché e’ la più pura, inoltre ci si puliva solo dopo aver finito di mangiare mai nel mentre.
Conoscendo caste diverse , delle volte venivo vista male da alcune di esse, delle famiglie purtroppo non erano disposte a rispondere ad alcuni miei quesiti, nonostante questo però avevo abbastanza materiale per tornare a casa soddisfatta e culturalmente arricchita.
Una volta tornata qui in Italia, ero già pronta per ripartire alla ricerca di nuove esperienze, e nuove culture e se ne avrò la possibilità e occasione per raccontarvele lo farò volentieri.”

Sara Mercuri

Alice Carfora ha detto...

PARTE 1
“La mia prima esperienza da antropologa avvenne circa 50 anni fa. Avevo 23 anni e decisi di ricostruire le origini della mia nonna materna e della sua famiglia.
Sono cresciuta con i racconti degli arabi fatti dalla mia bisnonna, e oltre a quelli, al centro delle nostre conversazioni bisnonna/nipote c’erano moltissimi altri racconti sulla Sicilia così come l’avevano vissuta lei e la mia nonna materna.
La mia ricerca ebbe inizio dove mia nonna nacque, a Sfax una cittadina portuale della Tunisia. All’inizo fu un impatto molto duro, sembrava di vivere in un altro pianeta, ma poi iniziai ad ambientarmi velocemente anche perché il mondo arabo mi ha da sempre affascinata.
Grazie alle ricerche effettuate precedentemente, ascoltando i racconti dei miei familiari e svolgendo varie ricerche, arrivata a Sfax già sapevo chi poteva indirizzarmi verso quello che stavo cercando: Rosalia Ainis, un’anziana signora siciliana figlia di una famiglia che era molto vicina alla mia bisnonna.
Taccuino alla mano iniziai ad ascoltare i suoi racconti annotando quello che Rosalia aveva da dirmi e confrontandolo con quello che già sapevo.
Ben presto mi resi conto che le sole informazioni che mi forniva Rosalia non bastavano più, così iniziai a farmi indirizzare da ogni persona con la quale facevo un colloquio verso un’altra, che magari poteva darmi l’informazione che in quel momento mi serviva.
Iniziai a raccogliere moltissime informazioni, ma alla fine il taccuino non bastava più, dovevo rielaborare personalmente tutto quello che durante il giorno le mie orecchie ascoltavano, perciò iniziai a scrivere una sorta di diario.
La mia permanenza a Sfax si allungò di molto rispetto a quello che avevo previsto, rimasi in Tunisia per circa sei mesi, tempo nel quale oltre a raccogliere informazioni sulle origini della mia bisnonna, iniziai a familiarizzare con il posto, imparando un po’ la lingua e approcciandomi con questa cultura.
Una volta capito che non c’era più nulla da “trovare” in Tunisia, mi spostai in Sicilia, a Trapani, esattamente dove il cognome di mia nonna, “D’Angelo”, era presente ovunque. Un giorno capitai al porto e per caso iniziai a parlare con un pescatore anziano: gli raccontai cosa stavo facendo e lui iniziò a raccontarmi che quando era più giovane era stato un pescatore di spugne esattamente come il mio bisnonno, e continuando a parlare questo signore disse di ricordarsi il nome di un certo Baldassarre D’Angelo, il mio bisnonno. Lui era stato un amico della sua famiglia, che da generazioni pescava spugne.
I suoi racconti per certi versi combaciavano con quelli di Rosalia, per altri no. Anche lui mi disse che la famiglia del mio bisnonno si trasferì a Sfax per motivi economici e successivamente tornò in Italia quando gli dissero che per restare in Tunisia doveva prendere la cittadinanza francese.

Alice Carfora ha detto...

PARTE 2
Questo pescatore che incontrai anche nei giorni successivi però, rivedeva spesso le informazioni che mi forniva ogni volta cambiando qualche dettaglio o aggiungendone altri… per questo mi feci indirizzare anche da altre persone informate quanto lui e ascoltai tutti i loro racconti annotandoli sul taccuino e rielaborando le informazione sul diario come facevo in Tunisia.
Quando anche a Trapani la mia ricerca non fruttava più nuovi dati, mi recai a Gela, città nella quale alcuni fratelli di mia nonna affermavano fosse nata la mia bisnonna.
In questa cittadina incontrai Lucia, un’anziana signora a cui piaceva molto parlare e rendere gli altri partecipi della sua vita, tant’è che mi fece conoscere la sua famiglia e mi invitò più volte a casa sua durante i grandi pranzi domenicali. Lucia conosceva benissimo gli alberi genealogici della maggior parte degli abitanti di questa città e grazie a questo riuscimmo a affermare con certezza che la mia bisnonna non nacque a Gela, ma a Trapani esattamente come mi aveva detto un’altra signora con cui sempre Trapani avevo avuto un colloquio.
Andai via dalla Sicilia facendo ritorno a Roma con moltissimi dati che mi aiutarono a fare chiarezza sulle origini famigliari di mia nonna.
La famiglia della mia bisnonna era di Trapani e anche lei nacque lì. Anche il mio bisnonno e la sua famiglia erano di Trapani.
Senza ancora conoscersi queste due famiglie si trasferirono a Sfax per motivazioni economiche. I miei bisnonni si conobbero in Tunisia e nel 1930 si sposarono, lei aveva 15 anni e lui 28. Negli anni seguenti nacquero sei figli tra cui mia nonna. Nel 1944 i miei bisnonni coi i loro figli tornarono in Italia a seguito che, in tempo di guerra, chi comandava disse che per restare in Tunisia si doveva acquisire la cittadinanza francese. Il mio bisnonno disse di no e per questo insieme alla mia bisnonna e i figli dovettero tornare in Italia su un barcone che non sapevano nemmeno in quale città sarebbe approdato. Alla fine approdarono a Roma.
La mia bisnonna aveva due fratelli che decisero di acquisire la cittadinanza francese e perciò si trasferirono dalla Tunisia alla Francia.”
Questa storia è veramente quella della famiglia di mia nonna.

Marta Tramontana ha detto...

Come riuscire a spiegare un’abilità? Qualcosa che si impara solo facendo? Il lavoro sul campo dell’antropologo ha proprio questa caratteristica, è un ‘saper fare’. Come spiegare quindi il mio lavoro da antropologa? L’unica possibilità è raccontare un’esperienza personale. Si tratta della mia prima esperienza lavorativa. Decisi di partire per il Marocco. Ormai erano mesi che facevo ricerca, sperando di incamerare più nozioni possibili riguardanti la cultura, i posti, le persone, consapevole del fatto che anche se avessi consultato tutta la bibliografia marocchina non mi sarei mai sentita pronta. Ricordo il momento in cui preparai la valigia mettendo vestiti che a Roma probabilmente non avrei mai indossato, vestiti che, da quanto avevo letto e secondo l’idea che avevo di Marocco, potessero mimetizzarmi un po’. La prima città che decisi di visitare fu Meknès. Lì fui accolta dal mio primo ‘informatore’, Ahemd, che mi portò quasi subito a vedere la medina, il mercato, della città. A quel tempo ero una giovane ragazza, e trovarmi immersa tra bancarelle infinite, urla, colori e confusione, ricordo che mi spaventò molto. Inizialmente persi di vista il mio scopo, il mio lavoro e il desiderio di tornare a casa mi colse quasi subito. Con il passare dei giorni conobbi nuove persone ed iniziai ad abituarmi a loro, e loro a me. Passai le prime settimane da osservatrice, ancora troppo spaventata. Dopo, probabilmente ebbe inizio quel fenomeno di impregnazione , o familiarizzazione non solo con le persone, ma anche con il posto. Iniziai ad avere sempre più domande, sempre più curiosità.
Parlare con le persone non fu facile, non tanto per la lingua, quanto per le barriere che i miei interlocutori costruivano. Ricordo la frenesia con cui prendevo appunti i primi tempi, cercando di afferrare ogni singola parola. Dopo un po’ iniziai invece a guardare meglio i volti dei miei interlocutori, a cercare di capire cosa avevano veramente da raccontare, a guarda le ferite che avevano, i segni della vecchiaia. Ogni cosa divenne importante per me, non solo le loro parole. Incontrai delle persone restie a parlare e lì allora inizia io a raccontare, a rispondere alle loro domande.
Dopo quattro mesi avevo raccolto un’infinità di dati così diversi tra loro che metterli insieme mi sembrava impossibile. Taccuini, diari di campo, libri, racconti e poi milioni di luoghi, di volti . C’era bisogno di ordine. Ripresi in mano i dati che più mi interessavano, applicando quindi un criterio soggettivo, andai alla ricerca di nuove fonti che potessero confermare questi dati. La ricerca continuò fin quando non iniziò a nascere in me la consapevolezza di aver concluso. Sicuramente c’erano ancora un’infinità di cose da sapere sul Marocco, ma sentivo di aver comunque finito il mio studio.
Tornata a casa dovetti riorganizzare tutto, lavorare sulla mia ricerca e sulla pubblicazione. La mia prima a pubblicazione.

