2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

martedì 17 ottobre 2017

Anthropology of Globalization for Global Governance #06

16 10 2017. We had our first off campus class this morning, visiting the MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove (Museum of the Other and Elsewhere) guided by Giorgio De Finis, creator of the project and he know best knows the museum and its multifaceted cultural implications. Here you have the mp3 of our visit, with the many things that Giorgio told us, and I hope GG students shall soon contribute to the visual part of this post uploading their pics and videos collected during the visit.
We have learned the history of the squat, how Giorgio came to know it through the walks around the Ring road organized by Stalker/Osservatorio Nomade, how this brought to the Rocket to the Moon in the SPACE METROPOLIZ project, and eventually to the the MAAM project.
We could talk about urban policies and politics, what is art and what is not. And most al all about squatting. We haven’t studied roman squatters yet, but their relevance in the social fabric of a city like Rome should not be underestimated.


Q1. What is the role of imagination in planning a space like MAAM? Think how the real, social life of individuals depends on what they can fantasize of, dream, hope or loath. Connect what you have seen to what we have been discussing in class on “culture as acquired and shared knowledge”.

domenica 15 ottobre 2017

Antropologia culturale #06

13 10 2017. Con questa lezione, finalmente, abbiamo iniziato a confrontarci con un vero testo di antropologia culturale, non solo con gli appunti contenuti nella dispensa e con obliqui riferimenti ad autori e testi. Cominciamo quindi a leggere antropologia partendo da un testo quasi-sacro, un articolo del 1973 che ha segnato una presa di consapevolezza importante nella storia della disciplina. Si tratta di “Verso una teoria interpretativa di cultura”, scritto da Clifford Geertz come introduzione alla raccolta di saggi Interpretazione di culture, in cui ripubblicava in una nuova cornice teorica alcuni importanti saggi che aveva scritto negli anni Sessanta. Si tratta, insomma, di roba sicuramente datata, una riflessione dei primi anni Settanta (44 anni fa!) dedicata a commentare e inquadrare un lavoro di ricerca che ha più di cinquant’anni.
Ci sono state diverse svolte teoriche dopo le riflessioni elaborate da Clifford Geertz, ma io sono del parere che ben poco di nuovo si possa aggiungere dal punto di vista epistemologico al quadro dell’antropologia interpretativa. Geertz ha avuto dei limiti chiari sul piano dei contenuti (e forse questo ha implicazioni metodologiche) disinteressandosi ad esempio troppo della QUESTIONE DI GENERE (del modo cioè in cui maschi e femmine si costruiscano dentro orizzonti culturali specifici e si configurino come la differenza INTERNA più radicale) ma la sua EPISTEMOLOGIA basata su una concezione semiotica della realtà culturale e la sua METODOLOGIA basata sull’ermeneutica non hanno trovato ancora alternative. Anche chi contesta Geertz, lo critica o oggi pensa di essere “oltre” Geertz non può prescindere dalla CONCEZIONE INTERPRETATIVA di cultura, né sfuggire alla necessità di COMPRENDERE i dati etnografici attraverso un’analisi ermeneutica. Ci sarà modo, spero, di discutere il TESTUALISMO di Geertz, ma lo faremo più avanti, quando sarà più chiaro il suo progetto scientifico.

Per ora diciamo che nel corso della lezione siamo partiti dalla distinzione tra FUNZIONE e SENSO. I costrutti umani (una forbice, un mito, una centrale nucleare, un romanzo) possono essere dotati di una funzione, vale a dire la loro finalità intrinseca può essere X, attivata da una causa Y; oppure possono essere dotati di un senso, vale a dire un quadro di significazione per gli umani che ne fanno uso. Non sempre le due cose si sovrappongono o coesistono, e sono molti i costrutti culturali di cui è complicato individuare il senso ma praticamente impossibile identificare una funzione. Possiamo comprendere bene a cosa serve una tenaglia o un pacchetto di fazzoletti, ma non è chiaro spesso il rapporto tra FORMA e FUNZIONE dato che molti oggetti possono avere la medesima funzione (tenere legati i capelli) eppure avere forme molto diverse. Perché oggetti deputati alla medesima funzione (contenere liquidi per portarli alla bocca) tendono ad avere forme diversissime tra culture diverse e spesso anche nella stessa cultura (calice, bicchiere, coppa, tumbler…)? Ciò dipende sempre dal fatto che “la cultura è appresa” e questo meccanismo produce diversità ipso facto. Ma c’è una ragione più profonda e dipende dal fatto che come esseri umani non riusciamo ad articolare un rapporto con il mondo che non sia anche di tipo segnico, semiotico. Tendiamo cioè a caricare di significato tutti i costrutti naturali e culturali di cui riusciamo a parlare, altrimenti non riusciremmo a relazionarci con essi, e come abbiamo visto il significato di x si incastra in una rete di segni, non è desumibile da x in quanto tale. Insomma, mentre la funzione potremmo ipotizzare che sia incardinata nel costrutto culturale (MA chi seguirà anche il secondo modulo, di Antropologia economica, scoprirà che non è affatto così, e quel che chiameremo il VALORE D’USO di un oggetto, vale a dire la sua FUNZIONE, è una variabile dipendente dalla cultura dove quell’oggetto si presenta), il senso di un oggetto è sempre un prodotto culturale, e lo è di necessità. Possiamo cioè facilmente pensare a oggetti de-funzionalizzati (si potrebbe dire che l’arte è quel processo che de-funzionalizza porzioni del reale esasperandone la dimensione estetica, per cui anche un orinatoio può essere un pezzo d’arte, una volta de-funzionalizzato e ricondotto in un contesto adeguatamente significativo in senso artistico come un museo o una galleria); ma ci è molto più difficile, se non impossibile, pensare a oggetti de-semantizzati (a cui cioè si sia intenzionalmente sottratto il senso) ma ancora funzionali. Gli orologi ammosciati di Dalì potrebbero avvicinarsi a una finzione rappresentazionale di oggetti de-semantizzati ma funzionali, ché io non riesco a pensare ad altro. Come può un costrutto culturale o naturale funzionare (avere una funzione) senza più avere un senso, dato che “funzione” è a sua volta un segno che pretende un’operazione di significazione? Se non tutti i sensi sono funzionali, di certo tutte le funzioni sono significative e dunque possiamo dire che la realtà culturale è fatta di costrutti che necessariamente devono essere caricati di un senso.
Prima che ci si intrecci il cervello, diciamo che l’antropologia culturale cerca di ricostruire i significati dei costrutti (culturali o naturali) come vengono rappresentati (i significati, non i costrutti) dalla specifica cultura che stiamo analizzando. Si tratta insomma di “ricostruire il punto di vista del nativo” (vedremo in un altro saggio, se ce la facciamo) il quadro di senso di chi agisce culturalmente.

Per esemplificare questo passaggio, abbiamo a un certo punto discusso di Pietre, di Fate e di OCHOBO, uno “strano” principio estetico” giapponese che sembra condizionare la vendita di hamburger da quelle parti… La lezione da apprendere da questo caso è che non c’è modo di correlare il concetto o il termine Ochobo a alcunché di referenziale, e dobbiamo rassegnarci al fatto che le culture sono in grado di creare concetti che debbono essere compresi facendo riferimento ad altri concetti, e non al “mondo reale”. C’è una sorta di sapere oggettivo (le cose reali come le pietre), soggettivo (le cose che vivono solo per le credenze soggettive di alcuni) e intersoggettivo (come ochobo, che è un sapere culturale).

