Da qualche anno abbiamo scoperto che togliere il telefono a un adolescente è un gesto di una brutalità quasi ottocentesca. Un tempo li mandavamo in miniera, poi abbiamo istituito la scuola dell’obbligo e infine, in un soprassalto di civiltà, abbiamo riconosciuto il diritto inalienabile del quattordicenne a ricevere durante l’ora di matematica il reel di un tizio che cade da uno skateboard. Qualche scuola, evidentemente rimasta indietro nel processo di emancipazione umana, ha cominciato a sequestrare gli smartphone all’ingresso. Da lì è partita una domanda scientificamente sensata: funziona?
Emma Park, Carmen Lim, Zach Rausch e
Jonathan Haidt hanno appena pubblicato un working paper, Are School Phone
Restriction Policies Working?, che prova a rispondere senza ricorrere alle
due grandi scuole di pensiero con cui normalmente affrontiamo la tecnologia:
«signora mia, ai miei tempi si giocava a pallone» e «ormai il futuro è questo,
bisogna adeguarsi». Hanno esaminato sette esperimenti naturali nei quali
è possibile confrontare ciò che accade prima e dopo l’introduzione di
limitazioni all’uso del telefono. Il quadro che emerge è abbastanza sobrio: gli
effetti risultano in prevalenza positivi oppure nulli, mentre quelli
negativi sono relativamente pochi. Soprattutto, i risultati diventano più
interessanti quando il divieto riesce davvero a ridurre l’uso effettivo
degli smartphone.
Sembra una precisazione da Monsieur de La
Palice, e invece contiene buona parte del problema. Una scuola può approvare un
magnifico regolamento nel quale si stabilisce che gli smartphone sono vietati
dalle 8.15 alle 13.45, farlo firmare al dirigente, inserirlo nel PTOF,
pubblicarlo sul sito, allegarlo a una circolare di nove pagine e continuare ad
avere cinquecento ragazzi che controllano WhatsApp sotto il banco. In
quel caso la scuola dispone di una phone policy e gli studenti
dispongono ancora del telefono. Il ricercatore che vuole sapere cosa accade
quando si elimina lo smartphone dovrebbe avere la scortesia metodologica
di verificare quale delle due cose produca effettivamente conseguenze.
Uno degli studi più citati nel dibattito
americano, condotto da Hunt Allcott e colleghi usando le custodie Yondr,
era stato riassunto sulla stampa con la formula rassicurante secondo cui i
divieti avrebbero avuto un effetto prossimo allo zero sui risultati
scolastici. Zero, fine della discussione: restituite TikTok al ragazzo e
lasciatelo studiare le equazioni in santa pace. Guardando meglio i dati succede
qualcosa di meno adatto ai titoli dei giornali. Nelle high school, dove
gli studenti usavano molto di più il telefono e dove le custodie ne hanno
effettivamente ridotto l’uso, il rendimento migliora modestamente, soprattutto
in matematica; nelle middle school compaiono invece piccoli effetti negativi.
Poiché nel campione le middle school erano molto più numerose, la media
aggregata si avvicina allo zero. La statistica possiede questa meravigliosa
capacità di dire e nascondere la verità nella stessa tabella.
Il caso brasiliano offre un indizio ancora
più gustoso. A Rio de Janeiro le restrizioni sono state introdotte in
due tempi: prima è arrivato il divieto durante le lezioni, successivamente il
telefono è stato proibito durante l’intera giornata scolastica. La prima
misura produce quasi nulla. La seconda si accompagna a miglioramenti in matematica
e portoghese che i ricercatori stimano nell’ordine di un quinto di anno
scolastico. Questo risultato è interessante perché obbliga a prendere in
considerazione una variabile che a scuola gode generalmente di un prestigio
scientifico assai modesto: la ricreazione.
