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sabato 26 aprile 2008

Albania moderna


Sto leggendo un bel libro, Sarah F. Green, Notes from the Balkans: Locating Marginality and Ambiguity on the Greek-Albanian Border, Princeton, N.J, Princeton University Press, 2005 che racconta il confine epirota tra Grecia e Albania. È un libro densissimo, che da un canto offre un quadro etnografico finalmente aggiornato alla fine degli anni Novanta di una regione poco battuta dagli scienziati sociali da troppo tempo, e dall’altro mette un po’ in crisi una certa retorica ricorrente sulle bellezze del margine, su come vivere ai margini costituisca uno spazio di “resistenza” e controidentità. Ma qui mi limito a citare un pezzo in cui la concezione di modernità degli abitanti sul versante greco è contrapposta a quella degli abitanti del versante albanese (molti dei quali, ricordo, sono membri della minoranza greca). È un bel pezzo che mi serve per criticare la convinzione (diffusa soprattutto dai giornali, vedi qui un mio saggio che affronta marginalmente questo tema) dell’Albania come un paese sostanzialmente rurale e, soprattutto congelato dalla dittatura comunista:
Man mano che le persone iniziavano a divenire più familiari le une alle altre, quelle sul versante greco divennero consapevoli del fatto che un’evidente “modernizzazione” aveva avuto luogo anche in Albania. Hoxha, essendo un convinto sostenitore del socialismo scientifico e industriale, intendeva trasformare l’Albania “dall’essere un arretrato paese rurale a un’economia agricola e industriale” (Stefanaq Pollo e Arben Puto, The History of Albania from Its Origins to the Present Days, London, Routledge & Kegan Paul, 1981, p. 26). Biberaj nota che la politica di industralizzazione di Hoxha aveva “condotto alla creazione di un’industria ramificata relativamente moderna, che nel 1985 era in grado di produrre più del 40 per cento del reddito nazionale complessivo” (Elez Biberaj, Albania: A Socialist Maverick, Bouderl, Co, Westview Press, 1990, p. 68). Le riforme agricole, a parte il programma scaglionato di collettivizzazione e l’acquisizione da parte statale di tutta la terra agricola, erano state di comparabile dimensione: “Programmi grandiosi di recupero delle terre, miglioramento dei terreni e irrigazione; introduzione di nuove tecniche di coltivazione e meccanizzazione; e uso in crescita dei fertilizzanti” (Biberaj 1990, p. 69). Anche l’istruzione venne riformata: dal 1946, l’istruzione doveva essere laica, libera, e fornita dallo stato, con sette anni di educazione elementare obbligatori per tutti; si approntarono scuole professionali e commerciali e si stabilì un programma per sconfiggere l’analfabetismo […]
In breve, anche se non vi era dubbio che l’Albania era più povera della Grecia in termini economici quando il confine venne riaperto, divenne sempre più evidente che quel che era accaduto sui due lati del confine erano forme differenti dello stesso processo: non era successo che un lato si fosse modernizzato mentre l’altro era rimasto com’era quando il confine era stato chiudo chiuso

Mi resta da aggiungere che con questo non intendo certo schierarmi dalla parte di quegli insipienti che ancora ai primi anni Ottanta partivano dall’Italia per andare a scoprire le meraviglie del socialismo realizzato albanese, o che nelle università dove lavoravano mettevano nei desiderata delle biblioteche l’opera omnia di quel divino pensatore che fu Enver Hoxha. Ho visto l’Albania troppo da vicino per credere al periodo della dittatura comunista come a null’altro che a un vero incubo collettivo. Ma mi piace ricordare ai primordialisti che si affannano a cercare nella millenaria eredità “balcanica” le ragioni, ad esempio, del tasso di criminalità tra gli immigrati albanesi in Italia, che eventuali devianze sociali, invece che retaggi atavici, sono molto più probabilmente la conseguenza di un processo di modernizzazione forzata, che ha prodotto fratture sociali e un senso profondo di anomia.

martedì 22 aprile 2008

Mi voglio rovinare


Alla fine vi ci metto sopra anche la bici mountain bike con cambio shimano. Però prima abbiate un'altra prova del mio tempismo da ufficio stampa aggressivo.
Qui potete trovare un mio pezzo (questa volta serio, non come il precedente) sull'immagine degli albanesi visti dall'Italia. Si intitola Pinocchi, balordi e ballerini. il mutamento dell’immagine degli albanesi nei mezzi di comunicazione italiani (1997-2006) e l'ha pubblicato una bella rivista di antropologia, Achab, che potete scaricare per intero in pdf.

