2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

giovedì 5 ottobre 2017

La bellezza, l’antropologia e Torbellamonaca

Stavo a Torbellamonaca, questo pomeriggio tardi, dopo lezione. Dovevo andarci per forza, domani 6 ottobre inizia il nostro secondo anno di “Mondi di mamme”, un’iniziativa che abbiamo attivato al Polo ex Fienile e che prevede in buona sostanza che un gruppo variegato di mamme (e qualche papà) si riunisce per raccontarsi senza alcuna gerarchia le difficoltà e il senso di essere genitore, di questi tempi, in questi spazi. Con Daniela Iuppa, Agnese Vannozzi e Maria Ludovica Ventura, e con il contributo insostituibile di Dzemila, che ha retto le fila e coinvolto sul serio le prime mamme, abbiamo iniziato titubanti un’avventura che si è rivelata fruttuosa anche se piccola. Ho portato un po’ di volantini, allora, e mi sono messo proprio qui, all’angolo tra via Quaglia e via Acquaroni, a un passo da Fienile, davanti all’ingresso del supermercato Pewex, per darli alle mamme potenziali utenti del nostro progetto, che vorremmo allargare.
Sono arrivato alle 18:30, un orario poco adatto, ma quello era lo spazio che mi ero potuto ritagliare. Ero solo a volantinare, e un po’ titubante che il mio look vagamente professorale potesse essere poco accattivante per il tipo di target cui mi rivolgevo per far conoscere il progetto.
Sai, Torbellamonaca a me fa un po’ l’effetto-Napoli, ci stanno supermercati che non ho mai sentito nominare prima; c’è quello che d’estate ha il camioncino dove vende la spremuta di limone, ci sono un sacco di bancarelle rette non solo dai soliti bangladesi, ma anche da signori del posto, che biascicano un dialetto denso come pasta e fagioli.
Davanti al Pewex stanzia un’umanità varia, che la mia matrice piccolo-borghese riconosce e cataloga immediatamente nel corpo sottoproletario della città. Grande sfoggio bisex di tatuaggi, dentature spesso improbabili anche in adulti sani, giovani mamme coatte che rimirano con venerazione la cover per il cellu sulla bancarella, con tanti di quegli strass che peserà due etti. Lo dico con tutto l’affetto di cui dispongo, sono lontano un miliardo di chilometri da questa umanità, la riconosco, simpatizzo pure, ma la sento profondamente aliena, dai miei gusti, dai miei valori. Non c’è nulla di strano in questo, credo, solo un coerente istinto di classe, che gestisco credo con dignità senza cadere nel disprezzo o nel paternalismo. In questo, immagino che la mia formazione da antropologo mi sia stata importante, mi sono trovato spesso nella mia vita a cercare di capire persone veramente diverse da me, fin dalla lingua madre, per cui un pochino di motto terenziano (Homo sum: humani nihil a me alienum puto) me lo sono imparato pure io che vengo dalla provincia.
Vabbe’, il clima morale della scena è quello appena descritto: il sole sta tramontando in una memorabile sera da ottobrata romana, la periferia delle mamme lentamente si accasa, io rimugino sulla stanchezza che sto accumulando in questi giorni mentre punto coi volantini in mano le mie potenziali “clienti”. Saluto addirittura un mio dottorando, che da La Spezia ha scelto di vivere a Torbellamonaca e che si muove onestamente come un piccolo alieno su un pianeta non suo, per quanto amato.
Sono allo stremo, sono le 19.10, e sto per chiudere mentalmente bottega, quando arrivano due giovani donne verso l’ingresso del supermercato, una prosegue oltre, forse salutando l’amica, e allunga verso il viale di Torbellamonaca, costringendo la prima a seguirla con lo sguardo nel momento del commiato. Questa ha una camicetta di cui non ricordo il colore, e un paio di pantaloni troppo a zampa di elefante e forse troppo aragostati per poter essere definiti eleganti. Ma si vede che ha un suo stile. Mentre l’amica si allontana verso il tramonto aranciato, lei si ferma un attimo sulla soglia del supermercato, e io la colgo lì, di profilo, mentre sottovoce dice “Guarda il cielo” e un sorriso grazioso le si apre sul viso. Ha un naso pronunciato ma molto piacevole, con l’attaccatura del setto piuttosto alta senza essere sgraziata, affatto. Il collo proteso verso l’orizzonte del tramonto, il resto del corpo già oltrepassa la squallida soglia della porta automatica mentre mi brucia nell’immaginazione (intesa proprio come facoltà immaginativa) il pensiero di una bellezza che non resiste a sé stessa, che si corteggia. Non è il banale tramonto ad essere bello, spaccato dalle torri dell’edilizia popolare del quartiere; non è neppure la ragazza in quanto tale, che forse è solo più aggraziata della media del sottoproletariato autoctono e di recente importazione. Mi commuove, invece, la sua capacità di godere senza alcun retroscena della bellezza come momento estetico, pura percezione come fonte di piacere. Si sente che quando dice “Guarda il cielo” non lo sta già dicendo all’amica, ormai troppo lontana per cogliere il suo sussurro. Si capisce che non sta mettendo in scena nulla per nessuno, io rubo una scena tutta privata: lei, con la sua faticosa eleganza, che sulla porta di un discount di una periferia che non si può non definire squallida riesce comunque ad avere un guizzo di godimento; si vede che quel che vede le piace e basta, non ha bisogno di essere elaborato, comunicato o altrimenti socializzato.

