Contro la famiglia naturale, ovvero perché senza il cognato si muore

 Antropologia culturale Modulo A Lezione 14 registrata il 2 novembre 2025

La parentela dovrebbe essere la cosa più semplice del mondo: si nasce, ci si riproduce, si mette su famiglia e via. E invece no. Ogni volta che provo a spiegare agli studenti perché la parentela sia un tema esplosivo in antropologia, vedo negli occhi di molti il pensiero: “ma professore, stiamo parlando della famiglia naturale, no?”.

Ecco, appunto. Non esiste.

Lo ripeto con calma: non esiste una famiglia naturale. Esistono esseri umani che devono riprodursi e crescere i piccoli. Il resto sono istituzioni, visioni del mondo, sistemi morali, idee metafisiche, norme, alleanze, scambi. Tutto. Tranne la natura.

Prendiamo l’“atomo di parentela” di Lévi Strauss: non è la famigliola da pubblicità coniugale, ma include il cognato, cioè la persona che ti arriva in casa perché il matrimonio, prima di essere amore, è scambio tra gruppi. Finché la società è piccola, la funzione del cognato è vitale: è un terzo che controlla, vigila e tiene in piedi la rete dei legami. Quando scompare lui, scompare la protezione sociale. È quella che io chiamo la morte del cognato, che in Italia paghiamo carissima in termini di fragilità familiare e violenza domestica.

Poi c’è la questione dell’incesto. Tutto proibito? Macché. Le unioni tra cugini sono frequentissime nel mondo e non mettono in crisi il tabù, perché il tabù agisce sui legami di primo grado. Anzi, le eccezioni dinastiche (faraoni, nobiltà) rinforzano il punto: se vuoi conservare un potere percepito come extra umano, tienilo dentro casa.

E mentre qui idealizziamo l’“amore libero”, le statistiche ci ricordano che ci si sposa nel proprio bacino sociale, come sempre. Solo che abbiamo perso i legami che sorvegliavano le relazioni. Ci illudiamo di poter costruire una famiglia con due persone in un monolocale, senza una rete di prossimità. Sapete com’è andata a finire in troppi casi. La storia di Jessica Faoro lo mostra benissimo.

Il bello è che la famiglia si può creare anche senza sangue: padrinato, comparatico, fratellanza di latte, adozione, totem, autoctonie. Tutti modi per dire che la parentela è reciprocità dell’essere, non genetica. E oggi l’epigenetica ce lo sbatte in faccia: ciò che siamo dipende anche dall’ambiente, dalle diete gestazionali, dall’allevamento. Non esiste un “genitore naturale” che non sia anche culturale.

E poi il mondo è pieno di sistemi che capovolgerebbero le nostre certezze. Nei Trobriand, ad esempio, i figli “sono” della madre, mentre lo zio materno è il tenutario della tua eredità e dei tuoi rituali. In Cina, al contrario, nella tradizione patrilineare tutto passa dal padre e la sposa viene letteralmente assorbita dal gruppo del marito. Lo “zio” non è la stessa persona nei due mondi. Neppure la parola è la stessa, ma di certo la realtà sociale è tutt’altra.

E arriviamo alla domanda che sembra banale e invece apre un continente: perché esiste il matrimonio? Perché garantisce eredi, ma soprattutto perché allarga le alleanze. È un vaccino sociale: ti evita di essere circondato da nemici e ti obbliga a tenere legami vivi. Meglio sposarsi fuori che essere fatti fuori.

In tutto questo, l’unica cosa naturale è la necessità di riprodursi. Il resto è arte, istituzione, invenzione, bricolage culturale.

Chi pensa il contrario, più che difendere la natura, difende un’ideologia travestita da ovvietà. La parentela è un laboratorio culturale in cui gli umani sperimentano modi diversi per affrontare la vulnerabilità della vita. E questo è il bello.

Domani si entra nella parte tecnica: schemi, notazioni, e la solita guerra semantica tra zii, cognati e linee di discendenza. Taccuino alla mano.