Federica Palazzi ha detto...

PARTE I
Ricordo ancora quando a 35 anni ho condotto la mia prima ricerca sul campo. Era il 1985 ed ero assetata di conoscenza, amavo saperne di più su ciò che più mi affascinava: la California. In particolare, ho voluto indagare sulla condizione dei messicani a Los Angeles, così sono partita, e una volta arrivata, ho subito notato le diverse abitudini che c’erano tra me e loro, per questo ammetto di essermi trovata un po’ spaesata. Ma non mi sono demoralizzata subito, così, per interagire ed osservare allo stesso tempo per maggior produzione dei dati, ho incarnato la figura dell’osservatore partecipante. Nei giorni seguenti mi sono recata a El Pueblo de Los Angeles, il quartiere messicano fondato dagli spagnoli nel periodo del colonialismo e successivamente sotto il dominio messicano nel primo Ottocento; da lì, usando la procedura di censimento, ho ricavato dei dati quantitativi statistici visto che mi trovavo nella zona di Los Angeles con la percentuale di presenza messicana più alta, ho vissuto le loro abitudini, assaggiato il loro cibo, studiato la loro forte e sentita religiosità; nel frattempo immortalavo frammenti di vita quotidiana con la mia macchina fotografica. Un giorno mi sono recata al centro del distretto, nella Plaza, ed ho assistito ad una esibizione di musicisti; ricordo quanto fossi attaccata a quel mio taccuino dove appuntavo tutto ciò che vedevo, che sentivo, tutto ciò che non conoscevo fino a quel momento. Finita la ‘fiesta’, mi sono avvicinata ad un gruppo di señoras per capire meglio la loro vita; certo, c’era il rischio di cadere nell’incliccaggio, ma era un rischio che dovevo pur correre, volevo parlare con loro e conquistare la loro fiducia. Ho adottato il metodo del colloquio interagendo sempre di più con loro: mi hanno raccontato del loro viaggio verso il sogno americano quando avevano all’incirca la mia età, e mentre conversavamo riuscivo leggere chiaramente nei loro occhi il loro difficile viaggio per superare la frontiera. Quando siamo entrate più in confidenza, ho messo da parte il mio taccuino ed ho utilizzato lo strumento di impregnazione nel momento in cui mi raccontavano dei loro mariti che, per varcare il confine, hanno attraversato aree desertiche rischiando di morire, e da quel momento non sarebbero potuti più tornare in Messico poiché, una volta tornati qui, le forze americane, considerandoli degli emigranti illegali – detti anche “indocumentados” – non li avrebbero più fatti rientrare negli Stati Uniti. Ma gli americani non capiscono che il fenomeno emigratorio viene visto dai messicani come una “soluzione” per far fronte a situazioni disagevoli della società.

Federica Palazzi ha detto...

PARTE II
Quello è stato uno dei momenti più toccanti della mia ricerca. Volevo però conoscere anche il punto di vista dei californiani rispetto all'ondata messicana: attraverso la triangolazione complessa, ho analizzato come la società si organizzasse nel giudicare questo evento; c’era più di una semplice motivazione politica risalente al XIX secolo: il tema dell'immigrazione messicana è visto come un problema di criminalità e di traffici di droga da risolvere anche con l'esercito americano. Parlando invece con altri americani, non c’era il bicchiere mezzo vuoto per loro, anzi, li descrivevano come grandi lavoratori. Mentre appuntavo tutto sul mio taccuino, mi spiegavano che esistevano diverse categorie di immigrati messicani: i “braceros”, immigrati dotati di un regolare contratto di lavoro e ammessi legalmente nel territorio statunitense; sono lavoratori temporanei grazie ad accordi tra il governo messicano e quello statunitense. Vi sono poi i trasmigranti o “commuters” o “tarjetas verdes”, persone residenti in Messico ma autorizzati a lavorare negli Stati Uniti; a seguire gli immigrati legali, ossia le persone ammesse dalle autorità statunitensi con un regolare visto d'ingresso. Infine, gli immigrati illegali, come i mariti delle señoras di cui vi ho parlato prima.
Dopo aver trascorso parecchio tempo in California per la raccolta dati, quando avevo capito di aver saturato il campo, sono tornata a casa e ho iniziato a lavorare sopra tutto quello che avevo riportato con me.

Cristiana Chiarelli ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Cristiana Chiarelli ha detto...

PARTE 1
<<Se vogliamo comprendere meglio il significato dell’antropologia, di cosa si tratta quando parliamo di ricerca etnografica e di tutto ciò che ne consegue, allora bisogna guardare l’esperienza e trovare lì tutte le nostre risposte; oggi quindi vi racconterò della mia prima ricerca sul campo, che risale ormai a 27 anni fa. Già nel periodo universitario mi appassionai alla letteratura (purtroppo molto esigua) riguardante una realtà particolare, quella di una minuscola isola praticamente sconosciuta al mondo intero.
La prima cosa che avevo imparato grazie alle informazioni precedentemente raccolte era che in questa piccola isola, abitata da non più di 500 individui, il solo concetto di ‘viaggio’ o ‘vacanza’ o qualsiasi cosa implicasse di dover lasciare l’isola, era sostanzialmente inconcepibile. L'idea, sostenuta dai pochi studiosi che hanno voluto avventurarsi in questo sperduto angolo di mondo, è che questi individui abbiano sviluppato un attaccamento viscerale a questo frammento di terra, nato dal mare, il quale esige che chiunque vi nasca gli appartenga per tutta la vita. Allo stesso modo, ciò che giunge sull'isola, resta sull'isola; è suo di diritto.
Nel momento in cui vi misi piede infatti, dopo l’attimo di disorientamento che li colse nel vedere una persona nuova ed evidentemente diversa da loro (soprattutto perché non abituati a ricevere visite o viceversa) mi accolsero poi come se fossi sempre appartenuta a quel posto e dando ormai per scontato che non avrei mai più lasciato l’isola. Capirete quanto mi sia sentita frastornata, realizzando poco più tardi che la facilità con cui ero stata accolta non mi sarebbe stata per nulla utile nel distacco. Anzi, già prima di arrivare immaginavo tutti i problemi dovuti all'IMPREGNAZIONE e alle difficoltà di dover poi tornare alla ‘mia’ realtà ma col rischio di sentirmi ancora troppo immersa in altre acque. Fortunatamente, il giorno del mio arrivo incontrai al porto (certo non adatto ad accogliere navi da crociera o gli yacht di ricchi curiosi) un uomo di mezza età che, vedendomi abbastanza confusa, mi offrì la sua ospitalità e fu così che, praticamente per caso, acquisii il mio INFORMATORE PRIVILEGIATO. La cosa che mi colpì moltissimo fu che alla nostra prima conversazione, quando l’uomo mi vide prendere il taccuino, non ne fu affatto disturbato; anzi sembrava quasi orgoglioso di me. Più tardi compresi, dalle sue espressioni e dal modo in cui mi parlava di quanto tutti fossero legati a quell'isola, quasi fossero 'parte di lei', che lui vedeva quel mio gesto come il serio tentativo di imparare il più possibile sull’isola, sulla rete di segni propria di chiunque le appartenesse. E così col tempo la gente iniziava a trattarmi sempre più come una allieva che doveva essere istruita su tutto ciò che c’era da sapere sul vivere lì, sul come parlare, vestire, mangiare, sui gesti da fare o non fare e infinite altre cose che avrebbero fatto di me un’isolana di fatto.

Cristiana Chiarelli ha detto...

PARTE 2
A quel punto quindi i miei colloqui con i vari informatori non generavano più nuovi dati; andavo da una parte all’altra del villaggio (per ITERAZIONE CONCRETA), dove l’uno o l’altro mi mandavano, ma alla fine sapevo che la mia ricerca era ormai giunta alla SATURAZIONE. L’OSSERVAZIONE PARTECIPANTE era quindi in sostanza il solo modo in cui riuscissi a produrre i miei dati ; infatti le poche fonti scritte di cui venni a conoscenza sul campo furono alcune lettere di un vecchio abitante dell’isola che informava la sua famiglia di essere giunto in salvo sul continente e che era dispiaciuto di essere dovuto andare via (senza specificare il perché, e nessuno del villaggio sembrava conoscere la storia; che anche questo non sia un segno?), e una serie di brevi racconti autocelebrativi della cultura del villaggio scritti probabilmente da un gruppo di giovani studenti per la scuola). Così nella fase dell’ESPLICITAZIONE INTERPRETATIVA svolta attraverso il mio diario di campo, grazie alla TRIANGOLAZIONE delle fonti (semplice, in quanto di fatto era impossibile che si trovasse una diversa ‘campana’ su un determinato argomento) e alla costruzione di alcuni DESCRITTORI che mi permettessero di inquadrare meglio determinate caratteristiche di quella cultura; dunque, solo allora riuscii a ricostruire un quadro che avesse un SENSO, e che fosse NON un quadro RAPPRESENTATIVO (non è ciò che l’antropologia cerca) ma il più SIGNIFICATIVO possibile. Quelle persone nascevano e morivano con la consapevolezza di appartenere a quello e a nessun altro luogo; nemmeno sentivano il bisogno di andarsene, di vedere il mondo, di esplorare nuove e diverse realtà (che è un po' in antitesi col concetto fare antropologia e ricerca etnografica; ma è grazie a questa che conosciamo anche chi la pensa in modi del tutto differenti). Ma la cosa più strana è che nel momento in cui lasciai l'isola, a nessuno venne in mente di dirmi addio: era scontato che sarei ritornata, perché non si smette di appartenerle. E in effetti non si sbagliavano.>>

Sarah Tamimi ha detto...

