Breve trattato sull’autocancellazione virtuosa


In un suo recente post, Roberto Damico descrive un fenomeno politicamente singolare: alcuni gruppi che hanno combattuto per decenni affinché i propri diritti fossero riconosciuti sembrano oggi disposti a sospenderli quando la loro rivendicazione rischia di urtare una comunità collocata più in alto nella contemporanea gerarchia delle vittime. Il caso della candidata democratica Melissa Chaudhry, disposta a mettere tra parentesi le istanze LGBTQ+ per non compromettere il rapporto con una parte dell’elettorato musulmano, offre una scena quasi didattica. Il diritto conquistato viene sottoposto a un esame genealogico, dichiarato occidentale, individualista, borghese e forse coloniale. Il suo titolare, colto da improvvisa vergogna, comincia allora a trattarlo come una refurtiva. Per anni aveva chiesto perché dovesse nascondersi; ora domanda con tono responsabile se la propria visibilità pubblica possa offendere qualcuno.

Gad Saad definisce Suicidal Empathy questa disposizione a estendere la simpatia verso l’altro fino al punto di compromettere le condizioni della propria sopravvivenza. La formula possiede un’evidente enfasi polemica, ma coglie un meccanismo reale: l’empatia viene separata dal giudizio sulle conseguenze, sulle intenzioni e sugli interessi dell’azione altrui. Il soggetto incontra qualcuno che considera illegittima la sua libertà e si preoccupa anzitutto di comprendere il contesto culturale di quella ostilità. È il comportamento dell’organismo che, imbattendosi in un predatore, dedica le proprie ultime energie a non offenderne le abitudini alimentari. La compassione diventa così una tecnologia di disarmo morale: chi dovrebbe difendersi interpreta la propria difesa come un abuso e l’aggressività altrui come un’espressione identitaria da accogliere con sensibilità.

Il dispositivo funziona attraverso una rigorosa contabilità dell’oppressione. Ogni gruppo riceve un coefficiente di sofferenza storica; chi possiede il coefficiente più basso deve parlare sottovoce davanti a chi ne possiede uno più alto. Se un conservatore cristiano contesta i diritti LGBTQ+, il gesto viene immediatamente riconosciuto come discriminazione politica. Se la medesima contestazione proviene da una minoranza culturalmente protetta, diventa una sensibilità religiosa complessa, da contestualizzare e possibilmente da non provocare. Il diritto conserva dunque un valore variabile secondo l’identità di chi lo nega. L’intolleranza del gruppo dominante è violenza; quella del gruppo subalterno diventa autenticità culturale. La vittima autenticamente progressista deve acquisire una virtù supplementare: la disponibilità al sacrificio in favore di una vittima ritenuta più autorevole.

Il post di Damico mette bene in luce anche l’equivoco intersezionale. Una parte dell’attivismo (progressista o radicale) immagina una coalizione naturale degli oppressi, come se l’esperienza della marginalità producesse automaticamente valori comuni. La realtà sociale è meno catechistica. I gruppi subalterni possiedono religioni, concezioni della famiglia, gerarchie interne, progetti politici e idee della sessualità spesso incompatibili con il progressismo occidentale. La coalizione regge finché queste differenze vengono ridotte a folklore, cucina e abbigliamento; entra in crisi quando gli alleati manifestano convinzioni sostanziali. Gli uni pensano di aver stretto un patto per l’emancipazione universale; gli altri possono aver individuato un veicolo elettorale permeabile, disposto a offrire rappresentanza senza esigere reciprocità. Il problema potrebbe essere chiarito con una conversazione franca, ma una conversazione franca comporterebbe il rischio più grave: riconoscere che l’oppresso possiede idee proprie, comprese idee ostili a chi lo ha scelto a immagine votiva della virtù politica.

Nasce così l’emancipato penitente, figura esemplare della nostra epoca. Ha ottenuto il diritto di vivere pubblicamente e impiega quel diritto per chiedere scusa della propria esistenza. Confessa il privilegio, abbassa la voce, attenua le rivendicazioni e chiama solidarietà la disponibilità a essere escluso dalla coalizione che ha contribuito a costruire. Persone che hanno sfidato famiglie, Chiese, governi e convenzioni sociali diventano prudentissime davanti a chi dichiara apertamente di considerarle moralmente ripugnanti. La fierezza politica viene riclassificata come arroganza occidentale; l’autodifesa assume il profilo sospetto dell’intolleranza; la conservazione dei diritti appare una manifestazione di egoismo. L’empatia suicida raggiunge qui la propria perfezione: simpatia per l’avversario, senso di colpa verso chi propone di proteggerti e sospetto verso il semplice istinto di sopravvivenza.

La resa volontaria possiede infine un vantaggio organizzativo: evita all’avversario la fatica della conquista. Quando un gruppo ha interiorizzato l’idea che difendere i propri diritti significhi esercitare un privilegio, la sua sconfitta può essere presentata come inclusione, sensibilità e rispetto. Nessuno deve censurarlo, perché provvederà autonomamente alla propria moderazione preventiva; nessuno deve espellerlo dallo spazio pubblico, perché sarà lui a fare un passo indietro per non disturbare. Roberto Damico descrive questa dinamica come una forma di servilismo politico; Gad Saad le offre il nome di Suicidal Empathy. In entrambi i casi, il risultato è il medesimo: il gruppo si cancella da solo, chiedendo cortesemente se il carattere tipografico scelto per la propria autocancellazione virtuosa sia abbastanza rispettoso delle altre culture.