Non ce la facciamo, come esseri umani, ad accontentarci di quel che abbiamo, e se succede lo facciamo a discapito della nostra umanità. La bellezza è un frutto sempre inseguito, anche lì dove uno si aspetterebbe l’ingordigia della ragione pratica, della necessità, dell’utile almeno. Quella ragazza, sulla porta sgangherata e piena di pecette di avvisi come tentativi abortiti di comunicazione, mi ha dato il senso del mio essere lì, quel momento, e per tutti i momenti a venire.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Questa è proprio una tipica caratteristica della romanità quella semplice, quella autentica. Quella romanità un po' perduta. Quella romanità pre/coattizata, quella sincera, diretta e semplice delle nostre nonne romane. Le nostre nonne commentavano la vita e la bellezza (ma anche la bruttezza) sempre ad alta voce, senza avere appunto la necessità dello spettatore o dell'altro nella comunicazione. Perché infondo la romanità è proprio questo tratto perduto che a lei e a noi continua tanto a colpire.

Annamaria ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Anonimo ha detto...

Sa prof, io abito proprio lì. Abito in uno degli appartamenti asettici dall'aspetto aranciato sbiadito. E' la casa in cui vivo da quando sono nata, ma non è mai stata casa mia. La difficoltà di vivere in un quartiere dove tutti urlano invece di parlare, dove le tute a fiori colorate fanno male agli occhi non si è mai affievolita. E ogni qualvolta passo a via Quaglia, per fare la spesa, per andare a prendere l'autobus, quel senso di alienazione si fa sempre più forte, passaggio dopo passaggio che quasi mi sento sbagliata io. Eppure professore, in questo sentirsi diversi c'è l'orgoglio di esserlo. Di essere arrivata a fare qualcosa di diverso dall'urlare per strada con tute a fiori improbabili spingendo carrozzine occupate da bambini urlanti. Perché per quanto banale, questa è la vita di periferia, questo è l'unico scopo: ma non è mai stato il mio. Umilmente ho preso schiaffi e insulti, ero troppo studiosa. Senza fiatare avevo gomme appiccicate tra i miei capelli, ero troppo educata. Adesso sono alla magistrale e cerco di dare il meglio. Ma il formicolio lungo la schiena, la vocina che mi dice che sono diversa è presente, ed è proprio lei che mi ricorda che posso essere migliore e posso guardare il sole scomparire dalla finestra di casa e meravigliarmene ogni giorno.