La mia prima ricerca sul campo risale a circa 40 anni fa. Decisi di intraprendere un viaggio da sola, che ben presto diventò uno studio sui popoli beduini della Giordania.
Questa popolazione mi aveva sempre affascinato per il loro stile di vita e per le loro usanze.
All’epoca alloggiavo presso un accampamento nella città di Petra per riuscire a cogliere meglio gli aspetti della vita quotidiana nomade.
Armata del mio taccuino, delle più buone volontà e dello spirito di osservazione partecipante cercai di inserirmi al meglio nella loro realtà partecipando ogni sera al “rituale del the” dove dopo cena ci si sedeva, uomini da una parte donne dall’altra a bere the caldo e chiacchierare.
Una giovane donna diventò subito la mia guida e mia informatrice, mi seguiva passo passo per aiutarmi al meglio a comprendere ogni gesto sembrasse a me strano, e per aiutarmi a replicare usanze tipiche della loro cultura.
Le persone intorno a me non sembravano affatto infastidite dalla mia presenza ma soprattutto dalla presenza costante del mio taccuino sul quale annotavo ogni particolare del tempo passato con loro.
Più i mesi passavano più mi sentivo parte integrante di questa piccola realtà. Nonostante avessi a mia disposizione solamente l’osservazione partecipante e raramente una raccolta di fonti integrate, come fotografie di eventi speciali ad esempio matrimoni o lettere tra parenti distanti, la mia ricerca sembrava procedere per il meglio.
Grazie a colloqui e a qualche intervista riuscì a raccogliere testimonianze dirette sulla vita dei beduini e al loro attaccamento alla pastorizia e alle terre aride dei deserti mediorientali.
Le maggiori difficoltà che incontrai furono la scarsità di informazioni esterne, di fonti indirette e, soprattutto i primi tempi, un’incomprensione linguistica notevole, anche perché nonostante capissi la lingua alcune espressioni tipiche della loro cultura mi erano totalmente sconosciute.
Giunta così alla saturazione di dati e non riuscendo a trovare abbastanza triangolazioni complesse decisi infine di concludere la mia ricerca strutturando un censimento del gruppo di persone con cui avevo vissuto definendo e riportando per iscritto i rapporti di parentela e non degli individui che mi avevano accolta nelle loro case.
L’ultimo giorno, poco prima di partire però, dovetti fronteggiare il più difficile degli ostacoli, l’attaccamento emotivo che provavo verso queste persone che pochi mesi prima mi erano sconosciute ed estranee.
Tornata poi alla mia realtà fu veramente difficile recuperare le vecchie abitudini e reinserirmi nel mondo al quale ero appartenuta prima di partire.

Tamimi Sarah

federica faggiani ha detto...
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federica faggiani ha detto...
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federica faggiani ha detto...

PRIMA PARTE
La mia prima ricerca sul campo è avvenuta quando ero ancora una giovane studentessa appena laureata. Dopo aver a lungo studiato la teoria sui libri, sentivo che era arrivato il momento di fare un po’ di pratica sul campo. Mi ricordai di Simona, una ragazza di origine friulana conosciuta durante il secondo anno di università che mi aveva parlato di un paese molto particolare nella sua regione, di nome Tarvisio. Per farvi comprendere meglio i motivi che mi spinsero a svolgere la mia prima ricerca sul campo proprio a Tarvisio, vorrei raccontarvi la peculiarità di questo paese che si trova al confine tra Austria, Italia e Slovenia. A Tarvisio si registra una situazione linguistica più unica che rara: questo paese può essere considerato uno dei pochi comuni quadrilingui in Europa in cui si parlano Sloveno, Tedesco, Friulano e Italiano. Simona mi aveva parlato di quanto fosse importante la lingua friulana per la sua regione, essendo addirittura insegnata nelle scuole. Curiosa di scoprire questo posto in cui coesistevano contemporaneamente tre culture, decisi di recarmi a Tarvisio e svolgere proprio lì la mia prima ricerca sul campo. Una volta arrivata in Friuli rimasi subito colpita dal fatto che le indicazioni stradali o i manifesti pubblicitari fossero scritti sia in lingua italiana che friulana, e solo in quel momento capii veramente quello che Simona cercava di dirmi sull’importanza del friulano per la sua regione. Venni ospitata da alcuni zii di Simona che vivevano a Tarvisio, e restai a casa loro per buona parte del mio lavoro di ricerca. Quando iniziai il mio lavoro, le prime difficoltà derivarono dal fatto che nessun manuale che avevo studiato mi aveva fornito uno schema da rispettare per ottenere dei buoni risultati. Cercai così di stare il più vicino possibile alla realtà che intendevo studiare, una realtà che mi permetteva di scoprire l’incontro tra diverse culture. Utilizzai un taccuino, che costituì lo strumento principale del mio lavoro in quanto su di esso potevo registrare tutto ciò che ritenevo importante, annotando dei dati da trattare in seguito. Tramite gli zii di Simona ebbi la possibilità di conoscere un signore anziano e per non arrivare al nostro incontro impreparata avevo realizzato un canovaccio di colloquio per non tendere troppo verso l’interrogatorio e per non dimenticare gli argomenti importanti. Questo signore mi raccontò che era nato e cresciuto a Tarvisio, mi disse infatti che lo Sloveno era la lingua materna di gran parte degli abitanti più anziani. Durante questo primo racconto mi trovai un po’ in difficoltà, perché spesso il mio interlocutore si perdeva in giri di parole e non seguiva un filo lineare. Solo dopo riuscii a capire che quell’andare fuori tema mi permetteva di aprire nuove piste, e iniziai ad interessarmi agli aneddoti che mi consentivano di scoprire l’esperienza personale e la storia di vita del mio interlocutore. Certo bisogna dire che non ero sempre al lavoro, avevo spesso del tempo libero. Avevo l’abitudine di recarmi in chiesa la domenica, e in una di quelle occasioni decisi di andare al Santuario del Monte Lussari che si trova a 1.790 metri di altezza. Durante la funzione religiosa mi ritrovai ad assistere a qualcosa del tutto inaspettato: la celebrazione veniva svolta nelle tre lingue (italiano, sloveno e tedesco), infatti, poco più tardi scoprii che il Santuario veniva chiamato “Santuario dei tre popoli” in quanto rappresenta una terra d’incontro e d’amicizia. Quel tempo libero era preziosissimo per registrare nel mio inconscio delle osservazioni importanti. Ad esempio, entrando in un supermercato o in un qualsiasi negozio, avevo preso l’abitudine di salutare dicendo “mandi”, parola che in friulano corrisponde al “ciao” italiano: stavo familiarizzando inconsciamente con la cultura locale attraverso un meccanismo di impregnazione.

federica faggiani ha detto...

SECONDA PARTE
Trascorsi un po’ di mesi, iniziai a capire che restando presso una famiglia italiana avrei potuto essere associata ad una fazione locale, rischiando cioè l’inciclaggio. Decisi così di andare a vivere per conto mio e di realizzare una triangolazione complessa, cercando di individuare punti di vista differenti, andando alla ricerca di differenze significative tra i diversi soggetti delle tre culture. Entrai in contatto con un giovane abitante di Tarvisio di origine austriaca che mi diede informazioni preziosissime. Parlando con lui si aprivano continuamente di fronte a me nuove possibilità; si può dire che la scelta dei miei interlocutori procedesse per “ramificazioni”, infatti questo ragazzo mi fece conoscere suo nonno. Ebbi così la possibilità di parlare con una persona che viveva sul posto da molto più tempo e notai fin da subito come egli si concentrasse maggiormente sulla presenza e sull’importanza delle tradizioni austriache a Tarvisio, e non sulla questione della lingua come invece aveva fatto l’anziano signore sloveno. Mi misi all’ascolto della storia di quest’uomo, curiosa di scoprire tutto ciò che aveva da dirmi. Mi raccontò come le tradizioni austriache fossero diventate parte integrante della cultura del tarvisiano, parlando della festa dei Krampus che si celebra il 5 dicembre e durante la quale degli uomini con maschere diaboliche passano per le case a portare dei doni ai bambini buoni. Quando capii di aver terminato la mia ricerca e di essere cioè arrivata alla “saturazione”, tornai a Roma. A quel punto mi ritrovai con una grande quantità di osservazioni che iniziai a studiare e riorganizzare. Tutte quelle osservazioni mi avevano fatto capire come a Tarvisio riuscissero a convivere tre culture diverse e sentivo di essere cambiata grazie a quell’esperienza. È proprio per questo che l’interesse per la ricerca sul campo mi ha accompagnato durante tutta la mia carriera.

