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giovedì 22 maggio 2008

Diritto di cittadinanza


Non sono pregiudizialmente ostile al governo in carica. Se non avessimo “questa” destra, e se da qualche parte esistesse una destra sinceramente liberale, come quando nacque, credo che alla fine sarei di destra. Sono troppo individualista, e tutto quello che mi suona omogeneizzazione, livellamento, eguaglianza scatena subito il mio sospetto. Per questo amo Bersani più di Tremonti, Giavazzi infinitamente più di Alemanno: perché mi trovo d’accordo con la sinistra liberale in quanto liberale più che in quanto di sinistra.
Faccio questa premessa sperando che chi mi legge e questo governo l’ha votato non consideri le mie parole dettate dal pregiudizio politico.
Dicevo nel post precedente che con gli studenti di Napoli stiamo leggendo Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, di Taylor e Habermas, sperando di fornire qualche strumento di analisi e riflessione sullo stato attuale della società italiana e dei suoi rapporti con “lo straniero”.
La presentazione, ieri, di un disegno di legge che prevede il reato di clandestinità mi offre l’opportunità di far vedere come uno studio “teorico” possa diventare uno strumento di posizionamento politico.
Habermas contesta a Taylor, soprattutto, la prospettiva (che Taylor del resto espone proprio per contestarla) del “liberalismo procedurale”, cioè del formalismo del liberalismo che, senza assumere alcuna posizione etica su quel che andrebbe fatto per perseguire una “vita buona”, si deve limitare a porre le regole sui rapporti formali tra cittadini, in modo che poi ognuno possa, individualmente, perseguire il suo ideale di “vita buona”. Secondo Taylor, insomma, il liberalismo classico è costretto a sottrarsi a qualunque giudizio etico, ed è proprio questo formalismo che gli impedisce di comprendere le finalità delle minoranze e delle comunità culturali, di cui finisce per ignorare i diritti (da cui il comunitarismo per cui Taylor è diventato famoso).
Habermas, in sostanza, dice che questa presentazione del liberalismo avanzata da Taylor per argomentare a favore del comunitarismo dei diritti collettivi è falsa e fuorviante, dato che ogni sistema giuridico ha una sua “pregnanza etica” che gli deriva dal fatto di essere l’espressione storica (culturalmente determinata ed eticamente orientata, quindi) della comunità (nazionale) che l’ha espresso e formulato.
Ogni corpus legislativo, quindi, cerca non solo di incarnare una serie di principi morali nella sua costituzione (individuando quel che è “buono per tutti”, universalmente) ma è storicamente costretto (anche quando non lo vorrebbe, eventualmente) a rispecchiare nel suo sistema di leggi la storia etica (quel che è buon per “noi”, che quelle leggi le dobbiamo rispettare) e culturale di quel “popolo”. Per l’Italia, l’abolizione della legge sul delitto d’onore, l’introduzione della legge sul divorzio e infiniti altri casi ci dimostrano che ogni sistema giuridico è imbevuto della storia della nazione che se l’è dato, e quindi muta nel corso del tempo anche per corrispondere ai principi etici che quella nazione elabora con il passare del tempo.
Questo fondamento etico dello stato democratico non va ovviamente confuso con lo stato etico totalitario perché completamente diverso è il cittadino dei due ordinamenti. Mentre infatti nei sistemi totalitari il cittadino deve obbedire a leggi eteroprodotte paternalisticamente da una casta “per il suo bene”, ciò che infatti caratterizza lo stato democratico liberale è il principio giusrazionalista del contratto: i cittadini stanno assieme per un patto che hanno tutti sottoscritto, e obbediscono alle leggi perché sono loro stessi (direttamente o più spesso attraverso l’istituto della rappresentanza) ad essersele date. Il soggetto dello stato democratico è libero e autonomo (in senso kantiano) perché obbedisce a leggi che egli stesso si è dato, quindi la sua soggettività di soggetto privato (che ha dei diritti e dei doveri) nasce necessariamente assieme alla sua soggettività di soggetto pubblico, che partecipa alla vita civile (la sfera pubblica) e politica (legislativa).
In sostanza, dice Habermas, una società è democratica se ha una sfera pubblica in cui è possibile per lei dibattere sulla sua natura, autocomprendersi per poter far rispecchiare questa autocomprensione nel diritto, pena la perdita di autonomia e libertà dei soggetti (che altrimenti si troverebbero ad obbedire a leggi che non hanno scelto). Se non c’è una sfera pubblica in cui la società si rispecchia, è inevitabile che il passare del tempo produrrà uno scollamento tra autorappresentazione e sistema giuridico, e quindi i cittadini cesserebbero di essere tali perché si troverebbero a dover sottostare a leggi che non hanno scelto e sottoscritto come espressione anche etica della loro stessa comunità.
Come si vede da questa impostazione rigorosamente liberale, il sistema giuridico di un paese che si voglia democratico deve parlare dell’autorappresentazione e autocomprensione di quel paese, ma non può parlare dell’Altro perché se si legifera sull’Altro si sta producendo un oggetto sociale, che deve obbedire a una legge senza aver potuto partecipare alla sua stesura. Anche quando sanziona i reati, la legge deve sempre e solo parlare di “noi” membri della comunità: noi diciamo che chi tra noi fa questo viene punito e può, al limite essere espulso dal noi, ma perché quella legge sia legge democratica dobbiamo tutti convenire che vi sia totale coincidenza tra quanti quella legge l’hanno elaborata e quanti a quella legge devono obbedire. Se si esula da questo principio (che cioè la legge è sempre “eticamente pregnante” nel senso che riguarda “noi”, non gli Altri o “tutti”) si decade ipso facto dallo stato liberale democratico. Se una legge riguarda soggetti esterni al corpus legiferante non è una legge che possa appartenere a uno stato liberale democratico.
La proposta di legge sul reato di clandestinità è precisamente una legge di questo tipo: si impone a un oggetto politico (il clandestino) che non ha alcuna possibilità di partecipare alla sua stesura, e quindi è radicalmente non democratica e non liberale. Non mi sorprende che questa proposta di legge sia stata voluta dalla Lega Nord, che per totale mancanza di cultura politica e giuridica incarna gli spiriti più belluini (e quindi decisamente pre-giusrazionalisti) del nostro paese. Il timore, come mi faceva notare uno studente ieri a lezione, è che lo “spirito della Lega”, il suo bieco localismo etnico, si stia diffondendo in tutto il paese, come dimostrano gli incendi dei campi rom di Napoli della settimana scorsa.
Se si vuole proporre un reato di clandestinità e insieme rimanere dentro il consesso degli stati democratici, è necessario offrire al contempo la cittadinanza a chiunque sia residente in Italia da un certo periodo (diciamo tre anni?), avendo lavorato (non importa se in regola o al nero) e senza aver commesso reati penalmente rilevanti. Questa proposta, che suona ovviamente “scandalosa” in questo periodo, è in realtà una normalissima prospettiva liberale, che dovrebbe trovare d’accordo tutti i buoni borghesi che dentro lo stato liberale sono cresciuti e hanno potuto prosperare. Superare “l’emergenza clandestini” sarà possibile solo quando smetteranno di essere tali. Possiamo e dobbiamo regolare i flussi, ma dobbiamo garantire i diritti di cittadinanza a quanti vengono qui: solo se si sentiranno parte della società civile potranno rispecchiarvisi, senza dover scappare o nascondersi, costretti a cercare altre forme di espressione della propria identità.