Per arrivare a comprendere quel che Geertz vuole dirci a livello profondo (che studiare una cultura vuol dire INTERPRETARLA, non OSSERVARLA) ci conduce dentro un esercizio di meta-riflessione teorica. Ci vuole far comprendere che il nostro lavoro è un lavoro interpretativoermeneutico, e per arrivare a capirlo dovremo seguirlo in un complesso esercizio interpretativo. Se non capiamo il percorso analitico del saggio non potremo comprendere il fine teorico del saggio stesso, dato che i due coincidono (come sempre, nell’antropologia interpretativa metodo e teoria sono difficilmente separabili).
Per arrivare al testo del racconto etnografico geertziano abbiamo distinto sommariamente tra
Livello –emico
e
Livello –etico
Dell’analisi sociale. Indipendentemente dal fatto che dovremmo accettare il fatto che per l’analisi culturale il livello “etic” altro non è che l’emic di qualcun altro, quel che conta qui è che l’analisi –etica impiega categorie analitiche dell’osservatore, mentre l’analisi –emica impiega le categorie analitiche dell’attore sociale osservato. Quel che mi interessa nell’analisi culturale è riuscire a ricostruire le categorie analitiche dell’attore sociale, vedere le cose “dal suo punto di vista” (un cane come lo vediamo a Roma o come lo vedono a Seul, come ci siamo detti a lezione, un po’ scherzosamente).
Questa contrapposizione si può anche rispecchiare in un’altra importantissima opposizione, su cui ci siamo soffermati a lungo, vale a dire quella tra

THIN DESCRIPTION (descrizione sottile)
e
THICK DESCRIPTION (descrizione densa)

La prima (abbiamo fatto il doppio esempio dell’etnografo marziano che deve spiegare cosa sia un battesimo e poi l’esempio veramente clamoroso dell’Occhiolino, vero pezzo di battaglia delle mie lezioni di antropologia culturale) è una DESCRIZIONE PRIVA DEL SIGNIFICATO CHE ALL’AZIONE ATTRIBUISCONO GLI ATTORI SOCIALI, una vera descrizione “senza senso”; mentre la seconda è una descrizione CHE INCLUDE IL SENSO DELL’AZIONE ESPRESSO DAL PUNTO DI VISTA DELL’ATTORE SOCIALE (è una descrizione “emic”, per così dire).

Q1. Per concludere questa lezione, selezionate una qualunque azione sociale e datene una doppia descrizione: una THIN priva di senso culturale, e una THICK in cui invece il significato culturale sia incluso.

Antropologia culturale #05

 12 10 2017. Tema introduttivo di questa quinta lezione: Quanto TEMPO ci vuole perché una pratica diventi TRADIZIONALE dentro una cultura? Esempio della pasta al pomodoro nel libro Il cuoco galante. Esempio della nduja nella cultura culinaria calabrese; esempio del in Inghilterra.
Assieme a E. Howsbawm e T. Ranger abbiamo discusso di Invenzione della tradizione, cioè del fatto che quel che sono spesso spacciate come antichissime pratiche culturali che in realtà hanno una storia o recente oppure spuria rispetto alla cultura che le sbandiera come proprio patrimonio. Un'altra parola che abbiamo discusso criticamente è stata quella di RADICI. Una metafora botanica, come quella di AUTOCTONIA, che implica una generazione della cultura direttamente dal luogo dove si pratica, un’idea che l’antropologia recente tende a contestare.
Il punto con cui chiudere questa sezione dedicata alla cultura in quanto CONDIVISA è l’insistenza sulla natura spuria, cangiante e sempre “bastarda” di quel sapere che il nostro sistema politico-educativo invece tende a presentarci come puro e auto-generato.
A questo punto ci siamo spostati sulla terza dimensione della cultura, e cioè il fatto che

LA CULTURA È SIMBOLICA
Questa parte della lezione si è svolta attorno al tentativo di rendere comprensibile una affermazione di MAX WEBER alquanto misteriosa (e citata nel saggio di Clifford Geertz che leggeremo la prossima lezione):
l'uomo è un animale sospeso fra ragnatele di significati che egli stesso ha tessuto.
Cosa significa questa frase, cosa voleva dirci Weber parlando in questo modo della natura simbolica della cultura?
Per comprendere questo abbiamo mischiato un po’ di LINGUISTICA (soprattutto la definizione di SEGNO data da F. De Saussure, ma confesso che una mia fonte principale per questi temi è sempre stata la SEMIOTICA, soprattutto nella versione di Umberto Eco, che io ho appreso soprattutto per la sua attenzione a fenomeni di comunicazione che non sono fenomeni di carattere linguistico) e di ERMENEUTICA, soprattutto con le riflessioni del cosiddetto “secondo Wittgenestein”, quello delle Ricerche filosofiche).
Abbiamo quindi lavorato sull’ARBITRARIETÀ della relazione tra SIGNIFICANTE e SIGNIFICATO. Dopo aver definito il significante come “supporto materiale del segno”, ci siamo lungamente soffermati sulla teoria del significato, contrapponendo una TEORIA REFERENZIALE del significato a una TEORIA DELL’USO del significato. Questa contrapposizione ci ha indotto a parlare del significato come USO PUBBLICO di un segno, non come un legame tra quel segno e qualche forma “reale” di “realtà”.
Ascoltate bene questa parte che non ho tempo di sintetizzare qui e cercate di rispondere a questa domanda:

Q1 Selezionate un segno NON linguistico e fatene un’analisi in termini culturali, vale a dire descrivete il suo significante e analizzate il suo significato (come RETE di segni, ovviamente)

Antropologia culturale #04

11 10 2017. Lezione tosta e per certi versi innovativa anche per me. Di solito, quando insegno questa parte del programma non presento se non alcuni dettagli suo processo di NATION BUILDING, ma credo fosse importante chiarire alcuni punti centrali per comprendere proprio il senso di cosa sia la cultura nel senso in cui lo intende l’Antropologia culturale. Nella quarta lezione abbiamo cercato di comprendere da dove scaturisce la naturalezza con cui, di primo acchito, siamo disposti ad accettare l’idea che LA CULTURA È SAPERE CONDIVISO, dato che, come abbiamo già visto, basta scavare un poco quella condivisione si rivela molto meno chiara e molto poco compatta. Come mai, allora sentiamo questa inclinazione “spontanea” a dare per condiviso il nostro sapere culturale con quelli che consideriamo nostri sodali di cultura?
(Tutta questa parte del programma mi si sta sempre più nitidamente sovrapponendo con le cose che dico al corso di Anthropology of Globalization per la triennale in Global Governance. Potete vedere come ho schematizzato questo punto nella loro Lezione # 5, visto che qui un po’ sintetizzerò rispetto alle cose che ho scritto in quel post).

Abbiamo visto che cultura è comportamento appreso ma questo non basta. Questo sapere deve essere condiviso, non può essere proprietà di un unico individuo che se l’è prodotto e lo fa circolare tra sé e sé. Abbiamo visto che questo sapere condiviso lo è fino a un certo punto, nel senso che non solo molto sapere è condiviso tra più culture (le culture NON sono naturalmente distinte in modo netto, anzi, essendo mischioni di molti saperi trasmessi in molti modi diversi da moltissime persone diverse, le culture sono per definizione impure, bastarde, mischiate); in più le culture sono al loro interno complesse, stratificate, contraddittorie.
Eppure, e questo è stato l’oggetto della lezione su cui abbiamo cercato di riflettere, la frase “la cultura è condivisa” ci pare a prima vista del tutto ragionevole, ci pare semplice, ovvia, certa, un dato di fatto su cui fare affidamento: ci sono i cinesi e ci sono i marocchini, e i cinesi condividono la cultura cinese, mentre i marocchini condividono la cultura marocchina. Più o meno come ci sono gli albanesi con la loro cultura albanese e i turcomanni (?) con la loro cultura, sicuramente turcomanna. Cosa c’è di tanto contraddittorio in questo?
C’è che tutti sappiamo fare una netta distinzione tra questi stereotipi vuoti di contenuti specifici e il modo in cui li riempiamo delle nostre specifiche conoscenze umane, per cui “gli albanesi sono X” ma contemporaneamente quello specifico albanese che conosco io, proprio io, è ovvio che non è del tutto X, perché che c’entra, lo conosco, e lui così invece, e lui cosà invece.
Se insomma tutti abbiamo contezza della fragilità degli stereotipi identitari (gli X sono Y, per ogni x tranne quelli che conosco…) da dove viene questa persistenza degli STEREOTIPI?
Abbiamo individuato due SORGENTI.
1. LA VITA QUOTIDIANA. Come animali senza doti naturali se non quella di apprendere rapidamente qualunque modello di comportamento, non possiamo vivere ogni secondo con questa disposizione all’apprendimento attivata e sedimentiamo quel che impariamo in MODELLI, PATTERN o SCHEMI di comportamento e giudizio. Imparare significa proprio questo, confrontarsi con l’esperienza e dedurne (per apprendimento, non per natura) regole più ampie, che possiamo applicare poi risparmiando energie. Non prendiamo ogni volta l’autobus come se fosse la prima volta, e abbiamo imparato ad aspettarci che una volta a bordo il nostro equilibrio verrà messo in discussione e sarà bene evitare di cascare addosso ai vicini. Quando assaggiamo la colazione, non ci aspettiamo di scoprire chissà quali gusti misteriosi o esotici, proprio perché una lunga consuetudine ci ha indotti a pensare che abbiamo delle ragionevoli ASPETTATIVE sul gusto di quel che metteremo sotto i denti.
Questa elaborazione di SCHEMI di ASPETTATIVE riguarda anche l’interazione sociale. Normalmente, quando chiediamo “Scusi, sa che ora è?”, resteremmo sorpresi se l’interlocutore ci prendesse essere alla lettera, e rispondesse “Sì, io lo so benissimo che ora è. Arrivederci!”. Perché la domanda in realtà vuol dire: “Io non so l’ora. Tu, se la sai, me la puoi dire?”. E come è possibile che una conversazione così bizzarra (in cui una domanda viene porta senza che ci si aspetti una vera risposta, ma implicandone un’altra piuttosto diversa) prenda piede e vada a buon segno se non ci siamo accordati implicitamente sul suo funzionamento? Interagiamo costantemente dando per scontate una serie di regole come questa, e cominciamo a dare per scontato che tra noi e gli altri ci sia tutto sommato un flusso comodo e scorrevole di comunicazione “spontanea”, come se fossimo veramente tutti più o meno uguali e parlare a se stessi o a un estraneo avesse lo stesso (basso) livello di convenzionalità. Nella vita quotidiana, insomma, il sistema delle regole comunicative e sociali è tale che tendiamo a dare per scontata la somiglianza. Motivo per cui prestiamo così attenzione alle differenze di pelle, o di accento, o di abbigliamento, o a qualunque altro tratto che, nella sua EVIDENZA di DIFFERENZA, metta in discussione la scontatezza della nostra generale SOMIGLIANZA.