mercoledì 16 aprile 2008

Albania News


Si è aperto da poco un sito interessante, dedicato a notizie albanesi ma scritto in italiano. Mi sembra una bella proposta, coraggiosa. Se volete sprovincializzare un poco lo sguardo, andate a leggervi cosa ne pensano dei risultati delle ultime elezioni. Gli immigrati sono una parte importante di questo paese, mi chiedo quando potranno partecipare attivamente alla nostra vita politica, oltre che a quella economica.

domenica 13 aprile 2008

In Albania (gennaio 2008)

Sono stato in Albania nel gennaio scorso, con Il motore di ricerca, un gruppo di artisti e architetti che ha base in Puglia ma che sa muoversi bene anche altrove. Non li ho mai ringraziati per il tempo passato assieme, per tutto quel che mi hanno dato durante il viaggio. Ne approfitto per farlo ora. tra poco uscirà il primo numero di Albania 1 e 1000, una rivista da loro progettata che si rivolge alla comunità albanese in Italia. Dopo il rientro in Italia non ho più avuto tempo di seguire il loro lavoro, e ho vergognosamente declinato ogni loro invito a partecipare alle iniziative attivate nel frattempo.
Ora mi hanno chiesto un pezzo per il primo numero di Albania 1 e 1000. Sono riuscito a tagliare via queste due cartelle, che certo non bastano a raccontare quel che abbiamo fatto in quella settimana di gennaio, ma che sono un piccolo segno di riconoscenza verso quel meraviglioso paese e verso il Motore di Ricerca.