MG è una persona della quale devo parlare in forma anonima, per salvaguardare il suo fragilissimo benessere: vive in Italia da sette anni, ma non essendo cittadino UE si è potuta regolarizzare solo con la Bossi-Fini, pur avendo sempre lavorato dieci ore al giorno. Ha il visto in scadenza a giugno 2008, e per poterlo rinnovare ha dovuto accettare un contratto di lavoro capestro, dato che se avesse continuato a lavorare al nero non vedrebbe il suo permesso di soggiorno rinnovato. Ora lavora dieci ore al giorno ma il contratto parla di cinque, per cui i contributi versati sono part-time.
Non può dire nulla perché ha paura che il datore di lavoro rescinda il contratto e quindi si troverebbe a giugno senza occupazione e automaticamente senza rinnovo del permesso. MG abbassa la testa, continua a lavorare dieci ore al giorno (anche il sabato e la domenica, dato che i mille euro al mese concordati per il suo lavoro finto part-time non le bastano e deve fare il “doppio lavoro” nei week end, dato che paga un affitto di 600 euro, per una casa di 45 metri quadri in periferia, e la sua è una situazione sicuramente vantaggiosa rispetto a quella di molti altri lavoratori non UE a Roma).
Il fatto che io debba scrivere di MG in forma totalmente anonima è un segnale gravissimo della sua condizione: dal punto di vista dei diritti, dal punto di vista della sua soggettività di individuo, MG non esiste, non deve esistere. E ora una legge le parlerà ancora direttamente, e le dirà quel che lei è o non è. Senza che lei possa partecipare, senza che lei possa replicare. Non possiamo accettare che questo modo proceda oltre, se insistiamo a definirci liberali e democratici.

martedì 20 maggio 2008

Multiculturalismo

Per ragioni esclusivamente didattiche, sto provando a digerire a fondo (dopo una lettura del tutto superficiale nel 2005) Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, un libro che raccoglie due scritti separati, uno di Charles Taylor, l’altro di Jürgen Habermas. Due posizioni anche molto distanti, ma che si vede speranzosamente (stavo per scrivere: disperatamente) alla ricerca di un modo per affrontare la società multiculturale e le aporie che inevitabilmente questa solleva di fronte all’ideologia dello stato nazionale ancora in gran parte centrata sulla nazione come corpo compatto di cittadini che condividono un unico orizzonte etico-culturale.
Al di là delle diverse posizioni (preoccupato da come il comunitarismo tenda a produrre una concezione reificata e fasullamente compatta di cultura, io propendo per l’individualismo di Habermas, che prova a mantenere il diritto alla propria cultura nell’ambito del dibattito della sfera pubblica, sottraendolo quindi alla dimensione giuridica dove lo collocherebbe invece Taylor) mi fa impressione più come mi immagino questi filosofi al lavoro:
sono esploratori ciechi di una terra sconosciuta, e a tentoni provano a dirci quel che sta giusto un passo più in là, così che possiamo evitare gli ostacoli più impervi, le buche, o anche solo di fare male agli altri che come noi stanno andando in quella direzione. Sono come volontari in avanscoperta, quel che ci riportano sono comunque idee approssimative, sperando che servano.
Lo dico ai miei studenti di Napoli. Proprio in questi giorni, in cui si bruciano campi nomadi e si preparano leggi che sembrano dare per scontata l’equivalenza tra clandestinità e crimine, io sto qui a raffinare strumenti analitici che sembrano veramente campati per aria. Forse, ma solo forse (e lo dico proprio perché non ho molto da dire “in concreto” su quel che sta succedendo in Italia in queste settimane), siamo, io e i miei studenti, come i biologi di un laboratorio, che mente fuori infuria una terribile epidemia, altro non possono fare che scrutare vetrini, impiantare colture e mettere a punto reagenti. Sperando, dentro l’assurda serenità della scienza, di trovare un rimedio al male lì fuori.

lunedì 5 maggio 2008

Effetto Rutelli


Ho votato Rutelli, anche al ballottaggio, e a una settimana dal fattaccio vorrei dire la mia. Non mi piace come sia passata senza ostacoli l’interpretazione che “Rutelli ha perso sulla sicurezza”. Dopo l’uscita sul braccialetto elettronico, e dopo aver “rinfacciato” ad Alemanno di essere colpevole di aver regolarizzato centinaia di migliaia di immigrati che lavoravano in Italia senza permesso di soggiorno, non si capisce proprio cos’altro poteva fare il bel mascelluto sulla sicurezza (riaprire le camere a gas?). A guardare le cose con un filo di distacco (no, proprio non ce la faccio a strapparmi le vesti perché ha vinto Alemanno) mi sembra che ci siano stati due fattori del tutto trascurati nell’analisi, che hanno contribuito, uno al primo turno, e l’altro al ballottaggio, alla sonora sconfitta del Partito Democratico romano.