Claudia Presutti ha detto...
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Giada Stracqualursi ha detto...

Durante il corso della mia vita ho svolto molte indagini riguardo la popolazione armena. Le mie ricerche sono state svolte sul campo. Raccoglievo dati attraverso alcuni colloqui, conversazioni informali con le persone del posto. Mi interessava capire come ha influito su questo popolo la brutale deportazione, subita nella primavera-estate del 1915, durante la prima guerra mondiale. Sono partita con la consapevolezza di avere con me molte informazioni prese precedentemente attraverso fonti scritte, testi che avevo studiato tra le mura di casa. Avevo familiarizzato con la questione e stabilito un tema sul quale incentrare i colloqui. Prendendo nota sul mio taccuino di ogni informazione utile riguardo questo argomento, mi sono accorta che ascoltando le varie testimonianze, nella mia mente venivano a crearsi altri dubbi, altre questioni irrisolte (con termini tecnici chiameremo "Ricorsività" l'insorgere di queste nuove domande). Ho scoperto così come essere una vera antropologa, ho svolto un lavoro di minuzia, ogni conversazione annotata necessita di essere studiata in modo accurato, per ricavare più informazioni e combinare tutti i dati a disposizione. Posso darvi un esempio concreto di "combinazione", una volta ricostruito l'albero genealogico di alcune famiglie, ho potuto chiedere ad alcuni membri come la deportazione avesse influito sulla famiglia, a livello psicologico e sociale, quindi ho unito un dato raccolto attraverso un censimento con un dato raccolto attraverso i colloqui. L'antropologia non si limita a una triangolazione semplice, per cui non mi è bastato capire se davvero la deportazione è stato un fattore determinante per la popolazione oppure no, non bisogna verificare l'accaduto ma controllare la percezione che il gruppo protagonista ha di quell'evento, come e perché si è arrivati a metabolizzare l'evento in quel modo. Bisogna insomma studiare la costruzione culturale del popolo e se ci sono opinioni contrastanti riguardo una qualsiasi questione che si vuole indagare. Per arrivare a una ricerca completa, o meglio satura, ho impiegato davvero tanto tempo, ma ne è valsa la pena. Stare a contatto con persone di una cultura differente è un'esperienza di crescita personale senza eguali, ci spinge a comprendere qualcosa di nuovo.
Giada Stracqualursi

Martina Pochiero ha detto...

PRIMA PARTE
La mia prima ricerca etnografica sul campo risale al 2017. Alla luce dei recenti cruciali eventi verificatesi in Europa, Brexit e dichiarazione di indipendenza della Catalogna su tutti, il mio intento era quello di analizzare quanto fosse presente e radicato il sentimento nazionalista in Scozia, e di individuare in quale misura a questo corrispondessero in effetti delle istanze separatiste.
Armata di taccuino e di fotocamera digitale, decisi che avrei condotto la mia ricerca in tempi diversi nelle due zone geografiche in cui tradizionalmente la Scozia viene divisa, le Highlands e le Lowlands, tentando di individuare sia le differenze culturali che i tratti comuni degli abitanti delle diverse regioni.
Per via della grande quantità di dati raccolti non potrò qui riportare la totalità dei risultati scaturiti dalla mia ricerca. In questa lezione quindi mi limiterò a raccontare la parte di ricerca che si svolse nelle Highlands. Esporrò i dati inerenti solamente alla linea principale d’indagine, quella sul nazionalismo scozzese appunto, e le conclusioni che ne trassi all’epoca.
La mia prima tappa fu ad Inverness, alla foce del fiume Ness, centro amministrativo delle Highlands e considerata dagli highlanders stessi la capitale delle terre del nord.
Arrivai ad Inverness un pomeriggio d’estate, in pullman, partendo da Londra e viaggiando di notte. Il primo particolare importante che mi saltò immediatamente all’occhio già in autostrada, non appena entrata nel territorio delle Highlands, e che annotai sul mio taccuino, fu che tutte le indicazioni stradali erano scritte in doppia lingua, inglese e gaelico scozzese.
Il secondo particolare che annotai sul taccuino, stavolta appena arrivata in città e scesa dal pullman, fu che c’erano tessuti in tartan e bandiere scozzesi ovunque.
Inverness è una città molto piccola rispetto agli standard a cui ero abituata. In poco più di due ore riuscii a girarla in lungo ed in largo. Cominciai da subito a cercare di farmi un’idea riguardo alle abitudini dei cittadini, alla vita quotidiana degli abitanti.
In città quasi tutte le attività commerciali erano incentrate sul turismo. I negozi di souvenir erano onnipresenti. Come in molte altre città del nord Europa le attività commerciali chiudevano intorno alle 17. Facevano eccezione i ristoranti, i pub e uno dei supermercati più grandi della città, il department store di una famosa catena, inglese.
Da subito notai la presenza di una “doppia anima” confessionale nella città. Tra gli edifici principali, oltre al castello, che a differenza di molti castelli delle Highlands non è la residenza storica di un clan ma la sede della Sheriff Court, ci sono le tre chiese principali. La Cathedral Church of Saint Andrew e l’Old High St Stephen’s, nel cui cortile si trova anche il più antico cimitero della città, appartenenti alla Chiesa Episcopale scozzese, anglicana, la prima e alla Chiesa Nazionale di Scozia, presbiteriana, la seconda, e la St Mary's Roman Catholic Church, appartenente alla Chiesa Cattolica. Mi chiesi quanto ancora fosse effettivamente presente e sentita questa divisione tra protestati e cattolici e quanto questo influisse sulla mentalità politica dei cittadini.

Martina Pochiero ha detto...

SECONDA PARTE
Decisi che era arrivato il momento di immergermi a pieno nella vita cittadina e pensai che non c’era modo migliore che passare una serata in un pub locale. Con mia grande sorpresa il pub più grande e più centrale era un pub irlandese. Annotai subito sul mio taccuino questo particolare.
Decisi poi di spostarmi nel pub di fronte al castello che, da quanto mi avevano detto, era il più frequentato dalla gente del posto. Mi sedetti al bancone e non fu difficile iniziare da subito a conversare con gli avventori del pub. Da quanto mi fu spiegato gli abitanti di Inverness considerano la capacità di chiacchierare amichevolmente uno dei loro migliori tratti distintivi, tanto da avere un termine per definirla: la parola in gaelico “craic”, guarda caso una parola di origine irlandese.
Quella sera al pub feci la conoscenza di Sandy Brit, un ragazzo scozzese della mia età, highlander da generazioni, laureato in storia come me e guida turistica. Nella mia successiva permanenza ad Inverness e poi a Skye fu lui il mio informatore privilegiato.
Decisi di approfittarne subito per chiedere a Sandy spiegazioni riguardo alle scritte in gaelico. Mi raccontò che nell’ultimo ventennio lo studio del gaelico era stato reinserito nelle scuole. Esistevano molte scuole in cui si studiava come prima lingua, lui lo aveva studiato anche al college. I rappresentanti dei consigli cittadini delle Highlands avevano deciso di reintrodurlo gradualmente anche all’interno della vita quotidiana dei cittadini, l’utilizzo delle doppie indicazioni per i luoghi di interesse si era dimostrato uno dei sistemi più efficaci. Tra l’altro i toponimi in gaelico facevano riferimento a caratteristiche peculiari, alla storia e alle leggende legate ai luoghi a cui si riferivano. È il caso ad esempio di Bodach an Stòr, tradotto in inglese come The Old Man of Storr, il vecchio di Storr, un monolite di basalto formatosi con l’erosione in cima ad una delle colline rocciose di Skye. Uno dei simboli dell’isola, situato in uno dei panorami più belli delle Highlands, Sandy mi raccontò che vista la particolare forma fallica del monolite una antica leggenda lo identificava come il pene di uno dei giganti che anticamente avrebbero abitato Skye, sconfitto in battaglia da un suo rivale, morto, caduto a terra e trasformatosi in pietra in quella particolare posizione.

Martina Pochiero ha detto...