La prima immagine dell’Albania è “mediatica”. Siamo seduti in un bar lungo la rotta tra Gjirokastër e Korcë, fuori è già buio e dobbiamo sbrigarci, non sappiamo come sarà la strada e siamo un po’ preoccupati. Ma abbiamo anche voglia di staccare un momento, di confrontarci dopo due giorni intensi di immagini e parole.
Entrare in Albania dalla Grecia ci ha permesso di fare i terzisti, di porci un poco di lato rispetto all’opposizione canonica tra italiani e albanesi di cui comunque tutti sappiamo qualcosa. Abbiamo incontrato albanesi della minoranza greca, e altri arumeni. Questa mattina, uscendo dall’albergo di Saranda, abbiamo conosciuto una coppia greca, di Cefalonia, in Albania per vacanza. Non so se ai miei compagni di viaggio ha fatto lo stesso effetto, ma io sono rimasto particolarmente colpito di sentire anche solo parlare di Albania come luogo di vacanza, per di più per cittadini greci. Ho ancora freschi ricordi del disprezzo che gli albanesi suscitano molto spesso nei giudizi in Grecia, e trovo piacevole questo cambiamento.
Gjirokastër, poi, mi è caduta addosso con le sue mura di pietra disposte in saliscendi, e un paesaggio montano dolorosamente intenso. Il crocevia del centro, con le sue insegne scolorate e le vetrine dei negozi di legno, sembra il set di uno spaghetti western, con maschere felliniane a fare da comparse, ma c’è anche un ufficio turistico dove due giovani impiegate mi hanno dato i normali depliant di una città turistica, le mappe, le indicazioni, i posti.
L’Albania ci sta venendo incontro sempre più veloce, in questo viaggio disorganizzato perfettamente dal Motore di Ricerca. Le nostre macchine traballano spesso lungo la carreggiata, ma traballiamo più spesso noi, di dentro. Se quindici anni fa, quando venivo qui le prime volte, l’Albania era un viaggio nel tempo, dove potevo trovare senza sforzo i gilet di mio nonno, gli sguardi dei vecchi del paesino di mio padre che ricordo nelle osterie quand’ero bambino, ora faccio fatica a orientarmi, il “prima” che mi ricordo si incrocia costantemente con un “ora”, a volte con un “dopo”, come quando (tra un paio di giorni, a Tirana) chiacchiererò con uno studente italiano in un locale notturno.
Ma dicevo dell’immagine mediatica che l’Albania mi ha lasciato. Siamo in quel bar, allora. Beviamo tè e chiacchieriamo, cercando di guardarci negli occhi per vedere cosa gli altri hanno visto. Siamo attorno a un tavolino, ci siamo tutti: io, Matteo, Roberto, Michele, Nico e Valentina. Le nostre macchine da presa, le nostre fotocamere, hanno già inghiottito chilometri di strada, facce, monumenti, muri, capitelli stradali, bunker, posti di frontiera. Ogni macchina poggiata ora sul tavolino del bar sembra un polifemo addormentato, pronto a risvegliarsi per ricominciare a inghiottire la realtà con il suo occhio, un’immagine alla volta. Anche questo è un modo di controllare non solo quel che ci sta attorno, ma anche i rapporti di potere: se siamo noi a guardare, ancora non viene messa in dubbio la nostra “soggettività” (e, di converso, la loro “oggettivabilità”).
Più o meno mentre penso a questo, guardo il televisore appoggiato a un mobile alto, che trasmette le notizie di Top-Channel, il canale televisivo che dal 2001 si sta affermando come uno dei più importanti del “nuovo corso” albanese. Lo stile delle news è simile a quello imposto dal modello CNN, che ormai conosciamo tutti: notizie rapide con titoli in sovrimpressione e un “rullo” continuo di testo che scivola sotto le immagini. Ci vuole poco a capire che il notiziario parla di noi, cioè parla dell’Italia. Riporta due notizie: la prima racconta, con dovizia di dettagli iconici, l’emergenza spazzatura in Campania. La seconda, invece, parla dell’emergenza meningite che proprio in quei giorni stava creando allarme, soprattutto nel Veneto.
In un paio di minuti tutta l’arroganza e il senso di superiorità dello sguardo italiano sono cancellati. Proveniamo da un paese invaso dall’immondizia e dove la gente muore di meningite. Penso al 1991, alle “carrette del mare”. Penso al 1997, al crollo delle piramidi finanziarie e alla “guerra civile”. A come abbiamo raccontato quelle storie nei nostri mezzi di comunicazione in un trionfo di semplificazioni e stereotipi che sono andati ad alimentare il nostro pre-giudizio.
Ora, si direbbe, veniamo ripagati con la stessa moneta. Ben ci sta, mi viene da pensare. Ma poi mi dico che non è con una duplice raccolta di prevenzioni che potremo capirci più a fondo e quindi vivere meglio. Abbiamo invece ancora più bisogno di parlarci, di incontrarci. Ecco perché risaliamo in macchina, perché Roberto e Michele si rimettono al telefono a fissare appuntamenti. Ecco perché valeva la pena di venire qui, in Albania.

