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venerdì 3 settembre 2010

Hic sunt leones

Marco Ventura, sul CdS del 29 agosto, parla dei “confini della chiesa valdese”, e lo fa in modo curioso o, direbbe lui, “strano”. Ci racconta che i valdesi sono gente di confine: “Oltre Pinerolo, la Val Pellice è Italia di confine”. Lì, nelle valli orientali delle Alpi i valdesi, “protestanti” ante litteram, hanno combattuto per la loro libertà di culto, sono stati perseguitati per secoli dalla Chiesa Cattolica senza piegarsi mai, pronti a risorgere nelle loro piccole e orgogliose comunità locali.
Per me, che non sono valdese e che ho lasciato il cattolicesimo molti anni fa, che sono del Nord ma ho sangue meridionale, che amo il mio Paese e insieme ne detesto alcuni tratti, i valdesi sono sempre stati un segno forte di discontinuità nello stereotipo nazionale, la garanzia che si può essere italiani in mille modi diversi, non necessariamente mangiando spaghetti con la pummarola, non obbligatoriamente sottomessi a versioni più o meno bieche, più o meno rispettabili di papismo, lontani dal “Franza o Spagna purché se magna”. I valdesi sono stati, da italiano, la garanzia che dentro l’espressione geografica Italia ci stanno un sacco di diversità da valorizzare, che un modello nazionale uniforme non ha mai preso piede, per fortuna, perché come nazione siamo (a volte sanamente, a volte patologicamente) legati ai nostri saperi locali, alle nostre storie un po’ comunali, un po’ valligiane.
In sintesi, per me, italiano non valdese, i valdesi sono stati uno stimolo e una garanzia, una bella comunità minoritaria e una parte integrante dell’identità complessiva, multiforme, variegata degli italiani.
Ventura però ci dice che sono “un piccolo popolo strano”, perché usano l’otto per mille per iniziative umanitarie e non per foraggiare il loro clero (che si sostenta con le decime della comunità); perché hanno per capo un pastore donna e, udite udite, “trovano fisiologico discutere in pubblico e contarsi”.
Ma oltre ad avere queste stranezze, i valdesi, nel loro ultimo sinodo, hanno stabilito che le unioni omosessuali possono essere benedette “laddove la chiesa locale abbia raggiunto un consenso maturo e rispettoso delle diverse posizioni” (che a me pare l’unica posizione sensata che si possa prendere sul tema) e hanno ribadito la loro contrarietà all’esposizione indiscriminata del Crocifisso nella scuola pubblica, dato che non è necessario essere Cattolici (o anche solo Cristiani) per essere buoni italiani, e loro ne sono la prova.
Ora, visto che i valdesi manifestano una posizione che non è esattamente identica a quella della Chiesa Cattolica, cosa ci dice il buon Ventura? Fa il giochino che alcuni italiani fanno dal 1200, vale a dire nega agli avversari il diritto di appartenenza alla comunità nazionale, con queste parole che sotto l’apparente bonomia sono di una ferocia etnica terribile nella loro volontà di purezza: “Questa Val Pellice è sempre più sul confine e sempre meno Italia”.
Quando ho letto queste due righe finali ho sentito un fremito lungo la schiena, prima di sdegno per questo squadrismo nazionalista (se non sei come “la massa”, allora non sei italiano) e poi di paura per quel che può presagire un simile modo di pensare.
Consiglio a Marco Ventura un bel giro su Google Maps, dove potrà verificare che la Val Pellice è territorio italiano a pieno diritto e pieno titolo. Essere italiani non significa necessariamente essere contrari ai matrimoni gay o volere il Crocefisso nelle scuole pubbliche, e in generale non significa nessuna scelta politica. Si può essere italiani da diverse prospettive, da tanti e contraddittori punti di vista, dato che quel che ci unisce è un patrimonio culturale, la condivisione di un orizzonte storico, la consapevolezza della posizione geo-strategica del nostro Stivale, e altri tratti “culturali” tra i quali, purtroppo, il vizio dell’ostracismo, la tendenza a considerare l’appartenenza nazionale un bene a disponibilità limitata, e quindi da negare a quelli che paiono diversi o, dice Ventura, “strani”. Negando italianità ai valdesi, quindi, Ventura dimostra di essere “tipicamente” italiano, e purtroppo glielo riconosco, anche se non mi piace. Ma ci sono, per fortuna, altri modi di essere pieni cittadini d questo martoriato Paese, e i valdesi sono sempre con noi, tra noi, noi, per ricordarci che abbiamo delle alternative, sempre, e che non siamo necessariamente costretti ad accettare una visione miope e gretta della nostra identità collettiva.

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