TERZA PARTE
Il giorno del nostro primo incontro Sandy indossava il kilt, quale miglior occasione per sapere qualcosa di più anche riguardo all’utilizzo del tartan? Oggi sappiamo che il kilt è un’invenzione del XVIII secolo e che solo da allora cominciò ad essere adottato dagli appartenenti dei diversi clan come segno distintivo. Solo da allora fu ideata la distinzione tra clan tartan, ovvero un motivo di tartan diverso per ogni clan delle Highlands. Tra l’altro per molti anni dopo la battaglia di Culloden l’uso del tartan venne proibito e solamente nel XIX secolo il collegamento tra clan e tartan venne ufficialmente riconosciuto.
Originariamente ogni clan era legato ad una determinata zona geografica. I clan si facevano la guerra o si alleavano tra loro, in genere attraverso unioni matrimoniali. Sandy mi disse che il tartan del suo kilt era quello del clan Fraser di Lovat, un ramo del clan Fraser dell’Aberdeenshire, che rimase uno dei più potenti nella zona di Inverness insieme ai rivali storici, Macdonalds e Mackenzie. Oggi molti degli abitanti della città sono discendenti dei Fraser. Sandy stesso era un lontano discendente, benché il suo cognome tradisse anche altre origini. I Brit infatti erano gli abitanti di origine irlandese di quella che un tempo era la regione scozzese di Strathclyde. Non avendone mantenuto il cognome, i suoi familiari avevano deciso di rafforzare il legame con il clan Fraser attraverso i nomi. Sandy ad esempio è l’abbreviazione di uno dei nomi più comuni tra i lord del clan Fraser, Alexander. Generalmente oggi il kilt viene indossato dagli highlanders soltanto nelle grandi occasioni, come ad esempio i matrimoni. Sandy però lo indossava per lavoro, facendo la guida turistica infatti lo utilizzava come “trucco” per sorprendere e incuriosire i visitatori. Sandy aggiunse un altro particolare di cui non ero a conoscenza. Il kilt non è, come si tende a pensare, una prerogativa scozzese, a partire dal XX secolo fu adottato anche dai nazionalisti irlandesi come simbolo dell’identità gaelica e viene indossato anche in Galles, Cornovaglia e Galizia.

Martina Pochiero ha detto...

QUARTA PARTE
Rimasi ad Inverness per qualche tempo, visitando anche i dintorni e fermandomi qualche giorno a Skye insieme a Sandy che sostava spesso lì per lavoro.
Cercai di immergermi il più possibile nella vita cittadina. Non trovai in realtà grandi differenze con la vita in altre città del Regno Unito. Ovviamente esistevano le tipicità della zona, in particolare per quanto riguardava la tradizione culinaria. Gli highlanders facevano un grande vanto dei loro prodotti tipici, su tutti l’haggis, insaccato di interiora di pecora, e il salmone affumicato. L’allevamento era in effetti una delle attività economiche principali dell’intera regione. Una grande quantità di capi di bestiame pascolava in tutte le immense distese di erba della regione e la maggior parte delle vasche per l’allevamento dei rinomati salmoni scozzesi si concentravano qui.
Sapevo dell’esistenza della razza di mucche tipica delle Highlands, che dalla regione prende il nome, ma ne vidi ben poche durante i miei spostamenti. Sandy mi spiegò che ormai le vacche highlander erano diventate talmente un simbolo tradizionale che, mentre nel resto del mondo venivano allevate per la pregiata carne, nelle Highlands avevano finito per essere usate solo come attrazione turistica.
Altra attività economica molto fiorente era la coltivazione di legna da combustione, per questo le Highlands venivano spesso definite la riserva di legname del Regno Unito
Sandy mi raccontò che per via delle loro qualità naturalistiche e ambientali, per anni, in epoca vittoriana, le Highlands vennero scelte dagli aristocratici inglesi come meta privilegiata dove costruire grandi estates e sfruttate come riserva di caccia. La stessa regina Victoria fece del castello di Balmoral, nell’Aberdeenshire, una delle sue residenze privilegiate.
Sandy mi spiegò che molto dell’astio che ancora c’era verso gli inglesi veniva proprio da qui. Molti highlanders, soprattutto gli anziani, sostenevano che la Scozia soffrisse ormai da secoli lo sfruttamento e la repressione da parte dell’Inghilterra. “Jobby sassenachs” usavano definire gli inglesi. “Jobby" è effettivamente un tipico insulto scozzese ma “sassenach” è una parola con un significato più profondo, deriva dal gaelico Sasunnach, Sassone, inglese quindi, un termine in origine normale usato ormai da anni nelle Highlands con un’accezione dispregiativa.
Il giorno che visitai Lochness, Sandy volle raccontarmi la leggenda originale del celebre “mostro”. Uno dei più famosi esempi di come storia e leggende siano indissolubilmente legati nelle Highlands. La prima menzione del mostro si ritrova nell’agiografia di San Columba di Iona, uno dei più importanti monaci irlandesi e uno dei patroni d’Irlanda, che fu tra gli artefici dell’evangelizzazione della Scozia. Secondo la leggenda fu proprio Columba a sconfiggere il mostro che viveva nelle profondità di Lochness salvando così le tribù di Pitti che abitavano la zona. Questo fu solo uno tra i tanti miracoli di Columba che secondo la leggenda spinsero i Pitti alla conversione e posero quindi le basi per la cristianizzazione delle Highlands. Di nuovo un chiaro esempio del forte legame con l’Irlanda e un altro esempio della presenza costante della religione. Sandy mi disse che gli highlanders della nostra generazione erano in maggioranza non credenti ma la religione era ancora sentita come un forte collante, come uno dei simboli dell’identità nazionale.

Martina Pochiero ha detto...

QUINTA PARTE
Parlando di religione e di identità nazionale non posso non raccontare della mia visita a Culloden Moor.
Culloden fu teatro dello scontro finale nella guerra civile tra i ribelli giacobiti e le truppe lealiste nel 1746. Carlo Edoardo Stuart è tutt’oggi uno dei “campioni” della Scozia, un vero e proprio eroe nazionale. Considerato per anni dagli highlanders cattolici il legittimo erede al trono di Gran Bretagna. Carlo era nipote di Giacomo II Stuart, ultimo re cattolico di Gran Bretagna, e imparentato con la casa reale dei Borbone di Francia. Sandy mi aveva detto che il motto del clan Fraser di Lovat è la frase francese “Je suis prest”, adesso ne capivo meglio il motivo. E compresi meglio anche perché il clan Fraser ebbe un ruolo molto forte nella ribellione giacobita
A Culloden gli highlanders giacobiti si scontrarono contro le truppe dell’esercito inglese e i lowlanders scozzesi protestanti. Quello che scoprii visitando il campo di battaglia fu che tra le fila dei giacobiti combatterono anche un gruppo di irlandesi cattolici esuli in Francia. Di nuovo veniva fuori un forte legame tra highlanders e irlandesi.
Quando i ribelli giacobiti furono sconfitti, il Parlamento britannico emanò l’Act of Proscription che vietava agli highlanders di mostrare qualsiasi simbolo della loro cultura e mirava a privare i clan di ogni potere. Seguì un vero e proprio indottrinamento, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, per far si che le Highlands diventassero una volta per tutte fedeli alla Corona e che l’Inghilterra potesse avere il controllo sull’intera Scozia.
La visita a Culloden mi servì per capire meglio le ragioni dell’astio verso l’Inghilterra e mi fece comprendere una volta di più i motivi per cui Carlo Edoardo Stuart fosse ancora tanto amato, nonostante la sconfitta. All’ingresso del museo di Culloden spiccava la frase in gaelico “'S i'n fhuil bha 'n cuisl' ar sinnsreadh, 'S an innsgin a bha 'nan aigne…” tradotta in inglese con “Our blood is still our fathers, And ours the valour of their hearts…”, più o meno “Il nostro sangue è quello dei nostri padri, i nostri valori quelli dei loro cuori”, rende l’idea di quanto sia a tutt’oggi presente nella coscienza collettiva degli highlanders l’attaccamento alla loro identità e alla loro storia.

Martina Pochiero ha detto...

