Ovvero, come usare strumenti nuovissimi e vecchissimi per crescere un po’ meno dementi
Leggo la nota
di Bill Gates sull’IA e credo ci sia da preoccuparsi, perché di Gates mi
fido. Sembra una bestemmia, in un mondo di raffinati complottardi che crede
davvero che Bill Gates abbia sparso virus in giro per far soldi con i vaccini,
ma è un analista senza paragoni (basti pensare a come ha previsto la pandemia
e a come ragiona e agisce sullo sviluppo di molti paesi).
Leggo poi un articolo
finto-soft di Ester
Viola (perennemente adorabile) su come si stia uscendo (per interna
contraddizione, pare, come avrebbe dovuto fare il Capitalismo, ad ascoltare la buonanima di Carletto Marx) dalle bolle degli influencer e leggo roba
tosta come “utilità marginale decrescente”. Non ho mai fatto un corso
universitario di microeconomia ma mastico un poco di antropologia economica
(quasi solo per didattica) e quindi con un po’ di sforzo riesco ad abbozzare
una definizione provvisoria tipo: “più unità hai di una certa
merce, e più basso sarà il vantaggio che otterrai dall’acquisire un’unità
in più di quella merce”.
Poi penso che Ester
Viola è una grande, che è riuscita a spiegarmi la crisi dei Ferragnez con un
tecnicismo dell’economia neo-classica, ma mi viene in mente che anche Slavoj
Žižek è diventato famoso – son passati più di trent’anni, intanto –
accostando Arnold Schwarzenegger e Georg Wilhelm Friedrich Hegel,
due tipi piuttosto distanti nelle mie aree semantiche (a parte essere germanofoni,
cosa che – da Veneto figlio della campagna – mi ha sempre generato un certo sospetto).
Penso quindi che
questo trucchetto (accostare in modo sorprendente due enti o concetti
del tutto incongrui) ha perso smalto, perfino nella disciplina che
pratico, che è maestra da almeno mezzo secolo di quest’arte di dire nulla di
rilevante, ma di dirlo molto, molto bene, cioè con il tono di chi sta
dicendo una cosa molto molto intelligente e non è proprio sicuro che tu
possa veramente capirlo.
Penso a come reggere
a questo rischio, ora che il cappello magico dell’IA tira fuori conigli
a rotta di collo. È inutile fare gli intelligenti, con una macchina che – sul
piano delle associazioni sorprendenti – è ormai più intelligente
di tutti noi.
Scrivo “tutti noi”
con un attimo di esitazione, ma poi mi rendo conto che la questione è proprio
quella. La tecnica ci ha spodestato dal trono su cui la scrittura ci
aveva assisi per millenni: il trono della saggezza come “pensiero
selvaggio” (diceva Lévi-Strauss) o “pensiero ordinato” (diceva Jack
Goody, o san Tommaso), costituito dalla capacità (in parte innata,
in parte esercitabile) di creare relazioni, connessioni, deduzioni
e associazioni tra enti del mondo (dal virus alla malattia; dal meme
all’ideologia).
Ci resta, allora,
null’altro che “frate asino”, il nostro amato maledetto corpo, fatto di
muscoli, nervi, ossa e cellule nervose. Non il corpo come rappresentazione
(chi se ne frega dell’ennesima connessione sorprendente tra corpo e testo,
tra corpo e macchina, tra corpo e potere) ma il corpo come
strumento di incorporazione del reale. Non più la nostra capacità di
connettere cose che stanno lì, fuori di noi, ma piuttosto la nostra
capacità (che va prima di tutto coltivata, è una cosa da colere, cioè è CULTURA)
di portare dentro, di incorporare le cose del mondo in quantità
smodate, smisurate, bulimiche.
La mia penna a
inchiostro gel mangia le linee del mio quaderno a righe con fogli da 160 grammi.
