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martedì 3 maggio 2011

Il pudore coatto di Facebook

Peppino Ortoleva, introducendo le sue illuminanti riflessioni su come la “società dell’informazione” abbia prodotto un modello culturale “svergognato”, in cui la parola d’onore non ha più senso e il pudore dell’atto sessuale e del corpo in generale non ha più luogo, individua una fulminante sintesi morale del senso della pornografia:

E’ in questa chiave, d’altra parte, che possiamo comprendere anche l’aspetto più rassicurante per il singolo utente [...] del consumo di pornografia: l’esperienza in cui la più disincarnata delle merci, l’informazione, prende il posto di uno dei più intimamente rischiosi tra gli atti personali, il rapporto erotico (Il secolo dei media, il Saggiatore, Milano, 2009, p. 134, enfasi aggiunta da me).

Non posso non pensare che questo effetto rassicurante della
trasformazione del corpo in informazione sia in realtà molto più esteso del solo consumo di porno, e si possa considerare alla radice del successo della dimensione cosiddetta social della Rete, massime di Facebook.
La metafora dell’amicizia dentro Fb andrebbe presa per quel che è: la relazione fisica che intercorre comunque tra due amici e in generale tra due persone che interagiscono (al di là, cioè molto prima, del “rapporto erotico”),  che nel social network viene ricondotta a più miti consigli, ammansita dentro l’informazione che ognuno di noi decide (o pensa di decidere) di rendere disponibile.
In termini rigorosamente cibernetici (vale a dire di informazioni quantificabili) il corpo è una macchina del tutto fuori controllo, che letteralmente “perde” informazioni da tutte le parti. La pelle, gli occhi, i muscoli facciali, la postura, il tono di voce, l’odore che emaniamo: tutto questo ci disvela continuamente. Il corpo è quel coglione che non sa tenere un segreto molto prima di essere nudo in un letto. Il corpo la dice lunga anche quando noi vorremmo farla breve.

- Ciao come stai? (Madonna che colorito, deve avere minimo un cancro)
- Che hai fatto lì sopra? (Dio che puzza)
- Niente, una botta (Dio che buon odore che ha)
- Guarda come ti stanno bene i capelli (Guarda come perde i capelli)
- Ti trovo in forma (non mi ero mai reso conto che avesse caviglie così sottili)
- Ti vedo un po’ giù (quando si gira sul profilo sinistro si vede un ciuffo di peli che gli escono dalla narice, che orrore)
- Aspetta che raccolgo la penna (si accorgerà che sono ingrassato?)
- Prego passi pure (guarda che culo)
- Ce l’ha biglietti dell’ATAC? (guarda che orecchie strane/che occhi belli/ che mani sgraziate/ che X connotato in modo Y)

Ognuno di noi può continuare per ore a simulare battute come queste, che danno forma a qualunque conversazione, e che ci costringono ad ammettere che non siamo veramente padroni di quel che comunichiamo se non in parte.
Facebook, allora, prende su di sé l’incarico di ridarci un onore, per quanto posticcio; di farci provare un po’ di pudore illudendoci che quell’assenza corporale stia per un suo controllo da parte nostra. Siamo incapaci, cioè dentro di noi il nostro corpo non si capacita, non ci sta, travalica per forza, deborda, spruzza e schizza ben prima del piacere sessuale e allora, intimoriti dalla mancanza di controllo, tremebondi per quella spudoratezza dei nostri corpi (che tutto il resto del sistema delle merci ci dice invece di esporre, di rendere appetibili e sessualmente aggressivi) invece di provare a farci i conti in maniera umana (ok, sono qui, non sono Clooney e la tartaruga l’ho lasciata allo zoo, ma esisto e ho questo e questo da dire e da fare) preferiamo rimuovere il problema alla radice, creando una nuova forma di comunicazione che sembra fisica quanto più elimina il corpo vero dalla scena effettiva.
Certo, lo so bene  che oltre a Facebook c’è la vita offline, e che anche volendo non possiamo rinunciare a “fratello asino” (come Francesco d’Assisi chiamava il corpo) ma trovo triste e preoccupante che un numero sempre maggiore delle nostre relazioni possa passare per uno strumento che intenzionalmente soffoca la voce e riduce il resto del corpo a un’effigie innocua, a una foto postata, magari dopo un ritocchino con Fotoshop.

PS Posto queste righe sul mio blog. Se le leggete attraverso Facebook, fate finta che ve le abbia lette di fronte a voi, uno per uno.