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giovedì 28 gennaio 2010

Sul lutto perinatale

Il mio post sul lutto perinatale ha suscitato molte reazioni, come potete vedere dai lunghi commenti. Mi dispiace sinceramente di aver ferito la sensibilità di persone che già hanno dovuto provare il dolore di quella che immagino sia la perdita assolutamente più irreparabile, vale a dire quella di un figlio, e a mia unica discolpa posso dire di non aver avuto l'intenzione di ferire nessuno veramente.
Con il mio post non intendevo sminuire quel dolore (che è tale nella misura in cui viene provato, non c'è nulla da sminuire o esagerare nel dolore degli altri) ma mi chiedevo come mai solo da qualche anno, "da noi" si sentisse la necessità di portarlo alla luce della discussione e dell'elaborazione pubblica. Certamente, perdite perinatali sono avvenute sempre (e con una frequenza molto molto maggiore più si va indietro nel tempo) ma non ho memoria di un'accettazione sociale pubblica di questo dolore: era solo questa considerazione che aveva mosso il mio post.
Durante le prime lezioni di antropologia, quando si tratta di parlare del ruolo che certe forme della comunicazione e della tecnologia hanno nel produrre relazioni sociali, faccio sempre un esempio.
Mio padre e mia madre hanno avuto sette figli, quattro femmine e tre maschi, ma hanno saputo il nostro sesso (e qualunque altra caratteristica fisiologica su di noi) solo al momento della nascita. Io, invece, ricordo pefettamente il momento in cui ho visto la faccia di Rebecca (la mia prima figlia, che ha otto anni) e della seconda figlia (Amanda, che ha un anno e mezzo). Le ho viste attorno al quarto mese di gravidanza, le ho viste dentro l'utero, e il ginecologo ci ha stampato una "foto" in cui i lineamenti di entrambe erano perfettamente riconoscibili.
Per Amanda (che è nata da una mamma diversa da quella di Rebecca) siamo andati in un centro diagnostico romano molto attrezzato e molto "lussuoso", e ricordo che il ginecologo era sorpreso che ad accompagnare Valeria incinta ci fossimo solo io e Rebecca. Di solito, ci ha spiegato, per occasioni come questa molti radunano il parentato allargato, tant'è che la sala dell'ecografia è attrezzata con un vero salottino appartato con un'ampio schermo alla parete dove viene proiettata l'immagine dell'ecografia che viene ripresa nella stanza a fianco, per dar modo a nonni e zii di assistere alla prima epifania del/la bambino/a.
Ai miei studenti dico che mio padre e mia padre potevano solo immaginarci, e lo facevano molto, molto vagamente a sentire i loro ricordi. Soprattutto mio padre, non potendo avere alcuna esperienza fisica della paternità fino al momento in cui ci ha visti, sono certo che ci ha amati fin da subito, fin da quando mia madre gli comunicava di essere incinta (non ho alcun dubbio su questo, e tutta la vita di mio papà sta a dimostrarlo), ma non ha potuto stabilire alcuna relazione emotiva con noi come veri esseri umani concreti, non semplici idee della sua mente.
Io, invece, ho potuto ricordarmi della faccia delle mie figlie mentre ancora erano nella pancia delle loro mamme: sapevo che erano femmine, non perché "me lo sentissi" (com'era una volta) ma perché me l'avevano detto. Avevo visto il labbro sporgente di Rebecca e il naso all'insù di Amanda e già facevo il gioco delle somiglianze molto prima che venissero partorite.
Per non parlare dell'analisi del sangue per le mie compagne (sono microcitemico, portatore sano di anemia mediterranea) dell'amniocentesi, dell'ecografia morfologica, della translucenza nucale, tutte analisi ed esami che avevano escluso una serie di gravi malattie.
Non intendo misconoscere il dolore dei genitori che hanno subito un lutto perinatale, e non credevo di aver detto nulla che potesse lasciarlo in alcun modo credere. Ma riconoscere che un dolore ha assunto una forma socialmente accettata non significa ammettere che sia universale nel tempo e nello spazio, né considerarlo come l'unica forma ragionevole di reazione a una perdita perinatale, quasi che chi continuasse a elaborarlo (anche con la rimozione) nel privato altro non sarebbe che uno scellerato o un represso. Le persone che conosco che hanno subito questa perdita sono persone sensibili, non certo mostri, ma non racconterebbero mai questo loro dolore in pubblico, a estranei, su un blog. Il loro modo di affrontare (superare/rimuovere) il dolore forse appartiene a un'altra epoca, forse è addirittura fuori moda, ma io credo che sia altrettanto legittimo di chi invece ritiene necessario esporlo pubblicamente. Ognuno ha diritto di affrontare il proprio dolore come meglio crede, ma chi lo rende pubblico avrà in più l'onere di vedersi interrogato sulla forma di quella sofferenza, senza che questo costituisca automaticamente un insulto.