2. LA POLITICA. A fianco o di rinforzo a questo sistema di elaborazione degli stereotipi e della aspettative gli ultimi trecento anni hanno visto il consolidarsi di un sistema politico basato sullo stato nazionale che ha notevolmente rinforzato e realizzato quest’idea che “La cultura è condivisa”. Tutta questa parte della lezione si concentra sull’impatto del concetto di nazione come si evolve con il modello capitalista moderno. Il capitalismo moderno ha bisogno di innovazione costante e questo implica una standardizzazione dei cittadini, che devono essere in grado di spostarsi per produrre su tutto il territorio nazionale. Il capitalismo a stampa ha prodotto un forte impulso verso l’omogeneizzazione linguistica (nascita delle lingue nazionali) e il risultato finale è che si comincia a sedimentare dal Settecento l’idea che le nazioni siano unità culturalmente compatte (molto più compatte di quel che non siano in realtà) che costituiscono la base di entità politiche dai confini nitidi, gli Stati moderni.
Baso questa parte della lezione su una sintesi che ho fatto di due libri, vale a dire Nazioni e nazionalismo di Ernest Gellner, e Comunità immaginate di Benedict Anderson. Non posso in questo post sintetizzare le molte cose dette a lezione, ma qui potete leggere un mio vecchio pezzo inedito dove ho cercato di sintetizzare gran parte delle cose di cui ho parlato a lezione.


Q1. Riflettete sulla vostra cultura “nazionale”, vale a dire su quali sono stati i canali che vi hanno portato a sentirvi “naturalmente” parte della vostra nazione. Ripercorrete alcuni momenti importanti di acquisizione della cultura nazionale, sia quella canonica, sia quella più libera.

sabato 14 ottobre 2017

Anthropology of Globalization for Global Governance #5

11 10 2017. here is the mp3. We have completed the analysis of “culture is acquired” summing up a few points of our definition. Comparison as the main tool through which to acquire awareness and reflexivity.
We moved to the second point of our general discussion: CULTURE IS SHARED. We may have special skills, like my sister who knows how to speak backwards, but that is an idiosyncratic knowledge of her, and does not really count as culture because it is not socially shared. There must be a group that has the same knowledge.
But for a reason or another we tend to OVERESTIMATE the level to which culture is really shared, and we take for granted that shared-ness is the ordinary. We tend to elaborate “spontaneously” the image of cultures as “baskets” that include all and only the members of one culture, and whose content is exclusive property of one culture at a time.
Again, “spontaneously” we tend to think cultures are separated by clear and sharp borders, and we can immediately tell who’s in and who’s out of those borders, who is “us” and who is “them”. We have just to think for a moment about this “natural” thought to admit it is not true, jet it is interesting we tend “naturally” to have it.
We do know that cultural contents may be the same in two different baskets. Many cultural elements may be present in more than one basket. That means that cultural borders are necessarily blurred.
Secondly, what is “inside” one single basket is nonetheless diverse and different. Gender, age, class, education and other inevitable social factors create internal cultural difference.
Bottom line: cultures are less clearly distinguished we may imagine at first, and definitely more articulated within themselves than we tend to think at first gaze. We have told the story of the old Roman lady of seven generations, her grandson who is a football fan and the lady from Ukraine who works as caretaker in the same Trastevere neighbourhood.

Q1. On the same vein of the Trastevere story I told you, briefly elaborate another fictive case study (or a real one of your knowledge) to demonstrate that cultures are less distant among themselves and more complex within themselves than we may prejudicially think (hint: think or your “national culture” and it should be easy to spot unexpected connections with other cultures and discover huge pockets of internal difference within your “own” culture.

But why have we elaborated a DISCOURSE (vs. ACTION) that insists so much of cultural internal uniformity and external distinction?
There are TWO SOURCES for this discourse to be so common.
1. EVERYDAY LIFE based on our natural disposition to learn. Since we are learning animals, we tend easily to store what we have learnt in “models”, or “Patterns”. We don’t want to experiment every second new sensations and we tend to funnel them in more ordinary schemes. We elaborate EXPECTATIONS, we more or less know what to expect when we begin to sip our first mug of coffee in the morning (and that is precisely why we are disgusted if we poured in salt instead of sugar, not because the taste in itself be so terrible, but most of all because it does not match our expectations). This system of ordinary expectations is at the basis of communication. We talk and reply without really thinking of the complex interaction that goes on among those who communicate. We take it as “normal”, or “standard” action (which it is, of course, but less obvious than we might expect, once we begin to analyse it) thus we tend to improperly believe that those surrounding us are more or less the same, indeed overestimating their similarities and underestimating differences when not marked by “weird” signs like skin colour, accent, or anything else clearly out-of-standard. Were we not able to elaborate standard pattern of behaviour based on expectations, we would go nuts all the time like new-born babies forced to have just and only new experiences every moment. We could not survive without stereotypes but that disposition of ours entails we normally feel at ease with those “like us”, pretending they are more like us they actually are.
2. POLITICS. Yet there is another source of reliability on the innocence of “culture is learned knowledge”. That is the fact that we all participate in the cultural milieu of the Nation State. Based on Ernest Gellner’s Nationalism and Benedict Anderson’s Imagined Communities, I have sketched a theory of the way the emergence in modern times of “natural” political entities named Nation States brings about a strong prejudice on the existence of big cohesive, coherent and homogenous groups named nations. Indeed, after the long work of NATION BUILDING, with PRINT CAPITALISM and NATIONAL EDUCATION, we may say that the nation state system has been naturalised. People find obvious and “natural” they belong to one nation and that they can divide anybody else according to their nationality. I briefly recalled that was not always the case, and in many parts of the world (like the Balkans, where I did research in the 1990s) historically people could switch national affiliation (that is culture, language, habits, even religion) while moving along the social ladder.

This system of nation state worldwide political organization started possibly with the Peace of Westphalia (1648) and was standardized after the French Revolution (1789). The difference between pre-modern and modern states relies on the way POWER is exerted. In pre-modern State power would radiate from political centres towards periphery with fading waves of control and domination.
With the emergence of the Modern Nation State system the Power was nominally transferred to The People (The Nation) and had thus to be exerted in a uniform way. If political power is now in the hands of “people”, the political system had to know who the people really are, hence the process of nation building and the cultural and linguistic homogenization of the Nation.

We have then briefly completed this short description of nationalism in affecting our perception that cultures are mode of SHARED KNOWLEDGE by describing how the economic system at the root of the modern nation state, that is CAPITALISM, must rely on constant INNOVATION (because of the COMPETITION at the heart of market economy). In order to innovate, national economies need FLEXIBLE and UNIFORM citizens, ready to move within the national borders (to catch up with innovation) and thus in need of a common cultural dowry to share across the country. Internal migrants may know the “national language” and feel almost at home everywhere in the Country because, through education and communication (the national sports, the anthem, the flag and so and so forth), they have come to feel and conceive themselves as uniform members of a national community.


