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domenica 22 luglio 2007

Albania 2: Ylber

(giugno 1995) Gilles questi mesi è vissuto a casa sua, a Bilisht, a cinque chilometri dal confine greco. Ylber ha 38 anni, è sposato con Eva e ha due bambini: Arolda detta Olda, di 7 anni e Albi, di due e mezzo. Laureato in francese, parla questa lingua perfettamente. Poi parla benissimo inglese, greco e italiano. Mi ha detto che il tedesco lo sa poco, ma dato che anche l’italiano, secondo lui, lo conosce poco, sospetto che in realtà se la cavi benissimo anche con il teutonico. Conosce a fondo la cultura francese (Gilles, che non è uno sprovveduto in fatto di letteratura, mi ha detto di essere rimasto impressionato dalla profondità e vastità di quel che sa), fa parte del consiglio comunale del suo paese e si interessa con passione delle sorti politiche ed economiche del suo paese. Per hobby per molti anni ha suonato la chitarra e ha composto canzoni, soprattutto di tema politico. Oggi è troppo impegnato e preoccupato per dedicarsi a questo passatempo, e ha venduto la sua chitarra. Il suo nome, in albanese, significa “arcobaleno” e suo figlio piccolo, nato dopo la caduta del regime, il disastro economico del paese e l’ingresso degli Albanesi sulla scena mondiale come peones d’Europa e d’Italia, si chiama Albi perché non abbia mai a vergognarsi di essere un Albanese. Per sette anni Ylber ha insegnato francese in un piccolo villaggio a diversi chilometri da Bilisht, andando a scuola tutti i giorni a piedi, dato che non c’erano bus e anche la bici, su quello strade, è inutile. Poi, per quattro anni, ha insegnato all’università di Korçë, che si trova a 27 Km da Bilisht. Doveva star fuori tutta la settimana, dato che era impossibile andare su e giù tutti i giorni e con lo stipendio di professore universitario non poteva di certo permettersi di comprare e di mantenere un’automobile. All’inizio di quest’anno ha allora deciso di mettersi in proprio. Dopo un breve periodo in cui ha mantenuto il posto all’università lavorando per sé al pomeriggio, adesso ha costruito in paese un piccolo ufficio prefabbricato dove esegue lavori di traduzione da tutte le lingue che conosce. Fa inoltre il dattilografo e ha una piccola fotocopiatrice. Neanche a dirlo, si è coperto di debiti per iniziare l’attività. Intellettuale costretto a diventare imprenditore delle sue competenze, a mettersi sul mercato dagli eventi e dal desiderio di migliorare il tenore di vita della sua famiglia, vive in maniera consapevole e dolorosa questa contraddizione. Ora ha l’opportunità di andare negli Stati Uniti, i suoceri già vivono lì, ma continua a chiedersi se questo sarebbe un fuggire dalle sue responsabilità nei confronti della sua patria e della sua comunità. Del resto, sente che rimanendo a Bilisht potrebbe fare ben poco, per sé, la sua famiglia e la sua terra. A volte è convinto ad andare negli States, lavorare sodo per qualche anno e tornare in Albania. In America, è pronto a fare qualsiasi lavoro, dal manovale al cameriere, e quando gli ho chiesto, con la mia idiota ingenuità, se non riteneva possibile utilizzare le sue competenze negli USA in qualche dipartimento di studi letterari europei, prima mi ha guardato come fossi un marziano, poi mi ha detto che sa come vengono giudicati gli Albanesi nel resto del mondo. Come se sapesse di non potersi aspettare di più per il semplice fatto di essere catalogato nel girone degli Albanesi.
Ylber ha gli occhi limpidi e i modi gentili. Parla in maniera pacata ma si capisce che si accalora quando si tratta del suo paese. E’ molto legato alla sua famiglia (e si rende benissimo conto di quanto il tessuto familiare sia per lui anche un tessuto di sostegno economico) e, senza manifestare stupore, quando gli ho raccontato un po’ della mia vita spaesata (l’ha colpito il fatto che a 32 anni non fossi sposato) mi ha chiesto: Forse stiamo andando verso un mondo in cui i rapporti familiari contano sempre di meno, in cui ognuno è per forza di cose, per forza di economia, sradicato dalla sua terra anche quando continua a viverci, in cui ognuno ha più possibilità di cambiare la sua vita ma lo deve fare con le sue sole forze, un mondo in cui i legami familiari contano sempre di meno e in cui ognuno deve trovare la sua strada da solo. E’ un bene o un male, questo, secondo te?
Io, ho guardato lui e poi, guardando dentro il mio bicchiere di birra, gli ho detto che non lo sapevo, che per ognuno di noi sarà diverso, secondo come gli andranno le cose. Era, il mio, un augurio che le cose gli vadano bene. Conto di tornare in Albania questo autunno. Voglio portare a Ylber, se non sarà già partito per l’America, una chitarra.

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