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lunedì 30 giugno 2008

Postilla sul Fato


Ho trovato nella borsa con cui viaggio l’articolo di Remo Bodei cui accennavo un paio di post fa.
Si tratta della recensione di Vergogna e necessità, di Bernard Williams, il Mulino, Bologna. È un libro che ricostruisce lo spessore della morale in epoca greca preclassica, sfidando la concezione che vorrebbe quell’epoca tutta protesa esternamente verso la vergogna, intesa come pura espressione sociale, e incapace di scavare nelle profondità dell’individuo. Williams, dice Bodei, riesce a farci vedere invece lo spessore dei personaggi omerici, per i quali il concetto di vergogna (esteriore) comprendeva almeno in parte anche quello di colpa (interiorizzata), che ovviamente verrà portato alle sue estreme conseguenze dal Cristianesimo.
Il tutto serve a Bodei per affermare quanto segue:
Ciò che più sta a cuore a Williams è far vedere come il concetto moderno di individuo agente in sintonia con le proprie libere scelte omette un dato di cui i greci erano ben consapevoli: che ciascuno di noi è esposto al caso e alla necessità, ai rovesci di fortuna e alla coercizione della natura o della volontà altrui… (Remo Bodei, Il Bene in balìa della fortuna, “Il Sole 24 Ore - Domenica”, 15 giugno 2008, n. 164, p. 39).

Per chi avesse voglia di approfondire, l’opposizione vergogna/colpa (introdotta da Ruth Benedict per spiegare in Il crisantemo e la spada la specificità culturale del Giappone durante la seconda guerra mondiale di fronte all’America giudaico-cristiana, che non lo capiva) ripresenta alcuni suoi tratti nella più tarda opposizione tra onore (gerarchico) e dignità (democratica) di cui parla Charles Taylor in Charles Taylor, Jürgen Habermas, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Feltrinelli, Milano, 1999, di cui ho già detto qualcosa su questo blog. Si tratta, credo dell’ennesima versione della metafora “l’io è un contenitore che le diverse fasi della storia umana procedono a rendere più profondo”, metafora che varrebbe la pena di indagare proprio nella produzione della soggettività moderna.

Discipline in dialogo

Il Dipartimento di Archologia e Storia delle Arti dell'Università della Calabria organizza una serie di incontri tra le diverse componenti disciplinari per far discuture gli studiosi e gli studenti con un intento interdisciplinare. La formula scelta è la seguente: per ogni incontro, l'esponente di un settore di ricerca (antropologia, storia dell'arte, archeologia, filologia) presenta un libro che ritiene importante per la sua disciplina, dopo di che si apre il dibattito.
Il 25 giugno scorso si è tenuto il primo incontro, in cui ho presentato il libro di Francesco Remotti Contro natura. Una lettera al papa.
Questo pulsante vi guida alla cartella dove potete scaricare gli mp3 dell'incontro. Consiglio: non ascoltate i file direttamente in streaming (a volte il filtro di esnips li distorce) ma scaricateli sul vostro computer.
Il prossimo incontro, a settembre, sarà guidato da Duccio Clausi, che ci introdurrà alla lettura di Filologia e libertà, di Luciano Canfora.

sabato 28 giugno 2008

Verso il Fato


Gli intellettuali si fanno vanto di saper interpretare lo spirito dei tempi, di capire in anticipo dove andrà il mondo. A parte aver azzeccato con una certa regolarità per diversi anni il “vincitore morale” del Festival di Sanremo, da questo punto di vista io sono un pessimo intellettuale, dato che la mia capacità di previsione è prossima allo zero (o comunque del tutto sovrapponibile a qualunque vaticinio stabilito a caso). Basti pensare ai consigli a mio padre di investire in Albania nel 1996 (pochi mesi prima del crollo delle piramidi che ha portato a una specie di guerra civile), al fatto che misi piede per la prima volta in una sede del Pci credo nel novembre 1988 (vale a dire pochi mesi prima che da quelle parti finisse praticamente tutto), e al fatto che qualche mese fa avevo segnalato in Capezzone (sì, quello che ora è il portavoce di Berlusconi) la vera novità della politica italiana.
Ammesso quindi il mio disastroso livello di perspicacia sullo spirito dei tempi, non ce la faccio comunque a resistere. Ci sono alcuni segnali recenti che mi fanno presagire un mutamento di rotta nel modo in cui concepiamo la nostra vita.
Negli ultimi trent’anni ha dominato il modello della agency, sia sul piano della pratica sociale, sia sul piano dell’analisi. Con agency, prendendo il termine in prestito dalle scienze sociali, indico un atteggiamento per cui i soggetti della vita sociale si sentono artefici delle loro sorti, e questo atteggiamento attraversa in modo trasversale le classi. Se infatti la borghesia ha incorporato il modello della agency da diversi secoli (sostanzialmente è quella classe sociale che fa della agency la sua struttura identitaria centrale), è solo con le grandi lotte politiche del Novecento che il modello prova a passare alle classi lavoratrici, ed è solo (e paradossalmente) con la fine dell’acme della lotta politica che il modello si rende effettivamente disponibile a una popolarizzazione capillare. Che si fosse ferrotramvieri, popolo delle partite IVA, colletti bianchi o imprenditori, tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Duemila ha dominato una concezione del sé tutta orientata al “mi faccio da me” e “scelgo quel che voglio essere”.
Da qualche anno, mi pare, questo modello è in declino. Sarà la precarizzazione del lavoro, sarà stata la crisi morale dell’Occidente susseguente all’11 settembre, sarà la stagnazione ormai radicata dello “sviluppo”, fatto sta che sempre più evidenti emergono i segnali di una concezione (e di una teorizzazione) della vita sociale che insiste sull’imprevedibile, sull’imponderabile, sulla dimensione letteralmente caotica della cause che producono specifici effetti sociali.
Un libro che va per la maggiore nella saggistica di queste settimane è il Cigno Nero di Nassim Nicholas Taleb.
Il libro vuole sostanzialmente dimostrare che buona parte di quel che succede, sul piano dell’azione sociale, dipende da fattori teoreticamente imprevedibili, che cioè non possono essere inclusi nei nostri quadri teorici (che come si sa dovrebbero essere assieme esplicativi degli eventi passati e predittivi di quelli futuri). Non siamo, dunque, in grado di formulare nel campo delle scienze umane teorie nel senso compiuto del termine, e dobbiamo accontentarci di glossare a margine gli eventi che sono “accaduti”, per evidenziare proprio (ovviamente solo ex post) quei fattori scatenanti e del tutto impossibili da ipotizzare ex ante.
Un secondo indizio è un pezzo che Remo Bodei ha pubblicato qualche settimana fa sul domenicale del Sole24ore, ma a casa non riesco a trovare l’articolo, e quindi dovete fidarvi (anzi, se qualcuno ha notizie precise di questo pezzo, pubblicato credo all’inizio di giugno, mi fa un grande favore a segnarlamelo).
Il terzo, infine, più privato, è stata una recente conversazione con il mio amico e collega Bjorn Thomassen. Bjorn mi raccontava come lui e i suoi colleghi stiano riflettendo, attorno alla nuova rivista International Political Anthropology, sulla differenza tra cose fatte e eventi accaduti. La maggior parte delle azioni che compiamo, dice questo abbozzo di teoria sociale, non è la conseguenza di scelte (razionali o irrazionali non è una distinzione interessante, in questo contesto) ma piuttosto un mero intersecarsi di eventi che ci succedono. Il semplice essere riconosciuti socialmente come “maschi” o “femmine” non dipende dalla nostra agency, e il tipo di interazione che abbiamo avuto con i nostri genitori nell’infanzia, con gli insegnanti nella scuola elementare o con i nostri pari fino all’adolescenza (una serie di fattori che si sa essere di fatto determinanti nella formazione di qualunque soggettività) sono tutte cose che “ci sono successe” e su cui non avevamo alcun controllo effettivo.
Ecco, dunque, che dopo la fase moderna degli strutturalismi (in cui il soggetto era la risultante di un fascio di relazioni che poteva essere districato dall’analisi sociale, e quindi orientato dalla politica) e la fase postmoderna della agency (in cui il soggetto è ironico homo faber del suo destino) ci avviciniamo a una fase (neopagana? Non c’è un termine per questo modo di vedere le cose, ancora) in cui i soggetti danno importanza al Fato come fattore determinante della struttura sociale e della loro posizione al suo interno. Non so dove ci porterà questa fase ma, a vederla da qui, suona un aggiustamento interessante del feroce pessimismo strutturalista e dell’irragionevole ottimismo postmoderno.