domenica 22 luglio 2007

Albania 5: Viaggio in Italia

(giugno 1995) Mentre andavo in Albania pensavo: non so neppure una parola di albanese, neppure un saluto, quelle due o tre parole che uno sa comunque, anche in lingue di cui non sa assolutamente altro. So dire almeno una parola in giapponese, in russo, in armeno, in arabo, in turco, in serbo-croato: possibile che non ci sia una parola di albanese da qualche parte del mio cervello, neppure per caso? No, non c’era. Non ricordavo neppure come di dice Albania in albanese (ancora adesso, so pronunciare la parola, ma non so come si scrive) e l’unica cosa che potevo dire era che l’albanese è il diretto discendente dell’illirico, uno di quei nomi di misteriose popolazioni indoeuropee che si imparano alle prime lezioni di glottologia o linguistica storica. Non credo di essere un caso speciale: quanti Italiani sanno qualcosa di più di questa lingua?
Appena ho passato il confine mi sono reso conto di trovarmi in una situazione di perfetta simmetria inversa. Praticamente non c’è Albanese che non sappia almeno qualche frase in italiano per salutare e molti capiscono tutto quel che gli si dice. Altri ancora parlano con una spigliatezza che non ha mai smesso di stupirmi, anche quando ormai era un’abitudine. La passione per l’Italia è vera e non è solo uno stupido “immaginarsi”. Nelle case che ho potuto visitare i televisori accesi (presenti ovunque, anche nelle famiglie più povere) erano sintonizzati sui canali italiani (Rai per tutti, ma è un must per i più abbienti l’antenna satellitare per vedere le reti di Berlusconi, che sono di gran lunga più apprezzate dei canali pubblici, considerati troppo “noiosi”), e se per caso invece si trattava di emissioni della TV albanese, il più delle volte vengono trasmessi film italiani con sottotitoli. Alla radio la musica italiana è dominante (Toto Cutugno, Albano e Romina, Gianni Morandi) e il più famoso presentatore televisivo locale ha come suo modello dichiarato Pippo Baudo. C’è un’Italia sottile come un filo d’onda elettromagnetica che si è già infilato dappertutto in questo paese. Ok, si potrà dire, ma questo lo sapevamo già, forse è l’unica notizia che ci è arrivata con sufficienti dettagli, se non altro è una notizia che fa “folklore”, o che almeno l’ha fatto. Però c’è dell’altro. Non so come dire, è l’Italia che quel filo ha tessuto dentro le persone e che molte volte si è intrecciato con l’Italia della cultura, dell’arte, della storia, dell’“Una volta”. Ylber ha due sorelle che vivono a Pogradec, una cittadina relativamente ricca sul lago di Ochrid, a dieci minuti d’auto dal confine con la Macedonia ex-yugoslava. La sorella maggiore ha una figlia, Matilda, di vent’anni, al secondo anno di università. Studia italiano e lo parla in maniera perfetta (tra l’altro, parla perfettamente anche l’inglese e Gilles mi ha detto che il suo francese è più che buono). Per lei l’Italia è allo stesso tempo Venezia e Firenze (le due città che ama di più e che sogna di visitare) e i telefilm di Italia1. Ma mentre Italia1 è sempre presente nella sua vita (praticamente vivono col televisore acceso e sintonizzato su quel canale) Venezia e Firenze sono idee, righe di parole e illustrazioni sui libri, sono poeti e pittori e date. La presenza dell’immagine televisiva e la conoscenza storica del nostro paese producono in Matilda una precoce nostalgia per il nostro paese, di cui parla a volte come se ne fosse stata strappata, anche se non ci ha mai messo piede. Alcuni amici greci, al mio ritorno, mi facevano notare con un certo fastidio questa sottomissione culturale come un segno di debolezza, di poca stima di sé. Pensavo: è paragonabile questo amore per l’Italia a quello che gli “Americani” hanno suscitato nel nostro paese per un paio di decenni dopo la fine della guerra? Mi rispondevo abbastanza facilmente: no. Non c’è paragone. Il uattsamericannao di Alberto Sordi parlava di un pianeta sconosciuto, di un paese dei balocchi e basta. In Albania l’Italia è di certo anche questo ma c’è una conoscenza più profonda, più “diretta”, non fosse altro per la competenza linguistica che hanno del nostro idioma. Remigio, sedici anni, fratello di Matilda, ha imparato l’italiano dalla televisione senza mai studiarlo, e posso assicurare che è un buon italiano. Grazie alla televisione lui sa una cosa degli Italiani che noi non sapevamo degli Americani: sa il disprezzo e la paura che nel nostro paese c’è per loro, per cui quando gli ho detto se verrà a visitare l’Italia mi ha detto: Mi piacerebbe, ma un “turista albanese” non sarebbe accettato, voi credete che gli Albanesi siano tutti così e ha messo le mani ad artiglio vicino alla faccia, facendo un ghigno che voleva essere sinistro. Poi si è messo a ridere, e ha continuato: voi conoscete solo questa specie di Albanesi, ma non siamo tutti così, così come voi pensate.
Remigio e Matilda hanno due cugini, figli della sorella minore di Ylber. Ho conosciuto il più piccolo: si chiama Alban, ha nove anni, un po’ di denti storti e due occhi veloci e scuri scuri. Studia l’italiano da un anno e lo parla già ottimamente. Se anche gli manca un vocabolo, non gli mancano certo i mezzi per azzeccare perifrasi adatte e mi ha raccontato quel che fa a scuola e tutto sulle lezioni di karatè della palestra che frequenta da qualche mese. Mi ha assicurato che la sorella, più grande di un tre anni, parla l’italiano quanto lui, ma è troppo timida per conversare con gli stranieri. Mentre chiacchieravo con Alban mi tornavano in mente le parole del vecchio Dhori sulla necessità si smettere di essere Albanesi, ai discorsi con Ylber, a quel che avevo visto fino ad allora. Per un po’ m’è tornata la voglia di trovare un senso, di mettere ordine. Mannaggia: di spiegare. Poi mi sono calmato, mentre Alban mi faceva vedere l’ultima “mossa” di karatè che aveva imparato. In palestra? No, alla televisione, guardando un film di Bruce Lee su Italia1.