Q2. Think of your specific condition and report some specific elements you have learnt that have infused in you the “natural” feeling of being a member of your national community.

lunedì 9 ottobre 2017

Anthropology of Globalization for Global Governance #4

09/10/17. We resumed class from the distinction between FORMAL and INFORMAL. The main consequence is the fragmentation of TRADITION once informal means are mostly used. Formal transmission tends to create a CANON, that is a set of transmissible knowledge frozen in time and hardly changeable. Informal transmission is keen to VARIATIONS both in teaching and in learning.

Q1. Select examples of canonized knowledge.

Then we discussed another opposition, between BODILY and LINGUISTIC types of knowledge. Bodily is everything we know that cannot really be entirely included into a “textbook”, while linguistic knowledge refers to what we teach and learn mostly through language. While the library could be the repository of linguistic knowledge, formal bodily knowledge can be found in workshops and labs, where transmission of knowledge hardly uses the language. VIDEO GLASSMAKING
Important note: formal does NOT overlap with Linguistic, nor informal with bodily. We have indeed FOUR TYPES of cultural knowledge:

1.       Formal and linguistic
2.       Informal and linguistic
3.       Formal and bodily
4.       Informal and bodily

Another way to classify cultural knowledge is to locate its PRESTIGE or STATUS, that is the level were the internal users trace that type of knowledge. Anthropologists do not rank cultures in HIGH and LOW but they are aware that cultures tend to rank cultural elements within and without themselves, as we have seem with the story of the partner to be presented to your parents (a specialist in playstation, or in wicker baskets weaving, or playing piano).

To sum up once more, culture is knowledge that humans acquire through formal or informal means, via language of bodily skills, and organized into different statuses. But this is not enough. With a final example taken from PHONETICS we have learned that cultural knowledge itself can be entirely UNAWARE and SUB-CONSCIOUS. In other words, there are plenty of things, like phonetic rules, that we have acquired and we normally use, yet we are not aware of knowing or using them.
The story of the two young fish (that meet the old fish and are not aware of what the water is) exemplifies this unconscious dimension of important aspects of culture. We need COMPARISON to become aware, so we need cultural anthropology (which is a comparative discipline) to acquire REFLEXIVITY, the awareness of the cultural dimensions of our lives. EXOTICISM, the sheer collection of weird cultural facts, is not a goal for anthropology, since our discipline aims at improving through comparison our awareness.

Q2. Elaborate a real or fictive example of a cultural comparison that can help us understand some cultural rules (i.e., by investigating “polygamy” on a comparative basis I can become aware of some cultural rules about monogamy, and discuss the political basis of marriage. By discovering (through comparison) the cultural rules of monogamy I can think of alternative rules maybe available to other cultures or as possible alternatives to our own culture.


sabato 7 ottobre 2017

Antropologia culturale #03

07 ottobre 2017. Per questa terza lezione abbiamo ripreso in mano un po’ degli appunti iniziali elaborando alcuni punti e discutendone altri.
Il punto essenziale è che la natura umana è quella raccontata nel mito di Prometeo ed Epimeteo, vale a dire una flebile struttura naturale con poche o nulle qualità innate, che per realizzarsi compiutamente deve agganciarsi a un esoscheletro prodotto, come il fuoco rubato agli dei. IMPARARE è la cosa che sappiamo fare meglio, e probabilmente l’unica cosa che sappiamo fare bene, quando nasciamo. Certo, il nostro cuore batte e il nostro intestino si contrae senza che dobbiamo ragionarci sopra, per dote innata cioè, ma tutto il sapere innato degli uomini è ben poco SPECIFICO, vale a dire non serve assolutamente a distinguerci da altre specie animali, mentre praticamente tutti gli animali hanno una quota di sapere innato specifico (abbaiare per i cani, rotolare cacche per gli stercorari).
Abbiamo ripreso la natura del sapere appreso, e distinto di nuovo tra un sapere appreso in modo FORMALE e uno in modo INFORMALE. Abbiamo poi incrociato queste due modalità con l’opposizione tra sapere LINGUISTICO (trasmesso e appreso soprattutto tramite il linguaggio) e il sapere CORPOREO (trasmesso e appreso, invece, attraverso il corpo). Mentre il primo può essere contenuto in archivi e biblioteche (si pensi a queste note, che archiviano linguisticamente la componente linguistica del sapere antropologico) il sapere corporeo sfugge alla catalogazione archivistica e tende ad essere trasmesso per imitazione o deissi (ecco, fai così, fai colì). Il sapere corporeo tende ad essere più effimero nella propria trasmissione proprio per questo sua riottosità a farsi ingabbiare dentro il linguaggio. Prendete il sapere artigiano, ad esempio l’arte di lavorare il vetro soffiato che praticano nell’isola veneziana di Murano. Quando un maestro vetraio si ritira e smette di lavorare e insegnare, il suo sapere è finito per sempre. Forse oggi le tecniche di archiviazione video consento di produrre un archivio video esaustivo delle tecniche di lavorazione del vetro, ma è molto difficile che questo sapere si possa trasmettere lungo le generazioni facendo affidamento esclusivamente sull’archivio. C’è bisogno del maestro che prenda a bottega l’allievo, lo guidi, gli indichi cosa fare come farlo, lo corregga. Senza questa interazione sincrona tra chi impara e chi insegna il sapere corporeo può difficilmente essere trasmesso. Tanto più se è un sapere informale in cui non ci sono posizioni chiare di docente e allievo.

Q1 Esempi di sapere linguistico/formale, linguistico/informale, corporeo/formale, corporeo/informale.

Con l’esempio del fidanzato alternativamente esperto di playstation, grande intrecciatore di canestri in vimini o provetto suonatore di pianoforte (quale dei tre pensate che farà più contenti i vostri genitori?) abbiamo riflettuto su un’altra variabile interna del sapere appreso, vale a dire il suo essere collocato in una SCALA GERARCHICA da chi lo pratica. Ci sono in ogni cultura saperi più e meno apprezzati, e mentre l’antropologia culturale di suo non crea questo tipo di gerarchie (anche se è vero che l’antropologia culturale da sempre presta attenzione alle forme di sapere “in via di sparizione”, proprio con l’intento di archiviarle), fa molta attenzione alle gerarchie culturali, alle scale di sapere apprezzato e sapere meno apprezzato che le singole culture sempre elaborano.
Possiamo dire anzi che l’ETNOCENTRISMO sia una forma di gerarchia del sapere culturale per cui un individuo è più etnocentrico se crede che il suo sapere, quello della sua cultura, sia intrinsecamente superiore a quello di altre culture e soprattutto se usa il suo sapere appreso come fosse una forma naturale di conoscenza e “gli altri” che non la praticano sono sostanzialmente o ignoranti (scarsità informativa) o stupidi (scarsità cognitiva) o malvagi (scarsità morale). (A questo proposito una domanda in aula ha suscitato una riflessione sul matrimonio poligamico e cosa succede se popolazioni che lo praticano arrivano qui e pretendono di praticarlo “a casa nostra”).

