Le case che scegliamo, i mondi che ereditiamo

 

Antropologia culturale Modulo A Lezione 15 registrata il 4 novembre 2025

La lezione 15 è quella in cui gli studenti scoprono la verità che nessuno vuole sentirsi dire: che la famiglia naturale non esiste, e che anche le pareti dentro cui cresciamo sono istituzioni sociali, non un ramo spontaneo di biologia applicata. E allora eccoci a studiare la grammatica dei grafi: quadratino, cerchietto, linea orizzontale, discendente, barrette dell'unione. Il nostro piccolo alfabeto da geometri del sangue.

Poi arrivano le prime magie. Basta spostare dove vai ad abitare dopo il matrimonio e il mondo cambia. Natolocali, patrilocali, matrilocali, ambilocali. Addirittura avuncolocali. Gli umani hanno inventato un numero ampio ma comunque finito di combinazioni per dirsi a chi appartengono e chi appartiene a loro. I Nayar del Kerala, con la casa materna come fulcro, ci ricordano che fratelli e sorelle possono essere più centrali degli sposi. Invece altrove, come nelle grandi tradizioni patrilineari, il mondo gira intorno ai figli del padre, e il cognome è una reliquia fossilizzata di quella logica.

La cosa incredibile è che queste architetture domestiche non sono neutrali. Modellano potere, modi di sussistenza, eredità, obblighi. E soprattutto riscrivono la domanda base: chi sono i miei? Chi cresce i miei figli? A chi devo lealtà?

Per capirlo serve un passaggio in più: distinguere tra parentadi egocentrati e gruppi di discendenza. Il nostro è un sistema cognatico, flessibile, sfocato, attivato solo quando serve. Ma appena si passa ai sistemi unilineari, ecco emergere clan, lignaggi, metà, antenati fondatori e responsabilità collettive. Insomma, la parentela è anche politica.

E poi il capitolo più divertente, quello che ogni anno scatena reazioni emotive: i cugini paralleli e i cugini incrociati, con matrimoni preferenziali che a prima vista sembrano pura follia ma che, letti dall’interno, diventano soluzioni elegantissime per bilanciare scambi e alleanze. Quando gli studenti scoprono che esiste il matrimonio con la doppia cugina incrociata, li vedo vacillare. È un buon segno: sta crollando la superstizione della “normalità”, e il mondo si apre.

Chiudiamo con l’ammonimento metodologico. L’antropologia non celebra l’esotico: spiega. E spiegando, smonta la naturalizzazione del nostro modo di vivere. Con il lavoro -emic, con la thick description, con l’onestà di non trasformare l’altro in caricatura. Alla fine della partita, il punto non è diventare Trobriandesi o Nayar, ma accorgersi che noi stessi siamo solo una variante, non il punto d’arrivo dell’umanità.

Domani, fase due: tecnicismi puri. Ma oggi ci basti questo: la parentela non è mai natura, è sempre ambiente organizzato. E ciò che chiamiamo famiglia è solo una delle tante forme sensate che la nostra specie si è data per non affrontare il mondo da sola.