Albania 4: La chiesa di Voskopoji

(giugno 1995) Ho già accennato alla povertà di Voskopoji. Il paese attuale è fatto di case sparpagliate, senza un centro riconoscibile se non uno spiazzo con le rovine di qualche edificio del regime e un monumento che ricorda i partigiani uccisi dai nazi-fascisti durante la seconda guerra mondiale. Conserva però un segno del periodo passato, di quel mitico “una volta” che ho sentito sempre nelle conversazioni con le persone che ho incontrato. E’ un “wongar” (mi pare che De Martino chiami così questo tempo mitico nel saggio che sta in appendice al Mondo Magico, ma non importa se non è così) che a volte è localizzabile nel periodo che va tra il 1912, anno dell’indipendenza dai Turchi, e l’inizio della seconda guerra mondiale, e altre volte si sposta più indietro. Per Voskopoji questo tempo che viene chiamato “una volta” si identifica con la fase di maggior splendore della città vecchia, subito prima della distruzione turca alla fine del XVIII secolo (chiedo scusa per il tono didascalico, ma cerco solo di contestualizzare le mie emozioni, dato che io le ho vissute mentre Gilles, Ylber, Medo e gli altri mi raccontavano queste cose). C’erano dodici chiese all’epoca. Alcune sono state distrutte dai Turchi, ma la maggior parte sono state trasformate in granai e magazzini quando l’ateismo divenne religione di stato. Solo una chiesa (che è dedicata a S.Nicola, se ricordo bene) per ragioni misteriose non è stata assegnata a questo compito ed è stata semplicemente chiusa e abbandonata. Dopo il ‘91 è stata riaperta. Ho potuto visitarla la prima sera. Con Gilles e Medo siamo andati a portare il saluto al prete del villaggio, che però si era già spostato alla chiesa di S. Giovanni per preparare la celebrazione del giorno seguente. Allora ci ha accompagnato alla chiesa la sua giovane figlia, assieme al marito. Alle undici di sera ha preso le chiavi e ci ha aperto il portone, illuminando la chiesa con quel poco di luce elettrica di cui il villaggio dispone. E’ una chiesa del Settecento, completamente affrescata: non c’è un centimetro delle pareti e della volta che non racconti la storia di qualche santo, o qualche passo della storia sacra. Solo vicino all’altare maggiore ci sono dei buchi che ti guardano come le orbite di un teschio: sono gli spazi occupati dalle icone, depredate al tempo dell’ateismo di stato e vendute sottobanco in Grecia e in Italia. La chiesa è bellissima e in completa rovina. Come ho messo il piede dentro ho sentito rimbombarmi in testa un unico, enorme, verissimo: “Una Volta”. Tutto ripete queste frase: gli affreschi scrostati ma ancora in grado di mostrare la loro bellezza, il pulpito in legno lavorato con perizia e mangiato dai tarli, i buchi neri delle icone depredate. Se il rito è anche una riattualizzazione del mito, questa chiesa non ha bisogno di funzioni religiose per assolvere il suo compito, è in se stessa un rito, ricorda, risveglia la ferita, è il sale, che non saprò mai se disinfetta o se fa marcire definitivamente. Finché ci saranno chiese come quella di Voskopoji, l’Albania avrà di che soffrire e di che sperare. È un bene o un male — direbbe Ylber — questo groppo inscindibile di dolore e aspettativa, di deserto e miraggio? Ancora una volta, abbasso gli occhi e so che ogni risposta sarebbe volgare, o presuntuosa.