mercoledì 4 giugno 2008

Nostalgia da tavolino

In Surrogati di presenza, un libro che per alcuni versi trovo irritante ma comunque ricco di ottime intuizioni, Franco La Cecla offre un’interessante interpretazione di un tema che ho affrontato altre volte in questo blog, vale a dire il rapporto tra Internet e nostalgia, e in generale tra identità e revival. Dice La Cecla:

I media sono formidabili provocatori di nostalgia, perché sono essenzialmente evocativi: è l’evocazione la vera trasmissione che producono […] Chi oggi parla di ciò che accade nella rete, per esempio, parla di cinismo, di nichilismo, ma non afferra a fondo che il carattere nostalgico della rete stessa è sostanziale, non accessorio. La rete, simulando la realtà, sostituendola, la evoca, evoca con struggimento l’incontro che postula (p. 19).

Il punto forte è che ci spiega l’effetto Blade Runner che sembra pervadere il mondo: se i media trasmettono l’evocazione, posso provare effettivamente nostalgia per qualcosa che non ho mai sperimentato, dato che vengo colpito mediaticamente dalla sua ombra, dal suo “ricordo” (che è ricordato da qualcun altro, ma che posso esperire come fosse un ricordo mio).

Il punto debole è che anche questa proposta interpretativa tende a separare “la realtà” da “i media” (almeno i new ones), come se stare di fronte a un computer pigiando tasti o facendosi venire dolore al braccio a forza di mouse non fosse “reale”, tanto quanto scrivere una lettera o parlare al telefono.

martedì 27 maggio 2008

Seminario Passato Identità Politica


Cliccando arrivate a una cartella dove potete scaricare la registrazione integrale degli interventi che Paolo Brocato, Antonio Battista Sangineto e io abbiamo presentato per il seminario Passato Identità Politica, tenuto il 14 maggio all'Università della Calabria.

martedì 20 maggio 2008

Multiculturalismo

Per ragioni esclusivamente didattiche, sto provando a digerire a fondo (dopo una lettura del tutto superficiale nel 2005) Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, un libro che raccoglie due scritti separati, uno di Charles Taylor, l’altro di Jürgen Habermas. Due posizioni anche molto distanti, ma che si vede speranzosamente (stavo per scrivere: disperatamente) alla ricerca di un modo per affrontare la società multiculturale e le aporie che inevitabilmente questa solleva di fronte all’ideologia dello stato nazionale ancora in gran parte centrata sulla nazione come corpo compatto di cittadini che condividono un unico orizzonte etico-culturale.
Al di là delle diverse posizioni (preoccupato da come il comunitarismo tenda a produrre una concezione reificata e fasullamente compatta di cultura, io propendo per l’individualismo di Habermas, che prova a mantenere il diritto alla propria cultura nell’ambito del dibattito della sfera pubblica, sottraendolo quindi alla dimensione giuridica dove lo collocherebbe invece Taylor) mi fa impressione più come mi immagino questi filosofi al lavoro:
sono esploratori ciechi di una terra sconosciuta, e a tentoni provano a dirci quel che sta giusto un passo più in là, così che possiamo evitare gli ostacoli più impervi, le buche, o anche solo di fare male agli altri che come noi stanno andando in quella direzione. Sono come volontari in avanscoperta, quel che ci riportano sono comunque idee approssimative, sperando che servano.
Lo dico ai miei studenti di Napoli. Proprio in questi giorni, in cui si bruciano campi nomadi e si preparano leggi che sembrano dare per scontata l’equivalenza tra clandestinità e crimine, io sto qui a raffinare strumenti analitici che sembrano veramente campati per aria. Forse, ma solo forse (e lo dico proprio perché non ho molto da dire “in concreto” su quel che sta succedendo in Italia in queste settimane), siamo, io e i miei studenti, come i biologi di un laboratorio, che mente fuori infuria una terribile epidemia, altro non possono fare che scrutare vetrini, impiantare colture e mettere a punto reagenti. Sperando, dentro l’assurda serenità della scienza, di trovare un rimedio al male lì fuori.

martedì 13 maggio 2008

Scienza e politica


La S.V. è invitata a partecipare al seminario che si terrà domani, 14 maggio 2008, nell'aula "Spezzaferro" del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti (cubo 21b) dell'Università della Calabria (Arcavacata di Rende) sul tema:
PASSATO IDENTITÀ POLITICA
Archeologia e antropologia tra appartenenze e uso pubblico
Ne discutono con i colleghi e gli studenti:
Paolo Brocato
Antonio Battista Sangineto
Piero Vereni

Il testo del mio intervento si trova qui
Seminario archeologi
Seminario archeolo...
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E questo è il file con la presentazione in ppt che accompagna il testo
Seminario archeologi
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E poi dite che non vi informo

