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martedì 22 aprile 2008

Mi voglio rovinare


Alla fine vi ci metto sopra anche la bici mountain bike con cambio shimano. Però prima abbiate un'altra prova del mio tempismo da ufficio stampa aggressivo.
Qui potete trovare un mio pezzo (questa volta serio, non come il precedente) sull'immagine degli albanesi visti dall'Italia. Si intitola Pinocchi, balordi e ballerini. il mutamento dell’immagine degli albanesi nei mezzi di comunicazione italiani (1997-2006) e l'ha pubblicato una bella rivista di antropologia, Achab, che potete scaricare per intero in pdf.

martedì 5 giugno 2007

Leopardi e Berlusconi (e la questione nazionale)

Bene, è andata così. Io ho messo 50 euro e Berlusconi quelli che mancavano per arrivare a 100.000. Mi sembra di essere Troisi in Ricomincio da tre, quando parla al fratello ricco per il regalo del compleanno di mammà: “Io e nostra sorella mettiamo 50mila, tu metti 450mila…”
Sono contento, veramente. Antonio Moresco, che aveva creduto all’importanza di impegnarsi per questa battaglia, si chiede (tra il sorpreso e l’amareggiato) come mai abbia trovato risposta solo nella destra (prima Libero, che ha scritto della cosa, e poi Berlusconi che ha risolto la faccenda), e anzi ci racconta che un “famoso giornale di sinistra” (ma perché questa omertà? Ce n’è bisogno? O era Repubblica oppure, meno probabile, il manifesto, ce lo fa sapere, per cortesia?) a cui si era rivolto gli aveva fatto capire che la cosa non gli interessava proprio.
Quando avevo postato la prima volta su questa storia mi ero reso conto che non sapevo come scriverne. Parlando bene di Leopardi tradotto in inglese mi rendevo conto che avevo paura di cadere nel “retorico”, nel “nazionalismo” d’accatto.
E infatti mi sono censurato riscrivendo un paio di frasi in tono meno enfatico, dove non si capiva “quanto” mi attraesse anche emotivamente quest’idea di far leggere agli anglofoni la ricchezza di un uomo che ha scritto nella stessa lingua in cui scrivo io.
Diciamolo, e proviamo ad aprire veramente la “questione nazionale”. Proprio Leopardi (che l’aveva colta con lungimiranza) può essere il giusto spunto per dirlo: l’indifferenza “della sinistra” per questo caso specifico credo dipenda dall’incapacità storica della “sinistra italiana” di fare i conti con forme di appartenenza collettiva trasversali rispetto alla rigida appartenenza di classe. Lo dico a fiuto, ma lo dico anche con la “competenza” di uno che studia le appartenenze collettive, in particolare quelle nazionali ed etniche, da dodici anni. Mentre quella stessa questione è vissuta dalla “destra storica” come un proprio patrimonio.
Insomma, vale ancora il vecchio riflesso condizionato (determinato dagli sfaceli causati dalla retorica fascista in questo campo) per cui ogni cosa che vagamente puzzi di orgoglio nazionale, di amor di patria o di rispetto per la ricchezza culturale di una comunità nazionale viene sdegnosamente schifato da una parte e sensualmente corteggiato dall’altra.
Io la butto lì, ma sarà il caso che ci inventiamo un “patriottismo di sinistra”? Per uno che ormai dalla sinistra è sempre più lontano, forse sarebbe un modo per ricucire fili di discorso ormai sempre più tenui.

mercoledì 25 aprile 2007

Mi a so veneto

Ricordo la prima volta che li vidi, gli adesivi con il leone di san Marco e la scritta “Mi a so veneto”. Erano appiccicati sui vetri dell’imbarcadero dell’Accademia, a Venezia. Ero in prima media, quindi poteva essere il 1974, e non capivo il senso di quella “a”, che forse mi suscitava qualche reminiscenza padovana e generalmente “campagnola” ma che non sentivo per nulla veneta. Poi comparvero gli annunci dei “corsi de lengoa veneta”, e già allora sentii quanto di costruito e artificioso c’era in quell’operazione. Solo molti anni dopo avrei letto di nation building, di processi di omogeneizzazione culturale e di “invenzione della tradizione”, ma il fatto che si parlasse di “lengoa veneta” mi suonava (senza aver ancora letto Meneghello), al più, ridicolo. Non perché avessi qualche pregiudizio a considerare lingua ciò che era un dialetto, ma perché sapevo, per storia familiare e semplice orecchio, che veneziano e padovano, vicentino e trevisano, bellunese e veronese (per non parlare del rovigotto, di come si parlava a Ceggia (Théia in vernacolo) e Campagna Lupia, o Salzano...) erano troppo diversi, veramente troppo, per poter essere frullati in una qualunque koinè linguistica.
Ora tutti a lamentarsi che il Veneto se ne va in pezzi. Ferdinando Camon sulla Stampa della settimana scorsa (riportato sul Foglio rosa di lunedì 23), ripreso oggi (per fortuna criticamente) da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, si strugge per il fatto che un Veneto senza più Treviso (o Borbiago, o Badoere, o Zero Branco, non so più) non sarebbe più “veramente” Veneto. Argomento che mi lascia perlomeno perplesso, tanto più se applicato a Cortina, che di veneto nulla mai ha avuto, se non i dominatori e i villeggianti, un po’ come dire che Cuba era statunitense perché ci andavano in vacanza i ricconi di Miami.
Il punto è che hanno liberato il mostro del localismo proprio in Veneto (su Wikipedia in “lengoa veneta” ne parlo un’altra volta), all’inizio degli anni Settanta (molto prima di Bossi e della Padania) e adesso ne pagano le conseguenze. Il Veneto non esisteva prima che si iniziasse a brandirlo come un martello, allora contro i teroni, e poi i neri e gli slavi. C’era Venezia, una volta, potenza imperiale che teneva le sue terre col ferro e col fuoco, e che riscuoteva le tasse e pretendeva intere foreste come tributo. Ora che ce l’hanno imposto a forza di “popolo veneto” e “cultura veneta” io trovo solo piacevole e giusto che sto cazzo di Veneto vada a farsi fottere. E con lui tutta la retorica dell’autonomia regionale, dei Governatori e della deregulescion.

