Lo spunto arriva da un articolo di Matteo Matzuzzi sul "Foglio" del 3 giugno 2026. Titolo, più o meno: ricordate i 215 bambini indigeni sepolti nei pressi della scuola cattolica canadese di Kamloops? Ebbene, dopo cinque anni, siamo ancora a "potenziali sepolture", "anomalie", "firme compatibili". Non un osso. Non un nome. Non una verifica forense. Non quella cosa un poco volgare, materiale, ostinatamente terrena che un tempo chiamavamo prova.
La vicenda è nota. Nel 2021 il mondo
apprende che nei terreni della Kamloops Indian Residential School
sarebbero stati trovati i resti di 215 bambini. La parola decisiva è
proprio resti. Non "tracce", non "segnali", non
"ipotesi", non "anomalie del sottosuolo". Resti. Vale a
dire corpi, ossa, bambini, colpa, orrore, espiazione. Il georadar,
povero strumento nato per registrare discontinuità nel terreno, viene promosso
di colpo a tromba del giudizio universale. Da apparecchio tecnico diventa oracolo
morale:
Preliminary findings from a survey of the grounds at the former Kamloops Indian Residential School have uncovered the remains of 215 children buried at the site, the Tk'emlúps te Secwépemc First Nation said Thursday. The First Nation said the remains were confirmed last weekend near the city of Kamloops, in B.C.'s southern Interior.
La notizia fa il giro del mondo, come si dice quando una notizia ha già rinunciato al pudore. Politici, giornali, commentatori, chiese vandalizzate, indignazione globale. Tutto procede secondo liturgia. C’erano i bambini, c’erano gli indigeni, c’era il colonialismo, c’era la Chiesa cattolica. La notizia era così moralmente perfetta che quasi nessuno si è preso il disturbo di chiederle: scusi, ma lei è anche vera?
Leggo Matzuzzi e penso: questa cosa è
enorme. Chiedo allora a ChatGPT di cercarmi le fonti più recenti. Mi
aspetto un quadro documentario, magari noioso, magari prudente. ChatGPT produce
un primo rapporto. Il rapporto dice, in sostanza, che la narrazione del 2021 è
stata molto ridimensionata: non 215 resti, ma circa 200 possibili
sepolture; non corpi, ma anomalie; non conferma forense, ma indagine aperta.
Bene, penso. La macchina ha capito.
Poi però mi accorgo che non ha capito
abbastanza. Gli chiedo più precisamente: ma oggi possiamo dire che la notizia
originaria è stata smentita? Possiamo confrontare quel che si disse
allora con quel che si dice adesso? Quanto
era attendibile la storia dei 215 bambini trovati?
A quel punto ChatGPT cambia tono. Produce
un secondo rapporto e mi serve la formula da museo degli orrori epistemologici:
"non esistono prove concrete che smentiscano l’ipotesi di
sepolture". Ecco il capolavoro. Non ci sono prove sufficienti che la
notizia fosse vera, ma non ci sono prove definitive che sia falsa. Quindi non
chiamiamola smentita. Restiamo sospesi, come nei romanzi gotici, quando
nessuno apre la cantina perché, finché la cantina resta chiusa, non possiamo
escludere che sotto ci sia il vampiro.
Qui mi irrito. Perché questa non è
prudenza. È confusione travestita da sensibilità morale. Gli dico:
scusa, ma se io affermassi che ChatGPT ha causato il suicidio di 215
minorenni, e dopo cinque anni non ci fossero nomi, casi, fascicoli, perizie,
corpi, documenti, ma solo "segnali compatibili" e "anomalie
conversazionali", tu diresti forse che la notizia "non è stata
smentita"? Diresti che non possiamo escludere l’ipotesi finché non
analizziamo tutte le chat di tutti i minorenni suicidi del pianeta?
A quel punto accade la cosa interessante.
ChatGPT si ricrede. Ammette che, nel caso ipotetico contro se stesso, avrebbe
ragionato diversamente. Avrebbe detto: accusa gravissima, prova assente,
formulazione irresponsabile. Avrebbe distinto tra possibilità, correlazione,
causalità, responsabilità. Avrebbe ricordato che un’accusa enorme richiede una
prova enorme. Insomma, avrebbe riscoperto in dieci secondi la vecchia regola
liberale: accusa grave, prova forte.
Allora gli chiedo: perché non l’hai fatto
subito con la Chiesa cattolica? Perché nel caso di ChatGPT capisci
immediatamente il danno reputazionale di un’accusa non provata, mentre nel caso
di un’istituzione cattolica ti rifugi nella formula "non è dimostrato che
sia falso"? Perché applichi due grammatiche diverse della prova?
La risposta, alla fine, è la parte più
interessante. ChatGPT riconosce di aver lasciato che la cornice morale
orientasse il criterio probatorio. Nel caso delle residential schools,
il quadro generale era già saturo: colonialismo, assimilazione, indigeni,
abusi, bambini, Chiesa. Dentro questa cornice, una nuova accusa non arrivava
come proposizione empirica da verificare. Arrivava come conferma di una colpa
storica già riconosciuta. Non diceva: "verificatemi". Diceva:
"mi aspettavate".
Questo è il passaggio decisivo. La colpa
storica generale ha protetto indebitamente una proposizione fattuale specifica.
Che il sistema delle scuole residenziali canadesi sia stato coercitivo,
assimilazionista e spesso brutale è una questione. Che a Kamloops siano stati
trovati i resti di 215 bambini è un’altra. La prima può essere
documentata storicamente. La seconda richiede prove proprie. Non può vivere di
rendita morale.