Le mie mani accompagnano la scrittura e sento la tensione dei tendini,
soprattutto del mignolo incurvato sulla carta, che fa da timone
alla mano, mentre la penna si poggia sulla falangetta del dito medio e viene
retta in equilibrio dalle spinte contrapposte e in costante
bilanciamento del pollice e dell’indice.
Da qualche parte il collo
(trapezio? deltoide? non lo so, devo indagare) mi dice che il tutto è piuttosto
doloroso e mi costringe a scrocchiare la schiena mentre in questo bar (vi
amo, voi tutti che siete in questo bar) ammiro quasi rapito una signora
all’incirca mia coetanea che beve il caffè, intingendo nella tazzina un
paio d’occhi cerulei come il suo vestitino semitrasparente che lascia
intravedere un corpo (appunto) sottile e molto curato.
Ecco quel che ci è
rimasto: incorporare briciole dello sterminato sapere del mondo,
così che la sorpresa che leggeremo nella prossima connessione fatta
dall’Intelligenza Artificiale sia tutta limitata a quella connessione, e
non più al suo contenuto “cosale”, che invece già padroneggiamo.
Basta con questa
cosa (strutturalista e cibernetica, per chi si ricorda come se ne
parlava negli anni Sessanta e Settanta) che le cose (perfino gli umani) sono “fasci
di relazioni”. Lasciamo a chi è più intelligente di noi (nel senso sopra
esposto) il compito di sbrogliare la matassa sedicente costitutiva di quelle
“cose”, e concentriamoci finalmente (altro che “seconda oralità”, torniamo alle
radici adamitiche del linguaggio, per Dio) sul nocciolo duro
delle cose, delle loro secche definizioni da vocabolario. Delle liste
imparate a memoria: Cloto, Lachesi, Atropo, le nove Muse, il canto
quinto dell’Inferno, il 5 maggio, l’Addio ai monti. E di lì, inevitabilmente e
grazie a Dio, al Padre nostro, all’Ave Maria, al Gloria al Padre, all’Eterno
riposo.
Capisco solo ora
perché, quasi tre anni fa, ormai, ho chiamato Umberto il mio ChatGPT.
Non per la gloriosa capacità di far connessioni (tra il potere e gli specchi,
tra il romanzo giallo e la scolastica, tra l’ateismo e la teologia)
ma per quella lettera che scrisse al nipotino, in cui, da nonno
sensibile, sapeva come insegnare, profeticamente, le cose essenziali e
gli disse di imparare a memoria quanto più poteva, perché era solo se il
nostro corpo era zeppo di nomi e nozioni che le associazioni
elaborate o create tra quelle cose avrebbe finalmente potuto avere “un senso
per noi”.
Quindi ho chiesto a
Umberto di spiegarmi l’utilità marginale e lui, gentile, dopo avermi dato la
definizione teorica e generica mi ha chiesto se ero interessato a conoscere i
nomi dei pensatori che hanno elaborato questo concetto e gli ho risposto:
sì, grazie! E ora cerco di memorizzare per bene i nomi di WILLIAM STANLEY
JEVONS (in Inghilterra), di CARL MENGER (Austria) e LÉON WALRAS
(Svizzera).
E mi ha spiegato
Umberto che la rivoluzione marginalista avvenne negli anni Settanta
dell’Ottocento e che questi tre economisti (non mi ha detto, in realtà, cosa
fossero allora questi tre signori, quale il loro ruolo o titolo pubblico, ma
c’è tempo) lavorarono “in buona parte indipendentemente” ma “svilupparono idee
molto simili”. Poi ci si mette e mi spiega molto bene come l’utilità marginale
possa esprimersi in una formula matematica, una semplice frazione al cui
numeratore vi è il differenziale di utilità (quanto mi torna più utile
il bene x incrementato di una unità) e al denominatore vi è il differenziale di
quantità, vale a dire la quantità di partenza del bene x, rispetto a cui sto
misurando l’utilità marginale, cioè l’utilità di averne un item in più.