SESTA PARTE
L’ultimo giorno nelle Highlands lo passai a Fort William in compagnia di Fiona, curatrice del West Highland Museum. Fiona fu entusiasta di sapere che venivo da Roma. Il “Bonnie” Prince Charlie finì i suoi giorni, in esilio, proprio a Roma. Il fratello, Enrico Benedetto Stuart, era infatti cardinale della Santa Romana Chiesa. Gran parte degli abitanti delle Highlands sanno che Carlo fu seppellito a Roma, all’interno della Basilica di San Pietro. Quello che non sapevano e che fui ben felice di raccontare a Fiona, come avevo già fatto con Sandy, è che in realtà il corpo di Carlo fu traslato solo in seguito in Vaticano. Enrico Benedetto fu anche cardinale vescovo di Frascati e originariamente fece seppellire il fratello nella Cattedrale di San Pietro nella piazza centrale di Frascati. A tutt’oggi il cuore di Bonnie Charlie si trova nella Cattedrale di Frascati. Io ho vissuto per gran parte della mia giovinezza a pochi minuti d’auto da Frascati e per anni sono passata accanto ai resti del cuore del Bonnie Prince. Decisi quindi di consegnare a Fiona, per il museo, una foto scattata qualche tempo prima al monumento funebre di Carlo Edoardo. Quel piccolo gesto mi fece sentire più legata agli highlanders, volevo restituirgli in qualche modo anche una minima parte di tutto quello che mi avevano dato aprendosi a me con i loro racconti.
Parlando di racconti, sicuramente uno a parte lo meriterebbe la storia della cornamusa, ma purtroppo non ho avuto il tempo di affrontare l’argomento nel corso di questa lezione. Anche la bagpipe, considerata lo strumento tradizionale scozzese, uno dei simboli per eccellenza delle Highlands, in realtà, almeno nella forma contemporanea oggi più diffusa, ebbe origine solo a partire dal XVII secolo. Le origini dello strumento sono antichissime ma al mondo ne esistono una miriade di varianti, la zampogna italiana ad esempio e poi la uilleann pipe, ancora una volta, irlandese.
In definitiva tutti quei simboli che molti highlanders considerano ancora come distintivi sono in realtà degli elementi che ci mostrano una storia fatta di incontri e di commistioni. Con i vicini irlandesi su tutti, con i quali condividono non a caso le origini, ma anche, inevitabilmente, con gli inglesi. La storia delle tradizioni scozzesi, come la storia di qualsiasi tradizione culturale, è una storia fatta di contaminazioni e scambi reciproci. Inoltre quello che gli highlanders considerano tradizionale è spesso frutto di un’elaborata costruzione ideologica in realtà molto recente. È encomiabile l’impegno degli scozzesi nel tramandare la loro storia. Quello che è fondamentale comprendere però è che non esiste una Storia come non esiste una Cultura.
Partita con l’intento di scoprire cosa spingesse gli highlanders a sentirsi portatori di una cultura da proteggere e preservare, tornai con il cuore e la testa carichi di magnifiche esperienze, un ingigantito bagaglio culturale, un quaderno fitto di appunti, la memoria della fotocamera stracolma di foto e video e la rinnovata consapevolezza che non esistono culture umane distinte e separate, che è proprio dal contatto e dall’unione tra culture che nasce la ricchezza umana.

Flavia Vitti ha detto...

La mia prima ricerca sul campo è stata nel 2017, nel paese di origine dei miei nonni materni, Bagaladi. Avevo deciso di raccogliere i censimenti degli ultimi trent'anni per documentare le emigrazioni all'interno di alcuni paesi del sud Italia. Avevo deciso di partire da Bagaladi perché era l'unico che un po' conoscessi tra quelli nella lista. Un comune italiano che contava 1.025 abitanti, a Reggio Calabria. All'interno di esso si contano 2 bar, 2 alimentari, 2 negozi di tabacchi, una frutteria, un macellaio e un cimitero. La maggior parte delle case sono disabitate, addirittura in palazzi di 6 abitazioni soltanto 1 su 6 è abitata e abitabile. Un paese piccolo, situato lungo la strada per raggiungere l'Aspromonte, da cui i giovani fuggono più che volentieri e in cui gli anziani restano ancorati ai propri valori culturali. Rimasi stupita nel vedere nel 2017 un enorme ondata di giovani all'interno del paese che occupava gli edifici in disuso o partecipava alle feste del paese. Scoprii quasi subito che l’Amministrazione Comunale aveva approvato due progetti attinenti al Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) 2016/2017 e al Servizio Civile Nazionale. All'interno della scuola e all'interno di alcune abitazioni erano stati accolti un numero elevato di rifugiati politici, suscitando le reazioni più disparate tra i cittadini. Lo studio che ho intrapreso circa questo particolare evento riguardava la triangolazione complessa, ho cioè analizzato come i vari sottogruppi della società si comportassero di fronte questo evento. Mi interessava sapere come la popolazione locale avesse accolto il nuovo gruppo sociale, se in maniera positiva o meno. L'intereazione era stata anche essa complessa in quanto avevo modificato l'ipotesi in rapporto a nuovi dati. Procedetti a testare la nuova situazione tramite vari colloqui che riportavo fedelmente sul mio taccuino, e tramite l'impregnazione che mi strattonava da una parte all'altra. Gli attori culturali erano talmente differenti tra di loro che avvicinandomi troppo ad un gruppo piuttosto che ad un altro rischiavo di entrare anche io nell'antagonismo dei due gruppi che spesso erano in rivalità. Infatti nei primi anni di questo insediamento la maggioranza della popolazione locale ne era contraria in quanto sentiva minacciati i propri spazi e la propria identità culturale. Col tempo però questo primo giudizio cambiò in quanto cominciarono a manifestarsi i benefici di questa integrazione in vari campi: in campo edile, perché il comune finanziava le ristrutturazioni; in campo economico perchè aumentò la richiesta di beni, servizi e di manodopera; in campo culturale perché le tradizioni non finirono col morire per mancanza di membri del gruppo e poterono essere tramandate e trasmesse anche ai nuovi membri della comunità.

Claudia Presutti ha detto...

Da sempre interessata al ruolo della donna nelle sue diverse sfaccettature,una mattina di giugno del 2004,dopo aver letto l’ennesimo articolo di giornale inerente alla faida di Scampia,decisi quale sarebbe stata l’impronta che avrei dato alla mia prima ricerca etnografica: analizzare il ruolo della donna nella Camorra. I mesi che precedettero l’inizio della mia attività furono densi a livello di studio. Analizzai miriadi di documenti storico-sociologici delle mafie,i quali mi permisero di stabilire una peculiarità dei ruoli femminili nella Camorra rispetto alle altre mafie e di inquadrare l’evoluzione di questi ultimi nel corso del tempo. Fu uno studio durato circa 6 mesi,che mi permise di contare su una solida conoscenza di base dell’argomento e di stabilire la ‘chiave’ che avrebbe guidato la mia ricerca. Era il 7 novembre del 2004 e,arrivata alla stazione di Napoli centrale,presi un taxi che mi avrebbe portata nel luogo che scelsi come ‘fieldwork’: Secondigliano. Il tassista era un giovane che da subito si mostrò propenso a conversare. Mi disse di chiamarsi Carmine e che lui lì,a Scampia,ci era nato e sapeva come funzionava. Mi domandò il motivo per cui una giovane romana ‘ a modo’ dovesse andare in quel luogo e ,rivelandogli il perché della mia visita, mi guardò in maniera compassionevole,dicendomi che avrei dovuto farmi ‘ i fatti miei’. Ma aggiunse che aveva un debole per i romani e che mi avrebbe aiutata,presentandomi la sua ragazza. Non capì il perché esordì in quel modo,e incoscientemente accettai. Il taxi si fermò davanti allo scempio architettonico del quartiere,’Le Vele’. In una di quelle case popolari abitavano Carmine e la sua ragazza,incinta di 7 mesi. Attraversammo quei grigi corridoi che collegavano un piano all’altro,sotto lo sguardo indiscreto di ‘guappi’ e anziane donne. Arrivammo a casa,mi presentò Gessica. Mi guardò come se fosse gelosa della mia presenza e del fatto che fossi stata con il suo ‘nnammurato’ ,ma dopo qualche moina di Carmine e un bel caffè cominciò a sciogliersi.Gessica aveva 22 anni. Prima di vivere da sola viveva con la nonna,perché i suoi genitori erano in carcere da ormai 7 anni. Non volevo chiederle subito del perché anche la madre fosse in carcere,e cominciai perciò a farle qualche domanda riguardo le sue prospettive dopo la nascita del bambino. Mi corresse,dicendo che la nascitura sarebbe stata femmina e che sicuramente con lei sarebbe stata la madre che lei non aveva mai avuto. Il discorso si incardinò da solo.Mi raccontò che la madre aveva un ruolo principale nell’attività criminale di un clan locale.Era coinvolta nell’attività di contrabbando e di preparazione della droga e che,dopo l’arresto del padre,prima di finire anche lei a Poggioreale, aveva assunto il controllo del territorio.Mentre appuntavo tutto ciò sul taccuino,cercando di non essere coinvolta dall’intensità emotiva con cui Gessica raccontava la sua storia,bussarono alla porta. Entrò in cucina un giovane ragazzo. Mi guardava con aria sospetta,era bramoso di sapere chi fossi e perché fossi lì.Fece cenno a Carmine con la testa intimandogli di raggiungerlo e,a voce bassa e con forte accento napoletano chiese a Carmine se fossi ‘una guardia in borghese’. Carmine lo rassicurò e mi presentò a lui come giornalista perché,aggiunse,’non mi ricordo bene come mi avete detto che si chiama quello che voi fate’. Sorrisi e dissi di essere un’antropologa. Il ragazzo,chiaramente ignaro di cosa volesse dire quella parola,la ignorò e si presentò. Il suo nome è Luigi,ha 24 anni,ma se li porta male,come tutti quelli che non hanno avuto mai né il tempo di pensare a sé stessi né la spensieratezza. Vive al piano di sopra con la madre e due sorelle,il padre fu arrestato 3 anni fa per spaccio e da quel momento dovette provvedere lui al sostentamento della famiglia. Avrei voluto fargli altre domande ma fui interrotta da Gessica ,che mi invitò a pranzo.