1. Il primo fattore lo chiamerei semplicemente “effetto Rutelli” e si misura con lo scarto tra la percentuale bulgara dell’ultimo Veltroni capitolino e lo striminzito 44 per cento di Rutelli al primo turno. Le migliaia di voti perduti sono conseguenza del fatto puro e semplice che a Roma Rutelli è stato vissuto come un candidato bollito, vecchio, stantio, rifritto, senza un minimo di appeal. Alemanno gli è stato alle calcagna al primo turno semplicemente perché era quello “contro Rutelli”, e se avessero candidato me nelle liste del popolo delle libertà avrei preso più o meno lo stesso. Rutelli se ne è andato da Roma che doveva fare sfaceli nell’Ulivo, e invece l’abbiamo visto diventare un margheritiano sempre più di palazzo, sempre meno in giro in motorino (per non parlare della bicicletta). Eletto sindaco come ex radicale, ex verde, a Roma nel 1993 Rutelli dava l’impressione del nuovo in agguato. Eravamo in piena Mani Pulite, e ci sembrava (era, ovviamente) una faccia onesta, che per la prima volta potevamo votare “noi”.
Nel 2008 Rutelli sembrava lo zio pedante e rancoroso di quel giovanotto. Una maschera da Vecchio Regime. Io “mi sono turato il naso” e l’ho votato, ma molti altri semplicemente non ne hanno visto la ragione. Tutto qui.

2. Al secondo turno, invece ha pesato in maniera fondamentale quel che la sociologia dei media chiama spirale del silenzio. Elisabeth Noelle Neumann ha individuato questo meccanismo negli anni Settanta (il libro è tradotto da Meltemi, una sintesi della sua teoria si trova in Mauro Wolf, Gli effetti sociali dei media, Milano, Bompiani, 1992, pp. 65-78) e si può riassumere in una formula:
una porzione rilevante del pubblico comincia a credere vero quel che crede che gli altri credano.

In pratica, la vittoria di Berlusconi ha fatto sì che molti, a Roma, abbiano cominciato a pensare che “forse Alemanno ce la può fare” e tra gli indecisi questo si è presto tradotto in “Alemanno vincerà le elezioni”. Dato che per molti tra questi soggetti indecisi un fattore fondamentale di scelta del voto è la gratificazione di aver votato per la parte “giusta” (cioè per chi ha vinto), convinti che avrebbe vinto Alemanno, hanno votato per Alemanno per poter dire (in cuor loro più che pubblicamente) di essersi schierati dalla parte del vincitore. Noelle Neumann racconta come scoprì sulla sua pelle questo meccanismo alle elezioni tedesche del 1965: aveva previsto (sondaggi alla mano) un testa a testa tra Cristiano Democratici e Socialdemocratici, ma i primi vinsero con oltre 10 punti di scarto (do you remember?) perché quasi tutti gli indecisi, una volta che cominciò a consolidarsi silenziosamente l’idea che avrebbero vinto i Democristiani, votarono effettivamente per quelli che loro erano sicuri avrebbero vinto, e che con il loro comportamento in effetti vinsero. Dico che per Alemanno è valsa la stessa regola.

Ci tengo a proporre questa mia interpretazione degli ultimi fatti elettorali anche per dare qualcosa da pensare ai Democratici che non sia semplicemente come affrontare la “questione sicurezza”. Certo, avrà avuto un suo peso, ma non quanto l’effetto Rutelli e la spirale del silenzio. Magari la prossima volta propongono un candidato scelto con le primarie e organizzano la campagna elettorale su temi loro, senza andare a rimorchio di quelli del rivale. E senza fare a gara a chi ce l’ha più duro con gli immigrati.

giovedì 20 marzo 2008

Senatus Populusque Romanus (sive Gualterius sive Silvius)


Stavo leggendo un articolo che racconta come il Senato americano sia passato dal 77 a 23 a favore dell’intervento in Iraq nell’ottobre 2002 all’attuale posizione che vedrebbe i contrari vincere 57 a 43 e mi sono reso conto di una banalità: 300 milioni di statunitensi delegano il potere a 100 (leggi: cento) senatori, all’incirca un senatore ogni tre milioni di abitanti. Se si rispettasse la stessa proporzione in Italia, il senato dovrebbe avere (calcolando per eccesso: 60 milioni fratto 3 milioni =) 20 senatori, vale a dire mediamente uno per regione. Facendo gli splendidi, si potrebbe addirittura pensare di raddoppiare questo numero, e saremmo sempre a 40 senatori.
Mi chiedo: se 100 ce la fanno a governare la prima potenza del pianeta, come mai a noi ne servono 315? Ah, sì, forse è colpa di Joseph Grillus e dell’antipolitica che domina la bieca società USA…
(PS) Il presidenzialismo c’entra fino a un certo punto. Non dimentichiamoci che noi ora votiamo direttamente “il premier”, capo dell’esecutivo proprio come “the president”.

martedì 19 febbraio 2008

Oddio, il dibattito?!

Ringrazio Teatina e Gopk per i loro commenti al post precedente. Resto sempre un po’ perplesso a interloquire con anonimi, dato che vengo da una cultura della responsabilità per cui chi parla si presenta con il suo nome e cognome, ma capisco che per altri l’anonimato non ha le connotazioni negative che ha per me, ed è solo un modo per sentirsi più a proprio agio nell’esprimere le proprie idee. Mi lascia comunque da pensare quanto dev’essere percepita tesa (e lontana dal mio egocentrismo illuminista) una vita che non ha voglia di esporsi in prima persona.
Quanto al merito, ammetto che propendo nettamente per la posizione di Gopk. Non tanto per i rispettivi contenuti, di Teatina e Gopk, ma quasi esclusivamente per una questione di stile, che come si sa in politica coincide con il contenuto (risentirsi il pezzo di lezione su “politica come negoziazione per il significato”). Come insegnante, trovo arricchente la possibilità di comunicare con gli studenti (miei?) anche andando fuori tema. L’antropologia culturale è una disciplina onnivora che tende a soffrire vagamente di un delirio di onnipotenza, quindi non ci sono temi su cui non crede di avere qualcosa da dire. Non ho ancora capito se questo sia un bene o un male, ma è così, certamente.
Mi pare che le due posizioni incarnino bene il dilemma antropologico: fino a che punto sono tenuto a capire l’altro, dove finisce legittimamente il mio sforzo? Certo Teatina, se cita Oriana Fallaci come sua autrice preferita (e se espone un tetro Mussolini nella testata del suo blog, responsabile delle leggi razziali del 1938) esibisce una potente passione nazionale che io sento come pericolosa a livello individuale, dato che nasconde dietro la forza (la rabbia l’orgoglio, quelle cose lì, tutte dure e tutte d’un pezzo) la complicatezza dei rapporti tra gli individui. Mi pare insomma un modo per rificcarci ognuno dentro i “nostri” treni, costruendoli quando non esistono più da un pezzo (se mai sono esistiti). Come ho detto a lezione, se non sappiamo dove sta l’altro non riusciamo a triangolare la nostra posizione, ma per sapere dove veramente sta l’altro forse il cannone non è uno strumento particolarmente raffinato. Io all’Eurabia non credo. Perché non vedo l’Europa (mi dite come faccio a non tenere distinti Alex Langer e Umberto Bossi, Giuliano Ferrara e Adriano Sofri, solo per rimanere dalle parti mie?) e non vedo l’Arabia come entità culturale e politica compatta sotto la bandiera dell’Islam. Certo, il fondamentalismo islamico mi terrorizza (raggiunge il suo scopo, per così dire) ma anche quello indù (avete presente cos’hanno fatto nel 1992 in India?) e quello cristiano (ancor più nelle varianti proposte dagli atei devoti come Giuliano Ferrara) e quindi la mia battaglia è perché rimanga aperto uno spazio di comunicazione. Certo, non posso comunicare con uno imbottito di tritolo che si fa saltare in mezzo a un mercato, meglio un cecchino o un check point per avere a che fare con personaggi simili, ma per quanto possibile credo che l’unica cosa sensata da fare, oggi, è provare a comunicare con l’altro. Non solo nella speranza di capire come la pensa, ma anche con la speranza di fargli capire come la penso io. Ho abbastanza fiducia nelle mie idee e sono ancora abbastanza imbevuto di razionalismo illuminista da credere che, se potessi parlarci con un po’ di calma, riuscirei a distogliere più di un fanatico (di qualunque religione o credo politico) dai suoi propositi. Come sono convinto che tirandogli solo bombe la mia capacità persuasiva verrebbe duramente incrinata… Non punto al buonismo a tutti i costi. Penso ai miei figli e al mio compito di lasciar loro in eredità un mondo migliore di quello che ho ricevuto, un mondo in cui sia possibile andare in giro senza terrore.

