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martedì 13 maggio 2008

Scienza e politica


La S.V. è invitata a partecipare al seminario che si terrà domani, 14 maggio 2008, nell'aula "Spezzaferro" del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti (cubo 21b) dell'Università della Calabria (Arcavacata di Rende) sul tema:
PASSATO IDENTITÀ POLITICA
Archeologia e antropologia tra appartenenze e uso pubblico
Ne discutono con i colleghi e gli studenti:
Paolo Brocato
Antonio Battista Sangineto
Piero Vereni

Il testo del mio intervento si trova qui
Seminario archeologi
Seminario archeolo...
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E questo è il file con la presentazione in ppt che accompagna il testo
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E poi dite che non vi informo

giovedì 20 marzo 2008

Libri, nazioni e boicottaggi

Si è concluso bene il Salon du Livre, ospite d’onore Israele. Il boicottaggio, di fatto, non ha avuto successo e tutto è filato liscio, con numerose presenze. Ne approfitto per riprendere un tema cui tengo.
Ho letto con interesse le considerazioni di Diego Andreucci sul mio post dedicato al boicottaggio della prossima Fiera del libro di Torino. Ho molto apprezzato lo stile razionale e la voglia di argomentare con precisione. Ci sono alcuni aspetti della mia posizione che il suo post mi consente di chiarire.
La non coincidenza di antisionismo e antisemitismo è il classico argomento avanzato in queste circostanze, ma è un argomento al quale non credo: sono infatti convinto che l’antisionismo sia la forma moderna dell’antisemitismo e da questo provenga come emanazione diretta. La delirante lista dei 162 professori ebrei che costituirebbero una lobby filosionista è solo l’ultima riprova di questo collegamento. In molti ambienti dell’estremismo politico (senza che sia possibile distinguere tra sinistra e destra) vi è la nitida convinzione (che passa per senso comune, per una cosa ovvia che solo gli sciocchi possono non sapere) che chi è ebreo difende la politica di Israele e quindi è di fatto un nemico.
Le considerazioni di Diego sulla possibile non eticità dei festeggiamenti sul sessantesimo dello stato di Israele sono, a mio modo di vedere, un’ulteriore conferma in questo senso.
Ogni 14 luglio la Francia festeggia la presa della Bastiglia e la sua nascita come stato moderno. Non mi risulta che l’eticità della cosa venga posta da alcuno nei termini di sdegno scandalizzato che hanno caratterizzato alcuni proclami contro la presenza di Israele a Torino, anche se molti “sommersi” avrebbero parecchio da ridire sul fatto che l’esistenza della Francia sia stata un bene. Pensate a tutte le ex colonie in Africa e in America, oppure a come la Francia moderna abbia omologato con estrema violenza la sua differenza interna (chiedete a bretoni, baschi, corsi, alsaziani e occitani se la grande Francia è stata tutto un “libertà uguaglianza e fratellanza”).
Per quanto riguarda l’Italia, il caso del Meridione come “colonia interna” è stranoto. Giusto qualche giorno fa ho trovato sul CdS una citazione da Gramsci che vale la pena di riportare. Scriveva su Ordine nuovo:

Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.

E faccio notare che si riferiva all’Italia PRIMA del fascismo…
Senza scomodare le gloriose campagne coloniali del Novecento, devo raccontare quel che lo stato italiano ha fatto alla minoranza slovena durante il fascismo? O quel che hanno dovuto patire in termini di umiliazione culturale gli altoatesini di lingua tedesca ben dopo la fine della seconda guerra mondiale?
Ogni stato (ripeto: ogni stato) nasce in nome e in forma della violenza e non importa quanto “democratico” e “liberale” si ponga. Possiamo essere utopisti e sperare di giungere un giorno a un sistema mondiale che superi lo stato nazionale moderno, e io mi unisco alla speranza di questa utopia ben sapendo che rimane un orizzonte materialmente non perseguibile, una specie di punto di riferimento che si sposta con il nostro procedere, un orizzonte morale più che un obiettivo politico. Ma allora in questo utopismo lo Stato di Israele ha lo stesso identico ruolo di qualunque altro stato (anche del nascente Stato di Palestina) e non può essere attaccato più di quanto non si possa attaccare la Romania per l’oppressione degli ungheresi di Transilvania o la Polonia per l’assimilazione dei lituani
Il punto, in soldoni, è che i promotori del boicotaggio della Fiera del libro di Torino hanno parlato di “rifiuto esistenziale di Israele”, un’espressione criptica che posso disambiguare solo se penso alla “esistenza” dello Stato di Israele che viene rifiutata.
In definitiva, il vocabolario di chi chiede il boicottaggio di Israele alla fiera di Torino è per me pericolosamente affine a quello dei più biechi antisemiti. Se si guggola “boicotaggio Israele” escono fuori siti di estrema sinistra e siti di estrema destra. Scusate, ma quando tutte le vacche sono grigie io credo che valga la pena di fare un po’ di chiarezza.
Finisco con le parole di Avraham B. Yehoshua riportate dalla Stampa di Torino, che meglio di qualunque altro argomento riassumono il mio stato d’animo:

Quest'anno, in occasione del sessantesimo anniversario della sua fondazione, sarà Israele l'ospite d'onore al Salone del Libro di Torino. L'augurio è che l'anno prossimo lo sia la Palestina, in occasione del primo anniversario della sua nascita. Noi, scrittori e poeti israeliani, parteciperemo a quell'evento con gioia e con convinzione.

martedì 21 novembre 2006

L’entità sionista

Dopo le marce e le polemiche, dopo i distinguo e i confondo, forse è il caso di ribadire un concetto.
Lo stato di Israele è uno stato inventato.
Uno stato creato a tavolino.
Artificiale
. Praticamente finto.
COME QUALUNQUE ALTRO STATO DEL MONDO
(chiedere a Thomas Jefferson e ai nativi per gli USA, a Luigi XVI e ai suoi prefetti per la Francia, oppure chiedere ai baschi e ai catalani in Spagna, ai ceceni e a mille altri in Russia, ai tirolesi, agli arbresh, ai sardi, ai catalani, ai ladini, agli sloveni, ai provenzali, ai grecani ai cimbri e Dio sa quanti altri in Italia). Lo stato di Israele ci ricorda che “stato naturale” è, più che un ossimoro, una cazzata.
Nonostante gli ignoranti e i mistificatori dicano l’opposto, Israele non è uno stato confessionale (anche se accetta partiti politici confessionali) e la sua stessa esistenza sta lì a ricordarci che qualunque forma di convivenza sociale è un prodotto della storia e della cultura degli uomini, non un diritto naturale. Che i palestinesi (inventati pure loro, ricordiamocelo) abbiano diritto a un loro stato è ora una necessità politica, ma io spero che non vinca l’apartheid del “due popoli due stati” (verificate che risultati ha prodotto in Irlanda, o nella ex Jugoslavia, questa politica deleteria), e spero che ci saranno ebrei in Palestina come ci sono arabi in Israele, e che sia la cittadinanza (non la lingua o la religione) a fare da collante sociale in entrambi gli stati. Chiunque insiste sulla natura “fittizia” dello stato di Israele come argomento delegittimante non si rende conto (spero) di portare acqua al mulino del nazionalismo naturalista, che è quello che produce pulizia etnica, sterminio e dolore. Se lo stato di Israele non esistesse, ohibò, bisognerebbe inventarlo.
PS Questo non è un giudizio sulla politica di Israele, ma una riaffermazione della sua legittimità ad esistere.