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lunedì 25 ottobre 2010

Il velo pietoso

Domani mattina (martedì 26), dalle 10.00 in poi, su Radio24 Gialuca Nicoletti a Melog discute il fondo di Mario Calabresi in cui il direttore della Stampa racconta come ha deciso di cestinare le registrazioni dei verbali di interrogatorio di Michele e Sabrina Misseri. Ero a pranzo dai miei suoceri ieri (domenica 24) quando abbiamo sentito la voce dello zio di Sarah Scazzi in televisione. E poi i commenti raccapriccianti di qualche “opinionista” di cui è bello tacere. Per fortuna eravamo a fine pasto e mi sono potuto alzare da tavola.
Ci sarò anch’io, in collegamento telefonico con Melog, per portare il contributo dell’antropologia culturale alla discussione: dove bisogna fermarsi?
Rischiamo il paradosso, e sicuramente tutti ne saremo consapevoli, domattina: come si fa a parlare di una cosa per discutere se di quella cosa sarebbe meglio tacere? L’unica possibilità che abbiamo di salvarci è trattare il caso di Avetrana come uno dei casi “trucidi” di cui i media italiani si sono interessati in questi anni, e cercare di capire alcune tendenze, alcune delle ragioni che hanno prodotto una sorta di incantamento della comunicazione di massa.
Io ricordo i casi di Alfredino Ciampi e Vermicino, il “delitto di via Poma”, Simonetta Cesaroni, Cogne, Annamaria Franzoni e “il piccolo Samuele”, Garlasco, Chiara Poggi e Alberto Stasi. Come nota autobiografica posso aggiungere che leggo e seguo pochissimo questi casi non per distinguermi dalla massa beota, ma solo perché sto fisicamente troppo male al racconto di morti truculente in cui le vittime sono sempre giovani o addirittura bambini, e semplicemente “non reggo”, per cui giro la pagina o cambio canale. Sono di stomaco troppo delicato per la cronaca nera.
Ma posso ancora chiedermi cosa spinge allo sguardo morboso molti di noi (e probabilmente spingerebbe anche me, se non fossi un cacasotto).
La disciplina che pratico e che insegno mi ha convinto che, al di là delle motivazioni di ordine economico, gli uomini sono spinti all’agire dall’impellenza del senso, vale a dire dalla necessità di colmare quell’immenso buco semantico che chiamiamo “vita” con quella merce sempre carente che chiamiamo “senso della”, vale a dire la convinzione che gli eventi che si dispongono nella linea del tempo sono in qualche “ordine”, per noi e per gli altri. Mi pare evidente che nei delitti di cui si è occupata di più l’opinione pubblica c’è sempre un elemento attrattore costituito dalla suspance (come nel terribile caso di Alfredino) o dal mistero. La suspance riguarda un evento futuro (come andrà a finire?) mentre il mistero riguarda un evento passato (cosa è successo?) e noi, dal nostro presente, pretendiamo che quell’evento abbia un senso, che si capisca qual è cioè la sua ragione. La tensione dei media si alza quanto più la sequenza lineare si ingarbuglia verso il futuro o verso il passato, quanto più insomma il rischio è quello di trovarci di fronte a un evento “insensato”, che simbolicamente ci condannerebbe al fallimento nel nostro tentativo di “riempirlo”.
La controprova di questa ipotesi interpretativa è costituita dal fatto che omicidi anche più sconvolgenti vengono rapidamente derubricati dall’attenzione dei mass media (quindi del pubblico) quando la soluzione è chiara in tempi brevi. Molti ricorderanno almeno vagamente il caso dell’imbianchio del Varesotto che mozzò le mani a un’anziana ottantenne per non lasciare tracce del suo delitto, ma chi ricorda i dettagli, i nomi dei protagonisti (la vittima era Carla Molinari, mentre il folle smembratore era Giuseppe Piccolomo)? Quel che ci attrae, direi, è quindi prima di tutto la carenza di un senso, il timore che non ve ne sia alcuno e la speranza invece che scavando quanto più a fondo possibile si giunga al “vero” senso della morte (e quindi della vita).