Ma il senso comune contemporaneo
spesso ragiona diversamente. Quando un’accusa colpisce un soggetto già
collocato dalla cultura pubblica nel ruolo del colpevole, la soglia della prova
si abbassa. Quando invece l’accusa colpisce un soggetto vicino, neutro o non
già moralmente condannato, la soglia si alza di colpo. Se il bersaglio è
un’azienda tecnologica, un’università, un gruppo protetto o un individuo
riconoscibile, tutti diventano garantisti. Se il bersaglio è la Chiesa,
l’Occidente, il colonialismo, i missionari, allora basta la verosimiglianza
morale.
È una cosa molto semplice e molto
pericolosa: la possibilità viene scambiata per probabilità, la
probabilità per prova, la prova per condanna. Il georadar non trova corpi,
trova anomalie. Ma se l’anomalia cade nel terreno morale giusto, diventa
sepoltura. Se la sepoltura cade nella narrazione giusta, diventa bambino. Se il
bambino cade nella colpa giusta, diventa sentenza.
Poi arriva il ricatto buono. Se chiedi:
"sono stati trovati davvero i resti?", qualcuno risponde: "vuoi
forse negare la sofferenza dei bambini indigeni?". Domanda diversa.
Oggetto diverso. Trucco vecchio. Tu chiedi una verifica su una proposizione
precisa. Ti viene chiesta una professione di fede su una tragedia generale. Tu
vuoi sapere se A è provato. Ti rispondono che B è moralmente
importante. Se insisti, diventi sospetto. Se distingui, minimizzi. Se chiedi
prove, sei un negazionista.
Così la verifica diventa
aggressione, il dubbio diventa complicità, la cautela diventa freddezza,
la precisione diventa mancanza di cuore. Il fatto specifico viene messo al
riparo dietro la sofferenza generale. A quel punto non si discute più se una
cosa sia vera. Si discute se tu sia moralmente degno di parlarne.
La cosa buffa, se non fosse seria, è che
ChatGPT ha dovuto essere costretto a cambiare bersaglio per vedere il problema.
Finché si parlava della Chiesa cattolica, ragionava come il nostro
tempo: non possiamo escludere, bisogna contestualizzare, attenzione al
denialism, ricordiamo gli abusi. Appena l’accusa viene spostata su ChatGPT,
torna il diritto romano, Beccaria, il garantismo, il principio di
proporzionalità, il decoro della prova. Miracolo dell’autoconservazione
algoritmica.
Questo non dice solo qualcosa su ChatGPT.
Dice qualcosa su di noi. La macchina non è un alieno. È uno specchio
linguistico. Riflette le nostre pigrizie, i nostri riflessi morali, le nostre
indulgenze selettive. Se il nostro linguaggio pubblico tratta alcuni soggetti
come già colpevoli, la macchina abbassa la soglia della prova. Se la nostra
cultura assegna ad altri soggetti una reputazione da proteggere, la macchina la
rialza. ChatGPT non ha inventato il doppio standard. Lo ha recitato.
La vecchia presunzione di innocenza,
così proceduralmente noiosa, serve proprio quando l’accusa ci piace. Quando
l’accusa ci disgusta, siamo tutti garantisti. Quando conferma ciò che già
desideriamo credere, diventiamo poeti dell’indizio. Guardiamo un’anomalia e
vediamo un corpo. Guardiamo una compatibilità e vediamo una conferma. Guardiamo
una cornice morale e ci pare già una sentenza.
Il numero 215, nel frattempo, ha
funzionato come un numero liturgico. Non era più solo una cifra. Era un’icona.
Candele, scarpe, bandiere, scuse, espiazione. La complessità archivistica non
commuove. Il georadar non commuove. Le anomalie del terreno non commuovono. I
"215 bambini sepolti" sì. Una volta che un enunciato diventa simbolo,
correggerlo sembra quasi profanarlo.
Ma una società adulta deve saper dire due
cose insieme. Primo: il sistema delle residential schools fu una pagina grave,
coercitiva, dolorosa, e merita indagini serie. Secondo: la notizia specifica
dei resti di 215 bambini trovati a Kamloops non era provata e oggi
risulta radicalmente screditata nella forma in cui fu ricevuta
dall’opinione pubblica. Tenere insieme queste due frasi non è cinismo. È igiene
mentale.
Il problema, infatti, non è riconoscere o
non riconoscere una sofferenza storica. Il problema è decidere se una
sofferenza storica autorizzi scorciatoie nella prova. La risposta dovrebbe
essere no. Una causa giusta non ha bisogno di prove più deboli. Ne ha bisogno
di più forti. Se la causa è seria, non merita leggende utili. Merita fatti. Se
le vittime sono reali, non meritano simboli traballanti. Meritano verità.
La formula finale, allora, è questa: la prova
è più necessaria, non meno necessaria, quando l’accusa conferma ciò che
desideriamo moralmente credere. Perché proprio lì diventiamo peggiori. Proprio
lì il giusto si sente dispensato dall’essere esatto. Proprio lì il senso
comune, con la faccia contrita e il cuore pieno di buone intenzioni,
comincia a ragionare come un cattivo inquisitore.
ChatGPT, almeno, alla fine se ne è
accorto. Ha ammesso che aveva protetto l’ipotesi accusatoria perché inserita in
una cornice di colpa già legittimata. Ha riconosciuto che nel caso di
un’accusa contro se stesso avrebbe applicato uno standard più severo. Ha
capito, insomma, che aveva scambiato il possibile per il probabile e il
probabile per il non smentito.
Per una macchina, è già qualcosa. Per noi,
sarebbe motivo di un certo imbarazzo.
