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giovedì 6 ottobre 2011

Il corpo di Steve


La morte di Steve Jobs ha rimesso in circolazione un filmato di qualche anno fa, quando tenne la prolusione per la laurea del 2005 all’Università di Stanford. Ho rivisto Jobs raccontare la sua storia di bambino dato in adozione, la sua storia di licenziato dalla Apple, il racconto di come gli diagnosticarono il tumore al pancreas e c’era qualcosa di molto americano in quel che vedevo, come in quel che ascoltavo. Ho già notato come gli americani siano in grado di fare discorsi che noi italiani ce li sogniamo. Anzi, non ce li sogniamo proprio. Lo spazio pubblico del discorso qui da noi è tutto relegato alla fredda comunicazione, non c’è alcuna conoscenza profonda che venga tramandata nei nostri discorsi, non ci sono sfide alte da affrontare, ma sempre la pedanteria delle piccole cose. Siano numeri o concetti, se ne parla, da qui, dall’Italia (ma ho il sospetto sia una tendenza europea, il che potrebbe spiegare alcune cose sul declino del nostro continente) sempre con un po’ di sopracciglio sollevato, sempre un po’ distaccati (quando non del tutto distaccati), sul filo tra ironia e noia. Steve Jobs (che dicono avesse poi un pessimo carattere sul lavoro) invece no, in quel discorso ci ha messo un sacco di passione, di energia, di ingenua sincerità. Robe americane, viene da dire, ma poi sono quelle robe lì, se ce l’hai, che ti fanno inventare il MacIntosh, l’iMac, l’iPod, l’iPhone, l’iPad. Se non sei un pazzo visionario, un esaltato che vede attraverso il mondo per trasformarlo con la tua testa, allora non puoi né fare quei discorsi (Stay hungry! Stay foolish!, ce li vedete Marchionne, Della Valle, Montezemolo?) né inventare quelle cose.
Ma è il corpo che mi ha colpito più di tutto. Perché, uno pensa di primo acchito, il corpo non manca certo nella sfera pubblica italiana: siamo letteralmente invasi dai corpi, da quello volgarmente conturbante della Minetti a quello raccapricciante di Emilio Fede, per non parlare ovviamente del corpo di Lui, abbronzato, liposucchiato, botulinato, trapiantato, ferito, naylonato, in tutte le salse.
Ma è proprio questo il punto. Quando parla Obama o quando parla Seve Jobs (ce l’avete presente l’immagine filiforme di questi ultimi anni nelle presentazioni allo Yerba Buena Center di San Francisco, con il maglione nero girocollo e i jeans sempre più larghi) vedete dei corpi tutti dentro quello che fanno, in totale contatto armonico con le parole e il significato di quelle parole, mentre la comunicazione pubblica italiana è del tutto schizofrenica, il corpo tracima nelle notti di Arcore da un Reale Politico che invece lo indoppiopetta, lo imbrillantina, lo sfina nei gessati verticali. Non so come dire, anzi lo so come dire: quelli sono dei pupazzi, delle marionette che con la voce chioccia dicono parole senz’anima, e tali rimangono, pupazzi, anche quando se ne fanno otto in una sera (solo un pinocchio gonfio di viagra può mettere in scena il sesso ridotto a fordismo), e poi nei discorsi pubblici non c’è una parola, un gesto, un’espressione facciale che non suonino false, e l’unico modo per conquistare l’uditorio è raccontare patetiche barzellette zozze, mentre Steve Jobs che prende la bottiglietta d’acqua da mezzo per bere tra una frase e l’altra, ed è evidente che lo deve fare perché si sta emozionando, è un essere umano, cioè un corpo vivo che dice parole vive.
Ancora oggi è molto più vivo quel suo discorso di sei anni fa di tutto il ciarpame senz’anima della parola pubblica italiota.

2 commenti:

simone rrr ha detto...

splendido commento. grazie! lo scollegamento tra corpo e parole forse ci deriva dalla nostra lingua che astrae molto facilmente.

paloma ha detto...

Ho provato le stesse emozioni nel sentire il discorso di Jobs...e ho concluso che noi 'italiani'siamo molto diversi.