A questa prima necessità di sapere come andrà a finire o cosa è successo veramente penso se ne aggiunga un’altra, quando ci sentiamo irresistibilmente attratti dall’orrido. Questa seconda necessità è forse un retaggio antico, di una visione del mondo che razionalmente rifiutiamo ma che invece ancora ci possiede. E’ la convinzione che il male ha una quota necessaria e indisponibile che deve essere distribuita regolarmente, come se non solo il bene fosse a disponibilità limitata (non ce n’è per tutti) ma il male fosse a disponibilità obbligatoria. Se da qualche parte sentiamo ancora che questo è vero, ecco allora che assistere al male altrui è la garanzia di esserne esclusi, di averla sfangata, almeno per questa volta. Le vittime e i carnefici diventano capri espiatori preventivi: su di essi vediamo calare il male che altrimenti avrebbe potuto colpire noi. Il parente assassino o assassinato avremmo potuto essere noi, se quella cappa mostruosa di malignità fosse calata pochi chilometri più a sud o più a nord, e questa concezione sostanzialmente casuale e fatalista ha la necessità di alleggerire la tensione riversandola sulla colpa dell’altro. La vista del genitore sconvolto o del carnefice finalmente svelato ci rassicurano (almeno per un po’) che non è toccata a noi, stavolta. Indugiare sulla mostruosità dell’altro è cercare di misurarne quanto più male possibile. Se il volto che vediamo in tv è quello di un vero mostro, allora il male che rimane in circolazione ancora di distribuire è per forza poco, essendo stato quasi tutto speso per il mostro...
Queste due possibili ragioni della nostra attrazione (la ricerca di un senso, la visione apotropaica del male altrui) oggi trovano nei mezzi di archiviazione e di comunicazione di massa un alleato tremendo. La possibilità di sentire la voce di Michele Misseri mentre confessa è un’assoluta novità, che dipende dalla “virtualizzazione” dei dati. Qualcuno ha fatto uscire i file dalla sede dell’interrogatorio, e ha potuto farlo, immagino, copiandoli su una usb-key, una chiavetta di minuscole dimensioni. Solo cinque anni fa avrebbe dovuto far uscire una registrazione su qualche supporto magnetico, ma chi avrebbe corso il rischio di fare una copia delle bobine dei verbali di interrogatorio per poi farla uscire?
Oggi siamo tutti spiati e spiabili, osservabili, udibili, registrabili, e la messa in pubblico del (presunto) male non costa più nulla, non è percepita come una trasgressione (il passaggio di un limite) ma come un’asettica operazione demandabile alla tecnica.
Gli antichi greci avevano il nostro stesso bisogno di capire il senso del male e di vederlo proiettato sull’altro, e per questo si erano inventati il genere teatrale della tragedia, il luogo in cui si parlava del senso del male, e il pharmakòs, vale a dire un rituale in cui uno o due membri della comunità erano scacciati dopo essersi addossati il male collettivo, come un capro espiatorio umano.
Quindi, con la nostra ossessione per i delitti irrisolti e il nostro bisogno di vedere e sentire il mostro non stiamo facendo nulla di nuovo. La novità è che quei nostri bisogni di senso e di sollievo dal male vengono esercitati senza alcuna regola, mentre la tragedia e il pharmakòs erano eventi collettivi altamente ritualizzati, cioè sequenze di comportamento preordinate nei minimi particolari. L’oscenità (ciò che va tenuto fuori dalla scena), che allora non era consentita, oggi invece domina la rappresentazione perché la riflessione sul senso del male e lo sforzo per allontanarlo da noi sono state sottratti al poeta e al sacerdote (le figure che pur come individui singoli potevano incarnare i bisogni collettivi) per essere demandate al circo della comunicazione di massa, che è un coacervo di interessi privati che non potranno mai preoccuparsi del bene pubblico.
Bene ha fatto, quindi, Mario Calabresi a gettare al macero quei file, ma il suo gesto rimane la voce di uno che grida nel deserto, mentre sullo sfondo gli sciacalli non possono che fare il loro mestiere, vale a dire buttarsi a capofitto sulla preda agonizzante.
Dentro questo sistema della comunicazione, fatto di interessi singoli e privati associati a una tecnologia sempre più in grado di riprodurre il reale in scala 1:1, non abbiamo scampo e il futuro ci vedrà stuporosi ad ascoltare a cadenze regolari la voce rotta e vedere i lineamenti sconvolti del Michele Misseri di turno. Se vogliamo cambiare, se vogliamo impedire che questa barbarie prenda piede, dobbiamo restituire alla comunicazione la sua sacralità e la sua poeticità. Chi fa comunicazione, insomma i  giornalisti di professione devono ricominciare a pensarsi come responsabili del bene comune della collettività per cui e di cui scrivono, ricordandosi del valore potente delle loro parole e dei loro strumenti. Con l’aria che tira in Italia, non posso nutrire molte speranze sulla vitalità di questa prospettiva.