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martedì 28 giugno 2016

Fine dell'economia (come disciplina, almeno della micro-, dai) ovvero considerazioni antropologiche sul Brexit

Con lo sforzo di lucidità che lo contraddistingue (più lui che il suo giornale, secondo me appiattito da un pezzo sulla prospettiva dei pasdaran di Renzi) Luca Sofri si sta sforzando di farci capire cosa stia succedendo "nei nostri tempi", e con la Brexit l'impegno di comprendere e comunicare la sua analisi si è forse intensificato, vista l'enormità dell'evento. Ha scritto quindi un lungo pezzo, in cui riprende una serie di suoi pallini, ma veramente ben pensati, e legge il voto britannico in un quadro interpretativo ben più ampio. Da antropologo, rimango sorpreso che un attento osservatore occidentale possa ancora (come dire, dopo Auschwitz?!) rimanere abbacinato dal mito del progresso ("Un po’ è un tic psicologico, un po’ la storia e il modo di raccontarla ci hanno abituato così, che il mondo progredisce") ma come insegnante di antropologia so benissimo quanto invece il millenario dibattito tra evoluzionisti e degenerazionisti (quelli che vedevano da qualche parte il sol dell'avvenire contro quelli che invece rimpiangevano l'età dell'oro) non abbia ancora presa nel senso comune della tarda modernità, a tutto vantaggio dei "progressisti", convinti (fino a giovedì 23 giugno?) di appartenere alla condizione naturale dell'umanità.
Insomma, proprio quel che a un compìto studioso (tiè, un professorone) potrebbe sembrare l'ennesimo fallimento analitico del solito giornalista, mi pare invece (a me che al massimo sono un professorino) un sintomo importante che nel senso comune, nella vita lì fuori (scrivo queste righe dall'università) si stia finalmente facendo strada l'idea che non tutto nel mondo sociale ha già una direzione prestabilita, che non tutto quel che cresce necessariamente converge, che non basta essere di casa a New York o Londra per sapere come saremo e staremo più o meno tutti tra un tot di anni.
Il naturalismo dell'inevitabilità dell'evoluzione sociale "verso il meglio", quindi, sta finalmente cedendo al principio di realtà: le società, le culture, le economie, le politiche, vanno piuttosto a zonzo, maturano concezioni tutte locali di modernità plurali, vanno un po' avanti e un po' indietro, ma soprattutto vanno di lato. Di lato alle nostre aspettative, alle nostre speranze, alle nostre opinioni informate.
Luca Sofri, per poter elaborare le sue stimolanti interpretazioni, legge un sacco di giornali e riviste, e nell'ultimo (finora) post del suo blog ha riportato uno stralcio di un articolo di Amanda Taub pubblicato sul New York Times, che credo vada incorniciato con cura come il momento in cui l'economia (intesa come disciplina) entrò nella fase adulta. Vale la pena di tradurre (alla buona) i passi citati da Sofri:
Brexit non è solo un colpo all'economia britannica, ma colpisce anche un presupposto centrale che soggiace al moderno ordine liberal: che gli elettori agiscano nel loro interesse personale.
Il progresso degli ultimi 50 anni, in particolare in Europa, ha reso facile accettare l'idea che le forze del nazionalismo, della xenofobia e del pregiudizio siano del tutto irrazionali, distorsioni del mercato che svaniranno naturalmente nel lungo periodo storico. Il voto della settimana scorsa ha messo in luce - non per la prima volta, ma con insolita chiarezza - la fallacia di questa teoria. Per molte persone, l'identità batte l'economia, e sono disposte a pagare un caro prezzo (letteralmente, questa volta) per proteggere un ordine sociale che le faccia sentire sicure e potenti.
Non si tratta di una dinamica limitata al Regno Unito o a questo referendum. Sta avendo un ruolo nelle democrazie di tutto il mondo, e il suo centro di attenzione è diventata l'immigrazione.
Molti cittadini, in particolare quelli che stanno subendo la pressione economica della globalizzazione, esprimono il loro disagio per questi mutamenti puntando gli occhi su un altro tipo di cambiamento: gli stranieri in mezzo a loro. Fermare l'immigrazione, anche se il vero effetto sarà un peggioramento della loro situazione economica, sembra un modo sensato di bloccare gli altri mutamenti indotti dalla globalizzazione.
Si potrebbe scrivere un saggio antropologico su un pezzo come questo, e mi limito ad alcune considerazioni in sequenza fintamente ordinata.

