Cristianesimo Reloaded: quando Dio apre un canale YouTube e l’antropologo prende appunti

 

Antropologia culturale Modulo B Lezione 10 registrata il primo dicembre 2025

La lezione 10 (1 dicembre) del Modulo B di Antropologia culturale (Antropologia delle religioni) parte con una cosa che, detta male, sembra banale e detta bene è già teoria: fare campo. Visitare il Divino Amore in orario di lezione, guardare la tomba di don Terenzi, leggere gli ex voto, misurare con gli occhi come un santuario produce aggregazione e, senza dirlo, anche una certa forma di cittadinanza. Poi, come in ogni buona storia romana, si allarga l’itinerario: Torpignattara (dove la diversità religiosa non è un dibattito, è un marciapiede), Sinagoga, Grande Moschea, Tempio mormone. Insomma: “Religione in città”, ma senza l’aria da powerpoint, con le scarpe.

Il passaggio è semplice: se la religione è anche logistica, allora è anche politica dello spazio. Non ci interessa solo cosa la gente “crede”, ci interessa dove va, cosa tocca, cosa lascia, chi incontra e quali ruoli sociali si attivano in quei percorsi. L’antropologia, quando non si distrare, è una disciplina che sa essere spietata: ti obbliga a vedere che la trascendenza, nella vita reale, ha sempre una mappa.

Da qui entra il tema: la crisi della cristianità europea, il dibattito sulla “fine del cristianesimo”, parrocchie che faticano a reggersi, vocazioni rare, pratiche che scendono. E come spesso accade, al declino non segue il silenzio, ma una reazione: apologetica e polemica, con un nome quasi da videogioco, “Cristianesimo Reloaded”. Non la fede come tradizione quieta, ma la fede come risposta militante, spesso costruita nei circuiti anglosassoni e diffusa con l’aria del tempo: Internet, social, piattaforme, commenti, clip, dibattiti tagliati a misura di algoritmo.

Il primo avversario dichiarato è il Nuovo Ateismo, quell’ateismo con la camicia stirata e il tono da conferenza TED, che dopo il 2001 trova una forza narrativa particolare. I “quattro cavalieri” diventano personaggi ricorrenti: Harris (religione come irrazionalità), Dawkins (religione come zavorra), Hitchens (religione come ipocrisia morale), Dennett (religione come freno evolutivo). Non importa qui stabilire chi abbia ragione in assoluto. Importa notare che il Nuovo Ateismo ha funzionato come una forma di catechesi secolare, con i suoi testi, i suoi apostoli e un peccato originale ben riconoscibile: la fede come errore cognitivo.

Ma poi succede qualcosa che manda in crisi la sceneggiatura: l’apparire, nello spazio pubblico globale, di un Islam combattivo e ideologicamente sicuro di sé. Rivoluzione iraniana, Versetti satanici, e più in generale la constatazione empirica che la modernizzazione non produce automaticamente evaporazione del sacro. La secolarizzazione, come teoria, mostra delle crepe. E qui si apre una faglia importante: il cristianesimo, nel suo lungo apprendistato europeo, ha imparato a distinguere Dio e Cesare (non sempre con coerenza, ma almeno come principio), mentre molte forme dell’Islam politico non accettano una separazione istituzionale tra sfera religiosa e sfera politica. Il risultato, nel discorso pubblico, è un conflitto non solo di credenze, ma di architetture sociali.

Dentro questa faglia si muove un Islam “globale”, sostenuto anche da flussi economici e infrastrutturali che potremmo chiamare, con Appadurai, dei finanziorami. E insieme arrivano, o si rendono più visibili, le pratiche di dawa, cioè l’invito missionario all’Islam, spesso con una sceneggiatura ripetibile, un vero copione. Il cosiddetto “ventre molle” dell’Occidente secolarizzato viene letto come spazio penetrabile: persone con poche competenze teologiche, identità fragili, desiderio di certezze forti. E le certezze forti, nel mercato globale dei significati, sono sempre un prodotto competitivo.

La sceneggiatura tipica è interessante perché è più epistemologica che spirituale: preservazione perfetta del Corano, Bibbia come testo “corrotto”, Gesù non crocifisso e non Figlio di Dio, superiorità della lingua araba, miracoli scientifici, moralità superiore del Profeta. È un pacchetto che non mira solo a convincerti, mira a farti sentire che la tua fede è inferiore, intellettualmente e moralmente. In antropologia diremmo: attacco alla legittimità e non solo alla dottrina.

Poi però arriva l’effetto collaterale della modernità digitale: se tutto è su YouTube, allora niente resta davvero “protetto”. La narrazione ufficiale sulla preservazione perfetta del Corano, per esempio, entra nel tritacarne della disponibilità totale delle fonti, e comincia a essere discussa in pubblico, anche in luoghi simbolici come lo Speakers’ Corner di Londra. Ed ecco il dettaglio rivelatore: alcuni studiosi e predicatori ammettono l’esistenza di “buchi nella narrativa”, ma raccomandano di non parlarne davanti alle folle. Questo non dimostra automaticamente una tesi teologica, ma rivela una cosa sociologica robusta: ogni tradizione ha una gestione della fragilità interna, e decide quando renderla visibile.

È in questo spazio che “Cristianesimo Reloaded” trova ossigeno. Non come ritorno nostalgico, ma come produzione di contenuti, confutazioni, testimonianze, biografie esemplari. La conversione, qui, diventa un oggetto narrativo ad altissima resa: Ayaan Hirsi Ali, con la traiettoria dalla militanza atea alla conversione cristiana, e David Wood, con la figura dell’ex criminale convertito in carcere che diventa apologeta. Non è solo fede personale: è capitale simbolico, è prova vivente, è racconto che “sta in piedi” in un ecosistema mediatico che premia la storia drammatica, il prima e dopo, la svolta, la libertà di coscienza esibita come trofeo.

Il punto della lezione, per come lo leggo io, non è “chi vince” tra atei, musulmani e cristiani, come se fosse un campionato. Il punto è capire il dispositivo: il sacro, sotto pressione, cambia forma e cambia canale. Il cristianesimo europeo perde terreno in certi luoghi, ma si riorganizza come discorso pubblico digitale. L’ateismo militante si comporta come religione senza altare. L’Islam globale usa sceneggiature di convincimento che sono, spesso, battaglie sulla verità testuale e sull’autorità. E noi, antropologi, nel mezzo, facciamo una cosa imbarazzante: andiamo al santuario a guardare gli ex voto e poi torniamo a casa a guardare i dibattiti su YouTube. È la stessa città, solo con due liturgie diverse.