Non fatevi illusioni: tra mezz’ora Paola Concia sarà ufficialmente una fascista, una traditrice, una reazionaria transfobica, una lesbica interiormente patriarcale e, se qualcuno troverà ancora un attimo di tempo, una donna confusa.
Il processo di scomunica è già in corso. Mancano solo i cori in latino e
i bracieri per bruciare le copie di La sinistra non è woke di Susan
Neiman.
Per come l’ho letto io, il passaggio davvero
decisivo del suo articolo sul Foglio di lunedì 10 novembre 2025 è quando COncia cita Yascha
Mounk, autore per me fondamentale, e spiega con chiarezza il meccanismo che
ha portato la sinistra americana – e poi quella europea – a rivolgere contro
sé stessa l’ira woke.
Dopo la vittoria di Trump nel 2016, racconta Mounk, la sinistra, non
potendo sconfiggere il nemico esterno, ha iniziato a purificare i ranghi
interni, a colpire chi non recitava il nuovo credo dell’identità. È lì che
nasce la “caccia al progressista dissidente”: prima negli Stati Uniti,
poi ovunque.
Ecco perché l’analisi di Concia è così scomoda: perché non attacca la sinistra
da fuori, ma ne smonta il riflesso autoimmune.
Concia mette il dito proprio nelle due
piaghe che più hanno consumato il corpo della sinistra negli ultimi anni:
la questione transfemminista e la questione antisionista.
Due campi in cui il progressismo ha cessato di essere critica razionale del
potere per diventare culto ideologico della purezza.
Nel primo caso, ha confuso le differenze con le ingiustizie,
trasformando la riflessione sulla transizione di genere in una anarchia
epistemologica, dove ogni limite biologico o linguistico è denunciato come
oppressione.
Nel secondo, ha confuso l’istituzione con l’oppressore, cancellando la legittimità
di Israele come Stato e riducendolo a “costruzione coloniale”, come
se ogni istituzione politica fosse, in sé, una violenza da demolire.
Così, cedendo all’anarchia epistemologica e a quella anti-istituzionale,
la sinistra ha gettato il cuore oltre l’ostacolo che essa stessa si era
posta davanti, rinunciando a essere sinistra di proposta per ridursi
a sfascismo sistematico: un movimento che sa solo negare, denunciare,
decostruire, senza più saper costruire nulla.
Perché Concia ha osato dire quello che
tutti a sinistra sussurrano al bar, ma nessuno osa più pronunciare a voce alta:
che la sinistra, diventata un tribunale morale itinerante, sta
perdendo il suo cuore liberale e la sua intelligenza politica,
sostituendole con hashtag e scomuniche lampo.
Ha detto, insomma, che l’uguaglianza non si difende con le liste di parole
consentite e che la libertà di pensiero vale anche per chi pensa
male. Inaudito.
Ora partirà la solita valanga: post
indignati, thread chilometrici, richieste di scuse pubbliche.
I sacerdoti del nuovo puritanesimo politico scenderanno dal pulpito per
spiegarle che non ha capito niente, che “non è il momento”, che “così fa il
gioco della destra”.
Eppure, come tutte le eresie, anche questa nasce da dentro la fede: Concia
non è un’infiltrata del Family Day, è una donna di sinistra che ha passato
la vita a combattere per i diritti LGBT e per i diritti delle donne.
Solo che, a differenza di molti nuovi zeloti, ha anche letto dei libri.
E se li è letti davvero, non come i copy-paste dei seminari su Instagram.
Il punto è che chi oggi si proclama progressista
non tollera più il dissenso, neanche interno. L’ha scritto lei stessa:
il movimento che voleva liberare le differenze è diventato una dogana
linguistica, un apparato di controllo, un piccolo ministero della
purezza. È il destino di tutte le rivoluzioni quando si istituzionalizzano:
passano dall’Internazionale al modulo Google Form.
Concia sarà accusata di “fare il gioco
della destra”. E forse sì: ma solo perché, in questa sinistra, l’unico modo
per restare lucidi è uscire un attimo dal coro. Ha ricordato che
esistono ancora parole come liberalismo, pluralismo, dialogo.
Parole noiose, certo, ma almeno reali, non generate da un algoritmo
moralista.
Vedrete, domani, le prime reazioni:
— “Concia delude le persone queer”.
— “Concia non capisce il linguaggio inclusivo”.
— “Concia è diventata la zia omofoba di se stessa”.
Tutto previsto. L’eresia è in agenda.
Io, invece, la ringrazio. Perché ci voleva
una lesbica marxiana con gli attributi — culturali e morali — per dire
che la sinistra non si salva diventando una setta. E che la libertà
di parola non è una concessione, ma la condizione per restare umani.
Post scriptum per gli zeloti del feed:
tranquilli, nessuno vi toglierà il diritto di indignarvi. Ma magari, tra un hashtag
e l’altro, provate anche a pensare.