giovedì 7 febbraio 2008

Il metodo Wiesel


Io sto con Israele. Questo l’ho detto chiaramente in diverse occasioni e ho argomentato la mia scelta: Israele è l’unico stato al mondo di cui attualmente si discute in termini di “legittimità” e “diritto all’esistenza”, e l’unico argomento sollevato a sostegno del dubbio sul fatto che Israele abbia tutti i crismi per continuare ad esistere è quello che si tratterebbe di uno stato artificiale, creato dalla volontà politica e non da un’effettiva corrispondenza tra popolazione e territorio. Ora, questo argomento è insostenibile in quanto tutti gli stati condividono questa medesima natura artificiale. Non esistono stati naturali, in cui il legame tra popolazione e territorio preceda il dibattito politico e la scelta politica, quindi quel che vale per Israele deve valere per qualunque altro stato. Eppure no, la discussione sulla sua legittimità vale solo per Israele. L’effetto paradossale di questo approccio è che naturalizza tutti gli altri stati: se credo veramente che solo Israele sia “artificiale” sto dicendo che gli altri Stati sono naturali: l’antisionismo come nazionalismo degli stupidi, verrebbe da dire.
Ma qualche ignorante dei fatti storici a questo punto ribatte che la critica a Israele muove dal fatto che la nascita di Israele avrebbe soffocato le legittime aspirazioni del popolo palestinese ad avere un suo stato. Si tratta di un’affermazione semplicemente falsa. La risoluzione dell’ONU n. 181 del 29 novembre 1947 prevedeva la nascita contemporanea di uno stato di Israele e di uno stato di Palestina, lasciando Gerusalemme (e Betlemme) città internazionali. Sono stati i paesi arabi (in primis Egitto, Giordania e Siria) a non accettare questa risoluzione e a scatenare la guerra del 1948.
Non sto dicendo che sono d’accordo con la politica israeliana dal 1948 in poi. In molti casi il mio dissenso è stato totale: i territori occupati con la guerra del 67 andavano restituiti in toto appena cessate le ostilità militari. Non si doveva procedere all’insediamento in quelle zone dei coloni. Tutti i confini dovevano tornare quelli dell’originaria risoluzione ONU. La politica di molti governi israeliani verso i cittadini arabi dei territori occupati è stata vergognosamente discriminatoria. Molti politici e militari israeliani si sono macchiati di vero razzismo e alcuni avrebbero dovuto essere processati per crimini contro l’umanità.
Se è per questo, sono in totale disaccordo anche con i giudizi e le prassi di moltissimi politici italiani. Ma non per questo metto in dubbio la legittimità dello stato italiano ad esistere (idem per Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna; per quel che mi riguarda: penso che le nazioni e i loro diritti sullo scacchiere internazionale vadano separati dagli stati e dalle loro pratiche politiche).
Quindi, ribadisco, io sto con Israele. La sua esistenza non ha argomenti per essere messa in discussione. Sono altresì convinto che si debba tornare alla risoluzione del 47 e creare uno stato palestinese pienamente sovrano. Non credo però che la soluzione sia “due popoli, due stati”: avendo lavorato nei Balcani e in Irlanda credo di poter dire con una certa sicurezza che il peggio delle violenze si concretizza proprio quando gli stati si convincono della fattibilità di realizzare stati etnicamente “puri”. Come Israele non è uno stato confessionale e ha centinaia di migliaia di cittadini arabi di religione musulmana, così spero che la Palestina indipendente sia uno stato in cui non è obbligatorio essere riconosciuti come arabi o come musulmani per avere diritto di cittadinanza.