1. Il presupposto del "moderno ordine liberal" è un caso specifico di un approccio analitico più generale delle scienze sociali, detto "individualismo metodologico" e realizzato in modo particolare nella micro-economia. Questa approccio vuole che gli attori sociali siano attori "razionali", che cioè conoscano le variabili in gioco (non c'è ignoranza, non esistono in questo modello quelli del Galles che hanno votato Leave perché pensavano di dare all'UE più di quanto ricevevano) e che agiscano per il loro interesse individuale, personale (al massimo estendibile nel modello agli strettissimi cari).

2. Dire che i comportamenti "irrazionali" hanno un ruolo centrale nelle scelte degli esseri umani vuol dire buttare al cesso tutta l'economia neo-classica, e tutte le politiche neo-liberiste che ne conseguono. Ammettere che non c'è razionalità nel modo in cui i Britannici hanno votato a favore della Brexit significa ammettere che non ha senso costruire modelli del sociale che presuppongano l'homo economicus (l'individuo informato razionale). Bisognerà allora che qualcuno ci spieghi come mai tutte le politiche sociali dell'Occidente attivate dal thatcherismo in avanti (dalla distruzione del welfare alla privatizzazione dei beni pubblici, dalla mercificazione radicale della casa al mercato del lavoro ridotto, appunto, a mercato puro) si sono basate proprio sul principio della razionalità economica, e ci hanno preso pure i premi nobel per sovrammercato.
E come mai la sinistra storica ha deciso che valeva la pena di prendere per buona una bufala del genere, frantumando il discorso di classe e accettando di farsi alfiera del peggior razionalismo economico (che non contesto in quanto principio filosofico, chissene, ma in quanto strumento analitico empiricamente fallato).

3. Noto infine con sincero stupore il sincero stupore nell'accorgersi che, ohibò, gli esseri umani fanno scelte non sempre dettate da un conteggio razionale dei costi e benefici. Tutti ricordano quel che è successo  in Europa "negli ultimi 50 anni", come si premura di fare la giornalista Amanda Taub: da Jan Palach a Srebrenica, non sono mancate le occasioni per meditare sulla straordinaria e terribile capacità di fare cose cose senza pensare a un tornaconto immediato e quantificabile. Se tutti lo sapevamo, perché sorprendersi dell'irrazionalità britannica? Questo mi collega all'apertura di questo post, allo stupore di Sofri che il mondo non sia una marcia inarrestabile verso il progresso, al riconoscimento che abbiamo bisogno di meno economisti e di più psicologi sociali e antropologi per capire quel che succede.

4. Quel che deve farci impressione, ma sul serio, è che desti stupore rendersi conto che persino la perfida Albione possa essere irrazionale, che il nostro giochino evoluzionista (certo, quelli si danno fuoco, quelli massacrano, quelli si scannano, ma sono sempre "quelli lì", localizzabili in qualche altrove spazio-temporale) non funziona proprio più. Se anche nel paese in cui il capitalismo è diventato per la prima volta la grande macchina del mercato autoregolato, il principio dell'interesse razionale individuale non può più essere applicato come strumento interpretativo, allora siamo proprio di fronte a un cambiamento enorme.

Sì, enorme. Non perché "la cosa" dell'ignoranza stia prendendo piede (non ha mai smesso di farlo) ma perché finalmente ce ne siamo accorti. La folle uscita dell'UK dall'UE dimostra a noi stessi che non possiamo più pensare all'essere umano come animale economico razionale. Neanche l'essere umano che più ci assomiglia, quello che vediamo nello specchio.

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