sabato 26 aprile 2008

Albania moderna


Sto leggendo un bel libro, Sarah F. Green, Notes from the Balkans: Locating Marginality and Ambiguity on the Greek-Albanian Border, Princeton, N.J, Princeton University Press, 2005 che racconta il confine epirota tra Grecia e Albania. È un libro densissimo, che da un canto offre un quadro etnografico finalmente aggiornato alla fine degli anni Novanta di una regione poco battuta dagli scienziati sociali da troppo tempo, e dall’altro mette un po’ in crisi una certa retorica ricorrente sulle bellezze del margine, su come vivere ai margini costituisca uno spazio di “resistenza” e controidentità. Ma qui mi limito a citare un pezzo in cui la concezione di modernità degli abitanti sul versante greco è contrapposta a quella degli abitanti del versante albanese (molti dei quali, ricordo, sono membri della minoranza greca). È un bel pezzo che mi serve per criticare la convinzione (diffusa soprattutto dai giornali, vedi qui un mio saggio che affronta marginalmente questo tema) dell’Albania come un paese sostanzialmente rurale e, soprattutto congelato dalla dittatura comunista:
Man mano che le persone iniziavano a divenire più familiari le une alle altre, quelle sul versante greco divennero consapevoli del fatto che un’evidente “modernizzazione” aveva avuto luogo anche in Albania. Hoxha, essendo un convinto sostenitore del socialismo scientifico e industriale, intendeva trasformare l’Albania “dall’essere un arretrato paese rurale a un’economia agricola e industriale” (Stefanaq Pollo e Arben Puto, The History of Albania from Its Origins to the Present Days, London, Routledge & Kegan Paul, 1981, p. 26). Biberaj nota che la politica di industralizzazione di Hoxha aveva “condotto alla creazione di un’industria ramificata relativamente moderna, che nel 1985 era in grado di produrre più del 40 per cento del reddito nazionale complessivo” (Elez Biberaj, Albania: A Socialist Maverick, Bouderl, Co, Westview Press, 1990, p. 68). Le riforme agricole, a parte il programma scaglionato di collettivizzazione e l’acquisizione da parte statale di tutta la terra agricola, erano state di comparabile dimensione: “Programmi grandiosi di recupero delle terre, miglioramento dei terreni e irrigazione; introduzione di nuove tecniche di coltivazione e meccanizzazione; e uso in crescita dei fertilizzanti” (Biberaj 1990, p. 69). Anche l’istruzione venne riformata: dal 1946, l’istruzione doveva essere laica, libera, e fornita dallo stato, con sette anni di educazione elementare obbligatori per tutti; si approntarono scuole professionali e commerciali e si stabilì un programma per sconfiggere l’analfabetismo […]
In breve, anche se non vi era dubbio che l’Albania era più povera della Grecia in termini economici quando il confine venne riaperto, divenne sempre più evidente che quel che era accaduto sui due lati del confine erano forme differenti dello stesso processo: non era successo che un lato si fosse modernizzato mentre l’altro era rimasto com’era quando il confine era stato chiudo chiuso

Mi resta da aggiungere che con questo non intendo certo schierarmi dalla parte di quegli insipienti che ancora ai primi anni Ottanta partivano dall’Italia per andare a scoprire le meraviglie del socialismo realizzato albanese, o che nelle università dove lavoravano mettevano nei desiderata delle biblioteche l’opera omnia di quel divino pensatore che fu Enver Hoxha. Ho visto l’Albania troppo da vicino per credere al periodo della dittatura comunista come a null’altro che a un vero incubo collettivo. Ma mi piace ricordare ai primordialisti che si affannano a cercare nella millenaria eredità “balcanica” le ragioni, ad esempio, del tasso di criminalità tra gli immigrati albanesi in Italia, che eventuali devianze sociali, invece che retaggi atavici, sono molto più probabilmente la conseguenza di un processo di modernizzazione forzata, che ha prodotto fratture sociali e un senso profondo di anomia.

martedì 22 aprile 2008

Mi voglio rovinare


Alla fine vi ci metto sopra anche la bici mountain bike con cambio shimano. Però prima abbiate un'altra prova del mio tempismo da ufficio stampa aggressivo.
Qui potete trovare un mio pezzo (questa volta serio, non come il precedente) sull'immagine degli albanesi visti dall'Italia. Si intitola Pinocchi, balordi e ballerini. il mutamento dell’immagine degli albanesi nei mezzi di comunicazione italiani (1997-2006) e l'ha pubblicato una bella rivista di antropologia, Achab, che potete scaricare per intero in pdf.

domenica 13 aprile 2008

Descrizione etnografica

Spesso, al termine di un primo ciclo di lezioni, chiedo agli studenti di portarmi un breve esercizio di descrizione dal vivo che chiamiamo pomposamente "esercizio di etnografia". Poi ne prendo qualcuno e lo analizzo in classe. La cosa mi serve per rendere gli studenti un po' più consapevoli delle strategie retoriche dell'oggettività e di solito funziona. Quest'anno, Domenica Carosi, una mia studentesse dell'Università di Teramo, mi ha presentato un esercizio in cui l'oggetto descritto ero io. Ho trovato particolarmente interessante la mia oggettivazione, anche perchè non vi posso riversare alcun compiacimento narcisistico: l'oggetto "lezione universitaria" è completamente spogliato del suo contenuto semantico per essere rivoltato come un calzino-significante, tutt'altro che insignificante, mi pare.
Lo condivido anche sperando che faccia il paio con l'immagine da supersfigato che un'altra rappresentazione di me ha dato qualche tempo fa.