Premesso questo, credo che la proposta di boicottare il prossimo Salone di Libro di Torino, colpevole di aver assegnato a Israele il ruolo di ospite d’onore, vada presa per quel che è: una proposta politica cui va data una risposta politica. Boicottare una manifestazione culturale, infatti, non significa impedire a chicchessia di parlare (questo si chiama fascismo), ma piuttosto sottrarre la propria presenza al confronto. Se alcuni gruppuscoli internazional-piemontesi hanno deciso di boicottare il Salone del Libro, mi pare una loro scelta legittima, fino a quando il verbo indica che loro non saranno presenti, non certo che intendono impedire agli scrittori israeliani di parlare al Lingotto. A questo boicottaggio non mi sembra utile rispondere (come fa Magdi Allam sul CdS del 4 febbraio) con un ulteriore boicottaggio, questa volta di quanti negano per Israele il diritto di esistere. Sarebbe più sensato andare a vedere le carte in mano dell’avversario, e chiamare a una pubblica partecipazione al Lingotto: venite al Salone del Libro, partecipate ai dibattiti, riconoscete legittimità agli interlocutori israeliani. Alla fine della Fiera, si potrebbero trarre le somme e stabilire quale iniziativa ha avuto più successo.
Si tratta cioè di applicare un po’ di rigore logico e di distinguere il diritto all’espressione (sempre garantito a tutti, in qualunque caso) dal mio obbligo di espormi a quell’espressione come uditorio. Lo chiamo “metodo Wiesel” perché questa è la strategia, come ho già raccontato, adottata dal premio Nobel con i negazionisti: invece di impedire loro di parlare, Wiesel si rifiuta di concedersi come interlocutore, ben sapendo che una delle qualità necessarie di ogni identità è la categorizzazione esterna (cioè il riconoscimento da parte degli altri, l’altra essendo l’autoidentificazione esterna, cioè l’affermazione ad alta voce della propria identità). Allora, di fronte a una posizione che considera inaccettabile, il “metodo Wiesel” non impedisce la presa pubblica di quella posizione, ma cerca di sottrarle spazio di legittimità escludendosi come interlocutore (non parlatemi di Aventino, per favore: i rapporti di forza sono tutt’altro che scontati, quando il boicottaggio riguarda il sistema dei media, non certo la rappresentanza parlamentare e l’esercizio del voto).

Pensate a come si sarebbe potuta svolgere tutta la querelle “papa alla Sapienza” se invece di sbracare di fronte a venti lanugginosi fuoricorso che avevano “occupato” il Rettorato conquistandosi il diritto a “manifestare” (attivando così il riflesso del martire in Vaticano) il Rettore avesse tenuto duro su questo punto: il papa viene, e parla. E chi non lo vuole fa un gesto clamoroso: quando inizia a parlare si alza e se ne va dall’aula magna, per tornare solo a fine discorso, quando avrebbero dovuto parlare altri soggetti, considerati dai protestatari più legittimati ad esprimersi in quella sede. E niente altoparlanti, megafoni, urla e schiamazzi. Niente nel senso che come Rettore non permetto che si soffochi una voce urlandole sopra.
Il metodo Wiesel consente a ognuno (ripeto, ognuno: per quel che mi riguarda anche i peggiori razzisti, nazisti, fanatici e intolleranti hanno diritto di parola, per dire le peggiori schifezze, se ne sentono l’urgenza) di esprimersi, ma consente a ognuno di non sentirsi obbligato con la propria presenza di uditore a prestare legittimità a quel dire. Un po’ di sano libero mercato delle idee: metti in piazza quel che vuoi, ma se non hai un numero sufficiente di acquirenti la tua voce rimarrà sempre flebile.
A me non fa paura un gruppetto di venti fessacchiotti piemontesi che sbraitano contro la legittimità di Israele ad esistere. Mi spaventa molto di più che la cassa di risonanza dei mass media consenta loro di produrre effetti politici infinitamente maggiori al loro peso reale. Ben venga quindi il boicottaggio, ma questo non dovrebbe mettere a rischio la presenza di Israele a Torino, semmai compattare il senso civico e la voglia di partecipare di quanti credono che lo stato di Israele abbia il diritto di esistere, e i suoi migliori intellettuali e cittadini (Oz, Grossman, Yehoshua, scrittori che da sempre si battono contro le ingiustizie della politica israeliana e per la nascita di uno stato palestinese) tutto il diritto di esprimere le loro idee. Senza che nessuno si arroghi la petulante spocchia di mettere in discussione il loro passaporto.

lunedì 24 settembre 2007

Colpa dei politici o colpa dei giornalisti?


Mi chiedo se non abbiamo sbagliato obiettivo, guardando a Beppe Grillo come a un fustigatore dei politici. In fin dei conti, Grillo queste cose le dice da vent’anni. E se invece dei politici il vero obiettivo polemico fossero i giornalisti? O almeno un certo modo quieto di fare giornalismo, sempre pronto a schierarsi su qualche carro, sempre pronto a un risottino e a pacche sulle spalle?
La reazione dei professionisti all’effetto Grillo mi è sembrata un sintomo chiaro di disagio: ma che vuole, questo? Invece di accendere i cervelli per provare a spiegarci un fenomeno che ovviamente ha un suo interesse per la dimensione sociale (e non per le esternazioni di un singolo individuo genovese) ho visto molto sospetto coperto da “dovere di cronaca”, molte sopracciglia sollevate, molto “antipolitica” (e questa me la devono spiegare, che la politica sia solo quella pulitina dei salotti televisivi).
Facendo leva sul fatto che Grillo è un cazzaro che non fa finta di essere raffinato (insomma, mi tocca dirlo, esasperando la questione della “forma”) i mass media hanno fatto finta di parlare anche della sostanza, senza dire invece nulla a riguardo.
Oggi Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella hanno steso un articolo che partiva dalla prima pagina del Corriere e arrivava a una doppia interna, per fare un’esternazione del tutto grillesca quanto a contenuti, e parecchio anche a forma (provare per credere: “E’ antipolitico chiedere come mai non vengono neppure ipotizzati l’abolizione delle province o l’accorpamento dei piccoli comuni? Che tutte le amministrazioni pubbliche siano obbligate a fare bilanci trasparenti dove “acquisto carta da fax” si chiami “acquisto carta da fax” e “noleggio aerei privati” si chiami “noleggio aerei privati” così da spazzare via tanti bilanci fatti così proprio per essere illeggibili?” E così via). Tutto per dimostrare che i politici col cavolo si sono abbassati le spese, col cavolo che hanno capito l’antifona.
Rizzo e Stella sono da mesi in testa alla classifiche di vendita dei libri con il loro La casta, ma nessuno ha detto che sono qualunquisti o che stanno spaccando il Paese o altre baggianate sull’antipolitica. Perché invece Grillo sì? Forse, azzardo, perché questo signore buffo sta andando in giro a dimostrare che ci si possono scavare i propri canali di informazione e verificare quanti siano i parlamentari condannati o come sia composto il CdA di Telecom, anche se i media mainstream non ce lo dicono.
Per chi non ha la voglia/capacità o anche solo il tempo di seguire canali alternativi di informazione, che cosa resta? I telegiornali e il giornalismo in televisione sono un ammasso di luogocomunismo modestissimo. A parte la Gabanelli e un paio d’altri (e infatti sono convinto ci sia una sovrapposizione tra chi ama Report o certi programmi di Radio24 da un lato e il grillismo militante dall’altro), non riesco a ricordare qualcosa che somigli al giornalismo d’inchiesta, e anche i “ceti moderati” mi sa che si sono rotti le balle di vedere Maroni a Matrix e Bertinotti a Porta a porta. Per i quotidiani, stendiamo in velo pietoso: quelli locali sono, appunto “locali” anche come orizzonte culturale, e quelli nazionali sono troppo collusi con i presunti oggetti delle loro indagini, oppure troppo obnubilati dal conteggio delle vendite dell’ultimo maledetto gadget/inserto per preoccuparsi di andare anche a cercarsi le notizie, poverini. Senza contare che oggi i giornalisti della carta stampata passano quasi tutto il loro tempo a leggere i giornali degli altri, per verificare di non aver bucato la notizia e per soppesare le strategie dei rivali, con buona pace del taccuino e dello scavo delle notizie.
Insomma, la funzione di “cane da guardia” dei media veramente di massa, rispettata come sacro mandato nel mondo anglosassone, in Italia non esiste proprio. Tanto è vero che un Rizzo e uno Stella che fanno un “normale” libro di denuncia diventano un caso. Tanto è vero che il “romanzo” più importante di questi anni è di fatto un’inchiesta giornalistica (Gomorra di Saviano, ovviamente).