Se il problema consistesse soltanto nella distrazione
durante la lezione, il primo divieto avrebbe dovuto svolgere gran parte del
lavoro. Durante matematica il ragazzo non guarda Instagram, ascolta il
professore, impara matematica: un meccanismo semplice, quasi pavloviano. Il
dato brasiliano suggerisce invece di osservare anche ciò che accade nei corridoi,
nei cortili, in mensa, durante l’intervallo, nell’attesa dell’insegnante e nei
cinque minuti prima della campanella. L’organizzazione scolastica tratta questa
enorme quantità di tempo come un interstizio tra le attività realmente
importanti; per un adolescente, invece, quegli interstizi costituiscono una
parte considerevole della vita scolastica reale.
L’intervallo scolastico è infatti una
strana istituzione. Nessuno ha preparato un programma didattico
dell’intervallo, non esistono competenze attese alla fine del primo
quadrimestre in «chiacchierata davanti alla macchinetta» e nessun collegio
docenti stabilisce gli obiettivi minimi della presa in giro tra
compagni. Durante quei quindici minuti si imparano però cose piuttosto
complicate: entrare in una conversazione, capire quando una battuta ha
ferito qualcuno, reggere un silenzio, annoiarsi insieme, osservare chi resta
solo, fare pace, corteggiare malamente, litigare ancora peggio, scoprire che un
compagno apparentemente insopportabile conosce a memoria le stesse canzoni che
conosci tu. Tutta roba difficilissima da mettere nella griglia delle
competenze, e proprio per questo forse abbastanza importante.
Lo smartphone introduce in questo ambiente
una tecnologia sociale potentissima: andarsene senza spostarsi.
Il ragazzo resta fisicamente nel corridoio del liceo, circondato da altri
trenta corpi, e socialmente può trovarsi con un gamer coreano, un influencer di
Miami, quattro compagni della scuola precedente e un algoritmo californiano
che ha stabilito con ammirevole precisione che in quel momento gradirà vedere
un gatto terrorizzato da un cetriolo. La copresenza perde così una parte
della sua antica tirannia. Gli esseri umani hanno passato millenni costretti a
interagire con chi si trovava lì: la famiglia, il villaggio, la caserma, il
convento, l’officina e la scuola avevano almeno questa caratteristica comune. Gli
altri potevano risultare noiosi, aggressivi, seducenti, stupidi o buffi, ma
bisognava comunque farci i conti.
Lo smartphone porta invece in tasca una porta
di emergenza. Ogni volta che la situazione sociale diventa poco
interessante, compare un universo progettato precisamente per esserlo di più.
Il compagno davanti a me possiede tempi morti, ripete le cose, sbaglia
le battute e pretende attenzione reciproca; TikTok dispone di migliaia di
ingegneri che hanno lavorato affinché io non debba sperimentare neppure tre
secondi di noia. La concorrenza è leggermente sleale. Da questo punto di
vista, la scuola phone-free compie un esperimento antropologico curioso:
richiude la porta di emergenza e costringe alcune centinaia di adolescenti a
ritrovarsi nello stesso posto.
Le prime conseguenze, tra l’altro, non
sono tutte edificanti. Due degli studi esaminati da Park, Lim, Rausch e Haidt
rilevano un aumento degli incidenti disciplinari nel primo anno
successivo al divieto; negli anni seguenti il fenomeno rientra oppure si
rovescia. Gli autori suggeriscono diverse spiegazioni. Una parte delle
infrazioni può derivare semplicemente dalla nuova regola, che produce
nuove possibilità di trasgredire; una parte potrebbe avere un’origine ancora
più interessante, perché ragazzi che prima trascorrevano l’intervallo davanti
allo schermo ricominciano a interagire tra loro. Chiunque abbia visto
più di quattro adolescenti nello stesso luogo sa che l’interazione umana
non produce automaticamente un seminario sulla fratellanza universale.
Parlano, ridono, si insultano, si
innamorano, si spingono, si annoiano, formano gruppetti, escludono qualcuno e
qualche volta lo includono di nuovo. Una studentessa può scoprire che la
ragazza seduta due banchi più in là è simpatica; può anche scoprire che
è insopportabile. Entrambe le scoperte richiedono un mondo condiviso.