mercoledì 14 febbraio 2007

No, non si può dire

Venerdì scorso (9 febbraio) era ospite a Ventotto minuti Anna Maria Mori, figlia di profughi istriani, che presentava il suo libro Nata in Istria (Rizzoli). Durante l’amabile conversazione con Barbara Palombelli parlava delle bellezze dell’Istria e delle bruttezze dell’esilio. “Quelle terre che - possiamo dirlo? Massì possiamo - sono nostre”. Queste (a memoria mia) le parole della conduttrice.
Se le parole di Napolitano sono benvenute e benedette, perché offrono un conforto a cuori maltrattati per decenni, non credo che questo ci autorizzi a dire che quelle terre “sono nostre” se, come sembrava dal contesto, si tratta di una rivendicazione nazionale.
Il dramma di troppe terre come l’Istria è stato quello di non veder riconosciuto da un certo momento in poi il proprio carattere multiculturale e meticcio. Aree come la Macedonia, l’Irlanda del Nord, i Paesi Baschi, il Kosovo, la Bosnia sono costitutivamente molteplici e multiformi, attraversate dalla diversità (di volta in volta linguistica, culturale, religiosa, “razziale”, o un insieme di queste variabili), ed è quando questo dato di fatto è stato negato (spesso prima dagli stati “proprietari” e poi dai gruppi maggiormente presenti in determinate fase storiche) che sono successi i peggio casini.
L’Istria era una regione in cui convivevano tradizioni culturali slave (di lingua slovena e croata) e italiche (di lingua veneta) e se è vero che le città più importanti avevano nomi italiani ciò dipende dal fatto che la stratificazione sociale coincideva con quella etnica, per cui salire lungo la scala sociale significava anche cambiare quadro di riferimento culturale. Dato che una certa cultura urbana e imprenditoriale si era sedimentata durante il possesso veneziano, urbanizzarsi e passare dalla condizione di contadino a quella di commerciante implicava di fatto un processo di italianizzazione. Viceversa, scendere lungo la scala sociale era inevitabilmente collegato a una progressiva slavizzazione culturale. Sono innumerevoli gli esempi storici di questi passaggi culturali associati a un cambiamento di status sociale, che a noi sembrano particolarmente strani perché siamo cresciuti (quasi sempre inconsapevolmente) dentro la religione delle radici culturali, che ci sembrano un dato di fatto immutabile (ma aspettiamo che prenda veramente piede la retorica del Dna, e poi vedremo che succederà).
L’Istria è vissuta di questo, l’Istria è stata questo per diversi secoli: una terra in cui nelle città tutti sapevano parlare il veneto e un po’ la lingua dell’altro perché l’altro spesso non era poi così lontano (a volte era parente dimenticato) e nelle campagne si parlavano lo sloveno e il croato sperando spesso di poter imparare un po’ di veneto. Dire, oggi, che quelle erano “terre nostre” rischia di nutrire una nostalgia rancorosa che non serve a nessuno, né a chi ha sofferto il dramma delle morti, delle fughe e dell’esilio, né a chi è rimasto cercando di dimenticare, né ai nuovi arrivati spostati dalle aree orientali della Jugoslavia da Tito per de-italianizzare la regione in modo definitivo e che comunque sono lì da sessant’anni e non si capisce perché, dopo tanti anni, ormai nati e cresciuti nell’Istria jugoslava e poi slovena e croata, dovrebbero sentirsi ospiti sulla terra di qualcun altro.
Come sempre in questi casi, il confine tra il cinismo politico da un lato (il negazionismo di cui parla Gianni Cervetti sul Corriere del 12 febbraio) e il furore nazionalista dall’altro (che nessuno spazio di legittimità aveva lasciato agli “slavi” nell’Istria italiana) è flebile e sottile, e bisogna passarci dentro senza farsi pizzicare dall’orgoglio o dal calcolo, per arrivare a capire davvero il dolore dei popoli esiliati, senza per questo mettersi a giocare agli apprendisti stregoni con le alchimie dei confini politici. L’Istria, vivaddio, non è “terra nostra” in quanto italiana, è terra di dolore che appartiene agli individui che l’hanno costruita, calpestata, coltivata, amata, senza dare precedenze a una lingua o all’altra, a uno stato o all’altro. Benedetta l’Unione Europea, da questo punto di vista: appena anche la Croazia vi farà ingresso, potremo tutti dire che l’Istria è “cosa nostra”, di noi Europei.