Descrizione etnografica del Prof. Vereni durante una lezione di antropologia culturale
12 Marzo 2008, Ore 15:44; aula 16. L’aula, con capienza massima di 280 persone, ha banchi uniti a dieci a dieci, divisi da un corridoio, e quattordici file per ogni ala. Le finestre sono coperte a tratti da tende blu. In fondo all’aula c’è una lavagna appesa al muro, ancora sporca di gesso, al di sotto della quale è posizionata una pedana con sopra una cattedra e una sedia girevole. Guardando la pedana dal corridoio che porta ai banchi si nota alla sua destra un piccolo tavolo con sopra un proiettore e alla sua sinistra una sedia e un mobile con due aperture. Al di sopra della lavagna c’è un telo che penzola da una custodia, di cui ignoro il nome, utilizzato per proiettare. Il professore, al nostro ingresso, è già seduto dietro la scrivania e legge un libro, forse è qualcosa che gli occorre per la lezione che si appresta a iniziare. Le sue cose sono disposte ordinatamente sulla scrivania: alla sua sinistra uno zainetto nero semi aperto, alla sua destra un cellulare e dei libri, di fronte a lui forse un agenda con sopra cavetto grigio e un libro che sfoglia velocemente. Noi alunni ci disponiamo sulle prime tre file di destra e di sinistra, come da richiesta del professore, i posti sono occupati in ordine sparso. A lezione si contano 19 persone, tra cui 3 ragazzi e 16 ragazze. Il professore è di media altezza, capelli corti neri brizzolati, barba rasa, corporatura esile, carnagione chiara, orecchino nella parte superiore dell’orecchio sinistro. Al polso ha un orologio con cinturino nero e il quadrante, che non riesco a vedere bene dalla mia posizione, forse rotondo. Al collo ha un laccio con un lettore MP3 blu legato e le cuffie di questo che si posano sul petto. Squilla il suo cellulare, parla per qualche minuto in modo confidenziale. Riaggancia, sfoglia velocemente un libro o forse un’agenda. Si alza, in questo modo posso osservare il suo abbigliamento che prima vedevo parzialmente a causa della cattedra. Indossa un completo giacca e pantaloni nero con sotto una camicia grigio scuro, una cravatta di colore scuro e delle scarpe nere forse in pelle. Si toglie la giacca, all’interno foderata di rosso. Si dirige alla finestra e apprezza ad alta voce il panorama. Torna di nuovo sulla pedana, inforca gli occhiali, prende tra le mani l’MP3 che gli penzola dal collo, lo attiva e comincia la lezione. Spiega velocemente qual è il programma che seguirà durante questa lezione, gesticola guardando il corridoio al di fuori della classe. Ora s’appoggia alla cattedra mentre la classe è intenta ad ascoltare le sue parole. Dalla porta, ancora aperta, si sentono le voci delle persone che sono al bar, qualcuno batte più volte una matita sul tavolo. Il professore scende dalla pedana, passeggia mentre parla, gesticolando con una mano e mettendo l’altra nella tasca dei pantaloni. Le voci provenienti dall’esterno dell’aula si fanno più insistenti, infastidiscono me e forse anche il professore che si dirige verso la porta e la chiude, mentre continua il suo discorso alzando il suo tono di voce per permetterci di ascoltarlo anche a distanza. Dopo aver chiuso la porta torna indietro, senza interrompere il discorso, toglie la mano destra dalla tasca e gesticola di nuovo, ma questa volta con entrambe le mani. Torna sulla pedana si piega sulla cattedra e sfoglia un libro; si tocca il viso. Il suo linguaggio è semplice a tratti complicato, quando usa termini specifici della materia, il tono è alto e la cadenza lenta ma decisa. Il movimento delle mani è deciso e spesso, mentre gesticola, lascia trasparire un timido sorriso che sembra esprimere di compiacimento di averci reso partecipi della sua conoscenza. Torna ad appoggiarsi alla cattedra per poi di nuovo abbandonarla e rimettere la mano destra in tasca. Questa volta con la mano sinistra tocca la fibbia di metallo della sua cinta nera. Mentre spiega le parti del libro che sta leggendo calca, con un’intonazione più marcata e lenta, le parole chiave. Indica una pagina e di nuovo nella classe si ode il voltare delle pagine, si ferma per sorseggiare dell’acqua e torna al suo discorso. Passeggia e torna a mettere la mano destra in tasca muovendo la sinistra; sarà forse mancino? Un annuncio dagli altoparlanti interrompe la lezione per chiamare il proprietario di un’auto parcheggiata male, il professore si ferma, beve dell’acqua. Chiede se la macchina è di qualcuno, ha in risposta un no. Continua la lezione. Qualcuno mastica in modo rumoroso una gomma, una ragazza scrive facendo rumore con il suo bracciale che graffia il banco, intanto il professore prende il libro tra le mani mette gli occhiali e si ferma per un attimo a far notare alla classe che è poco attenta. Richiama l’attenzione perché deve spiegare una frase “tosta”, che forse sta per poco comprensibile a una classe del primo anno di studi che non ha le conoscenze adatte in materia. Pone una domanda alla classe, dirigendosi verso la cattedra beve ancora un sorso d’acqua e tocca un’altra volta la fibbia della cinta. Scende dalla pedana avvicinandosi ai banchi e quasi trascinando i piedi. Fa qualche domanda come per fare un sondaggio, qualcuno alza timidamente la mano, scruta i visi di chi lo ascolta per cercare di capire se ciò di cui parla è chiaro. Il mio sguardo è distratto da alcune persone che passeggiano sul corridoio. Torno a occuparmi della lezione, la classe è silenziosa. Il suo modo di fare lezione è poco convenzionale, a cominciare dal modo di passeggiare tra gli alunni, per finire a modi di parlare tipicamente giovanili che forse usa per fissare meglio i concetti che espone. Pone una domanda, attende una risposta che arriva timidamente. Ho l’impressione che durante i suoi discorsi non ami essere interrotto, se non per suo volere con domande dirette. Torna a camminare e a muovere la mano destra, perché questa volta la sinistra è in tasca. Tira su le spalle sincronizzandone il movimento con quello della mano. Di nuovo una domanda, pronunciata ad alta voce. Si disseta poi fa un sospiro di soddisfazione e torna di nuovo a camminare davanti la pedana. Ora ha la mano sinistra in tasca, forse non è mancino! Tutti lo seguono con lo sguardo, si ferma e voltandosi verso la classe nota una certa stanchezza. Quindi decide di fare una pausa. Spegne l’mp3, toglie gli occhiali e passeggia in silenzio osservando la stanza.

In Albania (gennaio 2008)

Sono stato in Albania nel gennaio scorso, con Il motore di ricerca, un gruppo di artisti e architetti che ha base in Puglia ma che sa muoversi bene anche altrove. Non li ho mai ringraziati per il tempo passato assieme, per tutto quel che mi hanno dato durante il viaggio. Ne approfitto per farlo ora. tra poco uscirà il primo numero di Albania 1 e 1000, una rivista da loro progettata che si rivolge alla comunità albanese in Italia. Dopo il rientro in Italia non ho più avuto tempo di seguire il loro lavoro, e ho vergognosamente declinato ogni loro invito a partecipare alle iniziative attivate nel frattempo.
Ora mi hanno chiesto un pezzo per il primo numero di Albania 1 e 1000. Sono riuscito a tagliare via queste due cartelle, che certo non bastano a raccontare quel che abbiamo fatto in quella settimana di gennaio, ma che sono un piccolo segno di riconoscenza verso quel meraviglioso paese e verso il Motore di Ricerca.

La prima immagine dell’Albania è “mediatica”. Siamo seduti in un bar lungo la rotta tra Gjirokastër e Korcë, fuori è già buio e dobbiamo sbrigarci, non sappiamo come sarà la strada e siamo un po’ preoccupati. Ma abbiamo anche voglia di staccare un momento, di confrontarci dopo due giorni intensi di immagini e parole.
Entrare in Albania dalla Grecia ci ha permesso di fare i terzisti, di porci un poco di lato rispetto all’opposizione canonica tra italiani e albanesi di cui comunque tutti sappiamo qualcosa. Abbiamo incontrato albanesi della minoranza greca, e altri arumeni. Questa mattina, uscendo dall’albergo di Saranda, abbiamo conosciuto una coppia greca, di Cefalonia, in Albania per vacanza. Non so se ai miei compagni di viaggio ha fatto lo stesso effetto, ma io sono rimasto particolarmente colpito di sentire anche solo parlare di Albania come luogo di vacanza, per di più per cittadini greci. Ho ancora freschi ricordi del disprezzo che gli albanesi suscitano molto spesso nei giudizi in Grecia, e trovo piacevole questo cambiamento.
Gjirokastër, poi, mi è caduta addosso con le sue mura di pietra disposte in saliscendi, e un paesaggio montano dolorosamente intenso. Il crocevia del centro, con le sue insegne scolorate e le vetrine dei negozi di legno, sembra il set di uno spaghetti western, con maschere felliniane a fare da comparse, ma c’è anche un ufficio turistico dove due giovani impiegate mi hanno dato i normali depliant di una città turistica, le mappe, le indicazioni, i posti.
L’Albania ci sta venendo incontro sempre più veloce, in questo viaggio disorganizzato perfettamente dal Motore di Ricerca. Le nostre macchine traballano spesso lungo la carreggiata, ma traballiamo più spesso noi, di dentro. Se quindici anni fa, quando venivo qui le prime volte, l’Albania era un viaggio nel tempo, dove potevo trovare senza sforzo i gilet di mio nonno, gli sguardi dei vecchi del paesino di mio padre che ricordo nelle osterie quand’ero bambino, ora faccio fatica a orientarmi, il “prima” che mi ricordo si incrocia costantemente con un “ora”, a volte con un “dopo”, come quando (tra un paio di giorni, a Tirana) chiacchiererò con uno studente italiano in un locale notturno.
Ma dicevo dell’immagine mediatica che l’Albania mi ha lasciato. Siamo in quel bar, allora. Beviamo tè e chiacchieriamo, cercando di guardarci negli occhi per vedere cosa gli altri hanno visto. Siamo attorno a un tavolino, ci siamo tutti: io, Matteo, Roberto, Michele, Nico e Valentina. Le nostre macchine da presa, le nostre fotocamere, hanno già inghiottito chilometri di strada, facce, monumenti, muri, capitelli stradali, bunker, posti di frontiera. Ogni macchina poggiata ora sul tavolino del bar sembra un polifemo addormentato, pronto a risvegliarsi per ricominciare a inghiottire la realtà con il suo occhio, un’immagine alla volta. Anche questo è un modo di controllare non solo quel che ci sta attorno, ma anche i rapporti di potere: se siamo noi a guardare, ancora non viene messa in dubbio la nostra “soggettività” (e, di converso, la loro “oggettivabilità”).
Più o meno mentre penso a questo, guardo il televisore appoggiato a un mobile alto, che trasmette le notizie di Top-Channel, il canale televisivo che dal 2001 si sta affermando come uno dei più importanti del “nuovo corso” albanese. Lo stile delle news è simile a quello imposto dal modello CNN, che ormai conosciamo tutti: notizie rapide con titoli in sovrimpressione e un “rullo” continuo di testo che scivola sotto le immagini. Ci vuole poco a capire che il notiziario parla di noi, cioè parla dell’Italia. Riporta due notizie: la prima racconta, con dovizia di dettagli iconici, l’emergenza spazzatura in Campania. La seconda, invece, parla dell’emergenza meningite che proprio in quei giorni stava creando allarme, soprattutto nel Veneto.
In un paio di minuti tutta l’arroganza e il senso di superiorità dello sguardo italiano sono cancellati. Proveniamo da un paese invaso dall’immondizia e dove la gente muore di meningite. Penso al 1991, alle “carrette del mare”. Penso al 1997, al crollo delle piramidi finanziarie e alla “guerra civile”. A come abbiamo raccontato quelle storie nei nostri mezzi di comunicazione in un trionfo di semplificazioni e stereotipi che sono andati ad alimentare il nostro pre-giudizio.
Ora, si direbbe, veniamo ripagati con la stessa moneta. Ben ci sta, mi viene da pensare. Ma poi mi dico che non è con una duplice raccolta di prevenzioni che potremo capirci più a fondo e quindi vivere meglio. Abbiamo invece ancora più bisogno di parlarci, di incontrarci. Ecco perché risaliamo in macchina, perché Roberto e Michele si rimettono al telefono a fissare appuntamenti. Ecco perché valeva la pena di venire qui, in Albania.