Non è che il successo di Grillo sta proprio in questo, nel fatto che racconta cose di cui i grandi mezzi di comunicazione non parlano proprio e di cui invece ormai il pubblico/società civile ha fame e bisogno? Non è possibile che Grillo sia un fenomeno italiano non solo perché abbiamo la peggior classe politica d’Europa (ma state attenti alla Grecia, secondo me ci batte. Di poco, ma ci batte) ma soprattutto perché abbiamo il settore informazione più ributtante del mondo occidentale, sempre in bilico tra blandire il padrone e blandire il pubblico beota, ma quasi mai in grado di fare il suo mestiere, cioè produrre informazione che faccia crescere chi se ne nutre?

giovedì 13 settembre 2007

Sarò brevissimo


Non credo che il cancan generale provocato dal V-Day senta la disperata mancanza del mio commento, anzi. Quindi una sola cosa: al di là dei partiti (presi o persi o (s)fondati) mi lascia perplesso che Beppe Grillo non abbia accettato alcun contraddittorio (a parte i post sul blog, ma mica sono un contraddittorio, quelli). Ci sono programmi seri, magari solo radiofonici, cui basta una telefonata per contraddire una critica, per replicare insomma. Grillo no, non ha replicato. Ha fatto un monologo, applaudito o fischiato, ma non ha avuto il coraggio di dia-logare.
[Ok, detta da uno su un blog puzza di bue che dice cornuto all'asino, ma io ancora non l'ho organizzato il V-Day].

giovedì 30 agosto 2007

Aggiornamento da M.F.

Vicino a me un vecchio turista russo si asciuga rapido gli occhi; con un nodo alla gola sono a Berlino davanti al monumento al soldato dell'Armata Rossa. 1945-2007 per non dimenticare
Inviato il 30/08/2007 alle 20:04:21

Ho cercato di salvare il salvabile con questa risposta:

Maledetto, sai come colpire basso, eh?
Inviato il 30/08/2007 alle 20:07:34

Ma temo che questo round sia suo...

domenica 22 luglio 2007

Decidere.net

Mi sa che è la volta che ricomincio a interessarmi di politica politicante, anche se qualche amico potrà storcere il naso. Daniele Capezzone mi è sempre piaciuto, e il suo endorsement dell'agenda Giavazzi era stato il motivo che mi aveva fatto tornare a votare dopo più di dieci anni di astensione. La telenovela con Pannella non mi ha entusiasmato, ma credo sia stato tirato per i capelli e ancora adesso si comporta da signore. Ho visto i 13 cantieri da lui proposti. Alcuni non li capisco per ignoranza, ma dal 5 al 13 li condivido tutti, in particolare il 12 (superamento degli albi professionali) e il 13 (abolizione del valore legale del titolo di studio e valutazione dei docenti). Dategli un'occhiata. Sarà la sorpresa alle prossime elezioni, scommettiamo?
PS Devo ammettere, per completezza dell'informazione, che ogni volta che mi sono avvicinato a un partito/movimento politico, quello vedeva bene di crollare miseramente poco dopo...

mercoledì 18 luglio 2007

Chi non salta Gustavo è

Mi ha fregato. Avevo detto che accettavo scommesse sul fatto che le dimissioni di Gustavo Selva sarebbero state respinte dal Parlamento, corporativo come un sol uomo in questi casi. Mi ha fregato perché il mitico democristiano di AN ha visto bene di evitare il rischio (forse spaventato dalle iniziative messe in piedi contro il suo disinvolto modo di utilizzare l’ambulanza come taxi, e di raccontarlo pure, dopo) ritirando le sue dimissioni. Ma ci ha spiegato il motivo: le migliaia di lettere e email, “soprattutto dal Veneto”, che gli chiedevano di restare. Per questo l’ha fatto. Per spirito di servizio.
Un’ulteriore conferma del vuoto pneumatico che lo isola dalla realtà. Come non si è reso conto che raccontando la sua bravata in ambulanza avrebbe scatenato un casino, così ieri non si è reso conto che spacciando la stronzata delle “migliaia di lettere e email, soprattutto dal Veneto” non può che farci incazzare. Tutti. Soprattutto a chi, come me, ha la maledetta sfiga di "venire dal Veneto". Anche quelli di AN, spero.
Quel che uno sospetta, veramente, è che il sentire di Selva sia ampiamente maggioritario tra i membri della sua tribù di politici professionisti: il senso di un privilegio costante e irrefrenabile.
E a noi sempre quello resta: dacci oggi il nostro sdegno quotidiano.

martedì 12 giugno 2007

Si accettano scommesse

Gustavo Selva, il mitico fustigatore del malcostume nazionale e del complotto comunista (ricordate Radio Belva?) NON si dimetterà manco se gli viene un coccolone che lo devono portare via in ambulanza. Il Senato, tetragonicamente democratico, respingerà le sue finte dimissioni, manfrina italiota di cui ci si dovrebbe vergognare almeno quanto dell'uso improprio di ambulanze.
E tutta questa storiella ci darà un'ulteriore conferma del fatto che la vera realtà virtuale ormai sta in Parlamento.

martedì 29 maggio 2007

No, il dibattito no

Come sapete, tra i miei blog preferiti ci sono quello di Luca Sofri e quello di Christian Rocca. Che sono ancora meglio se letti in coppia. Due terzisti illuminati, intelligenti, ragionevoli, faziosi quanto basta a dare sugo alla discussione. Insieme poi riescono ad essere anche esilaranti (la raccolta Re: No subject è un piccolo capolavoro). Di solito tendo più dal lato di Sofri, ma questa volta, sulla pallosissima questione del vecchiume detto Partito Democratico, mi sa proprio che ha ragione Rocca.

mercoledì 25 aprile 2007

En attendant Prodot?

