Antropologia culturale Modulo B Lezione 10 registrata il primo dicembre 2025
La lezione 10 (1 dicembre) del Modulo B di Antropologia culturale (Antropologia delle religioni) parte con una cosa che, detta male, sembra banale e detta bene è già teoria: fare campo. Visitare il Divino Amore in orario di lezione, guardare la tomba di don Terenzi, leggere gli ex voto, misurare con gli occhi come un santuario produce aggregazione e, senza dirlo, anche una certa forma di cittadinanza. Poi, come in ogni buona storia romana, si allarga l’itinerario: Torpignattara (dove la diversità religiosa non è un dibattito, è un marciapiede), Sinagoga, Grande Moschea, Tempio mormone. Insomma: “Religione in città”, ma senza l’aria da powerpoint, con le scarpe.
Il passaggio è semplice: se la religione è
anche logistica, allora è anche politica dello spazio. Non ci interessa
solo cosa la gente “crede”, ci interessa dove va, cosa tocca, cosa lascia, chi
incontra e quali ruoli sociali si attivano in quei percorsi. L’antropologia,
quando non si distrare, è una disciplina che sa essere spietata: ti obbliga a
vedere che la trascendenza, nella vita reale, ha sempre una mappa.
Da qui entra il tema: la crisi della
cristianità europea, il dibattito sulla “fine del cristianesimo”, parrocchie
che faticano a reggersi, vocazioni rare, pratiche che scendono. E come spesso
accade, al declino non segue il silenzio, ma una reazione: apologetica e
polemica, con un nome quasi da videogioco, “Cristianesimo Reloaded”. Non
la fede come tradizione quieta, ma la fede come risposta militante, spesso
costruita nei circuiti anglosassoni e diffusa con l’aria del tempo: Internet,
social, piattaforme, commenti, clip, dibattiti tagliati a misura di algoritmo.
Il primo avversario dichiarato è il Nuovo
Ateismo, quell’ateismo con la camicia stirata e il tono da conferenza TED, che
dopo il 2001 trova una forza narrativa particolare. I “quattro cavalieri”
diventano personaggi ricorrenti: Harris (religione come irrazionalità), Dawkins
(religione come zavorra), Hitchens (religione come ipocrisia morale), Dennett
(religione come freno evolutivo). Non importa qui stabilire chi abbia ragione
in assoluto. Importa notare che il Nuovo Ateismo ha funzionato come una forma
di catechesi secolare, con i suoi testi, i suoi apostoli e un peccato
originale ben riconoscibile: la fede come errore cognitivo.
Ma poi succede qualcosa che manda in crisi
la sceneggiatura: l’apparire, nello spazio pubblico globale, di un Islam
combattivo e ideologicamente sicuro di sé. Rivoluzione iraniana, Versetti
satanici, e più in generale la constatazione empirica che la modernizzazione
non produce automaticamente evaporazione del sacro. La secolarizzazione, come
teoria, mostra delle crepe. E qui si apre una faglia importante: il
cristianesimo, nel suo lungo apprendistato europeo, ha imparato a distinguere
Dio e Cesare (non sempre con coerenza, ma almeno come principio), mentre molte
forme dell’Islam politico non accettano una separazione istituzionale tra sfera
religiosa e sfera politica. Il risultato, nel discorso pubblico, è un conflitto
non solo di credenze, ma di architetture sociali.
Dentro questa faglia si muove un Islam
“globale”, sostenuto anche da flussi economici e infrastrutturali che potremmo
chiamare, con Appadurai, dei finanziorami. E insieme arrivano, o si
rendono più visibili, le pratiche di dawa, cioè l’invito missionario
all’Islam, spesso con una sceneggiatura ripetibile, un vero copione. Il
cosiddetto “ventre molle” dell’Occidente secolarizzato viene letto come spazio
penetrabile: persone con poche competenze teologiche, identità fragili, desiderio
di certezze forti. E le certezze forti, nel mercato globale dei significati,
sono sempre un prodotto competitivo.
La sceneggiatura tipica è interessante
perché è più epistemologica che spirituale: preservazione perfetta del Corano,
Bibbia come testo “corrotto”, Gesù non crocifisso e non Figlio di Dio,
superiorità della lingua araba, miracoli scientifici, moralità superiore del
Profeta. È un pacchetto che non mira solo a convincerti, mira a farti sentire
che la tua fede è inferiore, intellettualmente e moralmente. In
antropologia diremmo: attacco alla legittimità e non solo alla dottrina.
Poi però arriva l’effetto collaterale
della modernità digitale: se tutto è su YouTube, allora niente resta davvero
“protetto”. La narrazione ufficiale sulla preservazione perfetta del Corano,
per esempio, entra nel tritacarne della disponibilità totale delle fonti, e
comincia a essere discussa in pubblico, anche in luoghi simbolici come lo
Speakers’ Corner di Londra. Ed ecco il dettaglio rivelatore: alcuni studiosi e
predicatori ammettono l’esistenza di “buchi nella narrativa”, ma raccomandano
di non parlarne davanti alle folle. Questo non dimostra automaticamente una
tesi teologica, ma rivela una cosa sociologica robusta: ogni tradizione ha una
gestione della fragilità interna, e decide quando renderla visibile.
È in questo spazio che “Cristianesimo
Reloaded” trova ossigeno. Non come ritorno nostalgico, ma come produzione di
contenuti, confutazioni, testimonianze, biografie esemplari. La conversione,
qui, diventa un oggetto narrativo ad altissima resa: Ayaan Hirsi Ali, con la
traiettoria dalla militanza atea alla conversione cristiana, e David Wood, con
la figura dell’ex criminale convertito in carcere che diventa apologeta. Non è
solo fede personale: è capitale simbolico, è prova vivente, è racconto che “sta
in piedi” in un ecosistema mediatico che premia la storia drammatica, il prima
e dopo, la svolta, la libertà di coscienza esibita come trofeo.
Il punto della lezione, per come lo leggo
io, non è “chi vince” tra atei, musulmani e cristiani, come se fosse un
campionato. Il punto è capire il dispositivo: il sacro, sotto pressione, cambia
forma e cambia canale. Il cristianesimo europeo perde terreno in certi luoghi,
ma si riorganizza come discorso pubblico digitale. L’ateismo militante si
comporta come religione senza altare. L’Islam globale usa sceneggiature di
convincimento che sono, spesso, battaglie sulla verità testuale e
sull’autorità. E noi, antropologi, nel mezzo, facciamo una cosa imbarazzante:
andiamo al santuario a guardare gli ex voto e poi torniamo a casa a guardare i
dibattiti su YouTube. È la stessa città,
solo con due liturgie diverse.