giovedì 20 marzo 2008

Ben mi sta


Come antropologo, so benissimo che molto spesso mi trovo a sintetizzare il pensiero dei miei “informatori”, magari condensando in un paio di frasi una discussione che si è protratta per ore, o giorni. Cerco quindi di stare attento al mio lavoro interpretativo, e visto che l’antropologia è vedere le cose “dal punto di vista dei nativi”, la domanda che mi pongo spesso è: siamo sicuri che il mio informatore sarebbe d’accordo con la sintesi che sto facendo del suo pensiero?
Comunque sia, sento spesso nel sottobosco delle mie ricerche l’arroganza della nostra disciplina, che pretende comunque di parlare “in vece di” e facilmente prevarica. Mi sono sempre chiesto cosa si prova a sentirsi pubblicamente interpretati in un modo inaspettato, secondo modalità non tanto “errrate” quanto sentite come non proprie. Bene, ora lo so.
Stavo facendo una cosa che - mi dicono - non si dovrebbe fare, e cioè stavo guggolando il mio nome (guggolare è un calco fonetico che mi sono inventato io, dall’inglese to google = fare una ricerca su internet tramite il motore di ricerca per antonomasia) quando è uscito questo:

Gli adulti molto spesso hanno una famiglia o comunque un lavoro, quindi si “alienano” in internet in modo molto diverso rispetto ai giovani; essi ad esempio hanno ritmi di vita che li impossibilitano a stare troppe ore sulla Rete e sempre per il principio della “desiderabilità sociale” tendono, molto più che i giovani, a giustificare la loro alienazione spesso affermando che è l’unico modo per sfuggire ai problemi quotidiani, a cui comunque, in un modo o in un altro, provano di fanno fronte. Un classico esempio che dimostra questa tendenza è il blog di Piero Vereni, editor, antropologo e ricercatore a tempo determinato all’università della Calabria. Quest’uomo, divorziato con una figlia da mantenere, non ha una vita agiata, anzi al contrario lavora 15 ore al giorno, 7 giorni su 7 e tiene un blog nel quale racconta la sua vita e i suoi problemi. Egli sostiene che scrivere i post è un modo per sfuggire dalla routine quotidiana e dai problemi economici che incombono alla fine di ogni mese. Tra le sue parole si può leggere l’amarezza, il desiderio di essere da un’altra parte, di essere qualcun altro, egli sostiene di non avere il tempo per una seconda vita su internet e quindi giustifica i suoi post sostenendo che sono l’unico “spiraglio di originalità” della sua vita poiché i suoi 3 lavori non gli permettono di mostrare tutta la sua “verve intellettuale”. In qualche modo egli cerca di giustificare la sua presenza in Internet come unico momento di fuga dalla realtà, come unico luogo in cui può essere veramente se stesso, imputando la colpa ai suoi lavori. Se così fosse il blog gli sarebbe di grande aiuto, proprio perché diventerebbe l’unico strumento con cui soddisfare la sua voglia di scrivere e la sua originalità, l’unico modo per esprimere il suo vero essere; bisognerebbe però vedere se quello che scrive è vero o sono solo parole dette per giustificare i suoi lunghi post con i quali, come lui stesso ammette, toglie tempo alla sua vita e alla sua bambina. Pietro si ritrae come un uomo a cui il proprio lavoro non piace, o meglio 2 dei suoi 3 lavori, egli afferma di lavorare per il denaro e di fare l’editor per passione, critica la sua società e nel blog non fa altro che giustificare le sue parole come momento di evasione: cerca in tutti i modi di dimostrare ai lettori dei suoi post che la sua presenza nel blog non è una perdita di tempo, ma una necessità; il tema del tempo e della sua scarsità è uno degli argomenti più sentiti all’interno dei blog visitati dagli adulti. Per il principio della “desiderabilità sociale” l’uomo medio è un uomo che non ha tempo da perdere, che deve lavorare, guadagnare e portare a casa uno stipendio degno, quindi un uomo che in teoria non dovrebbe essere su un blog perché ciò sarebbe una disdicevole perdita di tempo, per questo motivo i blog degli adulti appaiono proprio come un insieme di post nei quali essi parlano del loro lavoro e giustificano la loro presenza in Rete, come se fosse necessario giustificare il loro esserci con persone che stanno, in fondo, facendo proprio la stessa cosa.


Qui trovate il link al pezzo intero, che credo sia una relazione per una tesina universitaria.
Mi sono visto non tanto “oggettivato”, quanto reso pubblico e quindi fruibile come immagine da parte di terzi. Ho cioè cominciato a pensare che forma assuma il segno “pierovereni” nella testa del docente che quella tesina ha corretto. È questa incontrollabilità della mia immagine che più trovo spaesante. Non metto in discussione la legittimità dell’autrice del pezzo a vedermi così, né il suo diritto di riportare il mio pensiero secondo le sue necessità, ma vedermi rappresentato, come dire, con la barba lunga e la camicia fuori dai pantaloni sulla schiena mi sta facendo impressione. Come antropologo, mi pare una bella lezione di metodologia della ricerca.