Albania 3: Dhori

Voskopoji è un villaggio oggi piccolo e povero. Fiorente centro valacco fino a fine del Settecento, fu distrutto dal governo turco quando l’autonomia culturale di cui godeva minacciò di diventare anche amministrativa. Oggi della vecchia città non restano che rovine. Siamo andati a Voskopoji perché il 24 giugno, san Giovanni, si celebra una grande festa cui partecipa tutto il paese e gente che viene dai villaggi vicini. Festeggiano anche se la gran maggioranza della popolazione è musulmana. Stavamo nella casa dei suoceri di un cugino di Ylber, Medo, che era venuto con noi assieme alla moglie, Monda, e ai tre figli Marin, Edwin e Belinda. Dopo essere stati accolti dai suoceri di Medo a suon di raki (la bevanda nazionale, una grappa profumatissima e ad alta gradazione, ottenuta dalla distillazione di una prugna locale, bevanda che consumano anche a pasto), siamo andati a fare un giro in paese. Ero particolarmente colpito dall’evidente povertà del posto e cercavo tra me e me qualche possibile paragone con i posti più miseri che avevo visto di persona. (Cercavo anche di far andare d’accordo il raki con le mie gambe.) Per la strada, Medo si ferma perché vuole salutare un amico. Ci viene incontro un vecchio, dell’età apparente di 65-70 anni. E’ vestito con abiti logori e anche se fa ancora caldo (siamo a 1200 metri sul mare, ma di giorno il sole picchia duro) indossa sopra la camicia un golfino di lana blu che mi ricorda quelli che vedevo indossati dagli zii di mio padre, in campagna, quand’ero bambino. Ha in braccio un moccioso di circa un anno. Ci si avvicina e già mi aspetto i soliti rituali, con Gilles pronto a fare da interprete e Medo a far gli onori. Mentre sono già pronto a tenermi in disparte e ad ascoltare una conversazione di cui non capirò nulla, il vecchio, appena saputo che Gilles è francese gli si rivolge con cortesia nella sua lingua. Poi anche a me parla in francese e mi chiede di dove sono. Io dico di essere Italiano, di Venezia. “Ah, Venezia! - attacca lui nella mia lingua - e come mai vi trovate da queste parti?”. Come uno stupido, rivelo tutto il mio stupore, cosa di cui certo un po’ si compiace, e gli chiedo dove ha imparato la mia lingua. In un italiano pulitissimo, senza inflessioni e dal suono antico (userà sempre il “voi” per rivolgersi a me, e io contraccambio volentieri questa forma di rispettosa cortesia) mi racconta che nel 1939, dopo aver fatto due anni alla scuola francese, con l’arrivo degli Italiani, ha seguito i corsi del ginnasio italiano. E’ stato in Italia, a Rimini, per tre mesi. Dopo la fine della guerra non ha più parlato la nostra lingua con nessuno, ma ha conservato qualche libro e ascoltava la radio di nascosto, quando poteva. Suo padre, per le sue idee politiche, è stato perseguitato prima dai fascisti e poi dal governo albanese. Lui ha accettato il suo ruolo di intellettuale e per 34 anni ha insegnato matematica ai ragazzini del paese, dove è rispettato e amato da tutti. Ora, in pensione, si prende cura del nipote, il figlio del suo primo figlio, che lavora in Grecia con la moglie. L’altro figlio, invece, è in Italia, a Riccione, ha il permesso di soggiorno e lavora in una fabbrica. È venuto in Italia con la grande ondata del 1991, con i disperati delle navi cariche di centinaia di persone. È stato lui, il vecchio Dhori, a convincere il figlio ad andare a Durazzo e imbarcarsi sulla prima nave per Brindisi, dato che in Albania non c’erano speranze.
Gli ho chiesto cosa ne pensa del suo paese, adesso. Mi ha risposto che la miseria per certi aspetti è peggiore di prima: “Ma io sono contento, perché adesso posso dire quello che penso”, e ricordo perfettamente il lampo nei suoi occhi mentre mi diceva questo. La dignità di chi ha piegato la testa perché non c’era altro da fare, ma non ha dimenticato cosa vuol dire vivere. Mentre eravamo in un bar a bere qualcosa tutti assieme avevo, letteralmente, la pelle d’oca nell’ascoltare quest’uomo, in un villaggio miserabile in mezzo ai monti albanesi, raccontarmi col suo italiano libresco e forbito alcuni cenni della sua vita. Continuo ad essere un ingenuo, a commuovermi, a stupirmi, ma di fronte a persone come questa, spero di non perdere mai questo vizio. Avrei voluto avere più tempo, per ascoltarlo. Non c’era nel mio atteggiamento nessun gusto per l’esotico. Ho sentito tante di quelle volte mia nonna (fiera dei suoi 90 anni) raccontarmi le storie della sua infanzia che mi ero completamente dimenticato qualsiasi riferimento ai risvolti antropologici della nostra conversazione. Io ero semplicemente imbambolato ad ascoltare. Purtroppo il tempo è stato poco, e non l’ho potuto rivedere se non di sfuggita, il giorno dopo, mentre andava alla festa del paese. Con il nipote sempre in braccio, nipote che ormai lo riconosce come padre, dato che i genitori veri non li vede da quando aveva cinque mesi, se ne è andato prima di noi, verso casa, dicendomi che non sa se il suo paese sopravviverà a questa crisi, e che lui non avrà comunque il tempo di vederlo. Ha chiesto a suo figlio in Italia di far di tutto per dare la cittadinanza italiana ai figli che eventualmente nasceranno, perché si rende conto che lo spirito di un popolo dipende in buona parte dalle sue condizioni economiche, e non vede come un paese prostrato come l’Albania possa dare forza ai suoi figli, la forza per continuare in questo difficile mondo. Meglio, ha detto, dimenticarsi per un poco di essere Albanesi, diventare qualche cosa d’altro, Italiani, Francesi o Americani. Solo dopo, quando il paese si sarà ripreso, i nostri figli potranno tornare e si ricorderanno di essere Albanesi, perché, in fondo, non l’avranno dimenticato mai veramente.