3 commenti:

simone.uguccioni ha detto...

Avevo letto il post sul lutto perinatale precedente e mi era piaciuto molto. Intendiamoci, sono uno studente di Antropologia quindi essendo un po' più, come dire, addetto ai lavori, avevo (spero :) colto il senso del discorso.
Sono anni ormai con con i miei compagni di corso ci siamo accorti di quanto l'antropologia sia una materia splendida ma tremendamente complicata.
Mi spiego meglio: essendo una materia che insegna a decostruire i fatti e le cose per cercare di comprenderli, o meglio per riuscire a porsi domande che normalmente non si "pensano" neppure mi sono scontrato spesso nell'oggettiva difficoltà di far comprendere determinate riflessioni a chi non condivide lo stesso impianto "mentale"
(che mi si scusino tutte le evidenti lacune del discorso, riassumere così il tutto non rende il senso ovviamente).

Per me era evidente il fatto che non ci fosse nessun tipo di discorso offensivo in quanto scritto, ma ho pure ben compreso quanto scritto nei commenti.
A volte tento di rilegge questo tipo di riflessioni cercando di togliermi (per quanto più possibile) lo sguardo antropologico, e succede che in certi discorsi alucni passagi sembrano "suonare" in modo diverso da quella che invece è la considerazione che si vuole portare alla luce.

Specializzandomi in Antropologia Medica questo gap tra quello che vorrei far capire e quello che si intende a volte è frustrante e palese, ma è quello che mi spinge ad affinare le tecniche perchè ci possa essere sempre più avvicinamento e comprensione.

Che sia chiaro, non voglio dire con tutto questo panegirico che penso che un antropologo sa o capisce o ancora peggio è più intelligente di altri. Per carità. Intedenvo solo far presente questa mia considerazione sul fatto che a volte (magari fosse solo "a volte") non essere addetto ai lavori rende tutto un po' più difficile, e questo vale, credo, per quasi ogni materia.

In fin dei conti ad un antropologo non si può neppure dire "hei ma questa cosa è giallla" che subito ti risponderà: "cosa intendi con "giallo" " Qualche problema l'avremo anche noi :)

Mi scuso per la lunghezza del commento e per le eventuali vaghezze.

a presto. Simone.

p.s.
Nota personale, ai tempi della triennale ero un suo studente al corso di etnologia europea alla Sapienza. molti di noi ancora raccontano "le gesta" di quel corso, di quanto sia stato utile. Per me quindi è un piacere avere uno spazio dove poterla leggere. :)

Alfredo ha detto...