Un aumento temporaneo dei problemi disciplinari potrebbe quindi contenere un
dato paradossalmente interessante: la società scolastica ha ripreso a produrre attrito.
Le società reali producono attrito, mentre una comunità completamente priva di
conflitti esiste soprattutto nei dépliant dei villaggi turistici, nei programmi
elettorali e nelle sette religiose cinque minuti prima dello scisma.
La socializzazione consiste anche
nell’imparare a governare quell’attrito. Una scuola in cui nessuno litiga
perché tutti guardano uno schermo può essere disciplinarmente impeccabile
e antropologicamente deserta. Qualcosa di simile emerge dallo studio
norvegese esaminato nel paper: dopo l’introduzione dei divieti, tra le ragazze
migliorano i voti, diminuiscono il bullismo e alcuni indicatori di
disagio psicologico, con effetti particolarmente marcati nelle famiglie a
reddito più basso. Tra i ragazzi i benefici risultano molto meno evidenti,
salvo il calo del bullismo. I dati richiedono cautela, anche perché quello
studio non misura direttamente quanto sia diminuito l’uso effettivo dei
telefoni.
La cautela serve soprattutto a evitare la
soluzione semplice. Lo smartphone non contiene un piccolo demone che
succhia 0,024 deviazioni standard di matematica dal cervello degli
adolescenti. Haidt e colleghi sono abbastanza prudenti proprio su questo
aspetto: il declino internazionale dell’apprendimento coincide temporalmente
con la grande digitalizzazione dell’infanzia, ma la coincidenza non
dimostra che il telefono ne sia la causa. Laptop, tablet, social media, video
brevi, pandemia, trasformazioni pedagogiche e oggi intelligenza artificiale
compongono un sistema del quale comprendiamo ancora male gli effetti. Una
proposizione gode però di prove migliori: quando una scuola riesce realmente a
ridurre l’accesso agli smartphone durante la giornata, alcuni indicatori
accademici e sociali tendono a migliorare e gli effetti negativi risultano
relativamente rari.
Personalmente trovo ancora più
interessante ciò che questi studi ci obbligano a misurare. Park, Lim, Rausch e
Haidt propongono di osservare quante conversazioni faccia a faccia
avvengano durante l’intervallo, quanto rumore facciano i corridoi, quanti
ragazzi giochino, quanti prendano un libro in biblioteca, quanti parlino
con un insegnante fuori dall’ora di lezione, quanti restino soli.
Domande del genere producono una piccola rivoluzione concettuale, perché
la qualità di una scuola smette di coincidere esclusivamente con la quantità di
informazioni trasferite con successo dall’adulto al giovane. Comincia a
includere il tipo di mondo sociale nel quale quel trasferimento avviene.
Una scuola serve anche a prendere persone
che non si sono scelte, chiuderle per alcune ore nello stesso edificio e
insegnare loro, tra le altre cose, a sopportarsi abbastanza da costruire
qualcosa insieme. Il verbo «sopportare» gode oggi di pessima stampa; preferiamo
valorizzare, includere, accogliere, riconoscere, tutte attività nobili e
meritorie. La civiltà richiede però anche la modesta capacità di stare venti
minuti accanto a una persona che non ci valorizza affatto e magari
mastica pure con la bocca aperta. Per secoli abbiamo chiamato questa esperienza
società.
Il telefono offre la possibilità
tecnicamente straordinaria di vivere accanto agli altri conservando sempre
disponibile un altrove più gradevole. Una scuola che lo mette in un
armadietto per sei ore restituisce improvvisamente ai ragazzi una condizione
umana antica: per il momento siamo qui, insieme, e dobbiamo inventarci
qualcosa da fare gli uni con gli altri. Può darsi che i primi giorni non
sappiano bene come comportarsi, che litighino un po’ di più e che qualcuno
scopra con sgomento quanto sia lungo un intervallo di quindici minuti
quando non lo si può riempire scorrendo immagini. Dopo un po’, nella peggiore
delle ipotesi, potrebbero perfino cominciare a parlare.