Albania 2: Ylber

(giugno 1995) Gilles questi mesi è vissuto a casa sua, a Bilisht, a cinque chilometri dal confine greco. Ylber ha 38 anni, è sposato con Eva e ha due bambini: Arolda detta Olda, di 7 anni e Albi, di due e mezzo. Laureato in francese, parla questa lingua perfettamente. Poi parla benissimo inglese, greco e italiano. Mi ha detto che il tedesco lo sa poco, ma dato che anche l’italiano, secondo lui, lo conosce poco, sospetto che in realtà se la cavi benissimo anche con il teutonico. Conosce a fondo la cultura francese (Gilles, che non è uno sprovveduto in fatto di letteratura, mi ha detto di essere rimasto impressionato dalla profondità e vastità di quel che sa), fa parte del consiglio comunale del suo paese e si interessa con passione delle sorti politiche ed economiche del suo paese. Per hobby per molti anni ha suonato la chitarra e ha composto canzoni, soprattutto di tema politico. Oggi è troppo impegnato e preoccupato per dedicarsi a questo passatempo, e ha venduto la sua chitarra. Il suo nome, in albanese, significa “arcobaleno” e suo figlio piccolo, nato dopo la caduta del regime, il disastro economico del paese e l’ingresso degli Albanesi sulla scena mondiale come peones d’Europa e d’Italia, si chiama Albi perché non abbia mai a vergognarsi di essere un Albanese. Per sette anni Ylber ha insegnato francese in un piccolo villaggio a diversi chilometri da Bilisht, andando a scuola tutti i giorni a piedi, dato che non c’erano bus e anche la bici, su quello strade, è inutile. Poi, per quattro anni, ha insegnato all’università di Korçë, che si trova a 27 Km da Bilisht. Doveva star fuori tutta la settimana, dato che era impossibile andare su e giù tutti i giorni e con lo stipendio di professore universitario non poteva di certo permettersi di comprare e di mantenere un’automobile. All’inizio di quest’anno ha allora deciso di mettersi in proprio. Dopo un breve periodo in cui ha mantenuto il posto all’università lavorando per sé al pomeriggio, adesso ha costruito in paese un piccolo ufficio prefabbricato dove esegue lavori di traduzione da tutte le lingue che conosce. Fa inoltre il dattilografo e ha una piccola fotocopiatrice. Neanche a dirlo, si è coperto di debiti per iniziare l’attività. Intellettuale costretto a diventare imprenditore delle sue competenze, a mettersi sul mercato dagli eventi e dal desiderio di migliorare il tenore di vita della sua famiglia, vive in maniera consapevole e dolorosa questa contraddizione. Ora ha l’opportunità di andare negli Stati Uniti, i suoceri già vivono lì, ma continua a chiedersi se questo sarebbe un fuggire dalle sue responsabilità nei confronti della sua patria e della sua comunità. Del resto, sente che rimanendo a Bilisht potrebbe fare ben poco, per sé, la sua famiglia e la sua terra. A volte è convinto ad andare negli States, lavorare sodo per qualche anno e tornare in Albania. In America, è pronto a fare qualsiasi lavoro, dal manovale al cameriere, e quando gli ho chiesto, con la mia idiota ingenuità, se non riteneva possibile utilizzare le sue competenze negli USA in qualche dipartimento di studi letterari europei, prima mi ha guardato come fossi un marziano, poi mi ha detto che sa come vengono giudicati gli Albanesi nel resto del mondo. Come se sapesse di non potersi aspettare di più per il semplice fatto di essere catalogato nel girone degli Albanesi.
Ylber ha gli occhi limpidi e i modi gentili. Parla in maniera pacata ma si capisce che si accalora quando si tratta del suo paese. E’ molto legato alla sua famiglia (e si rende benissimo conto di quanto il tessuto familiare sia per lui anche un tessuto di sostegno economico) e, senza manifestare stupore, quando gli ho raccontato un po’ della mia vita spaesata (l’ha colpito il fatto che a 32 anni non fossi sposato) mi ha chiesto: Forse stiamo andando verso un mondo in cui i rapporti familiari contano sempre di meno, in cui ognuno è per forza di cose, per forza di economia, sradicato dalla sua terra anche quando continua a viverci, in cui ognuno ha più possibilità di cambiare la sua vita ma lo deve fare con le sue sole forze, un mondo in cui i legami familiari contano sempre di meno e in cui ognuno deve trovare la sua strada da solo. E’ un bene o un male, questo, secondo te?
Io, ho guardato lui e poi, guardando dentro il mio bicchiere di birra, gli ho detto che non lo sapevo, che per ognuno di noi sarà diverso, secondo come gli andranno le cose. Era, il mio, un augurio che le cose gli vadano bene. Conto di tornare in Albania questo autunno. Voglio portare a Ylber, se non sarà già partito per l’America, una chitarra.

