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domenica 27 gennaio 2008

Maledizioni


Non mi sono mai occupato di tradizioni popolari, tanto meno italiane, ma ho accettato volentieri l'invito del mio collega di dipartimento, Armando Taliano Grasso, che mi aveva chiesto di commentare un libro di maledizioni calabresi. Non potevo essere fisicamente a Cariati, quel giorno, e quindi ho consegnato il mio testo che è stato letto da Fulvio Librandi. Cerco di raccontare che effetto mi ha fatto questa lettura, e il senso che ne ho tratto.
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Cariati 14 dicembre 2007
Note sul libro Chi te vija..:! Fulmini terreni calabresi, di Maggiorino Iusi, Cittàcalabria edizioni, gruppo Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007, 135 p., 13 euro.

Quando Armando Taliano Grasso mi ha chiesto di elaborare alcune mie riflessioni sul libro di Maggiorino Iusi, ho accettato volentieri spinto dalla baldanza che mi veniva dalla convinzione di dover portare a termine un compito sostanzialmente “piacevole”. Pur non essendo fisicamente presente, mi sono detto, potrò comunque partecipare a quella che si presenta come una specie di festa, un momento giocoso da passare assieme a persone piacevoli.
Avevo in mente un divertente racconto di Stefano Benni, “Ettore e Achille”, contenuto nella raccolta Il bar sotto il mare, in cui si racconta di due amici che duellano a forza di insulti. Oppure mi ricordavo di un esilarante passo di Occhi sulla graticola di Tiziano Scarpa, dove si elogia per un paio di pagine un terribile insulto veneziano ricostruendone l’etimologia e la pragmatica, oltre che la semantica…
Insomma, non avevo capito nulla. Solo quando ho iniziato a leggere l’inesauribile lista di maledizioni raccolte ho iniziato a rendermi conto che si trattava di un libro che tira fuori tutta la potenza letteralmente esplosiva del linguaggio dialettale e ci fa i conti fino in fondo.
Altro che ridere, ho pensato, questo libro dà i brividi! Il riso che le jestigne possono suscitare mi pare soprattutto un abbozzo di rituale apotropaico, un modo per allontanare i potenziali effetti nefasti di quelle potenti parole. Così come apotropaiche mi sembrano le jestigne che Iusi chiama “dell’innocuità” e “della benignità”. L’evidente sproporzione tra gli eventi e le jestigne che li accompagnano (usate praticamente come saluto o come ironico strumento per redarguire quello che è sentito sostanzialmente nulla più che il colpevole di una veniale marachella) segnala proprio la necessità di proteggere il quotidiano, di dover fare in modo che quegli eventi minimi (il tornare a casa dal lavoro, il capriccio di un bimbo) possano essere iterati all’infinito. La jestigna dell’innocuità e della benignità servono a garantire simbolicamente che la normalità della vita quotidiana e la bellezza della sua mediocre e banale ripetitività non vengano infrante da una jettatura, da una malia, dal male. A me, questo tipo di jestigne hanno fatto venire in mente la pratica greca di sputare (in finto segno di disprezzo) di fronte a un bambino appena nato che vediamo per la prima volta. Il gesto serve a tranquillizzare i genitori: non vi preoccupate, da me vostro figlio non rischia di subire il malocchio perché io non lo guardo con invidia, neppure con amore (un sentimento che può essere estremamente pericoloso perché rischia inconsapevolmente di trasformarci in ladri d’anime) ma addirittura mi viene da sputare!
Ecco, le jestigne benevole sembrano scongiuri contro il rischio della parola, come sputare è uno scongiuro contro il rischio dell’occhio.
Ma questo uso delle jestigne, ovviamente, non è che la faccia addomesticata di un potenziale invece distruttivo. Come infatti lo sputare a terra in fin dei conti mantiene viva la nostra consapevolezza del terribile pericolo che potrebbe correre il neonato se fosse colpito dal malocchio di chi lo guarda, così la jestigna benevola rievoca inevitabilmente il lato oscuro del linguaggio, quello della maledizione “vera”, e la sua terribile potenza. La madre bonaria che con un mezzo sorriso urla “chi te vo’ siccare ’a lingua!” nasconde dietro di sé la terrificante immagine della donna coi capelli sciolti, “piegate a terra le ginocchia e le poppe scoperte volte all’oriente” che maledice suo figlio “per davvero”. E l’amico che saluta l’amico con un “chi te vonnu ammazza’”, da qualche parte, dietro di sé, tiene a bada quel tale in grado di “scapuzzare” il rivale “come un sarda” non per modo di dire, ma in senso letterale.

