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venerdì 23 settembre 2011

Teatro dell'assurdo

La scena si svolge in una stanza piena di roba: quadri ammassati a terra, resti archeologici, souvenir di vario gusto, un bailamme che rivela una lunga storia, solo in parte prestigiosa, ma comunque una storia vivace per quella stanza.
Ogni parete ha almeno una porta. Alcune sono spalancate, altre socchiuse, altre chiuse a momenti. Dalle porte entra ed esce di tutto: persone e cose, suoni, musica, immagini, oggetti di lusso e robaccia di pessima qualità. Le persone che entrano a volte si fermano, altre sono solo di passaggio. I più, che rimangano o vadano, lasciano traccie materiali del loro esserci stati: un piatto sporco, un'agenda consunta, un telefonino nuovo.
Nella stanza, fin dall'inizio, vi sono tre uomini. Ne sono i responsabili, spetta a loro averne cura, fare in modo che la vita lì dentro possa essere decente, e garantire a chi verrà dopo di loro che la stanza continuerà ad essere riconoscibilmente tale (e non uno sgabuzzino, non un mercato all'aperto, non lo scantinato di qualche altra stanza).
Il primo uomo è vecchio, basso e pelato, e gira per la stanza ossessionato dai suoi ricordi di gioventù. Canticchia una canzone napoletana con accento strano, ribalta un po' di roba a caso, aumentando il disordine in giro, convinto che da qualche parte, nascosta con malizia dai suoi nemici, ci sia la sua giovinezza, ma che lui saprà ritrovare, per dio. Di quel che entra ed esce dalla stanza non gliene potrebbe importare di meno, in questo momento come in tutti i momenti precedenti della sua vita.
Il secondo uomo è praticamente una larva. Biascica e si trascina zoppicante mentre la bava gli gocciola sul mento, si vede che ha sofferto gravemente nel fisico e che questo ha lasciato tracce pesanti sul suo animo. Un tempo uomo veramente potente, in grado di trascinare le folle dei suoi seguaci con slogan rozzi ma emotivamente coinvolgenti, ora vive come un re Lear inconsapevole (è troppo ignorante per sapere chi fosse re Lear), timoroso di perdere fisicamente lo scettro che simbolicamente non regge più da tanto tempo, e trasforma questa naturale paura in patetica vis polemica, che rivolge più o meno a caso contro questo o quello degli uomini che entrano nella stanza: Fuori dalle palle! Tiè! Fanculo qui, fanculo lì. Tutti (anche gli altri due reggenti) lo guardano ormai come si guarda a un errore di gioventù, con un misto di compassione e rimorso.
Il terzo uomo in realtà è un bambino. Impacciato e timidissimo, si è convinto per una serie di curiose coincidenze di essere intelligente, anzi, di essere un genio. E' sempre arrabbiato con gli altri due perché, a suo dire, non gli riconoscerebbero la sua genialità, ma si dimentica che se è uno dei tre responsabili della stanza lo deve solo a quei due disgraziati, che avevano bisogno di un coglioncello affidabile e l'hanno messo lì dove ora sta. Gravato di un difetto di pronuncia che lo rendeva lo zimbello della scuola fin dall'asilo, ha convertito i suoi complessi di inferiorità e la sua goffaggine in sdegno rugginoso,  che elargisce all'universo mondo senza il minimo senso del pudore. Diversamente dagli altri due, che non hanno alcun interesse vero per quel che succede fuori dalla stanza e vi entra dalle numerose porte, il bimbo antipatico crede di sapere perfettamente come vanno le cose, e ogni tanto si lancia in un predicozzo che qualcuno finge di ascoltare.
Intanto la stanza continua a mutare, il passaggio costante di cose e persone diventa sempre più frenetico, sempre più ingestibile in quel caos sregolato dei tre che dovrebbero esserne i guardiani. Alcuni di quelli che arrivano vorrebbero stabilirsi, chiedono come si fa, ma nessuno spiega loro alcunché. Le voci che entrano ed escono si contraddicono, si sovrappongono, il rumore è sempre più indescrivibile. Il bimbo con le automobiline dice che se ne va a giocare da un'altra parte, il nonno napoletano gli prende uno stranguglione ogni giorno per il dispiacere a vedere tutto quel casino e i tre che non fanno nulla.
Siamo un paese moderno.
Viva l'Italia


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