Claudia Presutti ha detto...

Disse che aveva preparato gli ‘scialatielli ai frutti di mare’ e che non potevo rifiutare.Mi raccontò di esser diventata un’ottima cuoca,tutto merito della nonna,dalla quale aveva imparato le varie ricette. ‘Se fosse stato per mia madre non saprei neanche cucinare un uovo sodo,da lei avrei imparato solo a impacchettare le caramelle’. Perplessa da questa sua ultima affermazione le chiesi a cosa si riferisse e lei,abbassando repentinamente la voce,mi disse che sin da bambina vedeva la madre impacchettare la droga in pezzetti di plastica,proprio come si trattasse di caramelle. Continuai ad annotare tutti questi dettagli sul mio taccuino,fino a che non arrivò l’ora di mangiare.Fu un pranzo delizioso e i miei innumerevoli complimenti fecero arrossire Gessica che,considerandomi ormai un’amica,mi rivelò di conoscere una persona che avrebbe potuto dare una svolta alla mia ricerca. Mi disse che si trattava di una vicina di casa speciale,ma che inizialmente avrei dovuto far parlare lei,che avrei dovuto tenere’la bocca chiusa’. Capìì che dietro questa espressione si nascondeva un manuale fitto di nomi di strade e anfratti da evitare, "piazze" da non attraversare, gente da frequentare, sì certo, ma fino a un certo punto e tante altre "accortezze". Uscimmo di casa,Gessica mi mostrò come la camorra di stesse appropriando di quella zona,di quei palazzi,reclutando ‘ragazzini’che cooperassero con lei,in cambio di qualche banconota sporca che gli avrebbe permesso di sfoggiare scarpe e pantaloni firmati. Ma si interruppe e suonò al campanello della sua amica.Percepì che era abbastanza nervosa poiché comincio ad accarezzarsi continuamente il pancione,quasi come se volesse proteggerlo. ‘Qui devi fare amicizia pure con i topi per stare sicuro’,sussurrò prima che la porta si aprì.Apparve all’uscio una donna sulla cinquantina che salutò Gessica con una voce tanto rauca da poter facilmente comprendere il suo passato da fumatrice accanita.Mi rivolse solo uno sguardo,per poi passare gli occhi sulla ragazza.Le chiese chi fossi.Anche Gessica mi presentò come giornalista,ma questa risposta non piacque alla signora Maria che disse di non scambiare neanche una parola con ‘un’infame che avrebbe sputato tutto alla polizia’.Avendo ormai familiarizzato con quell’ambiente,fatto di sporchi compromessi e di silenzi,la rassicurai riguardo ciò,ricordando la frase detta da Carmine quella mattina in macchina,che mi sarei cioè fatta ‘i fatti miei’.Questa frase fu come una parola magica che mi consentì di ricevere la sua attenzione,come se capì da questa che di me poteva fidarsi.Mi disse di presentarmi la settimana dopo, il mercoledì alle 10 con Gessica.La ringraziai e andammo via,e mi congedai usando l’espressione di Gessica : ‘tante buone cose Donna Maria’.Ringraziai infinitamente Gessica ed era ormai giunta l’ora di rientrare in albergo.Mi accompagnò Carmine,che mi promise di aspettarmi il mercoledì prossimo alle 9:00.Mi ripetè più volte di essere puntuale perché’a Donna Maria non piace aspettare’.Quella sera mi ricordo di aver pensato che la fortuna del principiante esisteva davvero : durante la mia prima ricerca etnografica avevo conosciuto persone che sarebbero divenute le mie informatrici di fiducia.

Claudia Presutti ha detto...

Passai quella settimana tra i quartieri di Scampia,rendendomi conto di quanto la malavita fosse presente e influenzasse la vita di quelle persone.Conobbi Samantha e Annunziata ,due ragazze nate a Scampia. Il vento correva sui loro corpi, c’era sempre vento nelle Vele, ma non alterava la loro allegria. A 18 anni, poi, la leggerezza vince le malinconie. Pure a Scampia.Samantha faceva la mamma, la mamma-bambina, come altre centinaia.Annunziata lavorava. Gestiva una stanza del buco e vendeva il kit sanitario ai drogati: siringa (che chiamava «pompa»), laccio emostatico, carta stagnola, cucchiaino, insulina, limoni, acqua distillata, ampolle. Guadagnava 1.200 euro al mese’Ma li prendo ‘a semmana, divisi in settimane’diceva. Ancora una volta mi resi conto che,a differenza della dame di mafia,massaie per statuto,quelle della Camorra erano parte del sistema,e avevano diritto al posto lasciato vacante dal parente arrestato o ucciso.In compagnia di queste due ragazze la settimana passò in fretta,e arrivò quell’importante mercoledì. Passò a prendermi in albergo Carmine.Era contento di rivedermi e mi chiese come avessi passato la settimana.Arrivammo in poco tempo a Scampia,davanti ad una della Vele,dove trovai Gessica e Donna Maria ad aspettarmi. Passeggiammo a lungo nel quartiere,tra le grida di bambini e la cappa di fumo della sigaretta che Donna Maria fumava avidamente.Arrivammo davanti ad un palazzo,alto e in cemento grigio,davanti al quale era posta una statua della Madonna. Indicandola,Maria disse ‘questa più volte ci ha fatto la grazia,a me e ai miei uomini,ma 10 anni fa non l’ha fatta,perché mi ha fatto arrestare dalle guardie’.Non capì il senso di quella riflessione,ma presto mi fu più chiaro.Donna Maria mi indicò un complesso di cantine che,prima di essere arrestata ,gestiva e organizzava in quanto ‘locus principale’della piazza di spaccio.

Claudia Presutti ha detto...

Le domandai come riuscì a ricoprire quel ruolo tanto importante e mi rispose,con aria fredda e compiaciuta,di essere stata per vent’anni l’amante del boss dei Casalesi e che,dopo il suo arresto nel 1989,cominciò a gestire l’operato maschile in quella zona. Aggiunse che,invece,a gestire Casal di Principe,era la moglie del boss,Donna Anna,che interveniva sulle scelte riguardanti la strategia criminale.Nel suo periodo di gestione dell’attività mafiosa della zona-continuò-fu aiutata dal figlio che,dopo il suo arresto nel 1994,assunse il ruolo di guida.Ma durò bene poco”perché quello scemo si è montato la testa e non ha seguito i miei consigli”,concluse.Questo racconto mi permise di ricordare una nozione di antropologia alla quale non pensai sino ad allora e che mi consentì di arrivare ad una nuova riflessione.La letteratura antropologica ha da sempre messo in luce il ruolo delle madri nella trasmissione del sapere e nel processo di inculturazione.Questa nozione teorica che da sempre mi accompagnò negli studi la proiettai nella situazione contingente.Chiesi a Donna Maria quali fossero i consigli dati al figlio e se avesse avuto un ruolo fondamentale nella scelta di vita di quest’ultimo.Mi sorrise e sussurrò ‘Piccrè,io gli ho insegnato a crescere in quest’ambiente.Parlavo dei miei affari a casa con Ninuccio(l’amante)e lui stava con me,ascoltava e capiva di cosa parlavo.Quando vedevamo una guardia e lui mi chiedeva ‘Chi è quello? ‘Quello è un cornuto,gli dicevo io’. Mi resi conto d’improvviso che la donna camorrista ha come obbiettivo intrinseco anche quello di trasmettere il codice culturale e l’ideologia del proprio gruppo criminale ai figli. Non riuscìì più a prendere nota di quanto ascoltavo e la pioggia del cielo grigio di Scampia bagnava il mio taccuino. La mia ricerca infatti,oltre ad aver confermato il ruolo attivo delle donne nella Camorra,mi condusse a questa riflessione alla quale non pensai inizialmente.Bambini che,per scelta altrui e non propria,vengono cresciuti per diventare mafiosi,privati della spensieratezza del’infanzia e proiettati in un mondo crudo fatto di sangue e siringhe.
Grazie al contributo delle donne conosciute nel fieldwork da me scelto,arrivai a dimostrare la mia tesi di partenza,ossia che le donne di Camorra non sono silenziose e passive custodi di una cultura di condivisione e omertà,bensì vivono la vita criminale con naturalezza,partecipano al controllo del territorio prendendo parte ad attività illecite; ma allo stesso tempo arrivai a concepirle come ‘artefici del male dei figli’ ,’madr di figli con un destino già segnato’,contribuendo attivamente a formarlo come uno delle migliaia di soldati agli ordini di quello che Donna Maria,Gessica,Samantha e Annunziata chiamavano ‘O sistema’.