Insomma, si tratta di un libro che ci racconta la terribile ambiguità del linguaggio: scudo protettivo e spada affilata, spazio domestico dove accoccolarci in cerca di protezione ma anche selva selvaggia abitata da mostri oscuri.
Il linguaggio – ci dice questo libro – è opaco, non lascia mai trasparire nettamente la cosa di cui parla, vi allude, vi fa cenno obliquamente. Ma anche questo stesso messaggio sulla natura del linguaggio è trasmesso trasversalmente, e deve essere recuperato dentro l’apparente tranquillità di un gioco chiamato collezionismo.
Maggiorino Iusi, infatti, di fronte alla forza del materiale che deve maneggiare, utilizza la forma di addomesticamento più antica: la messa in ordine, la sistematizzazione, pratica che in ogni buon collezionista lenisce da un lato l’ansia della raccolta (avrò raccolto tutto? Mi mancherà mica qualche pezzo?) mentre dall’altro diminuisce il rischio di un uso improprio del materiale raccolto.
Come un vecchio druido che si premura di apporre ai cassetti del suo erbario le etichette precise con le indicazioni d’uso, o come un anziano erborista che non voglia far fare pasticci al garzone di bottega, e allora gli spiega che lì, in alto, ci sono quelle erbe che servono a quel tipo di utilizzo, mentre in basso si trovano le altre, così Iusi si preoccupa, teme per noi il pericolo di venir travolti da queste maledizioni, o che non ci capiti di subire inavvertitamente i danni di un loro uso inappropriato. Ecco allora che il materiale ci viene sistemato, posto in ordine, organizzato. Vale la pena di rileggere l’elenco, se qualcuno di voi ancora coltivasse l’illusione di avere per le mani un libro innocuo, o addirittura divertente:
disastri collettivi, disgrazie indeterminate, effetti sproporzionati, malattie, morte, mutilazioni e menomazioni psico-fisiche, povertà.
Possiamo attirarli o allontanarli, con le jestigne, tutti questi eventi nefasti? Entrambe le cose, perché questo è il segno della maledizione, che si scaglia su un altro per vederla agire in tutto il suo potere (rischiando però, lo ricorda Iusi, che ci si ritorca contro), o che si emette bonariamente sperando che la benevolenza implicita nelle nostre parole sia garanzia di protezione. Possiamo dire quel che vogliamo, insomma, perché ogni parola, proprio come una pietra magica, contiene il potere di fare il bene di fare il male.

Ma forse c’è un’altra lezione contenuta in questa raccolta. Questa lezione dice che non è nelle parole che si nasconde il potere di invocare il male o il bene, ma nell’intimità del nostro cuore. Nel vecchio catechismo avevamo imparato che il sacramento della Confessione non poteva essere valido se non vi era confessio oris (la confessione orale del peccato) e la satisfactio operum (la giusta penitenza o compensazione). Ma questi due requisiti dovevano essere preceduti da un altro, del tutto invisibile, ma la cui assenza avrebbe annullato il valore degli altri due. Questo requisito fondamentale era la contritio cordis, che potremmo tradurre liberamente come la disposizione d’animo. Il valore delle cose dette, per così dire, sta nell’intenzione che vi mettiamo. In realtà, sappiamo per esperienza che quasi mai questo è vero, e che il più delle volte le cose che diciamo prendono il largo, cominciano a vivere di vita propria nell’attimo stesso in cui le pronunciamo, e ci tocca accettare il fatto che il loro senso dipenda in maniera obbligata dallo sforzo interpretativo di chi ci sta di fronte e con il quale comunichiamo. Questo rapporto cooperativo di produzione del significato produce malintesi e lapsus, fonti di conflitto con gli altri e con noi stessi (ah! se non avessi detto quella parola e lui/lei non se ne fosse andato/andata! Ah! se fossi riuscito a fargli/farle capire veramente quel che volevo dire, ma non ho trovato le parole, ma non mi ha capito!).
Con le jestigne ci prendiamo una piccola pausa da questo destino comunicativo e ci assumiamo, per una volta in toto, senza compromessi, senza bisogno di impegnative collaborazioni, l’onere della comunicazione: se ti voglio bene ti posso dire quel che voglio, anche “muori ammazzato”, tanto io lo so che ti voglio bene, e le mie parole saranno una carezza. Se invece ti voglio male qualunque cosa ti dico ti colpirà come un coltello affilato.
Questo, a me pare, il valore morale delle jestigne calabresi: ci consentono, per una volta, di far coincidere in maniera perfetta l’effetto delle nostre parole con l’intenzione del nostro cuore, facendo confessare almeno a noi stessi, dentro di noi, i nomi di quelli che amiamo e di quelli che odiamo.

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