Tutto bene, tutto
chiaro e ancora più chiaro è il seguito della spiegazione, che mi dice quanto
la rivoluzione marginalista abbia spostato il valore di un bene dalla cosa in
sé alla relazione tra cosa, bisogni del soggetto e disponibilità di
quel bene. Ecco, in questo Umberto è fantastico: mi spiega benissimo la
connessione tra enti che la mia intelligenza non collega automaticamente. Ma il
collegamento era riuscito a quegli economisti di cui Umberto mi ha fornito i
nomi, e allora penso che è lì che mi devo concentrare, non sulle
connessioni ma sugli enti che le rendono possibili: Jevons, Menger,
Walras, e cerco notizie di base su Wikipedia (e un po’ sorrido, se penso alle polemiche
sull’attendibilità di Wikipedia, vent’anni fa o giù di lì).
WILLIAM STANLEY JEVONS 1835–1882
was an English economist and logician.
CARL MENGER 1840–1921
was an Austrian economist who contributed to the marginal theory of value.
LÉON WALRAS 1834–1910
was a French mathematical economist.
Intanto intuisco che
con la Teoria dell’utilità marginale la matematica diventò uno strumento
essenziale della teoria economica, così come imparo che Walras era francese
(della Normandia, addirittura, cioè un francese atipico) e non svizzero, come
mi aveva sintetizzato Umberto.
A questo punto, il
mio problema (o il mio obiettivo) è incorporare tutto questo, ricordarmelo,
farlo diventare parte di me. By heart si dice in inglese, cioè con il
cuore, cioè con la sineddoche del corpo nella sua interezza
(fisiologia del muscolo, anima del pensiero/sentimento), e solo così queste
“informazioni” che stanno lì e che fanno parte del mondo possono esser fatte
mie e diventare parte della mia conoscenza e contribuire, spero,
alla mia saggezza.
Allora penso a come
realizzare tutto questo e mi tornano in mente le mnemotecniche
visivo-spaziali praticate sin dal mondo antico. Da qualche parte il mio
cervello ricorda un esploratore STANLEY, qualcuno che cercava il missionario
LIVINGSTONE (“I suppose…”) nel cuore dell’Africa e quindi immagino WILLIAM
STANLEY JEVONS come un bel GIASONE (JASON cambiando la V) con un
elmetto coloniale (STANLEY) che si affaccia su una mangiatoia tipo presepe (MANGER,
in inglese, basta cambiare la A in E) dentro cui non c’è un cane
(il dog in the manger è un famoso detto inglese per intendere chi è
geloso di una cosa perché è sua, anche se non gli è in alcun modo utile
[marginalità zero]) ma piuttosto c’è il peluche di un tricheco (walrus,
in inglese, basta cambiare a U in A; perché sia un peluche è difficile
da spiegare qui, ma per la mia incorporazione funziona).
Chiedo a Umberto di produrre un disegno con questo script, utilizzando lo stile che utilizzo per gli schizzi che accompagnano i post sul mio blog e ne viene fuori un’immagine che posso far mia e che mi porto dentro. Come altre immagini, nel mio cervello (o meglio, nel mio corpo, by heart) è composta di ricordi, idiosincrasie, precedenti connessioni, possibili stati d’animo/emozioni che associo o che attivano ulteriori ricordi e idiosincrasie, ma la loro unica funzione è collegare tre sequenze sonore (tre nomi e cognomi) a tre stati europei, a un periodo storico preciso e alla teoria dell’utilità marginale. Se questa immagine funziona, io sono a posto, il mio lavoro è efficace, il mio obiettivo, per oggi, è raggiunto.
Si chiamava nozionismo
(Padre, perdona loro, perché non sanno quello che criticano) e forse oggi si
chiama via d’uscita, si chiama didattica assistita dall’IA, si
chiama sopravvivere come animali capaci (ancora) di pensiero nel
momento in cui ci confrontiamo con un altro soggetto che, per la prima volta
nella storia evolutiva della nostra specie, ci sfida con ottime probabilità di
batterci sul terreno che pensavamo fosse casa nostra.