Conclusa questa prima parte dell’introduzione (la cultura è appresa) siamo passati alla seconda parte, vale a dire che LA CULTURA È CONDIVISA.
È evidente che ci sono in giro (e sempre più vicino a noi) uomini che appartengono a culture diverse dalla nostra, e a questo punto dobbiamo chiederci come si raggruppano questi portatori di diversità. Il nostro modo spontaneo (vuol dire meccanico, irriflesso, che ubbidisce a regole culturali di cui non siamo consapevoli) di catalogare vorrebbe che là fuori, nel mondo, ci siano gli Italiani, i Francesi, i Romeni, i Boscimani, i Pigmei, i Colombiani e i Vattelapesca, gruppi ben distinti, spesso da confini politici, ma comunque riconoscibili perché praticano lingue diverse, hanno anche caratteristiche fisiche diverse, credono in diverse divinità, si vestono diversamente, mangiano cose diverse, e considerano Bene e Male cose spesso molto diverse. Usiamo insomma una serie di variabili (razza, lingua, costumi, religione, territorio, origini) e ci illudiamo che tutti i gruppi siano diversi ognuno da tutti gli altri per tutte le variabili, mentre in realtà, all’atto pratico, sappiamo che le cose non stanno affatto così, e che due gruppi possono distinguersi per la lingua ma non per la religione (russi e bulgari), o per le pratiche alimentari ma non per la lingua (francesi e valloni); per le origini diverse ma non per l’attuale territorio condiviso (statunitensi) e così via.
A questa costante sovrapposizione dei gruppi rispetto a qualsiasi variabile (diciamo che le variabili culturali molto raramente sono specifiche, distinguono cioè una sola cultura da tutte le altre) si aggiunge il fatto che le culture, appena si scava un po’ più sotto della superficie dello stereotipo, brulicano di DIFFERENZE INTERNE: ci sono uomini e ci sono donne (per non dire di tutto quel che ci sta in mezzo), ci sono giovani, adulti e anziani, ci sono ricchissimi, ricchi, benestanti, modesti, poveri e poverissimi. Ci sono quelli fanatici del pallone e quelli che invece preferiscono il basket, i vegetariani, i carnivori impenitenti, i cacciatori con licenza e i pescatori di frodo, i costruttori abusivi e quelli di necessità, le ballerine classiche e gli studenti universitari, gli analfabeti e quelli con un dottorato di ricerca. La diversità non manca dentro una cultura, tant’è vero che spesso parliamo di sotto-culture o subculture per riferirci a porzioni specifiche di sapere culturale praticato in zone o porzioni limitate di quel che, comunque, delimitiamo come “una cultura”.
Abbiamo finito qui, ponendoci la domanda da cui ripartiremo: se le culture
1. NON SONO COSÌ NETTAMENTE DISTINTE LE UNE DALLE ALTRE MA HANNO AMPLISSIMI MARGINI DI SOVRAPPOSIZIONE E
2. SONO AL LORO INTERNO SEMPRE ARTICOLATE SECONDO PROFONDE DIFFERENZE
Come mai continuiamo a raccontarci (ridendo) le barzellette del tipo “Ci sono un italiano, un francese e un tedesco”? Detto altrimenti, cos’è che ci ha fatto convincere che veramente “le culture” sono pacchetti distinti gli uni dagli altri che contengono tutti e soli individui più o meno uguali gli uni agli altri? Perché abbiamo spontaneamente questa idea di cultura così erronea rispetto all’effettiva esperienza che ne facciamo? Vedremo che, ma guarda un po’, la colpa è della POLITICA, vale a dire del modo in cui il sistema del POTERE gestisce l’organizzazione della vita sociale.

Q2. Prendete l’esempio della signora trasteverina, del nipote ultrà e della badante ucraina che abbiamo raccontato a lezione ed elaboratene uno dello stesso tenore ma di vostra invenzione.



venerdì 6 ottobre 2017

Jazz al Fienile (e molto altrove!)

Io non ci capisco molto di jazz, ma la scuola Popolare di Musica di Testaccio organizza una serie imperdibile
Rassegna Le Vie del Jazz, nove lezioni-concerto, a ingresso gratuito, che si svolgeranno presso l’Auditorium dal 10 ottobre al 12 dicembre.
Si tratta di un percorso ricco e pieno di sorprese, vale la pena di segnarsi le date in agenda.
Se volete più dettagli e un assaggio veramente succulento, potete venire alla presentazione della Rassegna che avverrà con un Concerto del Laboratorio di Musica Jazzsabato 7 ottobre alle ore 11, presso il Polo Ex Fienile di Tor Bella Monaca, in Largo Mengaroni.




Antropologia culturale #02

05 ottobre 2017. Siamo ripartiti un po’ più indietro rispetto a dove avevamo concluso la lezione precedente, e ci siamo di nuovo concentrati sulla differenza tra sapere innato e sapere appreso. A parte il modo di ACQUISIZIONE (per via biologica o genetica il sapere innnato, per comunicazione il sapere appreso) è fondamentale comprendere che il sapere acquisito è proprio di un tipo differente, dato che le modalità della sua TRASMISSIONE lo rendono assolutamente peculiare. Abbiamo finto per qualche minuto che la nostra classe fosse un alveare, e ci siamo chiesti come avremmo potuto sopravvivere di fronte a una crisi ecologica che avesse fatto sparire i fiori, fonte primaria del nostro sostentamento. Abbiamo dovuto ammettere che sarebbero necessarie almeno DUE CONDIZIONI per ipotizzare una sopravvivenza del nostro alveare di fronte a una tale crisi ecologica.

Q1. QUALI CONDIZIONI sono necessarie perché l’alveare (un gruppo naturale) possa sopravvivere?
Abbiamo poi proposto lo stesso esperimento fittizio con un caso diverso, fingendo cioè che la nostra classe fosse una banda di cacciatori e raccoglitori primitivi. Data una crisi ecologica, a quali condizioni il nostro gruppo potrebbe sopravvivere di fronte alla sparizione improvvisa della principale fonte di sostentamento (i conigli, abbiamo detto)?

Q2. QUALI CONDIZIONI sono necessarie perché un gruppo culturale sopravviva?

Insomma, il sapere innato è accolto in forma passiva dai riceventi, e passa sempre per il corpo dei donatari, mentre il sapere appreso pretende una attivazione dinamica del ricevente (che IMPARA, non si limita a ricevere una quota di informazione, come l’ape che acquisisce il suo dna) e non ha bisogno di alcun canale biologico. Questo rende il sapere appreso estremamente più FLESSIBILE (rispetto al contesto in cui si espleta) del sapere biologico/innato: se c’è una crisi ecologica il sapere innato deve sperare in una mutazione biologica di più individui, in grado di elaborare nuovi strumenti di sfruttamento dell’ambiente (mutato) e in grado di trasmettere quegli strumenti alle nuove generazioni. Invece il sapere appreso può reagire a una crisi ambientale con una AZIONE INTENZIONALE di cambiamento di pratiche, e non ha assolutamente bisogno di attendere una mutazione biologica dei soggetti per trasmettere questo mutamento alle nuove generazioni. In pratica, il sapere appreso SI LIBERA DELLA SELEZIONE NATURALE e attiva meccanismi di selezione culturale, che superano del tutto l’idea di ADATTAMENTO AMBIENTALE dato che sono i soggetti portatori del mutamento culturale a CREARE il proprio AMBIENTE NATURALE (una volta che iniziano a considerare il pesce nel fiume una fonte di energia; oppure il petrolio sotto terra…).

Ma questa flessibilità si associa per forza a una intrinseca FRAGILITÀ del sapere trasmesso per via culturale. Una volta stabilizzato, una volta cioè superata la fase critica di adattamento ambientale, il sapere innato può proseguire per inerzia, per iterazione e in forma standardizzata. Una volta che la “nuova” ape regina ha acquisito il saper fare nuovi insetti adatti a quel nuovo ambiente, tutto rientra nei ranghi, non c’è bisogno di sistemi di allarme costanti, e fino alla prossima crisi il sistema tende a riprodursi senza sforzo se non quello biologico di acquisire energia sufficiente. Un sistema culturale invece ha l’enorme problema che ogni generazione riparte da zero, che non basta aver elaborato un sistema culturalmente perfetto per aver risolto i problemi di sopravvivenza del gruppo, dato che ogni generazione deve IMPARE il sistema se vuole sperare di sopravvivere (esempio delle bici in Olanda presentato nella lezione 1, di cui qui trovate un video esplicativo, che è importante anche perché ci spiega che se vogliamo comprendere un fenomeno culturale dobbiamo includerne LA STORIA, visto che il sapere appreso implica il flusso del mutamento storico).

Chiarito, speriamo, questo punto essenziale, ci siamo soffermati a questo punto sulle conseguenze generali del fatto che la nostra specie animale (homo sapiens sapiens) attribuisce al sapere appreso un ruolo PREPONDERANTE nella sua interazione con l’ambiente.

Una NOTA TRA PARENTESI. Il sapere appreso NON è una CARATTERISTICA ESCLUSIVA degli esseri umani. Molta parte del vivente è in grado di apprendere, e anzi possiamo dire che costruiamo mentalmente scale evolutive proprio in base alla quota disponibile o potenziale di sapere appreso, e consideriamo più “evoluti” o intelligenti gli animali che hanno più spazio per il sapere appreso. Se la cultura è dunque sapere appreso, possiamo tranquillamente dire che esistono CULTURE ANIMALI, forme apprese di sapere. Si sa, ad esempio, che i canarini imparano le loro melodie anche secondo “dialetti” locali, e un canarino sottratto alla nascita dalla sua regione e immesso in un nido in una regione diversa imparerà a cantare secondo lo stile locale, non quello della sua regione di nascita, segno evidente che c’è una quota interessante di sapere appreso anche in quel che inevitabilmente appare come un sapere innato come l’arte del gorgheggio tra i canarini. Quindi, non è in discussione il fatto se la cultura (sapere appreso) sia una prerogativa umana oppure se esistano forme di cultura animale. Esistono, eccome se esistono, ma quel che conta sul serio è altro. Se prendete un bel cagnolino addestrato (che sappia fare la capriola a comando, che vi porti il giornale a letto la mattina, che faccia “il morto” eccetera…) avrete di fronte a voi un animale che sa fare un sacco di cose, e potete sommare tutte le cose che sa fare distinguendo quelle che sa per natura (abbaiare, scodinzolare, alzare la gamba quando fa pipì se è maschio) e quelle che invece ha imparato dopo un programma di addestramento (come, appunto, mettersi a cuccia quando richiesto). Ora, se togliete il sapere appreso dal sapere complessivo di quel cagnetto, vi resterà di sicuro un cane, magari meno carino da sfoggiare con gli amici, ma pur sempre un cane fatto e finito, che abbaierà, ringhierà di fronte al pericolo, e cercherà di scavare una buca se gli date un osso.