Il fattore culturale


Faceva impressione leggere sul CdS del 4 marzo le interviste a Piero Ichino e Roberto Maroni, interpellati separatamente sull’incidente di Molfetta che ha provocato la morte di cinque persone. Entrambi sostengono un punto in modo netto: le leggi ci sono, e sono buone. Il problema è che manca una chiara disposizione alla loro applicazione. Dice Ichino, professore di diritto del lavoro:

In Paesi con livelli di cultura civica più alti la frequenza di infortuni cala… In Italia la cultura delle regole è poco radicata… Va radicata nella nostra cultura l’idea che rispettare le regole è un gioco a somma positiva… Occorre rafforzare cultura e prassi della legalità.

Gli fa eco Maroni, ex ministro del lavoro:

Temo che il problema sia più di cultura della sicurezza che di normativa… In casi come quello di Molfetta il lavoratore deve essere abituato a fare la cosa giusta.

Da posizioni politiche diverse entrambi riconoscono uno scarto netto tra piano legislativo e piano della prassi, e sostengono che quest’ultimo è determinato, più che dalle leggi disponibili, dalla “cultura” delle persone, intesa come insieme di pratiche incorporate, cioè abitudini. Bene, come antropologo non posso che concordare, ma mi chiedo allora quale sia la concezione di cultura che circola, quale sia cioè la cultura culturale, per così dire, il modo in cui concepiamo il concetto di cultura. Da dove viene il livello civico di cultura, più alto in alcuni paesi rispetto al nostro? Come si può incrementare lo spazio per una cultura della cooperazione (gioco a somma positiva) opposta a una cultura della competizione (gioco a somma zero, mors tua vita mea)? Come si diffonde una cultura della legalità se non conosciamo i meccanismi di diffusione della cultura dell’illegalità? Dove si apre lo spazio per innestare una cultura della sicurezza se non si fanno i conti con i modelli di corpo disponibili in quel contesto? Intendo dire che forse (e ripeto: forse) c’è una correlazione tra un certo modello di mascolinità sfrontata (i Modi bruschi di cui parla Franco La Cecla) e certe leggerezze sul lavoro: ho bene in mente un operaio macedone che saldava quasi sempre senza maschera, perché gli sembrava una cosa “da froci”, fin quando ha perso un occhio. Può essere quindi che la sicurezza sul lavoro si leghi direttamente a certi modelli del corpo (maschile/femminile) che può/non può sentire freddo, paura, dolore? E può essere che la quota di cultura civica disponibile dipenda anche dal modo in cui si configura lo spazio che l’individuo sente proprio sulla linea casa/non casa, per cui quel che è “non casa” viene percepito come totalmente estraneo o addirittura “dell’altro” e quindi può essere rubato/vandalizzato/ignorato senza avere la sensazione di subire una perdita? Può essere che una cultura dell’illegalità si nutra dell’antitesi noi/voi che si sedimenta attorno a rigidissime linee di parentela/clientela?
Sto dicendo che per capire bene cosa si può veramente fare per diminuire i morti sul lavoro c’è bisogno di scardinare la parola magica (“cultura”) per farla diventare quel che dovrebbe essere: il tentativo di ricostruire la rete di significati che fa sì che diventi comprensibile un comportamento che dal nostro punto di vista appare azzardato o addirittura incosciente. Senza incolpare chi muore e senza pretendere che basti una legge per cambiare le cose. Se è la cultura a dover cambiare, l’unico modo per farlo è capire nei dettagli i suoi meccanismi di funzionamento e le connessioni simboliche che permette di istituire tra diversi campi della vita. Solo conoscendo la natura di quelle connessioni potremo provare a lavorare per riconfigurarle secondo i nostri obiettivi.

martedì 19 febbraio 2008

Oddio, il dibattito?!

Ringrazio Teatina e Gopk per i loro commenti al post precedente. Resto sempre un po’ perplesso a interloquire con anonimi, dato che vengo da una cultura della responsabilità per cui chi parla si presenta con il suo nome e cognome, ma capisco che per altri l’anonimato non ha le connotazioni negative che ha per me, ed è solo un modo per sentirsi più a proprio agio nell’esprimere le proprie idee. Mi lascia comunque da pensare quanto dev’essere percepita tesa (e lontana dal mio egocentrismo illuminista) una vita che non ha voglia di esporsi in prima persona.
Quanto al merito, ammetto che propendo nettamente per la posizione di Gopk. Non tanto per i rispettivi contenuti, di Teatina e Gopk, ma quasi esclusivamente per una questione di stile, che come si sa in politica coincide con il contenuto (risentirsi il pezzo di lezione su “politica come negoziazione per il significato”). Come insegnante, trovo arricchente la possibilità di comunicare con gli studenti (miei?) anche andando fuori tema. L’antropologia culturale è una disciplina onnivora che tende a soffrire vagamente di un delirio di onnipotenza, quindi non ci sono temi su cui non crede di avere qualcosa da dire. Non ho ancora capito se questo sia un bene o un male, ma è così, certamente.
Mi pare che le due posizioni incarnino bene il dilemma antropologico: fino a che punto sono tenuto a capire l’altro, dove finisce legittimamente il mio sforzo? Certo Teatina, se cita Oriana Fallaci come sua autrice preferita (e se espone un tetro Mussolini nella testata del suo blog, responsabile delle leggi razziali del 1938) esibisce una potente passione nazionale che io sento come pericolosa a livello individuale, dato che nasconde dietro la forza (la rabbia l’orgoglio, quelle cose lì, tutte dure e tutte d’un pezzo) la complicatezza dei rapporti tra gli individui. Mi pare insomma un modo per rificcarci ognuno dentro i “nostri” treni, costruendoli quando non esistono più da un pezzo (se mai sono esistiti). Come ho detto a lezione, se non sappiamo dove sta l’altro non riusciamo a triangolare la nostra posizione, ma per sapere dove veramente sta l’altro forse il cannone non è uno strumento particolarmente raffinato. Io all’Eurabia non credo. Perché non vedo l’Europa (mi dite come faccio a non tenere distinti Alex Langer e Umberto Bossi, Giuliano Ferrara e Adriano Sofri, solo per rimanere dalle parti mie?) e non vedo l’Arabia come entità culturale e politica compatta sotto la bandiera dell’Islam. Certo, il fondamentalismo islamico mi terrorizza (raggiunge il suo scopo, per così dire) ma anche quello indù (avete presente cos’hanno fatto nel 1992 in India?) e quello cristiano (ancor più nelle varianti proposte dagli atei devoti come Giuliano Ferrara) e quindi la mia battaglia è perché rimanga aperto uno spazio di comunicazione. Certo, non posso comunicare con uno imbottito di tritolo che si fa saltare in mezzo a un mercato, meglio un cecchino o un check point per avere a che fare con personaggi simili, ma per quanto possibile credo che l’unica cosa sensata da fare, oggi, è provare a comunicare con l’altro. Non solo nella speranza di capire come la pensa, ma anche con la speranza di fargli capire come la penso io. Ho abbastanza fiducia nelle mie idee e sono ancora abbastanza imbevuto di razionalismo illuminista da credere che, se potessi parlarci con un po’ di calma, riuscirei a distogliere più di un fanatico (di qualunque religione o credo politico) dai suoi propositi. Come sono convinto che tirandogli solo bombe la mia capacità persuasiva verrebbe duramente incrinata… Non punto al buonismo a tutti i costi. Penso ai miei figli e al mio compito di lasciar loro in eredità un mondo migliore di quello che ho ricevuto, un mondo in cui sia possibile andare in giro senza terrore.

