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giovedì 22 luglio 2010

Basta kakàje

Amanda sta per compiere due anni, e da qualche qualche settimana si è lanciata nell'universo linguistico con estrema spericolatezza. Ieri sera, in terrazzo, mentre noi grandi stavamo cenando, si è avvicinata chiedendomi: "papà dziukàle", che sarebbe "giocare" e dopo un po' si è sbilanciata in un più accurato "papà dziukàmo".
Mi fa piacere vedere i suoi progressi, ma un po' mi spiace che stia abbandonando una sua parola totemica (chi mi legge ricorderà che un'altra era kunga), vale a dire kakàje, che aveva coniato ormai quasi un anno fa, agli albori del suo rapporto con il linguaggio.
Era stata una delle sue prime performance e uno dei miei primi successi interpretativi. Ci vuole infatti un bel po' di immaginazione a capire che kakàje sta per "giocare", ma molto presto Amanda ne aveva fatto un suo grido di battaglia. Al mattino dopo aver preso il latte nel lettino, scattava in piedi come un soldatino,  urlando: kakàààje!, che diventava anche la motivazione principale per andare al nido (kakàje!) e il motivo più bello per tornare a casa (kakàje!). Rebecca, la sorella maggiore, lo aveva addirittura convertito nella radice di un verbo dell'idioletto familiare, per cui le diceva: Amanda, kakajamo? Andiamo a kakajàre?
Ecco, anche questo pezzettino dell'infanzia di Amanda se ne sta andando (la kunga ogni tanto riappare, ma è quasi una citazione ironica, la sua...) e lo lancio nella Rete per lasciarne memoria.
Qualcuno dovrà cominciare a ragionare sul fatto che Internet non è solo un eterno presente, e che molti di noi anzi utilizzano questo mezzo per lanciare messaggi in bottiglia sperando di trovarne traccia nel futuro.

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