Se invece fate la stessa cosa con qualunque essere umano, se cioè gli togliete via il sapere appreso, quel che vi resterà non sarà un “uomo naturale” o poco addestrato. Vi resterà invece una specie di mostro, che non saprà parlare alcuna lingua e dunque non saprà articolare sequenze di pensiero complesso o inferenziale. Che non saprà neppure camminare su due zampe visto che non avrà avuto il contesto sociale di attivazione di questa disposizione naturale. Che non sarà in grado di distinguere quando è addolorato e quando è arrabbiato, quando ha la febbre e quando invece è malinconico, che non avrà idea di come ci si nutre (visto che siamo onnivori ma non nel senso che mangiamo ogni cosa, ma piuttosto nel senso che impariamo a considerare commestibili cose che in altri posti sono considerate del tutto immangiabili). La cultura, per chiudere questa digressione, è quel di più di cui l’uomo non può fare a meno se vuole veramente essere umano. Mentre praticamente a qualunque altro animale potete togliere via tutto il sapere appreso e vi resterà comunque l’animale al suo stato “naturale”, per l’uomo questa operazione di “naturalizzazione” non è possibile, come togliere il guscio a una tartaruga e sperare che resti viva…

L’uomo è dunque quello strano animale che ha come caratteristica peculiare quella di non avere doti naturali, modelli di azione, sistemi di preferenza comportamentale, ma è piuttosto caratterizzato dalla sua DISPONIBILITÀ ALL’APPRENDIMENTO. L’essere umano può imparare praticamente a fare tutto quel che gli consente la sua forma biologica, può decidere di vivere in cima a un palo come uno stilita, oppure sugli alberi come il Barone rampante di Calvino, può farsi crescere i capelli tutta la vita o tagliarli sistematicamente a zero, può parlare lingue tonali o decidere di celebrare riti di iniziazione nella foresta. Non c’è nulla di naturale o di innaturale in tutto questo, perché tutto è, piuttosto culturale, cioè sapere appreso, cioè naturale disposizione degli uomini ad apprendere.
Rapidamente, abbiamo detto che questa disposizione naturale all’apprendimento dipende da una curiosa interazione tra la nostra condizione biologica pre-umana e la disposizione pre-esistente all’apprendimento, al fatto insomma che la cultura esisteva già prima che esistessero gli umani come noi. Gli ominidi (come l’homo abilis) sapevano già costruire strumenti e meta-strumenti (strumenti per fare strumenti) e questa organizzazione sociale in cui la cultura aveva già un ruolo importante ha prodotto degli effetti straordinari e ha di fatto “fabbricato” l’homo sapiens. Per ragioni evolutive abbiamo iniziato al alzarci in piedi in mezzo alla savana (chi lo sapeva fare vedeva prima i predatori e scappava, portando in salvo il proprio patrimonio genetico). Liberando le zampe anteriori poteva iniziare a utilizzarle per manipolare l’ambiente (tipo scheggiare pietre per farci strumenti come raschiatoi o lame). La postura eretta ha complicato la vita alle femmine, costrette ora a partorire con grande sforzo (se ti vuoi alzare in piedi devi stringere le ossa del bacino rispetto a qualunque quadrupede) e un trucco evolutivo è stato spingerle a partorire cuccioli prematuri, con tanto di scatola cranica elastica (fontanella) e sistema nervoso centrale (cervello) immaturo e in formazione, con buona parte delle sinapsi (collegamenti tra neuroni, base fisica del nostro pensiero) ancora da costituire e attivate dalla stimolazione ambientale. Siamo dunque nati al mondo con una struttura neuronale instabile e in formazione, che richiede molti anni per “concludersi” e che anzi tende a modificarsi per tutto il corso della vita, come se fossimo sempre dei cuccioli (una caratteristica detta NEOTENIA). Risultato: la cultura ha addirittura plasmato il nostro cervello nella forma generale che ha oggi, vale a dire in due emisferi asimmetrici, utili per controllare in modo diverso le due mani (destra più abile, sinistra più stabile, come il martello e la morsa per un fabbro: le mani erano lo strumento principale degli ominidi costruttori di strumenti, e quindi specializzare le due mani voleva dire aumentare notevolmente la possibilità di costruire tecnologia efficace). Essendo in grado di costruire strumenti, i nostri antenati pre-umani avevano già la cultura, e questa capacità di costruire strumenti ha selezionato quegli individui che avevano funzioni specializzate per i due emisferi! Il nostro cervello è un prodotto della cultura, non viceversa!

Ho raccontato l’esempio dei tassisti londinesi, preso da Demenza digitale di Manfred Spitzer.

Q3. QUAL È IL SENSO DI QUESTO ESEMPIO?

Basta, non ho il tempo materiale per ulteriori sintesi. Chiudo con un ulteriore paio di nomi, già accennati in classe. Il primo è quello di Stephen Jay Gould, il paleontologo americano che ha influenzato molto questa mia visione della cultura come mezzo per sfuggire ai meccanismi deterministici dell’evoluzione biologica. Lui ce l’aveva in particolare con la sociobiologia, una disciplina pseudo-scientifica che cerca di spiegare il comportamento umano fondandolo sulla base genetica. Se avete letto La scimmia nuda di Desmond Morris avete presente di che si tratta. È un linguaggio descrittivo oggi tornato prepotentemente di moda, sulla scia dell’ossessione genetista che pretende di individuare “Il gene di X”, qualunque cosa sia X (il crimine, l’alcolismo, il tradimento).
Ricordo poi Il bel libro di Yuval Noah Harari, Da animali a dei. Breve storia dell’umanità, dove si spiega con cenni rapidi ma molto godibili come la “rivoluzione cognitiva” di circa 70mila anni fa abbia completamente mutato la forma dell’ambiente naturale in cui viviamo, riempito da allora dei frutti della nostra immaginazione condivisa (dei, leggi, sistemi politici, economie, prodotti artistici, tutte cose maledettamente umane, indispensabilmente umane eppure così “irreali”).

Ci sarà modo nelle lezioni successive di parlare invece di Clifford Geertz, che mi ha insegnato nel suo saggio L’impatto del concetto di cultura sul concetto di uomo che la natura umana semplicemente non esiste e che dovremmo seriamente lavorare sulla differenza culturale, se vogliamo comprenderla e non considerarla una specie di sovrappiù curioso che ricopre la nostra “vera” natura.