domenica 27 gennaio 2008

Il piacere di insegnare


Per la specialistica di quest'anno, all'Unical, ho cercato di raccontare il peso della globalizzazione e le sue implicazioni culturali. Ho usato il libro di Arjun Appadurai che ho tradotto nel 2001 (Modernità in polvere, ormai giunto alla quarta ristampa), un libro del 1996 che ormai sente un po' l'usura del tempo, ma che come introduzione a questi temi (rapporto tra globalizzazione e neolocalismi; decolonizzazione e indigenizzazione; differenza tra emigrazione e diaspora; ruolo e crisi dello stato nazionale; mass media e identità; superamento del realismo economicista nell'analisi sociale, e molto altro) non ha ancora rivali, almeno in lingua italiana.
C'erano altre cose da leggere per il modulo, ma volevo che fosse Appadurai a essere la star. Come esercizio di fine modulo, ho chiesto agli studenti di presentare un elaborato scritto in cui mi facessero vedere che avevano imparato ad usare i concetti che ho cercato di insegnare loro. Ho sempre detto che il modulo era una specie di laboratorio, che il mio compito era insegnare a usare un poco la cassetta degli attrezzi dell'antropologo e che volevo vedere come se la cavavano analizzando con quegli strumenti un fatto di attualità, i temi di un altro modulo, un evento della loro vita.
Tutti, mi pare, hanno capito il senso dell'esercizio. Alcuni, com'è ovvio, rispondono più appropriatamente, altri meno, alcuni azzeccano il tema ma poi non lo analizzando benissimo, altri invece sembrano più preoccupati di dimostrarmi che conoscono le definizioni.
Quello che trovate qui è l'esercizio di Massimiliano Croce. L'ho trovato così riuscito, così acuto e così bello che mi sembra giusto farlo circolare, non fosse altro che come esempio (da NON imitare, tanto è unico) per quanti devono ancora scrivere il loro esercizio. Se conoscete Appadurai ci troverete tutti i suoi spunti migliori.

Maledizioni


Non mi sono mai occupato di tradizioni popolari, tanto meno italiane, ma ho accettato volentieri l'invito del mio collega di dipartimento, Armando Taliano Grasso, che mi aveva chiesto di commentare un libro di maledizioni calabresi. Non potevo essere fisicamente a Cariati, quel giorno, e quindi ho consegnato il mio testo che è stato letto da Fulvio Librandi. Cerco di raccontare che effetto mi ha fatto questa lettura, e il senso che ne ho tratto.
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Cariati 14 dicembre 2007
Note sul libro Chi te vija..:! Fulmini terreni calabresi, di Maggiorino Iusi, Cittàcalabria edizioni, gruppo Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007, 135 p., 13 euro.

Quando Armando Taliano Grasso mi ha chiesto di elaborare alcune mie riflessioni sul libro di Maggiorino Iusi, ho accettato volentieri spinto dalla baldanza che mi veniva dalla convinzione di dover portare a termine un compito sostanzialmente “piacevole”. Pur non essendo fisicamente presente, mi sono detto, potrò comunque partecipare a quella che si presenta come una specie di festa, un momento giocoso da passare assieme a persone piacevoli.
Avevo in mente un divertente racconto di Stefano Benni, “Ettore e Achille”, contenuto nella raccolta Il bar sotto il mare, in cui si racconta di due amici che duellano a forza di insulti. Oppure mi ricordavo di un esilarante passo di Occhi sulla graticola di Tiziano Scarpa, dove si elogia per un paio di pagine un terribile insulto veneziano ricostruendone l’etimologia e la pragmatica, oltre che la semantica…
Insomma, non avevo capito nulla. Solo quando ho iniziato a leggere l’inesauribile lista di maledizioni raccolte ho iniziato a rendermi conto che si trattava di un libro che tira fuori tutta la potenza letteralmente esplosiva del linguaggio dialettale e ci fa i conti fino in fondo.
Altro che ridere, ho pensato, questo libro dà i brividi! Il riso che le jestigne possono suscitare mi pare soprattutto un abbozzo di rituale apotropaico, un modo per allontanare i potenziali effetti nefasti di quelle potenti parole. Così come apotropaiche mi sembrano le jestigne che Iusi chiama “dell’innocuità” e “della benignità”. L’evidente sproporzione tra gli eventi e le jestigne che li accompagnano (usate praticamente come saluto o come ironico strumento per redarguire quello che è sentito sostanzialmente nulla più che il colpevole di una veniale marachella) segnala proprio la necessità di proteggere il quotidiano, di dover fare in modo che quegli eventi minimi (il tornare a casa dal lavoro, il capriccio di un bimbo) possano essere iterati all’infinito. La jestigna dell’innocuità e della benignità servono a garantire simbolicamente che la normalità della vita quotidiana e la bellezza della sua mediocre e banale ripetitività non vengano infrante da una jettatura, da una malia, dal male. A me, questo tipo di jestigne hanno fatto venire in mente la pratica greca di sputare (in finto segno di disprezzo) di fronte a un bambino appena nato che vediamo per la prima volta. Il gesto serve a tranquillizzare i genitori: non vi preoccupate, da me vostro figlio non rischia di subire il malocchio perché io non lo guardo con invidia, neppure con amore (un sentimento che può essere estremamente pericoloso perché rischia inconsapevolmente di trasformarci in ladri d’anime) ma addirittura mi viene da sputare!
Ecco, le jestigne benevole sembrano scongiuri contro il rischio della parola, come sputare è uno scongiuro contro il rischio dell’occhio.
Ma questo uso delle jestigne, ovviamente, non è che la faccia addomesticata di un potenziale invece distruttivo. Come infatti lo sputare a terra in fin dei conti mantiene viva la nostra consapevolezza del terribile pericolo che potrebbe correre il neonato se fosse colpito dal malocchio di chi lo guarda, così la jestigna benevola rievoca inevitabilmente il lato oscuro del linguaggio, quello della maledizione “vera”, e la sua terribile potenza. La madre bonaria che con un mezzo sorriso urla “chi te vo’ siccare ’a lingua!” nasconde dietro di sé la terrificante immagine della donna coi capelli sciolti, “piegate a terra le ginocchia e le poppe scoperte volte all’oriente” che maledice suo figlio “per davvero”. E l’amico che saluta l’amico con un “chi te vonnu ammazza’”, da qualche parte, dietro di sé, tiene a bada quel tale in grado di “scapuzzare” il rivale “come un sarda” non per modo di dire, ma in senso letterale.