Orlandi Sara ha detto...

Buongiorno ragazzi, io sono Sara e ho ben settantasette anni, sono qui per raccontarvi la mia prima ricerca da antropologa. Ha avuto luogo in una casa famiglia di Roma, che accoglieva adolescenti sia italiani che stranieri, per capire al meglio quella piccola realtà e le sue dinamiche. Come prima cosa ho consultato dei libri di pedagogia generale e sociale, riviste ed internet ma non mi erano chiare molti fatti, così ho deciso di recarmi in prima persona sul posto per un soggiorno prolungato. Mi ero concentrata su tutte le figure che entravano in gioco, ovvero: adolescenti, educatori, psicologi, famiglie affidatarie e volontari e tutte le diverse dinamiche che si verificavano tra di loro. Il dirigente mi ha presentato ai ragazzi come nuova educatrice per darmi la possibilità di integrarmi con più facilità e per non far sentire a disagio gli adolescenti in questione. Mi ha assegnato dei turni da rispettare e così ho iniziato ad osservare tutte le diversi attori e tutto quello che vedevo e sentivo lo appuntavo sul mio carissimo taccuino, tutti i scritti diventano corpus attraverso procedure. Dopo circa una settimana ho iniziato a stringere dei rapporti di confidenza con le diverse figure della casa famiglia, le quali mi hanno permesso di dare l'avvio alle mie prime domande che hanno dato vita ad altre, tutti questi miei colloqui li ho registrati(sono dati volti direttamente in corpus).Durante il mio soggiorno ho affidato il ruolo di informatore privilegiato ad una educatrice, ovviamente, ho prestato attenzione a non far diventare la sua figura un elemento disturbatore. Lei mi ha dato diversi materiali da integrare al mio, come: libri,slide e un video di interviste ai loro adolescenti che avevano realizzato sul posto. Ad un certo punto, dopo ben sei mesi, mi sono resa conto che avevo raccolto tutte le informazioni che mi potevano essere utili, salutai tutti e me ne andai. Tornata a casa ho iniziato ad elaborare il mio lavoro per pubblicarlo, nel quale ho riportato anche le storie dei ragazzi e cosa per loro significa e rappresenta la casa famiglia. Il mio problema più grande era stato quello di selezionare tutti i dati che avevo raccolto.

Alessandra Cicinelli ha detto...

Q1: PRIMA PARTE
"...e questo, ragazzi miei, è il metodo di ricerca che gli antropologi usano per l'acquisizione di un qualcosa che non si può imparare leggendo.
Ricordo ancora la mia prima ricerca sul campo, decisi di visitare il Bangladesh. Prima di tutto dovetti fare un permesso a Chittangong, compilando un modulo in cui specificai la durata del mio viaggio e i luoghi da visitare. Lì mi spiegarono l'utilità del permesso, un modo per stare più tranquilli in caso di atti di violenza.
Successivamente andai a visitare Mantala, un piccolo villaggio, dove mi sbalordii per lo stile di vita degli abitanti. Vidi che al posto delle doccie i bengalesi utilizzavano lo stagno, c'erano campi di riso ovunque. Mi spostai a Srimongol, una zona molto bella dal punto di vista naturale, grazie a deliziose colline con piantagioni di ananas e banane, e leggermente più fresca rispetto alle altre caldissime. Lì conobbi molte persone, essendo i bengalesi un popolo sempre sorridente, disponibile e molto ospitale, e soprattutto incuriosito dalla presenza degli stranieri. In particolare parlai con un ragazzo, Sabir, interessato alla quotidianità vissuta in Italia. Gli raccontai le innumerevoli differenze del mio paese rispetto al suo, e lui anche mi parlò di molte particolarità, alcune a me sconosciute, altre che avevo già appreso, avendo frequentato una classe di liceo con alcuni studenti e miei compagni bengalesi.
Mi disse che loro non mangiavano carne di maiale, animale considerato sacro lì. E non toccavano proprio cibo durante il periodo del cosiddetto "Ramadan", un mese di astinenza per quasi tutti i fedeli musulmani, tranne in rare eccezioni come la gravidanza o durante i viaggi. Il motivo di quest'usanza, da me lì per lì considerata "strana", era una celebrazione della discesa della parola divina, in quanto in una notte nel mese del Ramadan, il profeta Maometto aveva ricevuto i primi versetti della Rivelazione del Corano.
Passando agli aspetti da me sconosciuti, il ragazzo mi raccontò del "Pohela Boishakh", il capodanno dei bengalesi, in cui ogni 14 aprile molte persone si radunavano a Dhaka nel parco Ramna, dove erano presenti molti stand tra cui venditori di cibo, incantatori di serpenti e giochetti per vincere dei premi, stile luna park.
Osservai che le donne di questa popolazione indossavano una sorta di sciarpa che copriva i loro capelli e il loro collo, con molta attenzione a non far vedere troppo la carne. Facendo riferimento ai mezzi di trasporto, invece, contrariamente all'Italia, i bus erano più costosi dei treni, ma anche più comodi. Si poteva raggiungere qualsiasi zona con massima tranquillità anche via fiume ma per i viaggi brevi era molto più consigliato il treno e per quelli di una lunga durata il bus.
Il cibo, come già accennato, non includeva maiale, per cui si mangiava pollo, riso, uovo e molto pesce fresco proveniente proprio dal fiume. Per non parlare dell'assoluta mancanza di alcolici, essendo un paese musulmano.
Sabir mi accompagnò in un centro medio per cambiare gli euro in taka, la moneta locale, o anche in dollari, che potevano andar bene in alcune occasioni. Durante la passeggiata, il ragazzo rimase sbalordito dai costi in Italia di cui gli parlavo, riguardanti trasporti e cibo, considerati troppo alti da lui. Al contrario le sistemazioni in Bangladesh avevano un prezzo più elevato di quelle italiane, elemento che per me si rilevò problematico.

Alessandra Cicinelli ha detto...

Q1: SECONDA PARTE
Tutto ciò che Sabir mi raccontò lo appuntai su un taccuino e iniziai a conoscere e a capire, anche ed in particolar modo, la mentalità di questo popolo, molto rigida, religiosa e chiusa secondo il mio punto di vista, essendo abituata alla vita e al pensiero culturale italiano.
Entrando più in intimità con il ragazzo, egli mi raccontò anche la sua storia personale, di come avvenne il suo matrimonio, e soprattutto i problemi successivi e conseguenti a questo, non avendo scelto lui la sua sposa. Non mi capacitai di come potessero stare bene i popoli con questo tipo di unioni, ma alla fine iniziai a riflettere sulla libertà che avevo io in Italia, e su quanto fosse diverso e per certi versi anche strano dai loro occhi il mio modo di vivere.
Non intervistai Sabir, ma instaurai con lui un colloquio, dove non erano presenti delle domande strutturate, ma dalle sue risposte a me venivano in mente nuove domande, sollecitando in lui un qualcosa che lo faceva aprire a me, facendomi raccontare anche le sue esperienze personali.
In seguito ai racconti e alla modalità con cui il ragazzo giudicava alcuni eventi e idee del posto, parlai con altri informatori consigliati dallo stesso Sabir, per confrontare anche la quotidianità ed i pensieri sulla quotidianità stessa di altri bengalesi. Queste fonti mi consigliarono altre fonti (iterazione).
Presi degli appunti anche sul mio diario di campo, diverso dal taccuino, in cui annotai le mie impressioni personali (esplicitazione interpretativa).
E tutti i colloqui che feci con i miei informatori, tutte le note che raccolsi, poi le elaborai per scrivere un mio testo (saturazione) che oggi ho potuto raccontare a voi. Ovviamente una volta steso il testo, tornai una seconda volta in Bangladesh a parlarne con lo stesso Sabir e con le stesse fonti da cui avevo preso i dati, per "restituirglieli", ovvero per dimostrare loro che non avevo pubblicato informazioni false, quindi una sorta di controllo dei dati (soggettività del ricercatore).
In conclusione oggi voi studenti potete acculturarvi e leggere il mio libro, magari modificando anche le vostre idee, e immedesimandovi nelle menti dei bengalesi, considerando "normali" alcune usanze o pensieri che precedentemente consideravate "strani", arrivando magari anche a riflettere su quanto "noi" siamo "strani" per questo popolo. Ed è esattamente questo che un vero antropologo fa, rendersi conto che tutto ciò di cui noi umani siamo circondati e quello che ci sembra normale o strano è semplicemente cultura, diversa tra popolazioni, che è anche ciò che costituisce la nostra ricchezza.
La lezione termina qui, buon fine settimana a tutti."

Alessandra Cicinelli

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