Vi porto le mie riflessioni, come ricercatrice in psicologia e psichiatria. Esiste una distinzione tra ricerca scientifica e giudizio, così come esiste una differenza tra buona e cattiva comunicazione.
Il giudizio è ascientifico per il modo stesso in cui è formulato.
La ricerca su un fenomeno (e non un giudizio su un fenomeno) avviene valutando i fatti per quello che sono, procedendo per tesi e ipotesi per comprenderne la genesi, non può prescindere dalla bibliografia preesistente e richiede dunque studio e cautela. Soprattutto per scienze che di uomini si occupano, è quanto mai azzardato separare contenitore e contenuto, e astrarre un particolare per poi generalizzarne i risultati.
Chiunque faccia ricerca dovrebbe porre attenzione a come dice le cose che ha pensato (ipotesi) a renderle oggettivabili anche dagli altri (altrimenti restano soggettive), e fare attenzione al senso comunicativo di ciò che dice.
Se non di procedimento scientifico si stava parlando, non possiamo comunque prescindere dalla comunicazione: scienza o non scienza, la parola ha un suo valore cui nessuno può prescindere che è quello di gettare un ponte tra più persone (o innalzare una barriera). La comunicazione più efficace è quella che permette agli interlocutori di discutere attorno ad un fenomeno senza che una delle parti si senta sminuita o aggredita. La stessa cosa scritta da Vereni nel post originale anzichè come domanda retorica come domanda aperta (tipo: sarei portato a pensare che l'ecografia può aggravare i sentimenti di lutto (io soggettivo): chi è passato da questa esperienza, cosa potrebbe dire in proposito? (esplorazione delle ipotesi) avrebbe assunto un altro significato e magari portato spunti di riflessione utili alla domanda iniziale.
So bene che questo è un blog personale, ma è evidente che i suoi contenuti non prescindono dalla preparazione professionale dell'autore. E dunque leggere notizie su questo blog "professionale" è diverso che leggere un post su un forum di gossip. Interpretare, senza prima avere conosciuto ciò che, di quell'argomento è presente in letteratura, e cosa negli anni è stato fatto per promuovere ricerche in quel campo specifico pone un dilemma se non meramente scientifico, comunque comunicativo.

Detto questo, il lutto perinatale è in rete perchè non ha più spazio non solo nella società, ma nelle famiglie, assolutamente più tanatofobiche rispetto ad un tempo, in cui, ad esempio, ogni bimbo nato morto o ogni neonato (ed erano molti i bambini fino agli anni 50 a non superare i 10 anni di vita)avevano un loro posto dentro la famiglia, una messa per loro, molto spesso delle foto ricordo. Ancora più spesso questi bambini restavano nelle loro famiglie dando i loro nomi ai successivi fratelli. In ogni caso, la maggiore frequenza dell'evento, morte perinatale, creava una maggiore condivisione anche tra persone di famiglie diverse.
Adesso, ecografia o non ecografia (qui la mia critica di portare una spiegazione partendo da un assunto personale e non oggettivabile) "solo" 2500 famiglie all'anno perdono i figli dal 7 mese di gravidanza fino ad un mese dalla nascita. 2500 in tutta Italia, tantissime e pochissime al tempo stesso per creare una socializzazione diretta, della famiglia o della società allargata a questo tipo di lutto. Cercare di comprendere il fenomeno lutto, cercare di motivarne gli aspetti essenziali, passa anche dal conoscere la realtà, che è ben più complessa di un banale legame visivo/ecografico.
Concludo con una riflessione: in queste ore c'è un bimbo di 7 mesi nella pancia di una madre, che forse morirà per una grave complicanza della gravidanza. Io non l'ho mai visto, nè mai lo vedrò.
Ma vedo, ogni giorno bambini ridenti nelle loro carrozzine e quindi, sono in grado di comprendere l'abissale differenza tra queste due realtà e l'enormità del dolore.
Un saluto e grazie.

Claudia, fondatrice associazione CiaoLapo onlus

Erika Zerbini ha detto...

Buongiorno professore, mi chiamo Erika Zerbini e ho da poco aperto un blog (http://questionedibiglie.blogspot.it/)in cui mi occupo di aborto e delle sue implicazioni, avendo io vissuto questa esperienza in prima persona per due volte.
Ho colto la Sua domanda (al post precedente) cercando di dare una risposta (http://questionedibiglie.blogspot.it/2013/09/socializzazione-del-lutto-perinatale.html)
La ringrazio per gli spunti che mi ha offerto e per le Sue riflessioni che in larga parte condivido.
Un caro saluto
Erika Zerbini