Albania 1: bunker

(giugno 1995) Ma lungo le strade che collegano le cittadine e i villaggi, almeno nella zona che ho visitato io, zona di confini, i poliziotti sono solo una delle costanti del panorama. L’altra è costituita dai bunker. Fatti costruire dalla “Guida Luminosa della Rivoluzione” sono il segno più ridicolo e sfacciato di un sistema di potere che quando ti viene raccontato anche solo per rapidi accenni ti domandi come abbia fatto a dar vita, nonostante tutto, a esseri umani. I campi coltivati sono pieni di questi bunker e tra i contadini vengono usati come misura agraria. Quando la terra è stata privatizzata ogni contadino aveva diritto a una certa quota, che molto spesso era conteggiata in bunker. Sono costruzioni di cemento armato emisferiche, a prima vista ricordano il Caracol dei Maya, solo che gli Albanesi, invece di scrutare le stelle, per anni hanno scrutato da quelle postazioni il nemico, per impedire che venisse ad invadere il paese più avanzato del mondo, per sottrargli il segreto del suo benessere e per ridurlo alla schiavitù del capitalismo (non è ironia, cito testualmente quel che dicevano le voci ufficiali dell’epoca. Ho capito un po’ come potessero essere prese per vere le panzane sulle orrende case popolari spacciate dal governo come “le migliori case in cui essere umano abbia mai abitato” e altre simili bugie clamorose quando ho detto a Ylber che fino alla fine degli anni Ottanta io non sapevo praticamente nulla dell’Albania e lui mi ha risposto: Voi non sapevate nulla di noi, ma noi non sapevamo assolutamente nulla del resto del mondo). Oggi i bunker sono utilizzati come depositi per l’immondizia. Quando sono colmi si dà fuoco al pattume che sta all’interno. Una volta che il bunker è rovente, viene bagnato rapidamente con acqua fredda. Lo sbalzo termico fa crepare il cemento, dal quale è possibile così recuperare senza eccessivo sforzo il ferro che costituiva l’armatura, ferro che è ovviamente prezioso e viene utilizzato direttamente o rivenduto. Questa distruttività benefica mi è parsa allo stesso tempo simbolica e sintomatica, un gesto di incazzata vendetta che non si accartoccia in se stesso, ma produce effetti materiali e simbolici assieme, un po’ come se a dire “cornuto!” all’arbitro fosse l’amante di sua moglie, e insistesse a cornificarlo durante le partite.