giovedì 5 ottobre 2017

La bellezza, l’antropologia e Torbellamonaca

Stavo a Torbellamonaca, questo pomeriggio tardi, dopo lezione. Dovevo andarci per forza, domani 6 ottobre inizia il nostro secondo anno di “Mondi di mamme”, un’iniziativa che abbiamo attivato al Polo ex Fienile e che prevede in buona sostanza che un gruppo variegato di mamme (e qualche papà) si riunisce per raccontarsi senza alcuna gerarchia le difficoltà e il senso di essere genitore, di questi tempi, in questi spazi. Con Daniela Iuppa, Agnese Vannozzi e Maria Ludovica Ventura, e con il contributo insostituibile di Dzemila, che ha retto le fila e coinvolto sul serio le prime mamme, abbiamo iniziato titubanti un’avventura che si è rivelata fruttuosa anche se piccola. Ho portato un po’ di volantini, allora, e mi sono messo proprio qui, all’angolo tra via Quaglia e via Acquaroni, a un passo da Fienile, davanti all’ingresso del supermercato Pewex, per darli alle mamme potenziali utenti del nostro progetto, che vorremmo allargare.
Sono arrivato alle 18:30, un orario poco adatto, ma quello era lo spazio che mi ero potuto ritagliare. Ero solo a volantinare, e un po’ titubante che il mio look vagamente professorale potesse essere poco accattivante per il tipo di target cui mi rivolgevo per far conoscere il progetto.
Sai, Torbellamonaca a me fa un po’ l’effetto-Napoli, ci stanno supermercati che non ho mai sentito nominare prima; c’è quello che d’estate ha il camioncino dove vende la spremuta di limone, ci sono un sacco di bancarelle rette non solo dai soliti bangladesi, ma anche da signori del posto, che biascicano un dialetto denso come pasta e fagioli.
Davanti al Pewex stanzia un’umanità varia, che la mia matrice piccolo-borghese riconosce e cataloga immediatamente nel corpo sottoproletario della città. Grande sfoggio bisex di tatuaggi, dentature spesso improbabili anche in adulti sani, giovani mamme coatte che rimirano con venerazione la cover per il cellu sulla bancarella, con tanti di quegli strass che peserà due etti. Lo dico con tutto l’affetto di cui dispongo, sono lontano un miliardo di chilometri da questa umanità, la riconosco, simpatizzo pure, ma la sento profondamente aliena, dai miei gusti, dai miei valori. Non c’è nulla di strano in questo, credo, solo un coerente istinto di classe, che gestisco credo con dignità senza cadere nel disprezzo o nel paternalismo. In questo, immagino che la mia formazione da antropologo mi sia stata importante, mi sono trovato spesso nella mia vita a cercare di capire persone veramente diverse da me, fin dalla lingua madre, per cui un pochino di motto terenziano (Homo sum: humani nihil a me alienum puto) me lo sono imparato pure io che vengo dalla provincia.
Vabbe’, il clima morale della scena è quello appena descritto: il sole sta tramontando in una memorabile sera da ottobrata romana, la periferia delle mamme lentamente si accasa, io rimugino sulla stanchezza che sto accumulando in questi giorni mentre punto coi volantini in mano le mie potenziali “clienti”. Saluto addirittura un mio dottorando, che da La Spezia ha scelto di vivere a Torbellamonaca e che si muove onestamente come un piccolo alieno su un pianeta non suo, per quanto amato.
Sono allo stremo, sono le 19.10, e sto per chiudere mentalmente bottega, quando arrivano due giovani donne verso l’ingresso del supermercato, una prosegue oltre, forse salutando l’amica, e allunga verso il viale di Torbellamonaca, costringendo la prima a seguirla con lo sguardo nel momento del commiato. Questa ha una camicetta di cui non ricordo il colore, e un paio di pantaloni troppo a zampa di elefante e forse troppo aragostati per poter essere definiti eleganti. Ma si vede che ha un suo stile. Mentre l’amica si allontana verso il tramonto aranciato, lei si ferma un attimo sulla soglia del supermercato, e io la colgo lì, di profilo, mentre sottovoce dice “Guarda il cielo” e un sorriso grazioso le si apre sul viso. Ha un naso pronunciato ma molto piacevole, con l’attaccatura del setto piuttosto alta senza essere sgraziata, affatto. Il collo proteso verso l’orizzonte del tramonto, il resto del corpo già oltrepassa la squallida soglia della porta automatica mentre mi brucia nell’immaginazione (intesa proprio come facoltà immaginativa) il pensiero di una bellezza che non resiste a sé stessa, che si corteggia. Non è il banale tramonto ad essere bello, spaccato dalle torri dell’edilizia popolare del quartiere; non è neppure la ragazza in quanto tale, che forse è solo più aggraziata della media del sottoproletariato autoctono e di recente importazione. Mi commuove, invece, la sua capacità di godere senza alcun retroscena della bellezza come momento estetico, pura percezione come fonte di piacere. Si sente che quando dice “Guarda il cielo” non lo sta già dicendo all’amica, ormai troppo lontana per cogliere il suo sussurro. Si capisce che non sta mettendo in scena nulla per nessuno, io rubo una scena tutta privata: lei, con la sua faticosa eleganza, che sulla porta di un discount di una periferia che non si può non definire squallida riesce comunque ad avere un guizzo di godimento; si vede che quel che vede le piace e basta, non ha bisogno di essere elaborato, comunicato o altrimenti socializzato.

Non ce la facciamo, come esseri umani, ad accontentarci di quel che abbiamo, e se succede lo facciamo a discapito della nostra umanità. La bellezza è un frutto sempre inseguito, anche lì dove uno si aspetterebbe l’ingordigia della ragione pratica, della necessità, dell’utile almeno. Quella ragazza, sulla porta sgangherata e piena di pecette di avvisi come tentativi abortiti di comunicazione, mi ha dato il senso del mio essere lì, quel momento, e per tutti i momenti a venire.

mercoledì 4 ottobre 2017

Antropologia culturale #01

04 10 2017 La cultura è appresa.
Abbiamo iniziato oggi il corso di Antropologia culturale. L'aula era un forno colmo di almeno 120 studenti, una buona notizia per l'antropologia culturale, ma un mezzo disastro per chi frequenta, dato che le condizioni di insegnamento/apprendimento sono onestamente disagiate. Farò il possibile per avere un'aula più grande, ma per ora non pare ci siano molte alternative disponibili.
L'inizio del corso è stato un po' così, caotico.
Il primo punto che mi interessava mettere a fuoco era la RILEVANZA della disciplina. L'antropologia culturale, per quanto possa apparire una collezione di stranezze, è in realtà una disciplina che parla a noi e (anche) di noi, che ci consente di capire per contrasto alcuni meccanismi simbolici che attiviamo e di cui siamo parte ma di cui non necessariamente siamo coscienti. Ho introdotto la questione della attuale rilevanza del settore M-DEA/01 (discipline demoetnoantropologiche) che il Ministero ha iniziato da considerare essenziali nella formazione dei docenti italiani: per partecipare ai concorsi per l'insegnamento i laureati italiani dovranno d'ora in poi avere in curriculum anche 24 cfu presi in 4 ambiti: pedagogico (settori M-PED), psicologico (settori M-PSI), didattico (M-PED/03 e /04 più tutti i settori "didattica della disciplina X", lì dove esistono) e antropologico (M-DEA/01,  il mio, M-FIL/03 e L-ART/08). Quest'ultimo ambito copre LA DIVERSITA' che gli insegnanti potrebbero incontrare in classe, per via dell'immigrazione che ha portato nelle nostre scuole le "seconde generazioni". Insomma, anche il Ministero si è finalmente reso conto che non possiamo più stare senza una riflessione sistematica sulla diversità, sul suo significato e sulla sua gestione, e sicuramente l'Antropologia culturale è una disciplina che si pone come obiettivo specifico la comprensione di questa diversità nella quale siamo sempre più circondati. L'antropologia culturale è una scienza osservativa che applica i suoi metodi di osservazione e oggettivazione anche al soggetto che osserva (RIFLESSIVITA')
Andando a zonzo con il discorso, abbiamo collegato quindi la presenza delle seconde generazioni nelle scuole e nella società italiana alla questione della cittadinanza.

PRIMA DOMANDA Quale abbiamo identificato essere la ragione principale per cui uno stato pratica lo ius soli e un altro stato pratica lo ius sanguinis? Perché l'Italia sembra così profondamente dibattuta su questo argomento?

Abbiamo poi iniziato ad affrontare una definizione scientifica di cultura, diversa da quella che potremmo avere nel senso comune. Per gli antropologi, possiamo dire che la cultura è tutto il SAPERE APPRESO, e abbiamo elaborato la formula

Cultura = Sapere totale - sapere innato.

SECONDA DOMANDA Presentate qualche esempio di vostra selezione (possibilmente non compreso in quelli individuati a lezione) si comportamento umano innato.

Un punto veramente essenziale della lezione è stato questo: la quota di comportamento innato tra gli umani è infinitamente inferiore rispetto a quella che qualunque altro animale può avere, e anzi tendiamo a considerare più intelligenti o più evoluti quegli animali che sono più disponibili ad apprendere (uno scarafaggio vs. un cane). Gli esseri umani, anzi, sembrano incapaci di assumere qualunque comportamento, anche innato, se non lo declinano secondo qualche forma di STILE CULTURALE, di forma inevitabile e necessaria in cui quel comportamento appare. Esempio del linguaggio: è una facoltà sicuramente innata dell'uomo, la disposizione al linguaggio, la capacità cioè di apprendere uno o più linguaggi, eppure non c'è modo di apprendere un linguaggio "neutro" e avrà sempre una forma specifica, un accento, insomma uno stile riconoscibile.

Abbiamo poi concluso la lezione aprendo la questione della differenza tra modalità FORMALI e INFORMALI di apprendimento.
Nella seconda lezione riprendiamo alcuni di questi punti e proseguiamo cercando di lavorare, se ci arriviamo, su un altro punto essenziale che definisce la culturale, vale a dire il suo essere CONDIVISA.