In Italia prendiamo parte, oltre a quella per le politiche nostrane, a due altre campagne elettorali: la presidenziale americana e quella francese. Parlo di campagne in cui i mass media si schierano, come se i loro lettori fossero anche elettori. Francamente, l’interesse mi pare sproporzionato all’entità dell’evento, ma forse ha a che fare con il nostro inevitabile provincialismo. Stati Uniti e Francia sono di gran lunga i paesi a cui guardiamo quando pensiamo genericamente all’estero, ben più che la Gran Bretagna o la Germania.
Allora Prodi manda un video alla Segò, e Berlusconi fa le corna per Sarkò. Ohibò!
Quand’è che questo nostro Paese la smetterà di pulcinelleggiare, sempre e comunque, e diventerà un Paese che fa politica, invece di fare il tifo?

Mi a so veneto

Ricordo la prima volta che li vidi, gli adesivi con il leone di san Marco e la scritta “Mi a so veneto”. Erano appiccicati sui vetri dell’imbarcadero dell’Accademia, a Venezia. Ero in prima media, quindi poteva essere il 1974, e non capivo il senso di quella “a”, che forse mi suscitava qualche reminiscenza padovana e generalmente “campagnola” ma che non sentivo per nulla veneta. Poi comparvero gli annunci dei “corsi de lengoa veneta”, e già allora sentii quanto di costruito e artificioso c’era in quell’operazione. Solo molti anni dopo avrei letto di nation building, di processi di omogeneizzazione culturale e di “invenzione della tradizione”, ma il fatto che si parlasse di “lengoa veneta” mi suonava (senza aver ancora letto Meneghello), al più, ridicolo. Non perché avessi qualche pregiudizio a considerare lingua ciò che era un dialetto, ma perché sapevo, per storia familiare e semplice orecchio, che veneziano e padovano, vicentino e trevisano, bellunese e veronese (per non parlare del rovigotto, di come si parlava a Ceggia (Théia in vernacolo) e Campagna Lupia, o Salzano...) erano troppo diversi, veramente troppo, per poter essere frullati in una qualunque koinè linguistica.
Ora tutti a lamentarsi che il Veneto se ne va in pezzi. Ferdinando Camon sulla Stampa della settimana scorsa (riportato sul Foglio rosa di lunedì 23), ripreso oggi (per fortuna criticamente) da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, si strugge per il fatto che un Veneto senza più Treviso (o Borbiago, o Badoere, o Zero Branco, non so più) non sarebbe più “veramente” Veneto. Argomento che mi lascia perlomeno perplesso, tanto più se applicato a Cortina, che di veneto nulla mai ha avuto, se non i dominatori e i villeggianti, un po’ come dire che Cuba era statunitense perché ci andavano in vacanza i ricconi di Miami.
Il punto è che hanno liberato il mostro del localismo proprio in Veneto (su Wikipedia in “lengoa veneta” ne parlo un’altra volta), all’inizio degli anni Settanta (molto prima di Bossi e della Padania) e adesso ne pagano le conseguenze. Il Veneto non esisteva prima che si iniziasse a brandirlo come un martello, allora contro i teroni, e poi i neri e gli slavi. C’era Venezia, una volta, potenza imperiale che teneva le sue terre col ferro e col fuoco, e che riscuoteva le tasse e pretendeva intere foreste come tributo. Ora che ce l’hanno imposto a forza di “popolo veneto” e “cultura veneta” io trovo solo piacevole e giusto che sto cazzo di Veneto vada a farsi fottere. E con lui tutta la retorica dell’autonomia regionale, dei Governatori e della deregulescion.

lunedì 23 aprile 2007

E mica uno ce l’ha con loro

Però Marina (Berlusconi) ha preso 15mila euro l’anno (tutto il mio stipendio di ricercatore universitario) per non presentarsi a nessuno degli otto CdA della Mediolanum tenutisi nel 2006, dove siede. Il fratello Piersilvio (Berlusconi) invece ne ha presi solo 10mila per non presentarsi a nessuno degli undici CdA della Mondadori. E dopo dicono che il padre è maschilista...

Parentele

Scopro oggi (grazie al Corriereconomia), in un articolo che parla del flop della Solari.com di Paolo Berlusconi (quella dei decoder, perde due milioni di euro al mese. A fronte di un capitale di 300mila euro ha accumulato un debito di oltre 63 milioni. Come se io, che ho in banca 5mila euro, avessi buffi per oltre un milione di euro: ve l'immaginate la mia banca che mi consente di arrivare a un simile buco? Nooo? Chiedetevi come mai), dicevo che scopro solo oggi che la prima moglie di Paolo, Mariella Bocciardo, è parlamentare di Forza Italia.
Così, tanto per ricordare ai miei studenti che si lamentano quando li costringo a studiare la parentela con molta cura nei miei corsi di Antropologia culturale.

martedì 17 aprile 2007

Altri sdegni

Però qualcuno me lo dovrà spiegare perché gli Americani no, e Colaninno (che già aveva massacrato la Telecom imbottendola di debiti per comprarsela) e Berlusconi (che così si troverebbe a far convergere tv e telecomunicazioni nel momento migliore solo per lui) invece andrebbero bene. Spero ci sia qualcuno “di sinistra” che mi spieghi queste alchimie decisamente al di là della mia capacità di comprendere.