Insomma, si tratta di un libro che ci racconta la terribile ambiguità del linguaggio: scudo protettivo e spada affilata, spazio domestico dove accoccolarci in cerca di protezione ma anche selva selvaggia abitata da mostri oscuri.
Il linguaggio – ci dice questo libro – è opaco, non lascia mai trasparire nettamente la cosa di cui parla, vi allude, vi fa cenno obliquamente. Ma anche questo stesso messaggio sulla natura del linguaggio è trasmesso trasversalmente, e deve essere recuperato dentro l’apparente tranquillità di un gioco chiamato collezionismo.
Maggiorino Iusi, infatti, di fronte alla forza del materiale che deve maneggiare, utilizza la forma di addomesticamento più antica: la messa in ordine, la sistematizzazione, pratica che in ogni buon collezionista lenisce da un lato l’ansia della raccolta (avrò raccolto tutto? Mi mancherà mica qualche pezzo?) mentre dall’altro diminuisce il rischio di un uso improprio del materiale raccolto.
Come un vecchio druido che si premura di apporre ai cassetti del suo erbario le etichette precise con le indicazioni d’uso, o come un anziano erborista che non voglia far fare pasticci al garzone di bottega, e allora gli spiega che lì, in alto, ci sono quelle erbe che servono a quel tipo di utilizzo, mentre in basso si trovano le altre, così Iusi si preoccupa, teme per noi il pericolo di venir travolti da queste maledizioni, o che non ci capiti di subire inavvertitamente i danni di un loro uso inappropriato. Ecco allora che il materiale ci viene sistemato, posto in ordine, organizzato. Vale la pena di rileggere l’elenco, se qualcuno di voi ancora coltivasse l’illusione di avere per le mani un libro innocuo, o addirittura divertente:
disastri collettivi, disgrazie indeterminate, effetti sproporzionati, malattie, morte, mutilazioni e menomazioni psico-fisiche, povertà.
Possiamo attirarli o allontanarli, con le jestigne, tutti questi eventi nefasti? Entrambe le cose, perché questo è il segno della maledizione, che si scaglia su un altro per vederla agire in tutto il suo potere (rischiando però, lo ricorda Iusi, che ci si ritorca contro), o che si emette bonariamente sperando che la benevolenza implicita nelle nostre parole sia garanzia di protezione. Possiamo dire quel che vogliamo, insomma, perché ogni parola, proprio come una pietra magica, contiene il potere di fare il bene di fare il male.

Ma forse c’è un’altra lezione contenuta in questa raccolta. Questa lezione dice che non è nelle parole che si nasconde il potere di invocare il male o il bene, ma nell’intimità del nostro cuore. Nel vecchio catechismo avevamo imparato che il sacramento della Confessione non poteva essere valido se non vi era confessio oris (la confessione orale del peccato) e la satisfactio operum (la giusta penitenza o compensazione). Ma questi due requisiti dovevano essere preceduti da un altro, del tutto invisibile, ma la cui assenza avrebbe annullato il valore degli altri due. Questo requisito fondamentale era la contritio cordis, che potremmo tradurre liberamente come la disposizione d’animo. Il valore delle cose dette, per così dire, sta nell’intenzione che vi mettiamo. In realtà, sappiamo per esperienza che quasi mai questo è vero, e che il più delle volte le cose che diciamo prendono il largo, cominciano a vivere di vita propria nell’attimo stesso in cui le pronunciamo, e ci tocca accettare il fatto che il loro senso dipenda in maniera obbligata dallo sforzo interpretativo di chi ci sta di fronte e con il quale comunichiamo. Questo rapporto cooperativo di produzione del significato produce malintesi e lapsus, fonti di conflitto con gli altri e con noi stessi (ah! se non avessi detto quella parola e lui/lei non se ne fosse andato/andata! Ah! se fossi riuscito a fargli/farle capire veramente quel che volevo dire, ma non ho trovato le parole, ma non mi ha capito!).
Con le jestigne ci prendiamo una piccola pausa da questo destino comunicativo e ci assumiamo, per una volta in toto, senza compromessi, senza bisogno di impegnative collaborazioni, l’onere della comunicazione: se ti voglio bene ti posso dire quel che voglio, anche “muori ammazzato”, tanto io lo so che ti voglio bene, e le mie parole saranno una carezza. Se invece ti voglio male qualunque cosa ti dico ti colpirà come un coltello affilato.
Questo, a me pare, il valore morale delle jestigne calabresi: ci consentono, per una volta, di far coincidere in maniera perfetta l’effetto delle nostre parole con l’intenzione del nostro cuore, facendo confessare almeno a noi stessi, dentro di noi, i nomi di quelli che amiamo e di quelli che odiamo.

lunedì 5 novembre 2007

Ragni e scoiattoli

Da qualche parte Isaiah Berlin (io l’ho letto citato da Clifford Geertz, di cui ci è purtroppo celebrato il 30 ottobre il primo anniversario delle morte) distingue gli uomini di scienza in due grandi categorie, gli istrici e le volpi.
I primi sono quegli studiosi che temono il contatto con ambienti culturali o disciplinari esterni al loro specialismo. Si chiudono (a riccio, appunto), tendenzialmente preferiscono stare per conto loro, almeno dal punto di vista intellettuale. All’opposto si collocano le volpi, sempre pronte a predare i terreni degli altri, a rubare idee, concetti, anche dati quando serve. Secondo Geertz, gli antropologi starebbero naturalmente in questo secondo gruppo, incapaci di elaborare un quadro teorico “forte”, si agganciano ad altre discipline (storia, psicologia sociale, sociologia, per non parlare della filosofia) e le incardinano nei loro specifici problemi.
Non so, forse Geertz pensava ai suoi colleghi americani. Io sono sempre stato orgoglioso di questa immagine di antropologi come volpi e quindi anche pirati, un po’ imbroglioni e un po’ attaccabrighe. Un modo di salvare l’idea romantica della mia disciplina, proprio mentre ad essere sempre meno romantico è il mondo in quanto tale.
Eppure, più passa il tempo (e più leggo di antropologia italiana, cioè scritta da colleghi italiani, un terreno che ho sempre battuto poco fino a tre-quattro anni fa) più mi rendo conto che l’immagine che ci ha offerto di noi stessi il compianto Geertz (lui, sì, una volpe di luminosa grandezza) è forse troppo lusinghiera, almeno quando deve adattarsi alle patrie lettere antropologiche.
Mi pare che noi, antropologi italiani, siamo divisibili più secondo altri animali totemici, e cioè lo scoiattolo e il ragno.
Il primo è un animale prudente e meticoloso, che raccoglie e mette via, raccoglie e mette via. Certo, non ci si può aspettare molto da uno scoiattolo, non di certo che ti stupisca con una strabiliante mossa a sorpresa, ma alcuni tronchi cavi sono Paesi di Cuccagna, e quindi la loro qualità è data dalla pazienza. Gli antropologi scoiattoli scrivono sistematizzando i dati e il pensiero altrui, che raccolgono con cura spesso certosina. Sono forse figli della tradizione filologica dei nostri studi, e anche se spesso non hanno l’agilità di una volpe nel saltare da un campo all’altro è molto difficile che nei loro scritti non si trovi qualche pezzo di valore, almeno nella bibliografia.
I ragni, invece, non hanno la remissività sufficiente per andarsi a cercare le fonti del loro sostentamento e preferiscono produrre da sé un modello, uno schema, una “teoria”, una ragnatela più o meno solida, aspettando (pazientemente o pigramente, secondo i punti di vista) che siano gli insetti a cascarci dentro. Questi antropologi spesso scrivono sotto l’impulso di una minuscola intuizione, un grumo ideativo che solo a volte consente la sedimentazione di testi compiuti. Altre, invece, quel piccolo nucleo (spessissimo prodotto da un incidente autobiografico, splendido e triste paradosso ossimorico per un antropologo culturale) viene semplicemente replicato e giustapposto per il numero di volte necessario a completare il testo, dando alla ragnatela finale un effetto di simmetria che è dato solo dalla ripetizione.
Si possono trovare cose buone e cose meno buone sia nelle dispense degli scoiattoli (alcuni sono ottimi dispensieri, ma altri si limitano ad