PS Ho controllato e  in effetti il modulo di iscrizione online è perfettamente funzionante. Chi non l'ha già fatto per cortesia lo compili, costa trenta secondi e per me è un grande sostegno per capire da che parte andare e come organizzarmi.

PPS Per collaborare a questo blog scrivete le vostre risposte come "commenti" del blog, non inviatemi mail. Se ho tutti i vostri feedback in un posto solo (qui) posso provare a tenere la situazione sotto controllo (non ce la farò mai, in realtà) ma se devo cominciare a raccattare le vostre risposte su social diversi (posto questo anche su Facebook, ad esempio) allora la faccenda sarebbe del tutto ingestibile.


Pietro Lofaro, pittore maledetto (forse maledetto pittore)

https://goo.gl/images/1ZUjui
Come annunciato, martedì 3 ottobre ci siamo incontrati con Pietro Lofaro nella biblioteca comunale di via Gerolamo Cardano, a Roma, per chiacchierare di Arte e di Vita. Per uno come Pietro, dire che la vita è arte e l'arte è vita non è esattamente una cosetta da nulla, come se lui fosse un Oscar Wilde qualunque che si può permettere di darsi un tono. Diciamo che la faccenda è complicata, e nel caso di Pietro non è escluso che Vita e Arte siano più come una coppia di amanti litigiosi, sempre pronti ad abbracciarsi per poi di nuovo entrare in conflitto.
Se vi interessa, qui c'è la registrazione di quel che ci ha raccontato.

martedì 3 ottobre 2017

Antropologia culturale 17/18. Si parte

Ci siamo. Mercoledì 4 ottobre, alle ore 14 iniziamo in aula T32 di Lettere Tor Vergata la nostra avventura antropologica. Il corso sarà fitto fitto, con un sacco di cose da leggere e da fare. Come è ormai tradizione, caricherò mano a mano gli mp3 delle lezioni, in modo che anche i non frequentanti possano restare aggiornati sullo sviluppo del corso.
Sulla colonna di destra ho già caricato qualche link utile (vi raccomando l'iscrizione online, che mi consente di risparmiare un po' di lungaggini burocratiche) e altri ne arriveranno mano a mano.
Ma in aggiunta agli anni scorsi, quest'anno terrò anche aggiornato questo blog con una sintesi dei temi delle singole lezioni e con dei "compiti per casa" che, se svolti regolarmente, consentiranno di saltare addirittura l'esonero e di raccogliere il voto finale senza bisogno di alcun esame in classe. Maggiori informazioni verranno date all'inizio delle lezioni.

lunedì 2 ottobre 2017

Special invitation for Global Governance students

Pietro Lofaro is an interesting painter who happened to spend some time in Rebibbia, one of the biggest prisions in Italy.
He is a university student also, and Tuesday 3rd October I am meeting him with some students to discuss an interesting exibition of his recent works. We meet 3:50pm outside the Public Library in Via Gerolamo Cardano, 135, 00146 Roma. Pietro will discuss with us about his art, his life, and the interesting connections betweeen the two. Feel free to come. If you don't speak Italian I will provide a translation service for you.



Anthropology of Globalization for Global Governance #3

02/10/17 We had our third class this morning and it was a bit of a mess. Too many things I wanted to say, too many questions and requests of diversion by the terrible GG students.
This is the file of the lesson, but, in general, here you can find the whole folder with all the lessons. My suggestion is you store this address for future consultation.
Since we have stated last time that culture is acquired knowledge (contrasting to any other innate form of knowledge) the point we wanted to reach was about the consequences of that being acquired. Why should we pay attention to the fact that culture is acquired while - say - blinking is innate? Can’t we simply find a way to measure the total amount of knowledge and make use of that?
In fact, we had to admit that acquired and innate knowledge entails tremendously different consequences in the way that knowledge is stored and transmitted.
The case of the hive (with disappearing flowers) and the case of the “primitive tribe” (with fading away rabbits) were told to get to one point: acquired knowledge is more flexible (innovation spreads much easily than any biological change, in the sense that cultural innovation is basically irrespective of any given natural environment) and more fragile in its transmission. Once your species “decided” (as humans did many many years ago) that you rely mostly on acquired knowledge, you have to create complex forms for inter-generational maintenance, since each new generation has to start from scratch when dealing with their skills.
We insisted on the fact that it is almost impossible to locate the border between innate and acquired knowledge, in the sense that even the most evidently innate forms of human behaviour, (like breathing or walking on two legs!) must be activated according to a cultural style, which is not something added to the pure substance of a cultural event, but is an integral ingredient, like accent for language. We have no other way than learning a language with an accent or another, and that soon becomes part of what we think is our essence (even though it is clear it is not “essential” at all, being acquired).
Since we have a serious problem with transmitting acquired knowledge to the next generation (learning/teaching is a dual active process, those who learn must actively participate in the action, they cannot just “be exposed” to knowledge in order to acquire it) that entails that we should not think of any forms of knowledge as acquired “once for all” along an evolutionary path! Even though we may think that we have reached an important further path in the progress of knowledge, we have to be aware that is always reversible, and the next generation may easily undo what the previous has carefully produced (example of gender equality in USA).

QUESTION ONE: Think of other cases like biking in Amsterdam the way we discussed in class: cultural habits that may deeply change from one generation to the other (smoking in public, tattooing, just for you to know what I’d like you to talk of).

Then we began to analyse a bit more in detail the meaning of that “acquisition”. How do we learn some cultural stuff? We started from the opposition between formal and informal forms of acquisition. I insisted mostly on the fact that informally acquired knowledge tends to hide itself to our awareness, thus becoming naturalised, that is forgotten in its acquired nature. We began to debate the complex issue of taste, and to introduce the right direction our next class you may try to answer this

QUESTION TWO: are you aware of something you normally consider innate, but now you begin to suspect it could be mostly acquired? In other words, report some naturalized forms of behaviour (if you focus on what you like and dislike it would be relatively easy to detect those naturalised patterns of action).


QUESTION THREE: I know that at a certain point in class I suggested the specific topic we were debating would perfectly work as a homework question, but I can’t really recall what that point was all about. Could you drop me a line to remind what we were talking of and what was my suggested question?

giovedì 28 settembre 2017

Anthropology of Globalization for Global Governance #1 & #2

27/09/17 There we go. Eventually Wednesday 27th we started "Anthropology of Globalization" for Global Governance, years 2 and 3 together. Four full hours in class, since the first two hours were a make up for the class due for 4th October and cancelled because we have the inauguration ceremony the same day.
It was exciting to meet the students, always attentive and provocative as only GG students can be here in Rome.
So, we are going to talk about Anthropology of Globalization. I have divided the course in two parts. In the first we’ll talk about cultural anthropology, the technical meaning of “culture” and the way we can investigate such a slippery concept. Assigned reading for this part (it shall last approximately till the end of October) are
·        Notes from class
                                                
In the second we’ll focus on cultural dimensions of Globalization, bringing to surface different case studies, mostly taken from my fieldwork experience in Rome and related to the assigned reading of
·        Global Rome. The changing faces of the eternal city, the great book edited by Isabella Clough-Marinaro and Bjorn Thomassen

We started with some practical pieces of information, about this blog, the online lessons in mp3 format and the possibility to write feedbacks that count as pre-midterm reports to be evaluated.
Taking on one question about surprise tests in class (there will be none), I briefly elaborated on the model of basic behavioural patterns for humans:
1. competition
2. cooperation
3. reciprocity
4. revenge
QUESTION FOR YOU: report one example for each type of social behaviour. At least four standard page lines for type (total 15 lines minimum)
Then we discussed about the concept of CULTURE, and we elaborated a definition of it as whatever knowledge that has been ACQUIRED, pitting it against INNATE KNOWLEDGE.
ANOTHER QUESTION FOR YOU: list innate and acquired forms of human knowledge. More important, bring examples where the distinction is blurred and not clear at all (20 lines)
Next class I promised I should start from “Rocks and fairies”. We’ll definitely touch that important point that has to do with the
·        symbolic dimension of culture
but before we’ll analyse two other dimensions of culture the way anthropologists mean in, namely:
·        Culture is acquired (and we will see it can be acquired in different forms, and that makes the difference)
·        Culture is shared (with some extremely clear limitations. We shall thus begin to debate the de-finition of cultures, to what extent we can really detect cultural BOUNDARIES

·        See you in class Monday 2nd October in room P12!