E, già che ci siamo, se qualcuno mi sa spiegare cos’è rimasto di appassionante nella fanghiglia da basso impero detta Partito Democratico mi mandi un post. Io non votavo da dieci anni e avevo dato il mio assenso ai Radicali nella speranza che si aprisse lo spazio per un nuovo progetto veramente liberale e veramente democratico. Io, tanto per dirne una, all’agenda Giavazzi ci avevo creduto. Mi dite quelli come me che ci fanno di questa classe dirigente “progressista” e di questo Partito Democratico abortito per occupazione abusiva prima di essere anche lontanamente progettato?

venerdì 16 febbraio 2007

Non ci sono più i bei brigatisti di una volta

Tiziano Scarpa commenta al Corriere gli arresti di un due giorni fa: “Io le ho già viste, tutte ’ste cose, per colpa di cinquecento persone la mia generazione l’ha pagata cara, molto cara... è un giochetto sporco che abbiamo già visto, adesso verranno demonizzati tutto il sindacato, tutti i no global, tutti i centri sociali e la sinistra, gli intellettuali... Soprattutto non vorrei che per quindici o venti criminali folli finissero per pagarla i ventenni di oggi, non appena alzeranno il ditino per dire “non sono d’accordo” ci sarà qualcuno che dirà loro: zitti, terroristi!”.
Condivido (se non altro per ragioni anagrafiche e geografiche) le considerazioni di Tiziano. Non vorrei però sembrassero solo un’accusa (giusta) contro la demonizzazione e ci facessero trascurare l’idiozia criminale che purtroppo la giustifica.
Per quelli della nostra età (oltre i quaranta e sotto i cinquanta, diciamo) e ancor più se del Veneto, i bastardi che facevano “politica” picchiando e tirando molotov prima e poi giocando al piccolo partigiano che gambizza e ammazza i nemici del popolo, sono stati più castranti di qualunque padre-padrone, più inibenti di qualunque “perfetta madre ebraica”. Ci hanno tolto qualunque legittimazione al dissenso in età preadolescenziale, e abbiamo fatto uno sforzo enorme per recuperare una dimensione morale del dire “no”.
Dal loro giocare (quasi sempre sulla pelle degli altri, poi bastava pentirsi) alla rivoluzione, l’unico risultato che ne hanno ricavato è stato una condizione di repressione costante e diffusa. A 19 anni lavoravo d’estate in un bar a Venezia, e non c’era verso di evitare un controllo di polizia tornando a casa (a piedi!) dopo le 23, tanto che ormai mi ci ero abituato. Certo, qualcuno l’avrà già detto, ma anche senza ipotizzare improbabili complotti e Grandi Vecchi, mi pare evidente che il gioco di quei sociopatici paranoici sia stato (e ancora lo è, nella misura in cui ci giocano) tutto teso a favorire le istituzioni intese proprio come apparati ideologici dello Stato. Quel che ha detto due giorni fa Giuliano Amato in Parlamento è sintomatico: guardate che va a finire che la manifestazione di Vicenza diventa una scusa per mettere assieme il “movimento” con la criminalità (e con gli ultrà, perché no) in una guerra contro le forze dell’ordine. Il problema di questo tipo di allarmi è che da un lato corrisponde purtroppo a un dato di fatto, ma dall’altro costituisce una rete di senso, che viene strascicata sul fondale melmoso della politica sia dalle “autorità” (che poi manganellano in stile Diaz) sia dalla follia secondoposizionista, che trova una conferma della sua strategia di infiltrarsi nel movimento antagonista e cavalcare l’onda che passa (qualunque sia).
Tutto quello che abbiamo ottenuto dagli anni di piombo è stato il senso di colpa del dissentire, l’isolamento e la privatizzazione della critica politica, l’ispessirsi delle faglie di frattura interne alle classi subalterne, l’inasprimento delle forme di controllo, la militarizzazione di spezzoni della politica, la diffusione di un culto machista per la “bella morte” e per la violenza in quanto tale, non strumento ma fine. Io non voglio che quella merda di clima ritorni in alcun modo e questa volta è bene che lorsignorini lo sappiano: se ci toccherà scegliere di nuovo, molti di noi stavolta non avranno dubbi: con lo Stato.
Un consiglio alle “istituzioni”. Smettetela di fare intercettazioni ambientali e di infiltrare poliziotti attorno ai centri sociali. Mandateci invece una vagonata di psicologi, psichiatri e psicoanalisti per tenere a bada troppi edipi non risolti e narcisi fuori controllo.
È vero, come dice Erri De Luca sempre sul Corriere di ieri, che la retata di due giorni fa ha raccolto più che altro “sprovveduti”, ma non poteva essere altrimenti. Come non c’era alcuna vera consapevolezza politica nei “veri” brigatisti degli anni Settanta-Ottanta (sfido chiunque a dimostrarmi qualunque sensatezza o progettualità nel loro delirio di parole e azioni), tutti tesi a lottare in un teatro che si erano costruiti per conto loro, senza alcun contatto con la realtà se non il sangue dei poveri innocenti che chiamavano a fare comparsate sul palco del loro egocentrismo piccoloborghese, così non ce ne può essere negli arrestati di questi giorni, emarginati sociali che ovviamente non speravano altro che di essere catturati, in modo da garantirsi finalmente un senso eroico per il loro blaterale a vanvera e il loro giocare a soldatini. Se la Digos smettesse veramente di controllarli, quasi tutti i coglioni paranoici che gravitano speranzosi ai margini della criminalità antistatale non troverebbero più alcuna ragione di confabulare e progettare la rivoluzione sparando ai manichini in mezzo alla campagna veneta.
Un’ultima cosa, per chi pensa che queste cose le posso dire perché sono un borghese che non vuole capire come funziona, da sempre, il conflitto di classe. Chi ha ancora voglia di fare retorica “di classe” si chieda come possa essere credibile come icona proletaria una che si chiama “Nadia Desdemona”, manco fosse una latifondista brasiliana.

O tempora o mores

Il leghista Maurizio Parma commenta la notizia che Adriano Sofri è stato invitato a Bologna come relatore a un convegno su “Gli ebrei e Israele” asserendo di non volere in città “un ex brigatista, sia pure amnistiato” (no, niente errori di battitura, non ho assunto droghe e non soffro di disturbi percettivi, ha detto proprio così: “ex brigatista” e “amnistiato”).
Ora, io non sono in grado di esprimere un giudizio sulla vita e le opere del signor Maurizio Parma (di cui nulla so, per mia colpevole ignoranza, tranne che fa il leghista a Bologna, e dev’essere comunque dura), ma vista la sintesi con cui riesce a dare sfoggio di insipienza, lo propongo all’attenzione del Ministro Mussi per una laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione con la seguente motivazione:
“Per essere riuscito, in un’unica frase, a unire stupidità, cattiveria e ignoranza, qualità di certo non rare nel genere umano, ma spesso sparse nella moltitudine, che certamente ben poche volte hanno avuto la fortunata ventura di accompagnarsi con tanta simmetrica armonia e sintetica concettosità in un unico individuo”.